Partiti e politici
Siete ossessionati, ma sapete che revocare la concessione è un atto di dignità
Credevo di essere un liberal se non in purezza almeno in onesta e modesta percentuale, una modica quantità bastevole se non altro a ragionare di testa propria quando le cose si ingarbugliano. E invece, grazie a un’incredibile ossessione politica, che ha eliminato l’avversario politico come soggetto del confronto, “elevandolo” a nemico da abbattere, mi ritrovo invischiato nella guazza fasciostatalista senza averne, almeno credo, merito alcuno. Questo succede quando i princìpi che si invocano – i soldati in battaglia scomodano addirittura lo stato di diritto – sono così sconnessi dalla storia di un Paese da rasentare una vera e propria impudicizia. Il nuovo fiume liberale che si è ingrossato via via in queste ore sino a diventare il maggiore affluente del surreale, si compone sostanzialmente di due argomenti principe: aver sostenuto – il governo – che “non possiamo aspettare il corso della giustizia”, sottintendendo dunque, secondo i detrattori, che ci si sostituirà ai giudici con la conseguente creazione dei tribunali del popolo (e non è detto che a queste forze politiche non piacerebbe, sia chiaro), e poi l’altro, anch’esso di un certo impatto, che è la revoca immediata della concessione ad Autostrade. Si partirà da quest’ultimo aspetto.
Naturalmente è una scemenza, questa sì in purezza, pensare che chi si oppone alla revoca della concessione sia un complice di Autostrade. Ma è chiaro che il tema di come mettere in sicurezza un bene così sensibile come il trasporto degli umani sulle nostre strade è del tutto primario. Ci si aggrappa molto in queste ore al lessico politico, per dire che prima di parlare, lorsignori del governo dovrebbero contare fino a mille. Spesso in effetti è così. Ma è un retaggio del novecento la pretesa che tutte le nuove cifre culturali della politica rispondano sempre alle nostre rassicuranti e democristiane certezze, ci sono linguaggi, pensieri, visioni che nel tempo si sono radicalmente trasformati e non volerlo ammettere o, peggio, ridicolizzarli, è un errore che può costare molto caro. Nel caso in questione, la parte liberale, quella buona, avrebbe preferito prendere il tempo necessario a valutare le carte, i contratti, le convenzioni, verificare che le difficoltà per una revoca erano parecchie (anche per colpa di governi con le mutande in mano), e poi offrire al paese un indirizzo forte, che poteva comunque essere quello della revoca o, come pare prevalente in queste ore concitate, un indennizzo siderale con la scure sul collo di Autostrade per i prossimi lavori. Questa parte buona, però, è stata molto, molto, minoritaria, rispetto agli eserciti strepitanti che hanno gridato alla scandalo “Nazionalizzazione!”, essendo cattiva per definizione storica.
In più, gli urlanti poco ragionatori hanno dedotto che mettere una cosa già cattiva nelle incapaci mani grillino- leghiate sarebbe stata un’autentica catastrofe.
Chiedere la revoca di una concessione così sensibile come il trasporto autostradale è un diritto dello stato. Parrebbe anche la cosa più ragionevole in una condizione del genere, traumatica e dolorosa. «In linea di massima – scrive Maurizio Caprino sul Sole 24 Ore – una concessione è revocabile se ci sono gravi motivi. E la posizione di Autostrade si è fatta difficile con il crollo di Genova, che peraltro è l’ultimo di una serie di episodi perlomeno controversi: il crollo di un cavalcavia dell’A14 l’8 marzo 2017 e di alcune pensiline di caselli e portali segnaletici intorno al 2010, il sequestro per alcuni mesi nel 2014 di un altro cavalcavia a rischio, denunce pendenti presso varie Procure su altre opere con possibili problemi strutturali, la sentenza del 10 aprile scorso sulla contraffazione del brevetto di controllo della velocità , il Tutor, e il processo di Avellino per la morte di 40 persone su un bus precipitato dal viadotto Acqualonga della A16 il 28 luglio 2013. In quest’ultimo caso, sono coinvolti direttamente i vertici aziendali e la sentenza è attesa per il prossimo dicembre».
Ma non basta, sostiene Caprino giudiziosamente, non basta “a partire dal fatto che non è mai stata mossa alcuna contestazione formale per gravi inadempienze, come richiesto in prima battuta dalla convenzione». Qui si comincia a capire il garbuglio, perché se negli anni passati nessuno ha mai mosso paglia, nessuno ha mai eccepito nulla ad Autostrade, cominciare adesso è un azzardo giuridico. Il garbuglio diventa poi inestricabile quando entrano in scena le eventuali penali, che una convenzione del 2007 (governo Prodi) stabilì con precisione. Con precisione stabilì soprattutto che in ogni caso, anche in presenza di colpa grave, a essere protetto doveva essere il concessionario e non la collettività attraverso il suo governo. Questo sì un autentico scandalo. Recita infatti l’articolo 9 della convenzione che disciplina appunto la «Decadenza della concessione»: «Constatato il perdurare dell’inadempimento… il Concedente subentra in tutti i rapporti attivi e passivi di cui è titolare il Concessionario». Ed ecco il punto chiave: «Il trasferimento è subordinato al pagamento di un importo corrispondente al valore attuale netto dei ricavi della gestione, prevedibile dalla data del provvedimento di decadenza sino alla scadenza della concessione, al netto dei relativi costi, oneri, investimenti e imposte prevedibili nel medesimo periodo». Si tracciano anche delle cifre possibili, applicandolo al nostro caso e si finisce sui 20 miliardi che lo stato italiano dovrebbe versare ad Autostrade in caso di revoca “per colpa grave”.
Sì, avete letto bene. Un nostro governo, un governo della Repubblica italiana, nel 2007 si è messo al tavolo della trattativa con Autostrade e ha portato a casa questo capolavoro.
Revocare la concessione è un atto dovuto. Alla politica, prima di tutto. Non è demagogia, è semplicemente riappropriarsi di forme di dignità istituzionale, è riequilibrare il profondo dislivello tra potere industriale e finanziario e potere politico. Non è mai stato fatto in passato. Forse si tenterà adesso, noi crediamo con scarsa fortuna, anche per la struttura “povera” del nostro governo. Ma comunque adesso è il momento. C’è poi un aspetto non secondario. La percezione che gli italiani hanno della politica, dei governi, delle persone che se ne occupano. È passato ormai l’idea che lo stato non sappia fare nulla, non possa avere in dote nulla perché rovinerà sempre tutto, distruggerà sempre tutto. È la visione depressiva, cupa, che accompagna questo paese. In Europa non è così. In Europa i governi intervengono e sì, nazionalizzano il tempo necessario. Ci vogliono uomini capaci, management capace, visione, e senso morale. Si riportano le situazioni alle migliori condizioni e poi le si restituisce al mercato. Sempre Maurizio Caprino sul Sole 24 Ore sottolinea la nostra grande debolezza, che tutto paralizza: «Al di là dei tanti sospetti di collusione tra controllore e controllato, dei rapporti tra politica e impresa che nascono dalle dinamiche del potere, nel caso delle autostrade c’è anche un problema concreto di finanza pubblica: lo Stato non ha soldi da mettere per nuove costruzioni e ampliamenti. Tutto viene finanziato con capitali trovati dai gestori, che vengono remunerati come previsto dalle concessioni, con aumenti tariffari e proroghe delle concessioni (tanto che spesso i gestori programmano investimenti che paiono dettati più dalla volontà di ottenere proroghe per continuare a incassare i pedaggi). Terribile.
In questa ossessione dilagante per questo governo, che ormai ha catturato anime e cervelli, c’è sì un aspetto che mette veramente paura e di cui si dovrà discutere: lo sguardo anti-modernista che anima le vite e le azioni di grillini (soprattutto) e leghisti. Uno sguardo che sembra negare la possibilità di sviluppare energia positiva, come se il cupo dovesse far parte per legge delle nostre vite. Questo è il terreno, almeno per noi, di una battaglia seria.
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