Letteratura
Alessandro Manzoni è un classico contemporaneo
Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista il Maradagal nel novembre del 2024.
Nell’esperienza delle cose e, tout court, nella vita capita non di rado che la distanza tra realtà e percezione, per ragioni complesse da sondare, sia oltremodo ampia. E, parallelamente, pur partendo da una valutazione per forza di cose soggettiva, può succedere di voler riavvicinare le due polarità del fenomeno, facendo, se non proprio giustizia, un po’ di chiarezza. Nelle conversazioni tra lettori si ha spesso la sensazione che la figura di Alessandro Manzoni, trascorsi ormai più di 150 anni dalla sua scomparsa, tenda a essere interpretata, in modo alquanto distorto, come distante da noi, in qualche modo inerte e cristallizzata nel suo tempo. Che il fenomeno abbia a che fare con l’obbligatorietà scolastica? Ovvero, con il fatto che l’appartenenza, naturale, e doverosa, di Manzoni al canone della letteratura italiana finisca per far apparire fin troppo formale il suo messaggio e per fare in modo che, quasi paradossalmente, per molti sia difficile leggere i suoi testi in modo davvero libero e autentico? Può darsi. Ma è anche possibile che l’eterogeneità della sua opera, che comprende poesia, tragedia, il primo romanzo della storia della nostra letteratura, riflessioni e saggi sulla scrittura e sulla lingua italiana e, nella Storia della colonna infame, sull’amministrazione della giustizia e su come spesso si formino e si orientino le opinioni delle masse, e altro ancora, faccia di lui un autore complesso, di cui non è necessariamente facile e immediato farsi un’idea che vada oltre la superficie.
Del resto, Alessandro Zaccuri (1), pur sottolineando che I promessi sposi bastano ampiamente a fare di lui un grande scrittore popolare, evidenzia come, proprio in virtù della profondità e della qualità del suo lavoro, Manzoni possa essere considerato un writer’s writer, vale a dire un autore particolarmente amato e ammirato dai suoi colleghi, tra i quali si possono ricordare Johann Wolfgang Goethe, Walter Scott – pur criticandone la tendenza ad allontanarsi dalla verità storica e a indulgere nel romanzesco, Manzoni trasse ispirazione dall’opera dello scrittore scozzese per avviare la stesura di Fermo e Lucia, e quindi di I promessi sposi –, Edgar Allan Poe, Carlo Emilio Gadda, Leonardo Sciascia (2), Mario Pomilio, Giuseppe Antonio Borgese e, più di recente, Daniel Pennac. In ogni caso, una relazione appena attenta, e aliena da pregiudizi, con il suo lavoro, non può che rivelare uno scrittore, già nel metodo che caratterizza la sua indagine letteraria, in dialogo con i posteri – peraltro, lucidamente richiamati in un passaggio memorabile di Il cinque maggio – e capace di insegnarci ancora molto.
Tra gli aspetti più interessanti del suo lavoro di letterato, prima ancora che di scrittore, c’è senza dubbio la sua lunga e articolata riflessione sull’importanza di una poetica che ponga il vero come suo riferimento principale e, di conseguenza, su che cosa sia lecito inventare quando si scrive un’opera letteraria (3). Si tratta di una lezione di rigore filosofico e di onestà intellettuale preziosa anche per gli scrittori contemporanei che, pur operando in un contesto storico-letterario inevitabilmente mutato, dove coesistono forme diverse di autofiction e grandi narrazioni distopiche, tendono forse a porsi molto meno questo problema. Probabilmente, anche oggi un approccio alla scrittura altrettanto meditato sarebbe utile a molti autori. E dall’altra parte se, trascorsi due secoli, si può affrontare la questione con più leggerezza, lo si deve anche all’impegno di Manzoni, e di pochi altri, che si sono sobbarcati la fatica, che hanno ritenuto che un’indagine di questo tipo fosse importante, di più, necessaria, anche a danno del numero di opere pubblicate.
Inoltre, Storia della colonna infame, una sorta saggio narrativo dedicato ai processi agli untori durante la peste aggiunto all’edizione quarantana di I promessi sposi nel 1842, oltre a essere un’opera utile a far riflettere su come, in ogni epoca, ci si debba guardare dal rischio di arbitri e storture nell’amministrazione della giustizia, è un interessante esempio di non fiction novel ante litteram. Il fatto che da un lato Manzoni abbia pubblicato nel 1827 I promessi sposi, ovvero, un romanzo, un’opera di finzione di grande rilievo, e che dall’altro, già tra il 1828 e il 1831, abbia lavorato al saggio Del romanzo storico e, in genere, de’ componimenti misti di storia e d’invenzione, pubblicato poi nel 1850, in cui sostiene che il racconto del vero, della storia, non possa coesistere con delle parti di invenzione, contraddicendo, peraltro, quanto afferma nella Lettera a Monsieur Chauvet sull’unità di tempo e luogo nella tragedia del 1820, indica l’autenticità, il tratto radicale, e quindi la qualità, del suo interrogarsi, l’intensità portata al limite, all’esasperazione, fino a una quasi inevitabile contraddizione, del suo studio sul tema.
Anche il lavoro sulla lingua dei Promessi sposi, nel quale la questione letteraria è, considerato quanto l’autore tenesse all’unità dell’Italia, connessa a quella politica, dimostra ancora una volta l’ampiezza del lavoro di Manzoni e come questo sia stato fatto pensando al futuro, agli scrittori che sarebbero venuti dopo di lui. Manzoni capì che senza uno strumento linguistico nuovo il suo progetto di scrivere un grande romanzo storico non avrebbe avuto l’esito letterario, e nel tempo probabilmente anche di pubblico, che lui ricercava e decise di uniformare l’italiano del suo romanzo a quello effettivamente parlato dai fiorentini colti della sua epoca, pur con un’attenzione alla lingua dei ceti più popolari e con altre eccezioni, giustificate dalla varietà di registri che era opportuno concedersi in un’opera così vasta e complessa. Nessuno in tutta la storia della letteratura italiana ha fatto qualcosa di anche solo lontanamente paragonabile, tranne forse Dante Alighieri più di cinque secoli prima.
Ancora, Manzoni, nelle odi Marzo 1821 e 5 maggio, sia pure in uno scenario sociale e culturale distante da quello odierno, mostra, con versi potenti e pensati per fissarsi nella memoria – “Ei fu. Siccome immobile”, “Fu vera gloria? Ai posteri/ l’ardua sentenza” –, di saper usare la poesia per parlare degli eventi che segnano l’attualità, la politica e la storia nel suo farsi. Si tratta di un esempio prezioso per i poeti di contemporanei, la cui voce difficilmente viene ascoltata da pubblici estesi e spesso tende a essere marginalizzata dal flusso mediatico dominante.
Esaminando poi con più attenzione I promessi sposi, non si può non constatare come i suoi contenuti, così intimamente connessi ad aspetti profondi, e forse eterni, dell’umanità, siano attuali. Un saggio agile e puntuale di Matteo Bianchi si propone proprio di evidenziare la modernità di Manzoni e la sua capacità di parlare ai lettori odierni (4). Bianchi non manca di sottolineare come le pagine di grande acume psicologico in cui Manzoni mette a confronto Gertrude, la monaca di Monza, ovvero una figura femminile corrotta, divenuta cinica suo malgrado e privata dei desideri più veri da un percorso di vita che non aveva scelto e a cui era stata costretta dal padre, con Lucia, donna semplice, ma fedele alla sua aspirazione di amore e di matrimonio, siano magistrali nel mostrare quanto crescere in un ambiente manipolatorio possa pregiudicare la libera formazione della volontà e la possibilità di essere felice di una persona. E parallelamente la figura di Don Rodrigo, le cui mire prepotenti su Lucia e il cui proposito di impedirne il matrimonio con Renzo si fondano su una scommessa fatta con il cugino, il conte Attilio, è emblematica delle dinamiche, probabilmente rilevabili in ogni epoca, del potere e dell’abuso nelle relazioni.
E nell’ultimo capitolo del romanzo si dice che tra gli abitanti del paese della bergamasca dove Renzo e Lucia si erano trasferiti, aveva preso a circolare la voce, o meglio il pettegolezzo, che quest’ultima non fosse poi così bella, o almeno non quanto ci si sarebbe aspettati, quasi a voler insinuare dei dubbi sulle vicissitudini che i due giovani avevano dovuto attraversare per sposarsi e sfuggire al capriccio protervo di Don Rodrigo. In pochi paragrafi Manzoni palesa ancora una volta la sua abilità nel rivelare le ombre della psiche, mostrandoci come l’incapacità di empatizzare con le altre persone e le loro vicende possa facilmente inquinare le comunità umane, si tratti di un paese, di un quartiere o di una chiacchiera da condominio o da social network.
Infine, ove mai la scrittura di Manzoni da sola non bastasse, l’esperienza del periodo pandemico da poco trascorso, quasi come una cartina di tornasole, o una prova del nove, non può che dirci a posteriori che le pagine del romanzo dedicate al diffondersi della peste raccontano molto bene quel fenomeno sociale in base a cui, di fronte al sopraggiungere improvviso di una malattia o di un pericolo misterioso che riguardi la collettività, capita che si formino gruppi di persone che, invece di fare fronte comune contro i problemi, finiscono per agitare complotti e per esorcizzare le proprie paure inventandosi dei colpevoli, degli untori.
1) Alessandro Zaccuri, Luoghi dell’infinito, Avvenire, maggio, 2023.
2) Raffaello Palumbo Mosca, L’ombra di Don Alessandro. Manzoni nel Novecento, Inschibboleth, 2020.
3) Franco Suitner, I Promessi Sposi, un’idea di romanzo, Carocci editore, 2012.
4) Matteo Bianchi, Contemporaneo. Alessandro Manzoni e la parola in controluce, Oligo editore, 2023.
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