Geopolitica
La Moldova guarda a Bucarest: il tabù dell’unificazione che scuote l’Europa orientale
Le parole pronunciate dalla presidente moldava Maia Sandu hanno il peso di un evento storico. Dichiarare apertamente che voterebbe a favore dell’unificazione con la Romania, qualora si tenesse un referendum, non è solo una presa di posizione personale: è un segnale politico dirompente che tocca gli equilibri dell’Europa orientale, i rapporti con la Russia e il futuro stesso dello Stato moldavo.
Un’affermazione che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata impensabile per un capo di Stato in carica e che oggi, invece, riflette la profondità della crisi geopolitica innescata dalla guerra in Ucraina e dalla pressione russa nello spazio post-sovietico.
La Moldavia è da tempo uno dei Paesi più fragili del continente europeo. Con appena 2,4 milioni di abitanti, priva di accesso al mare e con un’economia debole, è stretta tra l’Ucraina in guerra e la Romania, membro dell’Unione Europea e della NATO. Fin dalla sua indipendenza nel 1991, il Paese vive una tensione identitaria irrisolta: da un lato una maggioranza di popolazione di lingua e cultura rumena, dall’altro una minoranza russofona concentrata soprattutto nella regione separatista della Transnistria, sostenuta politicamente e militarmente da Mosca.
Maia Sandu ha costruito la sua carriera politica proprio sulla promessa di ancorare definitivamente la Moldavia all’Occidente. Rieletta grazie a un chiaro mandato filo-europeo, la presidente ha più volte denunciato interferenze russe, campagne di disinformazione, finanziamenti occulti a partiti filomoscoviti e tentativi di destabilizzazione interna. In questo contesto, l’idea dell’unificazione con la Romania emerge non come un progetto romantico o nazionalista, bensì come una possibile ancora di salvezza istituzionale. Entrare nella Romania significherebbe, automaticamente, entrare nell’UE e nella NATO, ottenendo garanzie di sicurezza che la Moldavia, da sola, difficilmente potrà mai assicurarsi.
Il tema dell’unificazione non è nuovo. Moldavia e Romania condividono una lunga storia comune: fino al 1940, la Bessarabia – grosso modo l’attuale Moldavia – faceva parte della Romania, prima di essere annessa dall’Unione Sovietica in seguito al patto Molotov-Ribbentrop. Dopo il crollo dell’URSS, l’idea di una riunificazione riemerse con forza, ma fu presto accantonata per timore di tensioni etniche, resistenze interne e reazioni russe. Oggi, tuttavia, lo scenario è profondamente cambiato.
Un dato spesso sottolineato dagli analisti è che la maggioranza dei cittadini moldavi possiede già la cittadinanza romena. Bucarest ha infatti concesso negli ultimi anni centinaia di migliaia di passaporti a moldavi che possono dimostrare ascendenze romene. Questo ha creato una situazione paradossale: milioni di moldavi sono già, di fatto, cittadini dell’Unione Europea, pur vivendo in uno Stato formalmente esterno all’UE. L’unificazione, dunque, non sarebbe una rottura radicale, ma la formalizzazione di una realtà già esistente sul piano umano e giuridico.
Dal punto di vista della politica estera, però, si tratterebbe di un evento straordinario. Sarebbe la prima volta, dopo la fine della Guerra Fredda, che uno Stato post-sovietico decide volontariamente di dissolversi per unirsi a un altro Paese. Un precedente che Mosca percepirebbe come una sconfitta strategica gravissima. Non a caso, il Cremlino considera la Moldavia parte della propria “sfera di influenza” e vede nell’avvicinamento a Bucarest e Bruxelles una minaccia diretta.
Le implicazioni non si fermerebbero ai confini moldavi. Un eventuale successo dell’unificazione Moldavia-Romania potrebbe aprire scenari simili in altre aree sensibili dell’Europa orientale. Un esempio spesso citato è quello della Transcarpazia, regione dell’Ucraina occidentale dove vive una consistente minoranza ungherese, stimata in circa 150.000 persone. Budapest ha già mostrato in passato un forte interesse per la tutela – talvolta invadente – delle comunità magiare all’estero. Se l’argomento dell’autodeterminazione e dell’unificazione “per proteggere la democrazia” diventasse un precedente accettato, potrebbero riaccendersi rivendicazioni latenti anche in altri contesti multietnici.
È proprio questo l’aspetto che rende la dichiarazione di Sandu così delicata. Da un lato, l’unificazione appare come una scelta razionale di sicurezza e stabilità. Dall’altro, rischia di incrinare il principio dell’inviolabilità dei confini, già messo duramente alla prova dall’invasione russa dell’Ucraina. L’Occidente si troverebbe di fronte a un dilemma: sostenere un processo democratico e volontario, oppure temere l’effetto domino su altre regioni fragili.
Per ora, Maia Sandu si muove con cautela. Ha parlato di una scelta personale, non di una linea politica imminente. Un referendum, se mai si terrà, dovrà riflettere la volontà popolare e tenere conto delle minoranze interne. Ma il messaggio è chiaro: la Moldavia non vuole più restare nella “terra di nessuno” geopolitica. Che sia attraverso l’adesione all’UE o, in modo ancora più radicale, tramite l’unificazione con la Romania, Chisinau cerca una via d’uscita definitiva dall’ombra di Mosca.
In questo senso, le parole di Sandu segnano l’inizio di una nuova fase. Non è detto che l’unificazione avverrà davvero. Ma il solo fatto che se ne parli apertamente, ai massimi livelli dello Stato, dimostra quanto profondamente la guerra e le pressioni russe abbiano cambiato le coordinate politiche dell’Europa orientale. E quanto, oggi più che mai, la Moldavia sia diventata un piccolo Paese al centro di grandi scelte storiche.
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