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Calcio

Il Toro che non era torinese

di Fabrizio Floris

Quasi nessuno dei protagonisti del Torino campione d’Italia nel 1976 era nato a Torino. Eppure quella squadra riuscì a incarnare come nessun’altra l’identità della città operaia. Una riflessione sul rapporto tra calcio, migrazioni, appartenenza e memoria collettiva.

3 Giugno 2026

Quando si pensa al Torino dello scudetto del 1976, l’immaginario collettivo lo colloca naturalmente dentro una Torino profondamente granata: popolare, operaia, cittadina. Eppure, c’è un dato che sorprende: quasi nessuno dei protagonisti di quella squadra era nato a Torino. Paolino Pulici veniva dalla Lombardia. Francesco Graziani dal Lazio. Renato Zaccarelli dalle Marche. Claudio Sala era lombardo. Anche molti altri simboli di quel Torino arrivavano da fuori Piemonte. Persino i giocatori cresciuti realmente nel vivaio granata erano relativamente pochi. Quindi perché quella squadra continua a essere percepita come una delle espressioni più autentiche dell’identità torinese? La risposta sta in qualcosa che va oltre il calcio. Sta nel rapporto tra la città industriale, le sue trasformazioni sociali e il bisogno collettivo di riconoscersi in una rappresentazione simbolica di sé. Negli anni Settanta Torino era la capitale industriale italiana, la FIAT dominava la città non soltanto economicamente, ma anche culturalmente e urbanisticamente. Migliaia di famiglie provenienti dal Sud Italia arrivavano nei quartieri operai della periferia torinese per lavorare nella catena di montaggio di Mirafiori. Una città nella città che non era solo una fabbrica, ma un mondo sociale, fatto di turni, sindacati, conflitti, solidarietà quotidiane e senso di appartenenza. In quel contesto il Torino rappresentava molto più di una squadra di calcio. Era percepito come il club della città popolare, della fatica, della dignità operaia. In opposizione simbolica alla Juventus FC, identificata da molti (spesso in modo semplificato, ma culturalmente potente) con la proprietà industriale e con l’establishment. Non era una distinzione sociologica perfetta: anche molti operai tifavano Juventus e il Toro aveva sostenitori in tutti i ceti sociali. Ma nell’immaginario urbano la contrapposizione funzionava. Il Toro incarnava una forma di appartenenza emotiva quasi esistenziale. A rafforzare questa dimensione contribuiva ancora la memoria del Grande Torino e della tragedia di Superga. Dopo il 1949 il Torino aveva assunto un significato che andava oltre lo sport: era diventato memoria collettiva, lutto cittadino, simbolo di rinascita e fedeltà. Per decenni essere del Toro significò anche riconoscersi in una storia di perdita e resistenza. Quando nel 1976 arrivò finalmente lo scudetto, molti tifosi lo vissero come il ritorno morale del Grande Torino. Non era soltanto una vittoria sportiva: era la sensazione che la città avesse ritrovato una parte di sé. Anche il modo di giocare contribuiva a questa identificazione. Il Torino allenato da Luigi Radice appariva come una squadra compatta, fisica, collettiva. Radice introdusse metodi moderni: pressing, preparazione atletica intensa, gioco corale, ma soprattutto costruì una squadra che sembrava “lavorare” in campo. In una città-fabbrica questo linguaggio veniva immediatamente riconosciuto. I giocatori apparivano vicini alla gente comune. Non ancora separati da distanze economiche e mediatiche gigantesche, frequentavano la città, i quartieri, i locali quotidiani della vita urbana. Erano campioni, ma ancora percepibili come persone normali. Ed è forse qui che emerge il paradosso più interessante: il Toro dello scudetto era poco torinese per nascita, ma profondamente torinese dal punto di vista simbolico. Perché rappresentava la composizione reale della città di allora: una Torino fatta di migrazioni interne, integrazione, lavoro industriale e costruzione collettiva di appartenenze. La squadra assomigliava alla città stessa: persone arrivate da luoghi diversi che, vivendo insieme, avevano finito per sentirsi parte di una medesima storia. Nel frattempo il calcio è cambiato radicalmente. Sono cambiate le società sportive, sempre più inserite dentro logiche finanziarie e globali. È cambiato il mercato, che ha trasformato i giocatori in figure sempre più mobili dentro circuiti internazionali. Sono cambiate le carriere e il rapporto stesso tra calciatori e territorio. I tifosi invece sono cambiati molto meno. Continuano a cercare nella squadra un legame territoriale, una riconoscibilità umana, una forma di appartenenza collettiva che il calcio contemporaneo tende progressivamente a indebolire. È forse anche da questa asimmetria che nasce il senso di distanza che molti tifosi avvertono. Oggi la rosa dei giocatori è globale, i giocatori restano poco, il rapporto con il territorio è più debole e mediato. Anche il Torino contemporaneo ha pochissimi giocatori nati in città e pochi cresciuti nel vivaio granata. Ma la differenza rispetto al 1976 non sta tanto nell’anagrafe, ma nel fatto che quel Toro riusciva ancora a incarnare socialmente la città. Era un’appartenenza capace di incarnarne simbolicamente la storia, il carattere e le tensioni collettive. Per questo dopo cinquant’anni quel Toro continua a occupare un posto così speciale nella memoria collettiva torinese perché seppe trasformare una squadra di calcio in una forma di rappresentazione collettiva della città.

calcio identità memoria sociologia Torino
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