Trump sfida l'Europa, che potrebbe cogliere opportunità importanti per il suo futuro

Commercio globale

Dazi da pazzi, senza frizzi e lazzi. Trump non sa quel che fa, i dati che lo spiegano

Strategia UE con “minacce credibili” e reciprocità anche rianimando il WTO con un multilateralismo dinamico riavviando il commercio mondiale con regole stabili e condivise come motore di pace e antidoto ai nazionalismi nel contrasto agli “(endo)barbari” ai confini dell’Occidente

5 Aprile 2025

E’ il Day of Liberation ” – dice Trump (or of inflation?) – con dazi reciproci per tutti (66paesi dei 166 del WTO) ma differenziati tra Cina con il 34% (che ha reagito con tariffe uguali e contrarie) ed Europa (almeno riconosciuta?) con il 20% su una lavagnetta da ragioneria elementare “lineare ed uniforme” e con errori come i dazi sulle isole dei pinguini (disabitate da 200 anni). “Tutto bene, tutto previsto”  – dice il tycoon –  con molti dubbi dato che i mercati cadono e i paesi più poveri pagheranno nel breve termine e anche per i consumatori americani. Gli americani infatti si troveranno i prezzi smartphone dell’amata Apple per es. saliti del 25% e non solo per latte e uova. E’ un attacco al multilateralismo del WTO e delle sue regole condivise con il cuore pulsante della clausola della nazione più favorita (Mfn – clausola anti-discriminazione che “allinea” tutti i paesi su una asticella comune di fronte a tariffe o dazi) con un impatto stimato sulle esportazioni globali dell’1% (3000 mil.di di dollari – cioè circa il PIL dell’Italia – sui totali 30mila mil.di di cui il 75% in merci) e sul Pil dello 0,6-0,8. Con un dollaro calante, per ora e tassi pure (“finchè si può” dice Powell della FED). Dunque The Man Street e The Wall Street convergono nel voto contrario, vedendo bruciare 5200 mil.di in due sedute del 3 e 4 aprile e 9800 mil.di di perdite dall’insediamento, la peggiore dal 2020 (con Milano a -7,5%) la più forte caduta dopo l’11 settembre. Duramente contrari ad un approccio che sembra molto ideologico e con scarsa razionalità e provando a difendere le leggi del capitalismo competitivo, del libero mercato e dei legami irrinunciabili con la democrazia costituzionale e con le società aperte a partire da un “commercio giusto”.

Anche perché rappresenta la più violenta misura dal 1930 e che accelerò la grande depressione. Dovendo poi spiegare al tycoon che l’IVA non è una tassa sui prodotti americani ma erga omnes su tutti prodotti, sia acquistati all’estero che all’interno e dunque non discriminatoria. Un Trump allora alla ricerca di una de-globalizzazione manifatturiera e fossile che attraendo investitori in USA produca occupazione? Accorciare le filiere è ragionevole se fatto con saggezza e se condiviso, perché i servizi che vestono questa manifattura sono globalizzati come la componentistica e uniti in una rete interdipendente e dunque serve equilibrio per non distruggere e per anni quanto costruito lentamente in decenni se non in secoli. Ma non al prezzo di una recessione globale o dell’indicibile in una campagna elettorale. Dunque non conviene al mondo e al dollaro che sembrano fermarsi, per ora, anche per soglie “lineari” che non tengono conto della struttura delle filiere, né piccole né grandi e dove (quasi) tutte globali. Dazi del 25% su auto prodotte all’estero quasi allineando il righello attorno al 50% del reciproco delle tariffe già esistenti, premiando la Gran Bretagna con “solo” il 10% “paese fratello” ma che cerca di rinforzare le relazioni commerciali con l’Europa compresa la sicurezza. Trump dovrà allora spiegare gli effetti recessivi ai suoi elettori MAGA innanzitutto. Serve quindi una risposta unitaria corale dell’Europa in modo compatto e che è già avanti nell’uso del debito per la sicurezza (dai 150 mil.di a debito a quelli nazionali da coordinare ed Eurobond sganciandoli dal Patto di Stabilità) del quale necessitiamo con urgenza. E intanto anche le borse mondiali cadono e “votano contro” (con soglie medie del 3% e con la punta milanese del – 7%) con tonfo dei Futures e inoltre l’inflazione salirà a partire dagli USA e a breve.

Mentre la scommessa sugli investimenti che tornerebbero negli USA dopo questo nuovo ordine esecutivo che promette il nuovo Eldorado e con una “the new old age” si allontana nel tempo e forse gli effetti li vedremo tra tre-cinque anni. Basti ricordare che un 787 Dream Liner ha componenti strategici che provengono da 25 paesi tra cui l’Italia, Francia, Giappone, UK, ecc. Come produrrebbero gli americani il Prosecco o il Brunello di Montalcino, oppure come pescheranno il salmone norvegese nell’Ohio o nel Wisconsin oppure le banane del Madagascar in Texas? E le aziende di servizi importatrici che vivono su quel vino e quel salmone in USA? L’ossessione trumpiana (strabica) per le merci è evidente ma pesano solo il 18% sul PIL con i servizi al 77% e dunque sembra emergere una certa incompetenza, come sostiene con forza il Financial Times (4 aprile) parlando di sostanziale “autolesionismo” o la “stupidità” di cui parla Hillary Clinton. Distorsiva dunque nella miopia da primo anno della Facoltà di Economia considerando solo la bilancia commerciale (merci) senza guardare alle partite correnti (merci, servizi, redditi). Dimenticando sulla lavagnetta i diritti miliardari incassati dalle Big Tech su piattaforme e servizi. Gli impatti di “sostituzione” sull’occupazione sembrano interessare più il mondo dei servizi che non quello manifatturiero già avanti nella penetrazione di robot nei processi operativi (da oltre 30 anni) e che ora (con l’AI) investiranno di più i colletti bianchi che non i colletti blue della Rust Belt tra Appalachi e Grandi Laghi a Nord. Il rischio vero è l’innesco evidente di una recessione globale sul veicolo di una “stagflazione” alimentata da protezionismo nazionalista che produrrà oltre che inflazione anche disoccupazione (a breve-medio termine) con prospettive scure sul futuro. Quindi eletto sull’onda della promessa di abbattere l’inflazione, ora con tale mossa strategica “daziaria” ottocentesca sembra invece riaccenderla, smentendo quanto detto in campagna elettorale. Iniettando sfiducia e incertezza diffuse.

Orsini di Confindustria chiede che l’UE risponda compatta per proteggere lavoro, investimenti ed energia per i quali serve un piano europeo, visto che avrà un impatto sul PIL continentale almeno dimezzandolo anche se già era attesa una crescita debole e sotto 0,5%. Per questo si dovrà provare a “recuperare” anche su nuovi mercati, con l’India, la Cina e con il MERCOSUR. La Presidente del consiglio cercherà di chiedere sussidi all’UE da una parte e dall’altra aprire a nuovi mercati riavviando i rapporti commerciali con Cina e India? In Italia più di altri si incastreranno bassi salari e prezzi alti con impatti immediati di riduzione della domanda e con questa anche dell’occupazione e degli investimenti in un circolo vizioso: shock da offerta e da domanda si sommeranno con salari calanti (ancora) e prezzi crescenti abbattendo il potere d’acquisto “con stallo”. L’UE dovrà gestire la negoziazione, innanzitutto mitigando le barriere tariffarie interne all’UE e nel caos che avanza all’esterno approntando Piani di difesa e sicurezza condivisi anche sapendo che gli “USA non potranno uscire dalla Nato” (parole di Rubio). Servirà cioè più autonomia nell’unità politica e commerciale come componenti strategiche della sicurezza. Unica notizia “buona” (o forse no?) è il (quasi) “licenziamento” di Musk con reazioni positive sulla quotazione di Tesla dopo settimane di “lacrime e sangue” e sedizione degli azionisti se non rientrerà nell’amministrazione delle sue aziende sparando acqua sull’incendio. Ma avendo pesato anche il disastro Doge gestito in modo sbagliato  e dilettantesco da Musk e con effetti sistemici inaccettabili, lanciando l’elefante nella cristalleria senza assumerne la responsabilità delle conseguenze sociali ed economiche per fantasiose “battaglie contro le elite” (dai giudici, ai medici, ai professori universitari).

Dimostrando che la confusione tra politica e affari non può mai essere una “best practice” per gli immensi conflitti di interesse che genera e se poi globali anche peggio. Con l’aggiunta che si rafforza una “economia di guerra” e con un fronte occidentale che rischia lo sfaldamento saldandosi con la “coperta globale” dei dazi pur con una UE che nella “prudenza” dichiara di esserci ma che sarà efficace solo se unita commercialmente e nella sicurezza oltre che con uno sguardo globale. Meloni cosa farà, potrà continuare a difendere Trump nell’impossibile “ponte” tra USA e UE? Minimizzare non serve molto anzi forse è proprio sbagliato? Probabilmente non preparata a questo global crash come lo chiama il FMI? Certo ora dovrà essere più chiara lasciando le consuete ambiguità galleggianti e facendo i conti con la realtà, ossia “gli (endo) barbari alle porte dell’Occidente” avendo Trump “liberato” gli “eso-barbari” di Nord-Est che stanno provando a decomporre la “Grande Idea” collettiva, inclusiva e solidale contenuta nell’anima profonda del Progetto Europeo. Un’Europa da mettere al servizio di un Occidente che non è una fortezza dove rinchiudersi ma da aprire al mondo, nel multiculturalismo e nell’inclusione marcando le differenze tra democrazie liberali e democrature autoritarie. Questa la mission che continua ad essere fondamentale per una Europa che dovrà essere sempre più unita e integrata dalla moneta alla sicurezza, dalle politiche energetiche a quelle industriali, fiscali e sanitarie negoziando al meglio le condizioni sul tavolo guardando agli equilibri globali perché nessuno è solo nell’Universo, piaccia o no.

Solo l’Europa unita potrà imporre strategie anti dazi con “minacce credibili” per mettersi al tavolo del negoziato nella consapevolezza che siamo un grande mercato da 450 milioni di consumatori e di 30 milioni di aziende nella difesa dei diritti, delle regole e della dignità umana per società e mercati aperti e per questo il mondo ci guarda e attende segnali, gesti concreti di dialogo e ascolto. Manovrando almeno tre leve e una delle quali è la tassazione dei servizi delle Big tech oltre al portafoglio dei prodotti americani in senso largo per “calibrare” logiche di reciprocità. Dall’altra diversificando verso nuovi mercati ma assieme ad altri nelle stesse condizioni e tuttavia con minori capacità d’acquisto. Esplorando con queste due leve i punti di equilibrio. Infine con un ritorno della Cina nel teatro globale da incoraggiare aprendo ad accordi commerciali all’insegna del libero scambio con vantaggi reciproci e occupando con saggezza lo spazio geo-politico e commerciale lasciato libero dagli USA alla ricerca di un diverso ruolo per un mondo più giusto quale garanzia ultima di un mondo di pace sulla strada di una prosperità che o è condivisa o non è.

Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è un progetto di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.