Partiti e politici

Se uno di sinistra gode dei rovesci di Renzi ha titolo a dirsi di sinistra?

1 Giugno 2015

Vorrei proporre ai lettori anche in maniera un po’ brusca il seguente interrogativo: se un cittadino, un elettore, insomma una qualunque entità umana il cui cuore batte a sinistra, gode dei rovesci, delle disgrazie, degli inciampi possibili sul cammino di Matteo Renzi, se tifa contro il suo stesso presente (e forse anche contro il suo futuro), può ancora dirsi orgogliosamente di sinistra o è semplicemente un disfattista più interessato al gioco ristretto del tanto meglio tanto peggio?

Quando si parla di “godere”, il verbo dovrebbe essere sufficientemente chiaro. Un verbo che non ha parentela alcuna con il “criticare”, alla base di ogni confronto costruttivo, e non ha neppure prossimità con quella stanchissima narrazione di gufi e rosiconi. Godere è ben altro, ha una sua grandezza, nasce da dentro, macera il tempo necessario e poi esplode in un sadomasochismo alle volte contenuto e interiore, ma più spesso perfettamente rappresentato da un filo di bava alla bocca.

Da quando Matteo Renzi ha preso il potere, una parte della sinistra gode quando il nostro fa un capitombolo. Qui non ci si riferisce solo al piccolo mondo antico del Partito democratico, il fenomeno ovviamente si estende all’esterno, a noi gente comune, che ovviamente ne siamo in qualche misura appendice. Ridurre la questione, come fa qualcuno, a piccola rivincita sociale, solo perché gli stili del premier virano all’arrogance, non restituisce pienamente l’immagine della realtà, che semmai è ben più complessa.

Sia ben chiaro. Noi amiamo molto il «tifo contro», quando è alimentato da quel filo ironico di cultura, da onanismi flagellatori da autentici debosciati del pensiero, da certi atteggiamenti che a seconda degli ambienti verrebbero considerati ora snobissimi ora insopportabilmente cafoni. Quel tentativo magari maldestro magari divertente di tirarsi fuori dal coro. Quella zona grigia da anti-italiano, partendo per esempio dall’inno di Mameli, uno tra i cinque musicalmente più beceri di tutto il pianeta per non parlare del testo. Tutto questo meraviglioso tifo contro, però, è solo uno straordinario contorno della quotidianità, quando gli argomenti non incidano nella carne dei cittadini. Quando non ci sono in ballo posti di lavoro, il futuro dei nostri giovani, un impianto sociale all’altezza per i nostri anziani, la vita della nostra gente e delle altre genti.

Per capirci, il calcio è una perfetta metafora sociale. Non rivelo alcun segreto, se ricordo i meravigliosi anni nella redazione sportiva de “Il Giorno”, una delle più grandi di sempre, quando con la massima serenità si tifava, letteralmente, contro la Nazionale italiana. Lo si faceva per una forma di rivincita contro un certo tipo di potere istituzionale, per il nostro solenne e divertito anarchismo rispetto a tutti i tromboni che la sostenevano e se ne facevano belli, e anche probabilmente perché in quel modo avevamo trovato una nostra nicchia di protagonismo per cui essere additati all’esterno come “quelli del Giorno”. E come la Nazionale di calcio, millanta potevano essere le forme della nostra protesta.

Tutto questo, però, aveva nulla a che fare con le nostre vite, restava confinato sotto la voce “pippe”. Alla sera ci si salutava allegri e soddisfatti, ma poi ognuno tornava ai problemi seri dell’esistenza. La politica non può essere assimilata a pretesto per godere dei “propri” rovesci, perché alla fine quei rovesci sono anche i nostri, perché questo significherebbe che l’antipatia per le persone – e certamente se Renzi fosse il ct della Nazionale tiferei contro tutta la vita – prevarica il buon senso, obnubila i cervelli e li porta in quel luogo in cui c’è soltanto la curva e in curva, come sappiamo, non si discute.

Mi fanno molto impressione gli atteggiamenti di Pierluigi Bersani, dal momento in cui ha dovuto mollare il comando in favore di Renzi con cui i rapporti sono quelli che sono. Sarebbe l’uomo ideale per godere, magari ne avrebbe anche diritto, e non è detto che una parte di lui lo faccia, oggi che il tipo ha preso una (parziale) facciata. Ma è chiaro che in Bersani c’è un tormento alto, quel tormento che lo porta a dichiararsi «doverista», che lo spinge a battere l’Italia per affiancare i candidati del Pd anche quando sono espressione renziana, come la Paita in Liguria. Che gli impone un lavoro di tessitura sulle riforme, quando le posizioni all’interno del partito sono decisamente lontane e a lui tocca ridurne la distanza. Il «doverismo», una forma altissima e tormentata di godimento.

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In copertina, il premier Matteo Renzi visita i militari italiani in Afghanistan (1° Giugno 2015) – foto tratta dal profilo Flickr di Palazzo Chigi

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