Innovazione

Il governatore B.d’I. Panetta: “L’AI può divenire una leva decisiva per rilanciare la produttività”

Il governatore Panetta ha ragione sulla diagnosi. Ma “aumentare la produttività” è un’indicazione che nasconde più domande di quante ne risolva.

2 Giugno 2026

Il 29 maggio Fabio Panetta ha presentato le Considerazioni finali della Banca d’Italia sul 2025. È un documento denso e lucido, che merita la lettura. Il quadro che traccia è quello di un’economia mondiale sotto pressione (conflitto nel Golfo Persico, dazi, squilibri commerciali, inflazione in risalita) e di un’Italia che fatica a tenere il passo.

La diagnosi sull’Italia è severa e corretta. Dall’inizio del secolo la produttività per ora lavorata nel settore privato italiano è cresciuta del 6%, contro il 13-34% degli altri grandi paesi europei. Le imprese sono troppo piccole, innovano poco, investono i propri profitti in risparmio piuttosto che in tecnologia. Il capitale umano è insufficiente. I giovani laureati emigrano. Solo il 5% delle aziende fa un uso intensivo dell’AI, contro una media europea più alta.

La soluzione proposta è quella di sempre: aumentare la produttività attraverso l’adozione dell’AI, la formazione, il trasferimento tecnologico, il venture capital. L’intervento pubblico come “committente primario dell’innovazione”. Non è sbagliato. Ma prima di accettarlo vale la pena chiedersi cosa significhi davvero “produttività” e perché si preferisca questa parola ad altre più dirette.

Una sostituzione terminologica sospetta

Aumentare la produttività” e “aumentare il PIL” sono quasi sinonimi, perché la produttività di cui si parla è data dal PIL per ora lavorata in un determinato anno.

Il PIL evoca numeri aggregati, crescita macroeconomica, politiche pubbliche. La produttività evoca impegno, efficienza, e anche merito individuale. Dire “dobbiamo aumentare la produttività” attiva inconsciamente il confronto con chi lavora meglio di noi: il tedesco metodico, il giapponese indefesso, lo statunitense che non conosce ferie. Dire “dobbiamo aumentare il PIL” non produce lo stesso effetto emotivo e non implica nessuna colpa specifica.

Panetta scrive che “l’invecchiamento della popolazione rende indispensabile aumentare il contributo di ogni lavoratore e di ogni impresa.” È una frase rivelatrice. Tradotta: poiché ci sono meno lavoratori, ognuno deve produrre di più. È esattamente il frame del lavoratore come unità produttiva da ottimizzare e non come persona a cui la tecnologia potrebbe finalmente restituire tempo e libertà.

È una sostituzione che trasforma un obiettivo macroeconomico in una pressione morale sul lavoratore individuale. Non si dice apertamente: “lavorate di più e meglio”, ma lo si fa suonare così nelle orecchie di tutti. È il “liberismo reale” nella sua forma più sottile: non un’ideologia dichiarata, ma un linguaggio che orienta il senso comune.

Un cambio silenzioso che nessuno ha dichiarato

C’è poi qualcosa che quasi nessuno dice esplicitamente, e che vale la pena chiarire.

Quando gli economisti neoclassici di fine Ottocento parlarono di produttività  e la collegarono ai salari,  intendevano la produttività marginale: quanto produce l’ultimo lavoratore aggiunto in un processo produttivo. Era un concetto microeconomico e teorico, con una logica interna coerente: in un mercato perfettamente competitivo, il salario tende a eguagliare il contributo dell’ultimo lavoratore. Era sbagliata empiricamente, come hanno dimostrato decenni di ricerca eterodossa, ma almeno era una teoria distributiva.

La produttività di cui parlano oggi Panetta e tutti gli economisti mainstream è una cosa diversa: il PIL per ora lavorata, una media statistica aggregata che misura quanto prodotto nazionale viene generato per ogni ora di lavoro complessiva nel sistema economico. È una misura descrittiva, non una teoria distributiva. Non dice nulla su come quel prodotto viene distribuito tra chi lavora e chi possiede il capitale.

Il passaggio dall’una all’altra non è mai stato dichiarato ufficialmente. È avvenuto in silenzio, per convenienza. Si è conservato il significato della produttività marginale e la sua implicazione che chi è più produttivo merita di guadagnare di più, applicandolo a una misura aggregata che non ha le stesse proprietà teoriche. Si predica una cosa, se ne misura un’altra, sperando che nessuno noti la differenza.

Produttività: di chi, e per chi?

La produttività per ora lavorata è una media aggregata. Quando cresce, non dice nulla su dove va quella crescita.

Può crescere perché i lavoratori producono di più e pertanto dovrebbero essere pagati di più. Può crescere perché le imprese automatizzano e i profitti aumentano mentre i salari restano fermi. Può persino crescere comprimendo i salari a parità di output, perché la produttività è una frazione, e si può agire sul denominatore oltre che sul numeratore.

In Italia negli ultimi trent’anni i salari reali sono rimasti sostanzialmente fermi. La produttività cresceva poco, ma cresceva. La differenza è andata dove di solito va: ai margini delle imprese, ai profitti, al risparmio che lo stesso Panetta mostra essere elevato nelle aziende italiane. Non ai lavoratori.

Questo non è solo un caso italiano, ma è la dinamica documentata in tutte le economie avanzate dagli anni ’80 in poi. Negli USA dal 1979 ad oggi la produttività è cresciuta di oltre il 60% mentre i salari sono cresciuti  di meno di un terzo. La differenza non è evaporata, ma è stata catturata dal capitale.

I due circoli viziosi

Panetta individua quello che chiama un “circolo vizioso”: un sistema poco innovativo genera poca domanda di lavoro qualificato, il che disincentiva lo studio e la formazione, rendendo poi difficile adottare nuove tecnologie. È una diagnosi corretta.

Ma ne manca un’altra, altrettanto importante e ancora più urgente nell’era dell’AI: salari fermi generano consumi stagnanti, che scoraggiano gli investimenti delle imprese, che tengono ferma la produttività, che tiene fermi i salari. È il circolo vizioso dal lato della domanda, quello che Keynes aveva descritto novant’anni fa e che l’automazione ha reso strutturale.

La formazione e la riqualificazione spezzano il primo circolo vizioso. Non toccano il secondo. E finché il secondo non viene affrontato, aumentare la produttività significa semplicemente spostare la ricchezza prodotta dalle macchine verso chi possiede le macchine.

La trappola del tapis roulant (treadmill of production)

C’è poi un problema che l’ossessione per la produttività non vede, o finge di non vedere.

Con l’IA tutti diventano più produttivi. Chi la adotta guadagna un vantaggio competitivo per qualche mese, forse qualche anno. Poi i concorrenti si adeguano, lo standard si alza, il vantaggio sparisce. Chi faceva una cosa in venti ore, ora la fa in due. Ma due ore diventa rapidamente il nuovo minimo richiesto per essere competitivi. Il tempo non si libera: si intensifica il lavoro a parità di remunerazione, o si producono più cose che il mercato non è in grado di assorbire.

È il paradosso di Solow applicato all’IA: vediamo l’efficienza ovunque nelle nostre micro-giornate lavorative, tranne che nei dati macroeconomici sulla produttività aggregata. E anche laddove questa produttività crescesse davvero, la vera domanda inevasa resterebbe un’altra: chi beneficia, alla fine, di quella crescita?

Dove la produttività è davvero massima

Se la produttività per ora lavorata è la misura del successo economico, vale la pena chiedersi dove essa è massima. La risposta non è nelle fabbriche tedesche, o in quelle coreane.

È nel settore finanziario, dove un trader muove miliardi con un click. Nel settore estrattivo, dove un operaio petrolifero produce ricchezza che dipende quasi interamente dalla rendita della risorsa, non dal suo impegno sul lavoro. Nel farmaceutico, dove un brevetto garantisce rendite per vent’anni indipendentemente dall’intensità del lavoro.

Nessuno di questi settori è collegabile al modello di lavoratore indefesso che ci viene sempre proposto come esempio da imitare. Tutti estraggono rendita: dalla posizione geografica, dal monopolio, dal capitale finanziario, dalla proprietà intellettuale. La loro produttività non dipende da quanto si dedicano al lavoro, dipende da quanto bene sono posizionati nel sistema delle rendite.

Il paese più produttivo d’Europa in termini di PIL per ora lavorata è il Lussemburgo, questo grazie alla sua specializzazione finanziaria, non alla sua etica del lavoro. La Norvegia è tra i primi, grazie al petrolio del Mare del Nord. Se vogliamo imitare i più produttivi, dovremmo estrarre petrolio o diventare un paradiso fiscale, non lavorare con più impegno.

La domanda che nessuno fa

Panetta scrive che la rivoluzione tecnologica non produrrà spontaneamente benessere condiviso e deve essere governata. Che lo sviluppo dell’AI deve restare al servizio della persona, non della concentrazione del potere tecnologico. Sono affermazioni coraggiose per un governatore di banca centrale.

Ma poi la terapia proposta è quella consolidata: formazione, riqualificazione, adozione nelle PMI, venture capital. Strumenti utili, insufficienti di fronte alla velocità della transizione in corso e soprattutto silenziosi sul secondo circolo vizioso, quello dal lato della domanda aggregata.

La vera domanda che manca è questa: se l’AI aumenta la produttività ma non i salari, come è già successo con ogni precedente ondata tecnologica,  come si fa a far incontrare la domanda aggregata con l’offerta aggregata potenziata da questo aumento della produttività?

Le macchine producono ma non consumano. I profitti si accumulano ma non tornano automaticamente come domanda. La produttività può salire all’infinito, ma se i redditi da lavoro continuano a scendere in termini relativi, la domanda aggregata si contrae e il sistema si avvita su se stesso. È il paradosso che Keynes aveva identificato novant’anni fa confutando la legge di Say (oggi elevata di nuovo a dogma) e che l’AI rende più urgente che mai.

Governare la rivoluzione tecnologica significa anche decidere a chi va la produttività che genera. Ossia, come i frutti di quella produttività tornino sotto forma di reddito a chi è stato sostituito dalle nuove tecnologie (di cui l’AI è una parte). Non un sussidio, non un reddito universale piatto, ma un meccanismo che trasformi gradualmente i guadagni del lavoro artificiale in un reddito per mantenere i consumi e, tramite questi, i profitti delle imprese.

Finché questa domanda non entra nel dibattito ufficiale, “aumentare la produttività” resterà quello che è: un’indicazione che non indica ancora nulla.


Fabio Massimo Rampoldi è autore di Scritti di ALTER EGOnomia. AI e nuove tecnologie: un Alter Ego che lavora al posto nostro. Immodeste proposte per conservare il progresso e ridistribuire il benessere.

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