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Mondo

Siamo davvero sotto attacco di Cina e Russia?

di Walter Rauti

Per proteggere il welfare, l’economia e la libertà di scelta, l’Europa deve capire che protezione e sicurezza non sono costi separati dalla prosperità, ma le sue precondizioni.

27 Giugno 2026

La fragilità strategica dell’Occidente

L’Europa è il continente più ricco del mondo, o comunque uno dei luoghi dove si concentra la più alta combinazione di risparmio privato, welfare pubblico, industria avanzata, infrastrutture, capitale umano e qualità della vita. Ma è anche il continente militarmente più fragile tra le grandi aree della competizione globale. Produce ricchezza, ma fatica a produrre sicurezza. Ha tecnologie, imprese, università, risparmio, moneta, mercati e capacità industriale, ma dipende ancora troppo dagli Stati Uniti per la propria difesa e da fornitori esterni per energia, materie prime, componenti critici e tecnologie decisive. Questa combinazione è pericolosa. Perché nella storia le aree ricche ma vulnerabili diventano appetibili. Non necessariamente perché qualcuno voglia conquistarle con i carri armati, ma perché possono essere condizionate, intimidite, divise, ricattate. La ricchezza senza deterrenza non genera autonomia. Genera esposizione. E oggi l’Europa rischia esattamente questo: essere abbastanza ricca da attirare pressione e abbastanza fragile da subirla.

È da qui che bisogna partire per rispondere a una domanda che molti giustamente si pongono con scetticismo sincero:
siamo davvero sotto attacco di Cina e Russia?

È una domanda legittima. Nessun carro armato cinese è entrato a Milano, messun missile russo è caduto su Roma. Nessuna portaerei straniera blocca oggi il porto di Genova o quello di Trieste. La vita quotidiana continua, si va al lavoro, si pagano le bollette, si discute di mutui, stipendi, sanità, scuola, sport, tasse e pensioni. Quando qualcuno parla di guerra, difesa, deterrenza o minacce ibride, una parte dell’opinione pubblica reagisce con fastidio o percependo una sorta di interesse di parte di chi ne parla. Davvero ogni crisi del mondo deve diventare un problema nostro?
La risposta più onesta è che non siamo sotto attacco nel modo in cui lo erano Londra nel 1940 o Kyiv nel 2022, ma siamo già dentro una pressione strategica continua, che non mira necessariamente a conquistarci, ma a renderci più deboli, più dipendenti, più divisi e meno capaci di decidere.
La guerra contemporanea, per chi la guarda con le categorie del Novecento, sembra spesso non essere ancora iniziata. Per chi la guarda con le categorie del presente, è già in corso da tempo.
Non sempre l’attacco comincia con un’invasione. Può cominciare con una dipendenza energetica. Con un cavo sottomarino vulnerabile. Con un attacco cyber. Con la disinformazione. Con la penetrazione industriale. Con il controllo delle materie prime. Con la coercizione commerciale. Con la militarizzazione di un mare. Con la trasformazione di un partner economico in un creditore politico. Con il lento spostamento del confine tra ciò che è accettabile e ciò che non lo è più.
È qui che Cina e Russia diventano un problema per l’Occidente. Non perché siano identiche. La Russia è una potenza revisionista aggressiva, economicamente più fragile, ma disposta a usare la guerra per riscrivere i confini europei. La Cina è una potenza sistemica, industriale, tecnologica, finanziaria e sempre più militare, che non ha bisogno di imitare Mosca per essere pericolosa. La Russia rompe le porte. La Cina cambia la serratura.

Il risultato però può convergere. Un mondo in cui la libertà occidentale di scegliere, commerciare, innovare, produrre e proteggere i propri interessi si restringe ogni anno un po’ di più.

Il falso conforto della distanza

Il Donbass sembra lontano. Taiwan sembra lontanissima. Eppure sono due luoghi molto più vicini alla nostra vita quotidiana di quanto appaia.
Il Donbass non è solo una regione dell’Ucraina orientale. È il punto in cui la Russia sta verificando se l’Europa è ancora capace di impedire che la forza militare modifichi stabilmente i confini. Taiwan non è solo un’isola dell’Asia orientale. È il punto in cui la Cina sta verificando se gli Stati Uniti e i loro alleati sono ancora capaci di proteggere l’equilibrio dell’Indo-Pacifico, cioè la regione dove si concentra una parte crescente della ricchezza, della tecnologia e della potenza globale.
Il paradosso è che questi due luoghi sono lontani geograficamente ma centrali politicamente. Se cade il Donbass, non cade soltanto un pezzo di Ucraina. Cade l’idea che l’aggressione abbia un costo insostenibile. Cade la credibilità della deterrenza europea. Cade la fiducia dei Paesi di frontiera nel fatto che il tempo giochi dalla parte dell’Occidente. Cade soprattutto la distinzione tra pace e semplice congelamento della guerra.
Una Russia premiata nel Donbass non diventa più prudente. Diventa più convinta che l’Occidente sappia indignarsi, sanzionare e discutere, ma non reggere nel lungo periodo.
Se cade Taiwan, non cade soltanto una democrazia asiatica. Cade uno dei principali perni tecnologici dell’economia globale. Cade la credibilità americana nell’Indo-Pacifico. Cade la fiducia di Giappone, Corea del Sud, Australia e Filippine nella capacità occidentale di contenere la coercizione cinese. Cade il principio secondo cui le rotte marittime, le catene del valore e le democrazie avanzate non possono essere assorbite con la forza o strangolate con un blocco.
Se cadono prima il Donbass e poi Taiwan, non siamo davanti a due sconfitte regionali. Siamo davanti a una sequenza strategica. E nella storia le sequenze contano più dei singoli eventi.

La Cina non è solo un concorrente economico

Per anni abbiamo guardato alla Cina soprattutto come a una questione commerciale. Fabbriche, export, import, investimenti, consumatori, infrastrutture, porti, tecnologie, batterie, pannelli solari, terre rare, auto elettriche, piattaforme digitali. L’idea implicita era semplice. La Cina può anche essere autoritaria, ma resta dentro un rapporto di interdipendenza economica. Noi compriamo da loro, loro vendono a noi. La globalizzazione, in fondo, avrebbe dovuto moderare la politica di potenza. Questa illusione è finita.

La Cina non è più soltanto la fabbrica del mondo. È un attore militare che sta costruendo gli strumenti per trasformare la propria potenza economica in coercizione strategica. La modernizzazione dell’Esercito Popolare di Liberazione, la crescita della marina, la capacità missilistica, la pressione quotidiana su Taiwan, la militarizzazione del Mar Cinese Meridionale, la proiezione nello spazio, nel cyber e nell’intelligenza artificiale non sono dettagli tecnici per specialisti. Sono la traduzione militare di una ambizione politica: impedire agli Stati Uniti e ai loro alleati di ostacolare l’ascesa cinese nelle aree che Pechino considera vitali.
Taiwan è il centro di questa ambizione. Non solo per ragioni simboliche e nazionalistiche, che pure sono decisive nella narrazione del Partito comunista cinese. Taiwan è anche una portaerei geografica nel cuore della prima catena di isole. È una democrazia tecnologica avanzata. È un nodo delle rotte marittime. È soprattutto una componente essenziale della produzione mondiale di semiconduttori avanzati.

Chi controlla Taiwan non controlla il mondo. Ma può destabilizzare il cuore tecnologico del mondo.
Questo riguarda anche noi. Riguarda le imprese italiane che usano microchip per produrre macchinari, automobili, dispositivi medici, sistemi energetici e componenti industriali. Riguarda la difesa europea, che dipende sempre più da elettronica avanzata, sensori, satelliti, droni, sistemi di comando e controllo. Riguarda le famiglie, perché una crisi sui semiconduttori non resta nei report degli analisti. Arriva nei prezzi, nei tempi di consegna, nella produzione industriale, nell’inflazione e nella crescita.

Pensare che Taiwan sia un problema asiatico è come pensare che Suez sia un problema egiziano o che il gas russo fosse un problema soltanto ucraino. È l’errore tipico dei Paesi che confondono la distanza geografica con l’irrilevanza strategica.

La Russia testa l’Europa, la Cina osserva il risultato

La guerra in Ucraina non è solo una guerra europea. È un test globale.
La Russia testa la capacità dell’Europa di sostenere una guerra lunga senza stancarsi politicamente, senza dividersi socialmente, senza cedere alla tentazione del “basta, purché finisca”. Testa la capacità degli Stati Uniti di restare impegnati in Europa mentre la competizione con la Cina assorbe risorse crescenti. Testa la capacità dell’industria occidentale di produrre munizioni, difesa aerea, droni, sistemi elettronici, logistica e manutenzione. La Cina osserva.
Osserva quante munizioni l’Occidente riesce a produrre. Osserva quanto tempo serve per decidere. Osserva le fratture tra europei e americani. Osserva il peso dell’opinione pubblica. Osserva la capacità russa di assorbire perdite enormi senza collassare. Osserva la nostra fatica nel trasformare la superiorità economica in capacità militare. Osserva se le sanzioni funzionano davvero. Osserva se il sostegno a Kyiv resiste ai cicli elettorali. Ogni esitazione occidentale in Ucraina diventa un’informazione utile per Pechino.

Non perché domani la Cina debba necessariamente invadere Taiwan. L’ipotesi più probabile potrebbe non essere lo sbarco anfibio totale, ma una combinazione di blocco, quarantena marittima, pressione cyber, isolamento politico, dimostrazioni missilistiche, guerra psicologica, infiltrazione informativa e pressione economica. Una guerra senza dichiarazione di guerra. Uno strangolamento progressivo presentato come questione interna.
Proprio per questo la lezione ucraina conta. Se la Russia riesce a ottenere territorio attraverso una guerra di logoramento, la Cina può concludere che l’Occidente è forte nel primo mese, retorico nel secondo, diviso nel terzo e stanco nel quarto anno. Se invece la Russia non viene premiata, il messaggio è opposto. La coercizione costa. L’aggressione logora l’aggressore. La superiorità industriale democratica può essere lenta, ma se organizzata diventa decisiva.
La deterrenza è anche comunicazione. E oggi il destinatario del messaggio non è solo Mosca. È anche Pechino.

Il Donbass non è una periferia

C’è un modo molto pericoloso di parlare del Donbass: trattarlo come una terra marginale, già devastata, forse sacrificabile in nome della pace.
È una tentazione comprensibile, perché dopo anni di guerra l’opinione pubblica cerca una via d’uscita, ma è anche una tentazione strategicamente miope: il Donbass non è solo territorio, è una linea politica.

Se la Russia ottiene il Donbass dopo averlo distrutto, svuotato e militarizzato, il messaggio al mondo è devastante. La conquista territoriale funziona, purché si abbia abbastanza brutalità e abbastanza pazienza. A quel punto la pace non sarebbe davvero pace. Sarebbe un armistizio pedagogico, perché insegnerebbe agli aggressori che il tempo lavora per loro.
Per l’Europa sarebbe un colpo alla propria architettura di sicurezza. I Paesi dell’Est capirebbero che il confine tra NATO e Russia diventerebbe più nervoso, più militarizzato e più costoso. La difesa europea dovrebbe crescere comunque, ma in condizioni peggiori. Più vicina alla minaccia, più urgente, più costosa, meno ordinata. Gli Stati Uniti sarebbero costretti a bilanciare ancora di più tra Europa e Indo-Pacifico. La Russia potrebbe ricostituire capacità, adattare la propria industria militare, consolidare il controllo sui territori occupati e preparare nuove pressioni.
Non è detto che attacchi subito un Paese NATO. Ma non serve sempre attaccare direttamente. Si può destabilizzare. Si può minacciare. Si può usare la Bielorussia. Si possono testare i Baltici. Si può agire nel Mar Nero. Si possono colpire infrastrutture critiche. Si può usare il cyber. Si può finanziare la disinformazione. Si può trasformare ogni elezione europea in un referendum indiretto sulla paura.

La Russia non deve conquistare Parigi per indebolire l’Europa. Le basta convincere gli europei che difendersi costa troppo.

Taiwan è la bolletta tecnologica dell’Occidente

Se il Donbass è la linea politica dell’Europa, Taiwan è la bolletta tecnologica dell’Occidente.
Dentro Taiwan ci sono smartphone, auto, radar, satelliti, data center, intelligenza artificiale, sistemi d’arma, reti elettriche, industria 4.0, sanità digitale, logistica, finanza e sicurezza nazionale. Non perché tutto venga prodotto lì, ma perché una parte decisiva della capacità avanzata passa da quell’ecosistema. Una crisi su Taiwan non avrebbe bisogno di concludersi con una bandiera cinese su Taipei per produrre danni enormi. Basterebbe un blocco parziale. Basterebbe l’incertezza sulle rotte. Basterebbe l’aumento dei costi assicurativi. Basterebbe il panico nelle supply chain. Basterebbe la sospensione di alcune esportazioni. Basterebbe il dubbio che gli Stati Uniti non siano disposti a intervenire. I mercati non aspettano la fine delle guerre per reagire. Reagiscono al rischio. E il rischio Taiwan sarebbe sistemico.

Per l’Italia significherebbe shock industriale. Per l’Europa significherebbe dipendenza tecnologica più acuta. Per gli Stati Uniti significherebbe crisi della propria architettura di alleanze. Per il Giappone e la Corea del Sud significherebbe vivere sotto la pressione diretta di una Cina capace di cambiare gli equilibri regionali con la forza. Per il mondo significherebbe scoprire che la globalizzazione non è un mercato neutrale, ma una infrastruttura politica che qualcuno può interrompere. È qui che la Cina diventa un pericolo anche militare per l’Occidente.
Non perché debba invadere l’Europa. Ma perché può mettere sotto ricatto il sistema da cui dipende la prosperità europea. Può farlo controllando materiali critici, tecnologie, rotte, porti, standard, dati, infrastrutture digitali e, in ultima istanza, usando la forza militare per imporre un nuovo equilibrio in Asia.
Un equilibrio cinese in Asia non resterebbe in Asia. Arriverebbe nei nostri prezzi, nelle nostre industrie, nelle nostre alleanze, nelle nostre università, nei nostri bilanci pubblici e nella nostra libertà diplomatica.

La guerra mondiale a pezzi

Non siamo nella Terza guerra mondiale. Ma siamo dentro una competizione mondiale a bassa intensità.
La differenza è importante. Non ci sono due blocchi perfettamente separati, non ci sono fronti continui, non c’è una mobilitazione totale delle società occidentali. Ma ci sono teatri collegati. Ucraina, Taiwan, Mar Rosso, Mar Nero, Artico, spazio, cyber, Africa, Mediterraneo, catene energetiche, terre rare, semiconduttori, cavi sottomarini. Ogni teatro sembra separato finché non si rompe. Poi scopriamo che era collegato a tutto il resto. È questo il mondo in cui siamo entrati. Un mondo in cui la dipendenza è tornata a essere potere.

La Russia usa energia, grano, migrazioni, disinformazione e guerra convenzionale. La Cina usa commercio, tecnologia, produzione industriale, finanza, pressione militare, controllo delle materie prime e influenza politica. L’Iran e la Corea del Nord completano il quadro con missili, droni, destabilizzazione regionale, proliferazione e sostegno operativo. Non è un’alleanza ideologica compatta come il vecchio blocco sovietico. È qualcosa di più flessibile e per certi versi più insidioso: una convergenza di convenienze tra potenze che vogliono ridurre la capacità dell’Occidente di fissare le regole. Il punto non è che Cina e Russia siano onnipotenti. Non lo sono. La Russia ha mostrato limiti militari enormi. La Cina ha vulnerabilità demografiche, finanziarie, industriali e politiche. Entrambe temono il fallimento. Entrambe sanno che l’Occidente conserva risorse straordinarie: economia, tecnologia, alleanze, università, capitale umano, attrattività, innovazione, moneta, mercati e industria.
Ma le risorse non bastano se non vengono organizzate.

La grande debolezza occidentale non è la mancanza di potenza. È la difficoltà di trasformare potenza in strategia. Abbiamo ricchezza, ma spesso non capacità produttiva pronta. Abbiamo tecnologia, ma non sempre controllo delle filiere. Abbiamo alleanze, ma spesso decisioni lente. Abbiamo opinioni pubbliche libere, ma vulnerabili alla manipolazione. Abbiamo strumenti militari sofisticati, ma scorte insufficienti. Abbiamo valori forti, ma talvolta li difendiamo come se fossero garantiti dalla storia. Non lo sono.

Il prezzo della pace

La pace non è l’assenza momentanea di guerra. È il risultato di un equilibrio credibile.
Per questo la domanda iniziale va riformulata. Non dobbiamo chiederci soltanto se siamo sotto attacco. Dobbiamo chiederci se siamo ancora capaci di impedire che l’attacco convenga.
La deterrenza serve a questo. Non è militarismo. Non è culto delle armi. Non è nostalgia della guerra fredda. È l’economia politica della pace: rendere troppo costoso per l’avversario trasformare la nostra vulnerabilità in ricatto.
Questo vale per l’Ucraina. Vale per Taiwan. Vale per il Mediterraneo. Vale per l’energia. Vale per i cavi. Vale per il cyber. Vale per l’industria. Vale per l’intelligenza artificiale. Vale per la scuola e l’università, perché senza capitale umano non c’è sovranità tecnologica. Vale per il bilancio pubblico, perché senza conti credibili non c’è autonomia strategica. Vale per la difesa, perché senza capacità militare anche la diplomazia diventa una richiesta di comprensione.L’Occidente non è spacciato se cade il Donbass. Non è spacciato il giorno dopo se cade Taiwan. Le civiltà non finiscono in una notte, certo, ma può cominciare una cosa forse più insidiosa: l’abitudine al ridimensionamento.
Prima si accetta che l’Ucraina perda territori perché “tanto erano contesi”. Poi si accetta che Taiwan venga strangolata perché “tanto è lontana”. Poi si accetta che le rotte siano meno sicure perché “non possiamo intervenire ovunque”. Poi si accetta che l’energia costi di più perché “il mondo è instabile”. Poi si accetta che le imprese delocalizzino perché “la competizione è globale”. Poi si accetta che alcune tecnologie non siano più disponibili perché “dipendiamo da altri”. Poi si accetta che la politica estera sia prudenza obbligata, non scelta sovrana.
A quel punto l’Occidente non è invaso, ma in declino.

Che cosa deve fare l’Europa

La risposta non può essere soltanto americana. Anzi, uno degli errori europei più gravi sarebbe pensare che Taiwan sia un problema degli Stati Uniti e che il Donbass sia un problema degli ucraini. Se l’America sarà costretta a concentrarsi sull’Indo-Pacifico, l’Europa dovrà assumersi più responsabilità sul proprio fronte orientale. Se l’Europa non regge in Ucraina, l’America sarà meno credibile in Asia. Se Taiwan cade, l’Europa pagherà comunque il conto tecnologico, industriale e finanziario. La sicurezza euro-atlantica e quella indo-pacifica sono ormai parte della stessa equazione. L’Europa deve quindi fare tre cose insieme: deve sostenere l’Ucraina non per generosità, ma per interesse strategico. Ogni euro speso per impedire alla Russia di vincere oggi riduce il costo della deterrenza domani.
Deve costruire una base industriale della difesa capace di produrre quantità, non solo eccellenza. La guerra in Ucraina ha dimostrato che la tecnologia conta, ma le scorte contano altrettanto. Missili, munizioni, droni, difesa aerea, guerra elettronica, manutenzione, logistica, cyber, satelliti, capacità subacquee non sono liste da addetti ai lavori. Sono la grammatica materiale della sovranità.
Deve infine ridurre le dipendenze critiche dalla Cina senza cadere nell’illusione autarchica. Non si tratta di chiudere i mercati, ma di capire che non tutte le interdipendenze sono uguali. Dipendere da un partner affidabile è una scelta economica. Dipendere da un rivale sistemico per tecnologie, materie prime e infrastrutture essenziali è una vulnerabilità politica.

L’Italia, in questo quadro, ha più interesse di altri a non dormire. È una potenza manifatturiera, marittima, energeticamente esposta, tecnologicamente integrata e geograficamente collocata nel Mediterraneo allargato. Dipende da rotte, porti, cavi, energia, semiconduttori, export, stabilità finanziaria e alleanze. Non può permettersi il lusso del provincialismo strategico.

La domanda vera

Siamo davvero sotto attacco di Cina e Russia?

La risposta è sì, se per attacco intendiamo una pressione sistematica sulla nostra capacità di restare liberi, prosperi e sovrani. La risposta è no, se cerchiamo solo l’immagine novecentesca dell’invasione diretta. Ma sarebbe un errore consolarci con la seconda risposta per evitare le conseguenze della prima.
La Cina non è un pericolo perché è cinese. È un pericolo perché la leadership di Pechino sta costruendo una capacità militare, tecnologica e industriale finalizzata a ridurre lo spazio di manovra dell’Occidente e a imporre nuovi rapporti di forza. La Russia non è un pericolo perché è russa. È un pericolo perché ha scelto di trasformare la guerra di conquista in strumento ordinario della propria politica estera.

Il punto non è odiare Cina e Russia. Il punto è non farsi disarmare dalla paura di nominarle.
Se cade il Donbass, l’Europa scopre che la guerra paga. Se cade Taiwan, il mondo scopre che anche la tecnologia può essere presa in ostaggio. Se cadono entrambi, l’Occidente scopre che la propria superiorità economica non basta più a proteggerlo.
Non sarebbe la fine immediata dell’Occidente. Sarebbe la fine della sua presunzione di invulnerabilità.
E forse è proprio da qui che bisogna ripartire: non dalla paura, ma dalla lucidità. La pace non si difende negando il pericolo. Si difende togliendo agli avversari la convenienza di trasformarlo in realtà.

Perché il vero rischio, oggi, non è dire agli italiani che il mondo è diventato più pericoloso. Il vero rischio è non dirglielo abbastanza chiaramente, e poi chiedere loro di pagare il prezzo della sorpresa.

#russia Cina europa italia
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