Geopolitica
Hormuz, lo shock petrolifero soffoca i più deboli
La crisi di Hormuz fa esplodere i prezzi del petrolio e soffoca i Paesi più vulnerabili: quasi un miliardo di persone rischia rincari energetici, inflazione e tagli ai servizi essenziali, avverte l’UNCTAD.
La chiusura parziale dello Stretto di Hormuz fa impennare i prezzi del petrolio e minaccia di approfondire la vulnerabilità di quasi un miliardo di persone nei Paesi più poveri del mondo. Secondo una nuova analisi della Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD), lo shock energetico potrebbe aggiungere oltre 20 miliardi di dollari all’anno alle fatture d’importazione dei Paesi meno sviluppati e dei piccoli Stati insulari, erodendo la loro stabilità economica e compromettendo servizi essenziali.
ELENA RUSCA, 17 giugno 2026
La crisi nello Stretto di Hormuz ricorda al mondo una verità scomoda: la geopolitica del petrolio non distribuisce equamente i suoi costi. Le tensioni militari nella regione – arteria attraverso la quale transita circa un terzo del greggio mondiale – hanno provocato un aumento brusco dei prezzi del petrolio e dei combustibili raffinati, con incrementi superiori al 40% e al 50% rispettivamente, secondo l’analisi dell’UNCTAD. Ma l’epicentro dell’impatto non si trova nei mercati finanziari né nelle grandi economie consumatrici: si trova nei Paesi più poveri e più isolati del sistema energetico globale.
«Quando lo Stretto di Hormuz viene strangolato, i più poveri e vulnerabili del mondo non riescono a respirare», avverte António Guterres nel rapporto. La frase riassume il carattere strutturale di una crisi che non è congiunturale, ma cumulativa.
Uno shock globale con un epicentro invisibile
Dei 75 Paesi considerati più vulnerabili – tra cui i Paesi meno sviluppati (PMS) e i piccoli Stati insulari in via di sviluppo (PEID) – 65 dipendono dalle importazioni di petrolio. Insieme rappresentano 983 milioni di persone, oltre il 30% delle quali vive con meno di tre dollari al giorno. Per questi Stati il petrolio non è solo un input energetico: è l’asse che sostiene il trasporto, la produzione agricola, l’elettricità e i servizi pubblici essenziali.
Il rapporto sottolinea che il 97,8% delle loro importazioni energetiche riguarda prodotti raffinati, non greggio. La mancanza di infrastrutture di raffinazione li rende particolarmente vulnerabili alle interruzioni logistiche e alla volatilità dei prezzi. In molti casi dipendono da rotte marittime lunghe, costose ed esposte a rischi geopolitici, il che amplifica l’impatto di qualsiasi perturbazione.
La crisi di Hormuz non rende solo più caro il petrolio: riconfigura la politica economica dell’energia, costringendo i Paesi più fragili a competere per carichi in un mercato saturo, dove i grandi acquirenti monopolizzano l’offerta disponibile.
Una bolletta impossibile: 20 miliardi di dollari aggiuntivi
L’UNCTAD stima che un aumento del 50% dei prezzi del petrolio — come quello osservato dopo l’escalation militare a Hormuz — incrementerebbe di 20,4 miliardi di dollari all’anno la bolletta energetica di questi Paesi. La maggior parte ricadrebbe sui Paesi Meno Sviluppati (16,1 miliardi), seguiti dai Paesi in via di Sviluppo a Piccola Isola (4,3 miliardi).
Per alcuni Stati, l’impatto è sproporzionato:
– Mauritania: +7,3% del PIL
– Gambia: +6,3%
– Vanuatu: +5,8%
– Maldive: +5,2%
In economie con margini fiscali ridotti queste cifre equivalgono a sacrificare investimenti sociali, infrastrutture o programmi di sviluppo. In alcuni casi significano rinunciare ai sussidi energetici, con conseguenti aumenti delle tariffe elettriche, trasporti più costosi e una pressione inflazionistica che colpisce le famiglie più povere.
Dipendenze pericolose: quando non esistono alternative
Il rapporto rivela un altro dato inquietante: diversi Paesi vulnerabili dipendono direttamente dal Golfo per il loro approvvigionamento.
– Seychelles: 99% del petrolio proviene dalla regione di Hormuz
– Uganda: 61,5%
– Mauritius: 58,3%
– Tanzania: 56%
L’interruzione del flusso non solo aumenta il costo del carburante: obbliga a cercare fornitori alternativi in un mercato saturo e volatile.
La geografia energetica diventa così destino economico. La dipendenza da un unico corridoio marittimo — stretto, militarizzato e geopoliticamente instabile — trasforma questi Paesi in ostaggi di dinamiche che non controllano.
Inflazione, debito e rallentamento: la tempesta perfetta
L’aumento del petrolio agisce come un moltiplicatore di fragilità:
– Inflazione: l’aumento dei costi di trasporto e carburante si trasferisce rapidamente ai prezzi degli alimenti e dei beni essenziali.
– Pressione fiscale: i governi devono scegliere tra sovvenzionare il carburante o mantenere i servizi di base.
– Rallentamento economico: deficit esterni più ampi, svalutazione monetaria e tassi d’interesse più alti frenano la crescita.
– Rischio sociale: l’aumento del costo della vita può scatenare proteste in Paesi con scarso margine politico.
L’UNCTAD avverte che, senza misure di sostegno, questi shock «approfondiranno le vulnerabilità strutturali» già esistenti. In altre parole: la crisi energetica può trasformarsi in crisi politica.
Un’architettura energetica diseguale
L’attuale situazione non è un incidente: è il risultato di decenni di dipendenza energetica, mancanza di diversificazione e un’architettura globale che penalizza chi ha meno capacità di assorbire shock esterni. I Paesi vulnerabili pagano di più per importare energia, hanno meno accesso ai finanziamenti e affrontano costi logistici più elevati.
La crisi di Hormuz mette a nudo questa asimmetria: mentre le grandi potenze possono ricorrere a riserve strategiche, diversificare i fornitori o influenzare i mercati, i Paesi più poveri restano intrappolati in un sistema che amplifica la loro fragilità.
Quale via d’uscita?
Il rapporto non si limita alla diagnosi. Indica l’urgenza di:
– meccanismi di sollievo finanziario per assorbire lo shock dei prezzi,
– garanzie di approvvigionamento per evitare interruzioni critiche,
– investimenti nelle energie rinnovabili per ridurre la dipendenza dal petrolio importato,
– cooperazione internazionale per stabilizzare i mercati e proteggere i più vulnerabili.
Ma lascia anche intravedere un avvertimento più profondo: finché la sicurezza energetica globale dipenderà da colli di bottiglia geopolitici come Hormuz, le crisi saranno ricorrenti e i loro costi ricadranno sempre sugli stessi.
Pubblicato sulla NewsLetter di PuntoCritico il 19 giugno 2026.
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