
Memoria e Futuro
Fare i ricchi col soft power degli altri
A scorrere le due paginette di dazi presentati ieri da Trump in conferenza stampa e diffuse alla stampa internazionale e internazionale, mi è venuta in mente una battuta di un film di Christian de Sica. Il film era “Simpatici e Antipatici” e la battuta era “come ci attavoliamo, simpatici contro antipatici?“. Alcune scelte di non aumentare la pressione fiscale sembrano dimostrare proprio questo.
Ed è comunque interessante notare come molti dei critici dell’approccio trumpiano al governo dell’economia globale, fatto sin dal primo mandato di ipotesi di dazi e scelte che oggi si definiscono sovraniste (e una volta si sarebbero dette autarchiche), ricordano con nostalgia i tempi del soft power americano.
Il che è bizzarro, perché spesso alcuni di questi erano in prima fila, allora, a lamentare l’influenza americana nell’economia e nella cultura nazionale.
Inevitabile, visto che questa strategia divenne un pilastro dell’influenza globale degli Stati Uniti dopo la Seconda Guerra Mondiale e nel mondo allora bipolare si stava da una parte o dall’altra. Tramite iniziative come il Piano Marshall (1948–1951), l’America ricostruì economie devastate, radicando valori democratici e creando consenso e ampliando a dismisura il suo mercato di riferimento. La Guerra Fredda amplificò questa strategia con esportazioni culturali: film di Hollywood, musica rock e marchi come Coca-Cola, simboli di libertà e prosperità. Istituzioni come Voice of America e Radio Free Europa contrastarono la propaganda sovietica, mentre le università statunitensi attrassero talenti globali, consolidando la leadership intellettuale.
Il “momento unipolare” post-Guerra Fredda segnò il picco del dominio americano. La globalizzazione accelerò la diffusione della cultura statunitense attraverso giganti tecnologici della Silicon Valley (Google, Facebook) e Hollywood. Tuttavia, il XXI secolo ha esposto crepe nel soft power statunitense. Il passaggio da questo metodo al boot on the ground dell’esportazione armata della democrazia non ha aumentato le simpatie globali nei confronti degli Stati Uniti. Le politiche “America First” di Trump hanno indebolito le alleanze multilaterali, aiutando ad accelerare l’ascesa strategica della Cina che, sfruttando la potenza economica e pazienza, ha plasmato un paradigma alternativo di soft power. L’ascesa cinese non è una sostituzione totale, ma un’espansione strategica, che sfrutta errori statunitensi e offre un’alternativa autoritaria allo sviluppo. L’era digitale accelera questo cambiamento, con guerre dell’informazione e dominio dell’IA come nuovi campi di battaglia per l’influenza.
La transizione dal soft power americano a quello cinese riflette cambiamenti geopolitici più ampi. Mentre gli USA lottano con contraddizioni interne, la Cina capitalizza strumenti economici e pragmatismo ideologico. Tuttavia, il soft power non è a somma zero: le due nazioni coesistono in un panorama multipolare, dove preferenze regionali e narrative digitali plasmeranno il futuro dell’influenza globale.
Nel frattempo, noi restiamo a guardare. Come avrete certamente notato, fino ad ora non si parla di Europa in questo articolo. E perché parlarne, visto che negli ultimi ottant’anni abbiamo fatto i ricchi col soft power degli altri?
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