
La Posta del Cigno Nero
Questione di differenza o di pluralità?
Caro Cigno Nero,
un mio amico che gestisce un bar molto frequentato dove da sempre lavorano ragazze e ragazzi anche di diversi continenti, soprattutto latinoamericani, l’altra sera mi diceva che dalla sua esperienza maturata negli anni ha notato differenze culturali che li portano a svolgere il lavoro in modo diverso da come si dovrebbe. In particolare mi parlava di una dipendente colombiana di cui ha lodato la grande gentilezza e la solarità verso i clienti, l’abbigliamento preciso e l’igiene personale, a discapito dell’ordine e della pulizia della postazione di lavoro, perché “passare la pezzetta” non le viene spontaneo.
Ironia della sorte, una nostra amica comune presente al tavolo era da poco tornata da un lungo viaggio proprio in Colombia, ed era entusiasmata dalla pulizia e dal rispetto per l’ambiente e la natura di quei popoli, che lasciano le strade senza rifiuti e si preoccupano perfino di lavare i guard rail. Da questa contraddizione è seguito un confronto che non ha portato da nessuna parte e che ci ha lasciati al punto di partenza. Che ne pensi?
N. D. C.
Caro N. D. C.,
per iniziare potremmo praticare una semplice mossa terminologica e parlare di “pluralità” culturali, anziché di “differenze”. Quando si tirano in ballo le differenze, infatti, si scivola facilmente nei raffronti, tradotti puntualmente in termini verticali, atti a qualificare e classificare, in termini cioè di migliore e peggiore.
Questo automatismo radica nella nostra cultura, che è sostanzialmente eurocentrica e della quale siamo gli eredi. Se il pensiero antico ci dice che il principio è arché, “origine”, ma anche, prepotentemente, “dominio”, si capisce bene che la posizione da cui noi parliamo sarà sempre la migliore, perché appunto edificata su una storia di prevaricazione su tutto ciò che è altro.
Enrique Dussel, filosofo argentino scomparso da poco, è stato autore di una sterminata produzione incentrata sulla necessità di una decolonizzazione culturale, a partire dalla rilettura della storia e dalla critica alla modernità. Siamo soliti collocare l’inizio della modernità nel 1492, anno dell’arrivo di Colombo sulle coste dell’isola di San Salvador, che titoliamo a caratteri cubitali su tutti i libri di scuola come la grandiosa “scoperta dell’America”. Ma la realtà è che non c’è stata nessuna scoperta, perché l’America, anche se non aveva ancora quel nome europeo con cui la conosciamo, esisteva già ed era viva e vegeta. Il 1492 è piuttosto l’anno a partire dal quale l’America fu nascosta, perché violentemente repressa, brutalmente sterminata, crudelmente torturata, “cristianamente” convertita, “civilmente” educata.
Fanno rabbrividire le argomentazioni dell’epoca intorno alla questione dell’esistenza o meno dell’anima negli indios o quelle intorno alla loro vera natura biologica. E neppure erano discorsi da imputarsi tanto o solo al contesto storico, perché due secoli più avanti l’illuminato Voltaire sosteneva che i negri fossero l’anello di congiunzione tra gli uomini e le scimmie; non molto dopo Kant scriveva che se gli indiani gialli avevano scarsi talenti e negri ancor meno, i nativi americani erano “molto al di sotto di loro”; e ancora Hegel, che contrapponeva ai popoli storici, padri dell’umana libertà, i selvaggi astorici, che nulla hanno a che vedere con il dispiegamento del Geist, cioè dello spirito.
Questi cenni sono più che sufficienti per comprendere quanto la storia dell’umanità sia stata mistificata. L’Europa si è autoeletta il centro, soggetto della storia universale – persino le cosiddette guerre “mondiali” non sono state che guerre intraeuropee, tanto per dirne una -, per cui tutto ciò che è periferia, che è geograficamente al di fuori, è semplice oggetto da assoggettare . E il paradosso è che la nostra periodizzazione storica è attualmente adottata e studiata a scuola in ogni posto della terra senza alcun senso, se non per quello che così è stato imposto.
Abbiamo insomma cancellato culture millenarie, togliendo loro la libertà di cui vivevano in nome della (presunta) libertà stessa, imprigionandole in una dipendenza che le ha allontanate dall’origine. Nell’introduzione alla Pedagogica della liberazione, Infranca spiega bene che per quei popoli l’imitazione è stata l’unica strada percorribile, che li ha ridotti a “un altro Occidente”, come triste parodia di un mondo straniero. Pensiamo all’idea di patria, patrimonio e patriarcato, all’economia neoliberista, alle disuguaglianze sociali, tutti tasselli di un sistema che parla la lingua paterna della patria, maschile, violenta, europea; tasselli che appunto sono stati acquisiti, ma solo come caricatura mal riuscita, che altro non è se non la copia distorta del nostro stesso modo di essere. Si spiega il motivo per cui, dal successo economico degli anni ‘50, quei paesi sono precipitati in uno stato miseria di cui approfittano le multinazionali europee e statunitensi che, con la compiacenza dei governi latinoamericani, esportano lì lavorazioni altamente inquinanti e nocive.
Tornando alle differenze e alle diversità con cui abbiamo aperto: se il greco “dia-féro” indica un portare altrove, e il latino “dis-vèrtere” un volgere dall’altra parte, un allontanarsi, va da sé che i termini rimandano a una devianza, a un discostamento rispetto a un supposto modello ideale ritenuto appunto la norma. Buona parte della filosofia stessa in un certo senso non ha fatto che rispecchiare quanto detto: incentrata su un principio, che si chiami Uno, assoluto, verità, ragione, spirito o Dio, ci ha abituati a un pensiero unitario. Un pensiero per cui ciò che è altro resta altro, descrivibile solo in negativo, nel senso della manchevolezza, come ciò che “non è”, che non è razionale, che non è europeo, che non è civile, cristiano, che non è, in definitiva, abbastanza.
In questi altri mondi di periferia, però, esiste e resiste una radice, o meglio una “matrice” – e la testimonianza della vostra amica comune ne è la conferma -, che parla ancora una lingua materna e plurale, una lingua originaria che narra di “comunità” di uomini e donne in sintonia con la natura anziché di dominio, patria e patrimonio; che narra di un pensiero spirituale fondato sul rapporto vitale col mondo intorno, di un principio che era il due – femminile e maschile – anziché l’uno, l’assoluto per cui tutto ciò che è altro – natura compresa – è per forza secondo o subordinato. Un esempio su tutti è il mapudungun (da “mapu”, che significa terra, e “dungun”, parlare), la lingua mapuche, che, oltre al singolare e plurale, ha il pronome “duplice” (“noi due”, “voi due”, “loro due”); una lingua che non concepisce la negazione poiché descrive la pluralità come ciò che è, ciò che esiste di per sé e per le caratteristiche che ha, anziché come ciò che non è o che non ha; lingua in cui – come scrive Sergio Rojo – “non ti amo” diventa “morirono i miei occhi per la visione della tua luce”.
Potremmo allora tornare al bar e sederci al vostro tavolo, in cui ci si domanda come sia possibile che una persona le cui radici hanno tanta devozione per la natura e l’ambiente sia poi così disattenta nella cura della postazione di lavoro. Questa dualità non ci va giù, la viviamo come una contraddizione, come se poi “contraddizione” fosse una parolaccia, qualcosa da risolvere necessariamente ed aristotelicamente, per cui o è vera l’una o è vera l’altra. E quel giorno siete rimasti al punto di partenza perché forse non è stato considerato che le due cose possono semplicemente stare insieme: se la prospettiva è quella di un’affinità con l’ecosistema, del rispetto per la vita, di qualsiasi tipo essa sia, ci sta che l’ordine e la pulizia di una postazione di lavoro passino in secondo piano, perché a contare è ciò che è di tutti, non ciò che è privato.
Quando parli del lavorare “come si dovrebbe”, varrebbe la pena chiedersi cosa questo significhi, porsi la domanda radicale sul chi è che decide cosa e come si deve o non si deve. È chiaro che la risposta siamo noi, è l’occidente. Ma se il progresso che abbiamo esportato ovunque ha causato la più grande catastrofe mai esistita nella storia – e parliamo del surriscaldamento del pianeta, dello strato di ozono e del disastro ambientale che annientano le condizioni della vita – e noi corriamo ai ripari provando ad educare a una cultura ecologica di cui in realtà ci importa assai poco, perché a importarci è solo ciò che è “nostro” e ancor di più se è fonte di profitto, forse allora vale la pena interrompere il monologo. Come? Magari lasciando essere la pluralità come tale e non come differenza, senza starla a soffocare. E convivere con il disordine di un bancone, un comportamento inedito, un sorriso più umano. Cominciando magari a sospettare che il nostro non è l’unico mo(n)do possibile.
Che cos’è che ci rende più difficile spostare il nostro sguardo dalla differenza alla pluralità? E se fosse una questione di in-differenza?
Irene Merlini
Per scrivere al Cigno Nero: lapostadelcignonero@gmail.com
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