Cibo

La cultura dell’alcol

26 Febbraio 2025

Come succede ai più, dopo la laurea ho vissuto un periodo di bulimia formativa, per così dire. Frequentavo un corso dopo l’altro, per riempire in qualche modo il curriculum, ma anche perché avevo bisogno di capire molte cose. Della maggior parte di quei corsi non mi è rimasto nulla. Uno mi ha segnato. Era un corso tenuto da Vladimir Hudolin, il fondatore dei Club di alcolisti in trattamento (CAT; oggi in Italia si chiamano Club alcologici territoriali). Mi colpì, Hudolin: un uomo austero, a tratti arcigno, dedito a una causa in cui credeva profondamente, cui si dedicava senza risparmiarsi, anche se la malattia gli lasciava poche energie (sarebbe morto di lì a poco). A chi gli faceva notare che in fondo non c’è nulla di male a bere un bicchiere di vino o di birra, Hudolin replicava con pazienza, ma anche con fermezza: non c’è dipendenza che non parta da un bicchiere di vino, cui quando si è nervosi o stressati si aggiunge un  secondo – che sarà mai? – e poi un terzo, e così via. Ma a colpirmi, a segnarmi in quel corso furono soprattutto le testimonianze di chi c’era passato. E ad esserci passati non erano i soggetti che normalmente associamo a qualche forma di devianza, ma persone normalissime. Ricordo soprattutto una coppia di architetti. Giovani, benestanti,  con figli: una vita apparentemente invidiabile. Che era andata in frantumi quando lei aveva cominciato a bere. Perché, scoprii, la dipendenza dall’alcol colpisce in modo significativo le donne, anche se il fenomeno è quasi invisibile.

Non varrebbe la pena spendere troppe parole sull’uscita del ministro Lollobrigida, per il quale non ha senso, come chiede la Commissione europea, mettere avvertenze sanitarie sulle bottiglie di alcolici, dal momento che anche l’abuso di acqua può essere mortale. Ormai siamo abituati alle enormità di chi ci governa e apriamo ogni giorno i quotidiani per vedere chi l’ha sparata più grossa, sorridendo amaramente. Magari si potrebbe dire qualcosa sull’evidente necessità di introdurre a scuola, più dei dubbi valori patriottici, la logica elementare. Quella che ti insegna che, anche se entrambi volano, un passerotto è diverso da un Boeing. Non varrebbe la pena, se la sua posizione non fosse, al di là della evidente fallacia logica, ampiamente condivisa.

Qualche giorno fa una mia conoscente ha postato su un social network le foto di una serata in un locale. Immagini di persone che mangiano e si divertono. E una foto di spalle della cameriera. Dietro la maglia la scritta: “Sei astemio? Stattene a casa”. In quel locale gli astemi non li vogliono. Disturbano. Eppure non si tratta di un’enoteca. Non sono pochi i locali con scritte simili; ne ho contate a decine, con variazioni più o meno simpatiche. “Non guidare che devi bere”. Cose così.

La cultura del bere è in Italia (e non solo in Italia) molto solida e, si direbbe, assolutamente trasversale. È orgoglioso delle sue bevute Tizio di destra, nella cui testa il vino e la birra fanno corpo con altre espressioni di un certo machismo, ma è orgoglioso anche Caio di sinistra, che associa al vino valori come la condivisione, la socialità eccetera. Beve come una spugna l’incolto cui una lunga pseudo-saggezza insegna che “l’acqua si butta alle spalle”, per riprendere un detto delle mie parti, ma anche il colto che si ricorda di Alceo, di Omar Khayyam e del dionisiaco di Friedrich Nietzsche (che però in Ecce Homo scrive: “In vino veritas: si direbbe che anche in questo caso non mi trovi d’accordo col mondo sul concetto di “verità”- per me lo spirito si libra sull’acqua”). È della partita perfino il vegetariano o vegano, tendenzialmente più attento alla salute, che si preoccuperà magari di procurarsi vino vegano, ma non farà a meno della sua dose benefica di alcol.  Eppure.

Eppure l’International Agency for Research on Cancer (IARC) ha inserito l’alcol nel gruppo 1 delle sostanze cancerogene, quelle per le quali c’è sufficiente evidenza di cancerogenciità per l’uomo. È, per intenderci, il gruppo che include le radiazioni, l’amianto, il benzene e il tabacco. Eppure sappiamo che anche in piccole dosi l’alcol è legato a problemi cardio-vascolari ed all’insorgenza di tumori, e non esiste una dose che si possa considerare sicura(1). Eppure sappiamo che in Italia il consumo di alcol ha causato in dieci anni 453mila morti, più dell’alcol e del tabacco(2). Eppure sappiamo che il consumo di alcol ha effetti negativi sulla fertilità, una cosa che sta molto a cuore all’attuale governo. Eppure sappiamo, per dirla tutta, che birra e vino non sono nemmeno alimenti, ma sostanze tossiche. E non bisognerebbe spendere troppe parole per spiegare che non ha alcun senso ingurgitare sostanze tossiche.

È stato fatto, negli anni passati, un investimento massiccio per convincere la gente che bere, e bere molto, è una cosa perfino salutare. In qualche bar capita ancora di vedere vecchi cartelli pubblicitari che informavano che la birra nutre più del latte. La produzione di bevande alcoliche, soprattutto vino, è una voce significativa dell’economia nazionale. Un giro d’affari enorme. E la cosa spiega che un ministro dell’agricoltura debba coprirsi di ridicolo per sostenere il consumo di vino. Meno comprensibile resta come ciò si concili con quella promozione della salute pubblica che dovrebbe essere uno degli scopi primari di qualsiasi governo.

 


(1) Si veda, ad esempio, questo articolo dell’AIRC a proposito del rapporto Global status report on alcohol and health and treatment of substance use disorders dell’OMS: https://www.airc.it/news/alcol-e-salute-un-nuovo-rapporto-globale-delloms-conferma-i-rischi-degli-alcolici. Il rapporto si può leggere qui: https://www.who.int/publications/i/item/9789240096745

(2) Ne parla Fabio Di Todaro nel sito della Fondazione Veronesi: https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/articoli/alimentazione/lalcol-provoca-piu-morti-435mila-in-dieci-anni-del-fumo-e-delle-droghe

 

Nell’immagine: litografia di Sem (1863-1934). Pubblico dominio.

 

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