
Internet
“È tutta colpa dell’algoritmo” e altre fake news nell’era del Tecnopanico
In Tecnopanico, pubblicato di recente da Il Mulino, Alberto Acerbi ci accompagna in un viaggio attraverso le paure collettive legate alle recenti tecnologie di comunicazione digitale, ricordando che ogni innovazione, nella storia, ha portato paura rivelatesi spesso eccessive
Pubblichiamo un estratto, del libro “Tecnopanico, Media digitali, tra ragionevoli cautele e paure ingiustificate, Il Mulino”, di Alberto Acerbi. Ringraziamo autore ed editore.
Sembra strano ma, agli inizi di Facebook, non era possibile aggiungere reazioni ai post dei propri contatti. L’introduzione dell’ormai iconico pollice alzato, il “like” o “mi piace” che è diventato associato ai social media stessi, è avvenuta solo nel 2009, qualche anno dopo l’apertura al pubblico della piattaforma. Questa semplice innovazione è diventata anche simbolo della possibilità di misurare e di mostrare pubblicamente il coinvolgimento con il materiale che troviamo online. Postare qualcosa e stare in attesa dei suoni delle notifiche dei “mi piace” che aspettiamo di ricevere è diventata un’altra immagine-simbolo del nostro complicato rapporto con le tecnologie digitali. Varie volte differenti social media hanno discusso l’opzione di non mostrare pubblicamente il numero dei “like” per evitare confronti di popolarità che non sono certo salutari per gli utenti, ed i “like” ed i loro conteggi sono ancora qui, segno che sono parte essenziale della nostra esperienza. Un’opzione nascosta su Facebook permette in effetti di non visualizzare questa informazione sui propri post, su quelli degli altri, o su entrambi, ma raramente ne ho sentito parlare. Ovviamente, però, chi è ancora più interessato al nostro coinvolgimento sono i social media stessi.
Nel 2015, Facebook ha iniziato a permettere altre reazioni, nella pagina “help” di Facebook definite come “Love, Ahah, Wow, Sigh e Grrr” – copio e incollo, ma avrete capito a cosa ci riferiamo. Sembra che la loro introduzione sia il risultato della decisione di non utilizzare la ventilata possibilità di un tasto “non mi piace” a cui molti utenti sembravano interessati. Queste reazioni permettono di stimare altri tipi di coinvolgimento. Nel 2021, Frances Haugen, pentita ex product manager a Facebook, rivelò, tra varie accuse, che l’algoritmo di Facebook prioritizzava la presentazione di post che avevano ricevuto queste nuove reazioni rispetto ai “mi piace”. Ognuna di queste reazioni veniva valutata dall’algoritmo cinque volte di più di un “like”. L’articolo del Washington Post in cui la rivelazione viene presentata si intitola “Cinque punti per un “angry”, uno per un “like”: come la formula di Facebook ha favorito rabbia e disinformazione” (Questo è un buon esempio del modo negativo e sensazionalistico con cui i media spesso trattano queste tematiche. Non è letteralmente falso, ma i cinque punti sarebbero andati, sempre secondo le rivelazioni dell’informatrice, a tutte le nuove reazioni, comprese quindi, per esempio, quelle positive come “Ahah” e “Wow”.)
Verificare esattamente l’effetto degli algoritmi che decidono cosa appare sui social media non è, purtroppo, facile. Possiamo però confrontare le differenze tra quello che vediamo utilizzando una presentazione cronologica, dove, almeno in teoria, tutti i post dei nostri contatti ci vengono presentati, man mano che appaiono, e una presentazione algoritmica. Molti social media, inclusi Instagram, Facebook e X offrono l’opzione di passare da un tipo di presentazione all’altro, con la presentazione algoritmica come scelta di default, quindi potete provarlo anche voi. In questo modo è stato possibile vedere, per esempio, che l’algoritmo di X tende ad amplificare maggiormente contenuti che suscitano emozioni e contenuti politici partigiani e più estremi di quelli che apparirebbero con il semplice ordine cronologico.
Che Facebook abbia effettivamente preferito i “Grrr” ai “mi piace” oppure no, e che X amplifichi appositamente contenuti divisivi oppure no, non è necessario che i social media siano intenzionalmente malvagi perché la conseguenza sia che gli algoritmi selezionino materiale parziale, controverso o non particolarmente educativo. Il loro obiettivo – discutibile, ma non diverso da quello degli altri media privati – è il nostro coinvolgimento: in pratica, quanto tempo passiamo sul social media stesso. Se post che suscitano reazioni più forti creano anche più coinvolgimento, verranno selezionati con più probabilità per apparire nella nostra timeline. Potremmo chiamare quello che ne viene fuori “ottimizzazione per un coinvolgimento superficiale”.
Ma, bisogna dirlo, la causa di questa situazione non sono gli algoritmi, ma è l’interazione tra le nostre preferenze e gli algoritmi. Inoltre, diversi social media utilizzano diversi algoritmi. Prendersela con l’“algoritmo” non ha molto senso. Potrebbero essere implementati algoritmi che selezionano contenuti di più alta qualità? Certo. Avrebbero, questi algoritmi, successo, nel senso di migliorare l’esperienza soggettiva sui social media della maggior parte delle persone? Non è chiaro. È un cliché che l’aumento degli utenti sui social media crei conseguenze indesiderabili. C’è anche un’espressione per questo. Usenet è un sistema di discussione online dove le persone possono scambiarsi messaggi e partecipare a gruppi di discussione su vari argomenti, simile a un forum o a una mailing list. All’inizio degli anni ’90 del secolo scorso era il mezzo principale con cui un numero, allora estremamente limitato rispetto ad oggi, di persone si scambiava informazioni online. Ogni anno, a settembre, vi si aggiungevano le nuove matricole di studenti universitari, negli Stati Uniti, creando malumori tra i “vecchi” utenti. Nel 1994, AOL (American Online) offrì, tra i propri servizi, l’accesso a Usenet, generando un notevole incremento degli utilizzatori. Le comunità di Usenet coniarono l’espressione “Settembre eterno” per riferirsi a questo cambiamento, dal loro punto di vista, negativo. I nostri social media vivono anch’essi un “Settembre eterno” in cui gli algoritmi mirano a soddisfare le esigenze di milioni (miliardi) di utenti e, forse, i contenuti che ci propongono riflettono questa situazione? Ma quale è la soluzione?
La diffusione delle tecnologie di comunicazione digitali e online ha conosciuto un’accelerazione incredibile. Social media, algoritmi, smartphone possono potenzialmente cambiare il modo in cui le informazioni circolano, chi ne trae vantaggio, quali contenuti vengono favoriti e quali penalizzati: non c’è bisogno che vi convinca di questo. Le conseguenze sull’economia, sulla società e sulla nostra vita quotidiana sono molteplici e si palesano di fronte a noi in un processo che continua giorno dopo giorno. Eppure, o proprio per questo, è importante considerare questi cambiamenti all’interno di una “lunga prospettiva”: una lunga prospettiva storica (quali lezioni possiamo trarre dalle reazioni a comparabili tecnologie nel passato?) e che tiene in considerazione come alcune caratteristiche generali della cognizione umana e dell’evoluzione culturale interagiscono con questo processo. La diffusione delle tecnologie di comunicazione digitale è un processo dinamico, dove le tecnologie creano nuove abitudini e, nello stesso tempo, vengono modificate e adattate alle nostre esigenze: capire e accettare questo processo è il modo migliore per affrontare i rischi connessi e sfruttarne le potenzialità.
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