Geopolitica
I dazi di Trump: una guerra commerciale tra logica discutibile e obiettivi nascosti
Quando Donald Trump ha imposto i dazi sui prodotti provenienti da vari paesi, lo ha fatto sostenendo che gli Stati Uniti fossero vittime di ingiuste tariffe imposte dagli altri. Ma il modo in cui ha calcolato queste presunte ingiustizie ha lasciato perplessi molti economisti.
Trump ha infatti affermato che l’Unione Europea applica un dazio del 39% sui prodotti americani e che, per questo motivo, gli Stati Uniti hanno dovuto rispondere con un 20%. Tuttavia, la metodologia utilizzata dall’amministrazione Trump per arrivare a questi numeri sembra più una semplificazione politica che un’analisi economica rigorosa.
Il calcolo, a quanto pare, si basava sul semplice rapporto tra il surplus commerciale di un paese nei confronti degli Stati Uniti (la differenza tra ciò che vende e ciò che compra) e il totale delle esportazioni. Il numero ottenuto veniva poi identificato come “la tariffa” applicata agli Stati Uniti, giustificando così l’imposizione di dazi da parte dell’amministrazione americana.
Seguendo questa logica, un paese avrebbe libero commercio con gli Stati Uniti solo se il valore delle sue esportazioni fosse esattamente pari a quello delle sue importazioni. Se c’è anche solo un piccolo surplus, quello viene interpretato come un dazio occulto contro gli Stati Uniti. Una teoria che, ovviamente, non ha alcun fondamento nei principi del commercio internazionale, dove il surplus o il deficit commerciale dipendono da una moltitudine di fattori, tra cui la domanda interna, la competitività delle imprese e la forza della moneta.
Dietro l’apparente strategia protezionista generale, il vero obiettivo di Trump sembra essere stato la Cina. Il Dragone asiatico è stato colpito duramente dalle tariffe americane, in quello che è apparso come un tentativo di frenare la sua crescita economica e il suo avanzamento tecnologico.
Le misure imposte dagli Stati Uniti contro la Cina sono state tra le più severe della politica commerciale di Trump. Sono stati introdotti dazi su centinaia di miliardi di dollari di prodotti cinesi, colpendo settori chiave come l’elettronica, l’acciaio e le telecomunicazioni. Il vero obiettivo era ostacolare la crescita delle aziende cinesi, in particolare giganti come Huawei, che minacciavano il dominio statunitense nella tecnologia 5G.
La guerra commerciale ha avuto conseguenze pesanti non solo per la Cina ma anche per le aziende americane, che si sono trovate ad affrontare aumenti dei costi di produzione a causa delle restrizioni sulle importazioni di componenti cinesi. Tuttavia, per l’amministrazione Trump, il messaggio era chiaro: gli Stati Uniti non avrebbero tollerato la crescente influenza economica della Cina, specialmente nei settori strategici.
Più sorprendente è stata invece l’inclusione di Taiwan tra i paesi colpiti dai dazi. Tradizionalmente, l’isola è sotto la protezione ufficiosa degli Stati Uniti, ma le misure imposte dall’amministrazione Trump hanno messo in discussione questa relazione privilegiata. Questo potrebbe essere stato un messaggio per Pechino, un avvertimento a non dare per scontata una posizione di totale favore nei confronti di Taiwan da parte degli USA. Ma allo stesso tempo potrebbe anche essere interpretato come un disinteresse degli USA verso Taiwan ed un via libera “de facto” alla riunificazione
Curiosamente, paesi come Iran e Russia, spesso bersaglio di sanzioni e tensioni geopolitiche con gli Stati Uniti, non sono stati colpiti dai dazi di Trump. Questo dettaglio solleva ulteriori interrogativi sulla reale strategia dell’amministrazione. Mentre Russia e Iran rimanevano ai margini della guerra commerciale, la Cina veniva colpita con forza.
La Russia, pur essendo da anni sotto sanzioni economiche per le sue azioni in Ucraina e per le accuse di ingerenza nelle elezioni americane, è rimasta al di fuori della guerra dei dazi. Una possibile spiegazione è che Trump non volesse peggiorare ulteriormente i rapporti con Mosca, con cui aveva più volte cercato un dialogo più aperto rispetto ai suoi predecessori.
Inoltre, la Russia ha un’economia meno dipendente dal commercio con gli Stati Uniti rispetto alla Cina, e quindi le tariffe commerciali non sarebbero state un’arma efficace per esercitare pressione su Mosca. Al contrario, le sanzioni finanziarie e sulle esportazioni di tecnologia si sono rivelate strumenti più efficaci per limitare l’influenza russa.
Per quanto riguarda l’Iran, la sua esclusione dai dazi potrebbe essere dovuta al fatto che gli Stati Uniti avevano già imposto severe sanzioni economiche contro Teheran, limitando drasticamente gli scambi commerciali tra i due paesi. In questo contesto, i dazi sarebbero stati una misura superflua, visto che l’Iran era già isolato dal mercato statunitense.
Tutto ciò suggerisce che le tariffe imposte da Trump non fossero semplicemente una questione di equità commerciale, ma parte di un piano più ampio per ridisegnare gli equilibri economici globali. Con la Cina in piena ascesa come potenza economica e tecnologica, gli Stati Uniti hanno cercato di rallentarne l’espansione, utilizzando il commercio come arma. Al tempo stesso, il trattamento riservato a Russia e Iran dimostra come la strategia economica di Trump fosse più selettiva e mirata di quanto potesse sembrare a prima vista.
La politica dei dazi di Donald Trump si è basata su una visione semplificata e discutibile del commercio internazionale, secondo cui il surplus commerciale di un paese equivale a un dazio occulto contro gli USA. Tuttavia, il vero scopo di queste misure sembra essere stato quello di colpire la Cina, principale avversario economico degli Stati Uniti. Taiwan, nonostante la sua storica vicinanza a Washington, è stata colpita, mentre Russia e Iran sono rimaste fuori dal mirino. Un segnale chiaro che la vera sfida, per Trump, non era solo il commercio, ma la ridefinizione delle gerarchie globali nel XXI secolo.
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