
Filosofia
Immaginari religiosi e media
Ci sono diversi elementi che influenzano la vita delle persone. Uno di questi risale alla notte dei tempi, potremmo dire che esiste da quando esiste lo stesso genere umano. Stiamo parlando della religione.
Come comunicano le religioni? Ne parliamo con il professor Roberto Revello.
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Roberto Revello, classe 1979, è docente a.c. presso l’Università degli Studi dell’Insubria, ateneo presso il quale ha conseguito un dottorato di ricerca in Filosofia delle scienze sociali e comunicazione simbolica.
Insegna “Immaginari religiosi e rappresentazioni mediatiche” nel corso di laurea in “Scienze della comunicazione”.
Con metodo filosofico, si interessa dunque di religioni, di immaginazione e di simboli. E’ direttore editoriale della casa editrice Mimesis di Milano.
Professor Revello partiamo dalle basi. Che cosa sono le religioni?
Che cosa sono le religioni è una domanda a cui è impossibile dare una risposta. O meglio, diciamo che è molto difficile dare una risposta quando ci si pone in maniera seria la domanda “cosa sia una religione”.
Le varie discipline scientifiche, che in ambito occidentale si sono occupate di studiare la religione, hanno finito per dissolvere quasi il proprio oggetto, dovendo contestare che la parola “religione” abbia un riferimento universale. Indubbiamente il concetto di religione risente del suo etimo latino che indica alcuni aspetti di pensiero e pratiche tipici di una certa civiltà e non di un’altra. Cosa vi possa corrispondere di universale per tutti gli uomini, in ogni luogo e tempo, non è affatto scontato o banale come l’utilizzo che facciamo di questa parola. Ma gli usi banali delle parole hanno a loro volta un senso.
Fingendo pertanto di poter tranciare ogni problematica storico-culturale, mi sentirei di dire che la religione sia indubbiamente un qualche cosa che è collegato strutturalmente con la comparsa dell’Homo sapiens sul pianeta Terra.
Quindi c’è Homo Sapiens perché ci sono determinati comportamenti, determinate credenze che contraddistinguono l’attività dell’Homo Sapiens e che hanno a che fare con la sua capacità di immaginare, creare simboli e pensare attraverso simboli.
Cosa distingue la religione dalla filosofia?
A partire dai Greci, noi possiamo parlare di filosofia distinguendola da ciò che definiamo invece religione. Non credo sia affatto giusto dire che solo in Occidente sia esistita la filosofia, e che il canone filosofico occidentale non possa essere confrontato con nessuna altra tradizione di pensiero. Però certo nelle polis greche è avvenuto qualcosa di unico.
Se la religione è qualcosa di così caratteristico dell’Homo sapiens da risalire alle sue stesse origini, la filosofia invece è un evento che accade: degli uomini hanno sviluppato pensieri e pratiche che si sono discostati profondamente dalla via della religione tradizionale (Socrate ha pagato con la propria vita questa separazione).
La filosofia è un qualche cosa che si diversifica dalla religione, ha dunque un’origine religiosa, ma la possiamo chiamare filosofia perché appunto crea un dissidio, un elemento critico rispetto alle religioni. Separare radicalmente religione e filosofia, è un errore tanto quanto non distinguerle.
Lei ha scritto: “quando siamo colpiti da un’idea filosofica profonda, quando ci affascina qualche tipo di spiritualità o proposta etica, raramente ciò avviene perché siamo di fronte a una serrata concatenazione logica o alla prova ostinata dei fatti”. Mi sta dicendo che le religioni sono solo un bel sogno?
Le religioni hanno sicuramente a che fare anche con i sogni come hanno a che fare con ogni tipo di attività, di immaginazione dell’essere umano. Ovviamente bisogna subito chiarire che immaginare non vuol dire affatto falsificare, costruire delle menzogne.
Noi immaginiamo cose che esistono, seppure esistono in modo diversi. Sogniamo a occhi aperti la persona che amiamo, l’immaginiamo quando non è qui con noi, ma generalmente amiamo qualcuno che esiste. Così ritenere che la religione abbia a che fare con l’immaginazione non vuol dire per forza affermare che tutte le religioni mentano, siano finzioni.
Anzi, ritengo che proprio concentrandoci sull’attività dell’immaginazione e sforzandoci per quanto possiamo di capire un po’ i meccanismi connessi, si possa giungere a un livello in cui possano intendersi almeno minimamente i credenti e i non credenti, chi pensa ci sia una realtà trascendente e chi ritiene che la realtà sia tutta umana.
Quali sono le tecniche di comunicazione sociale tradizionalmente utilizzate in passato dalle religioni e quali quelle attuali?
Non bisogna aver studiato Lévi-Strauss (ma male non fa…), per poter affermare che i miti, i simboli sono scambio, cioè comunicazione. Questo per dire che la comunicazione non è un di più, un’attività estrinseca alle religioni. Tutto il contrario.
Principalmente nell’epoca moderna della nostra storia occidentale, con la secolarizzazione, si affermano sistemi culturali, arti, mezzi di comunicazione parzialmente separati dalla sfera religiosa.
Ma pensiamo ad esempio alle pitture rupestri: oggi ci chiediamo a cosa servissero quelle rappresentazioni, tuttavia è una domanda che rivolgiamo con la nostra mentalità. Ci chiediamo se avessero un significato artistico, se avessero un significato ludico, se avessero un significato religioso, un significato magico. Queste sono domande di una mente secolarizzata.
La religione è comunicazione, le istituzioni religiose risentono invece dei mezzi di comunicazione di cui dispongono: quanto del successo del protestantesimo è connesso con l’invenzione della stampa? Ma inversamente, si può dire che determinate culture religiose contribuiscono a sviluppare una tecnologia mediatica piuttosto che un’altra. La fotografia, il cinema, nascono in un contesto cristiano, non musulmano, ad esempio.
L’ostentazione disinvolta del simbolo sacro è ancora un elemento vincente nella comunicazione. Abbiamo visto politici in Italia brandire in modo disinvolto e un po’ blasfemo rosari, santini e crocefissi. Pochi giorni fa il segretario di Stato americano Marco Rubio è apparso in televisione con una vistosa croce tracciata con la cenere in fronte.
Ostentare la propria fede per “marcare il campo” paga ancora nel XXI secolo?
Ogni strategia di comunicazione politico-religiosa deve essere contestualizzata. Gli Stati Uniti non sono l’Europa, siamo come dire due aree di quella che chiamiamo “civiltà occidentale”. La secolarizzazione è profonda negli Usa come in Europa, ma con enormi differenze. In America c’è un fortissimo pluralismo religioso, tuttavia la religione è presente e sentita fortemente. È raro che qualche personaggio pubblico dichiari di essere ateo. Il modello democratico americano è stato realizzato da persone e comunità profondamente religiose, tutto il XIX secolo, il XX secolo pullulano poi di effervescenza religiosa incredibile. Le rivoluzioni in Europa si scontrano con la Chiesa, la secolarizzazione qui ha significato perdita di fedeli.
Rubio è stato forse un filino pacchiano, ma il simbolo della croce così esibito è un chiaro messaggio, conforme a una rappresentazione generale che si sta dando tutta la presidenza Trump: una squadra che difende il bene e lotta contro il male, rappresentato da avversari espliciti e da forze occulte. C’è tutta una dinamica per cui questi simboli funzionano tanto nella misura sono elementi aggregativi quanto elementi di separazione, di scontro, di violenza identitaria. È la loro ambiguità a farne la forza.
In un contesto come quello italiano mi sentirei di sconsigliare una strategia del genere. L’esibizione strumentale di simboli religiosi è mal vista dal clero e dai fedeli sinceri, non fa parte certamente dello standard pubblico di un cattolico impegnato. Tentativi ridicoli come quelli di Salvini servono solo a caratterizzare istrionicamente il personaggio, un modo per far parlare di sé.
Il rapporto tra religione e media cambia in base al credito di ciascuna oppure esiste una sottile linea rossa che le assoggetta tutte a medesimi schemi di comportamento?
Ci sono caratteristiche che penso potremmo ritenere intrinseche, quindi il legame tra religioni e media può essere anche affrontato in una chiave universale.
Però allo stesso tempo bisogna ricordarsi che ogni religione, in senso di istituzione storica, è come fosse un organismo che interagisce con un proprio ambiente (ad esempio quello mediatico), segue quindi delle peculiari strategie che peraltro possono mutare molto significativamente a seconda dei momenti storici.
Se guardiamo alla storia europea, la riforma protestante si è contraddistinta per un utilizzo strategico dell’invenzione della stampa, la Bibbia doveva essere letta e non c’era arma più potente per destabilizzare l’autorità della Chiesa. Il cattolicesimo ha dovuto reagire a sua volta con una strategia specifica (un po’ come accade oggi con Internet in Cina o in altri paesi) .
Ancora, vediamo che un certo fondamentalismo islamico si è contraddistinto per un uso molto spregiudicato e violento dell’immagine a scopo di autopromozione (addirittura filmando atroci esecuzioni), in totale contrasto con il canone visuale delle culture islamiche tradizionali.
“Deus lo volt”. Passano i secoli e c’è sempre qualcuno che si fa trascinare a compiere azioni atroci in nome di qualche religione.
Allora forse aveva ragione Hegel quando sosteneva che “tutto ciò che l’uomo ha imparato dalla storia è che l’uomo dalla storia non ha imparato niente”.
Com’è possibile che dopo millenni certi schemi di comportamento si ripresentino come in un loop?
È una domanda molto interessante con tante possibili osservazioni che andrebbero fatte a riguardo. Negli ultimi anni, pur avendo lacune abbastanza importanti in certi ambiti scientifici, più propriamente della biologia, mi sono però convinto che le scienze umane, le scienze sociali abbiano molto da guadagnare da una maggiore integrazione con le scienze della vita, le scienze cognitive, la psicologia evolutiva e tanti altri campi.
Dico questo perché mi sembra interessante leggere questi loop negativi della storia umani come dei limiti biologici.
Ad esempio una delle cose che sicuramente insegnano gli evoluzionisti è che noi esseri umani non siamo semplicemente “animali sociali”, siamo animali sociali perché per garantire la nostra sopravvivenza siamo portati a formare dei piccoli gruppi, ma dei piccoli gruppi che sono in combattimento costante, in lotta con altri gruppi.
Un po’ più di umiltà verso questa condizione che ci accomuna con altri primati potrebbe aiutarci a comprendere e forse migliorare delle dinamiche molto negative di conflitti e di lotte a tutti i livelli, a tutte le stratificazioni sociali.
Nel suo testo “Religioni e media” lei scrive: “si è pensato, nel proporre questa pubblicazione, a dei futuri professionisti della comunicazione che un giorno potrebbero trovarsi a trattare temi che coinvolgono aspetti della religione e ci piacerebbe pensare che essi possano avere qualche strumento in più e un minimo di sensibilità per non cedere alla corsa, alla semplificazione, meglio sarebbe dire al semplicismo, al cinismo, a quei pericoli che oggi più che mai ci appaiono evidenti”.
I professionisti della comunicazione sono coscienti del proprio ruolo, oppure in qualche misura si sono arresi al lato scuro della forza?
Liberi e sinceri oppure disponibili a diffondere fake news al servizio del potente di turno?
Forse quello che ho scritto è una pia illusione, però proprio per questo chi prova a essere critico, chi ha compiti didattici e pedagogici nei confronti delle generazioni più giovani, deve provarci.
Di sicuro assistiamo ad un’accelerazione di ciò che per semplificare , possiamo chiamare il sistema delle fake news, delle eco chambers, dove è importante nutrire credenze rassicuranti per sé e attaccare gli altri senza tema di smentita, senza volontà di confrontarsi e di ricercare posizioni più complesse e articolate dialetticamente.
Allo stesso tempo, come mai nella nostra storia, abbiamo mezzi per resistere alle menzogne, per comprendere meglio le radici profonde dell’intolleranza, della violenza, per informarci, per coltivarci. Anche questo è un dato di fatto incontrovertibile.
Lei oltre che filosofo e docente universitario, è anche amministratore e direttore editoriale di una stimata casa editrice.
Si ritiene un editore ecumenico, pronto a pubblicare qualsiasi tesi in forza della libertà di espressione, oppure è più portato a fare una selezione di natura etica e morale prima di avviare i testi alla stampa.
Ho la fortuna di non pormi molto questo problema. Operiamo su un livello di saggistica dove non si viene autorizzati a parlare ma si deve dimostrare di avere i mezzi per poter sostenere un certo livello di discussione. Anzi il pericolo può essere ciò che Morin chiama la “moralina”, qualcosa di molto devastante… oggi più che mai si subisce una censura strisciante e un’autodisciplina quasi inconscia che produce molto conformismo anche in discussioni dove si dovrebbe osare, non avere paura di provocare e infiammare gli animi: la spregiudicatezza della filosofia.
Quindi per ragionare in maniera molto approssimativa… il testo di un vescovo cattolico si, il testo di un esponente della destra messianica israeliana si, il testo del Gran Maestro dei Nazisti dell’Illinois invece no…
Io odio i nazisti dell’Illinois…
Un vescovo italiano dipende da quello che dice, ma dobbiamo presumere abbia cose importanti da dire e prestargli ascolto non mi sembra un atteggiamento servile, altrettanto varrebbe per altri rappresenti religiosi. Peraltro pubblichiamo diversi bravissimi studiosi che sono uomini di Chiesa. Non siamo editori religiosi, ci interessa rappresentare il dibattito filosofico, far discutere sui grandi temi culturali e civili e più che il “luogo di provenienza” e le convinzioni di partenza, conta il metodo con cui ci si vuole confrontare. La destra messianica israeliana non credo sia interessata a confronti del genere e quindi è semmai più interessante pubblicare libri che provino a spiegare cos’è e perché esiste una destra messianica israeliana.
Per chiudere professore, vivremo meglio senza le religioni?
È una domanda difficile, da una parte mi trovo personalmente molto vicino a un punto di vista che definirei freudiano, al netto di ingenuità scientiste e positiviste… nell’Avvenire di un’illusione il buon Sigmund si chiede molto scettico se gli uomini giungeranno mai a quella maggiore età che consiste nel poter poggiare sulle proprie forze… dall’altra apprezzo sinceramente la creatività e la forza trascinante di cui sono capaci le persone religiose
Tanto più che oggi molti di noi, distaccati dalle religioni tradizionali, sentono l’esigenza di coltivare forme e pratiche di spiritualità laiche e secolari, individuali e comunitarie. Non ci riconosciamo in confessioni religiose e proprio per questo abbiamo bisogno di spiritualità, nemmeno nemmeno necessariamente collegata a una credenza in un Dio specifico o generico. Se tra diversi secoli ci sarà ancora l’Homo sapiens, sarà un uomo, un animale forse svincolato da tutto ciò, io però appartengo ancora a quell’umanità che comunica spesso in cui una dimensione religiosa, simbolica, spirituale, immaginale.
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