Teatro
Intervista a Virgilio Sieni: se la memoria di comunità è una Cerimonia
Sabato 30 maggio 2026 a Gibellina prenderà il via Cerimonia, una grande azione corale ideata dal coreografo Virgilio Sieni. La performance è concepita come un’azione che attraversa lo spazio urbano.
Gibellina. Bisogna vedere come lavora con le persone Virgilio Sieni: capire come e perché, nei suoi laboratori, si china a guardare quella persona lì, proprio quella, ad ascoltarne la voce, a scorgerne, con simpatia, tenerezza, attenzione, la luce e le ferite. La persona anziana che sprizza vitalità o quella malinconica, il ragazzo o la ragazza timidi o increduli nel capire che cosa veramente vuole da loro quel maestro, gli uomini e le donne e la fatica del loro aver vissuto incarnato nel loro vivere. Sieni, costruisce la sua pratica coreografica a partire da una attività di ricerca profondamente umana e sapienziale, poi riutilizza creativamente i frammenti di senso che coglie dall’osservazione delle persone e dall’ascolto (attento, rispettosissimo, innamorato) delle loro storie, personali e comunitarie. Ogni gesto è il portato di una storia, di una ferita, di un’emozione: occorre provare a coglierla questa densità emozionale e concettuale. Però, si badi bene, questa pratica laboratoriale, importante, vitalissima, non è soltanto un precedente (uno dei diversi precedenti possibili) della sua attività coreografica: negli anni essa ha finito con l’assumere una singolare e interessante autonomia estetica legata alla realizzazione di installazioni o di momenti performativi che attingono comunitari la loro possibilità, non tanto a delle definitive formalizzazioni, quanto ai concetti di dialogo (con le persone, con le comunità e le loro ferite, con i luoghi, con il paesaggio), di costruzione di comunità, di svelamento e di rito. È quanto vien fatto di pensare in relazione a “Cerimonia”, l’importante progetto di attenzione, di osservazione, di ascolto, di memoria ritrovata e condivisa e di gesti che si fanno arte, che per tre settimane ha coinvolto gli abitanti di quattro comuni della Valle del Belìce, ovvero Gibellina (quest’anno – meritatamente – Capitale Italiana dell’arte contemporanea), Salemi, Salaparuta, Santa Ninfa, e che si concluderà il 30 maggio a Gibellina con una grande azione comunitaria e installativa. Abbiamo dialogato con il coreografo che così ci ha raccontato il suo lavoro.
Gibellina sembra essere diventata una presenza costante nella sua ricerca artistica e, in qualche modo, sapienziale: che cosa la sollecita maggiormente di questa particolarissima realtà urbana e, complessivamente, del territorio del Belìce?
«Direi l’immaginario, perché Gibellina per noi che nascevamo artisticamente negli anni 80, è un avamposto tra l’Europa e l’Africa, un’incredibile utopia d’immersione nell’arte e poi c’era – come c’è ancora oggi – il fascino della Sicilia. Ciò che mi interessa di questo territorio è principalmente il senso di un’archeologia sorgiva, da praticare tra le rovine e le macerie e, soprattutto, la forza delle comunità. Sono attratto dall’abisso che persiste ancora in questi luoghi. Luoghi frequentati da Danilo Dolci nelle prime marce per la pace, luoghi abitati da povera gente restata negli accampamenti subito dopo il terremoto. Gente che, nonostante avesse perso tutto e si ritrovasse in estrema povertà, si ritrovava nel riutilizzo delle cose, nel manipolare quello che era rimasto. E in ciò ritrovava un senso forte di rigenerazione. Sono insomma così tante le cose che qui mi affascinano, mi attraggono, mi si rivelano estremamente illuminanti che ho trovato irresistibile l’idea di tornare a lavorare nel Belìce. E ovviamente c’è la fondamentale avventura umana e politica di Ludovico Corrao. Una vicenda umana estremamente illuminante: rinascere con l’arte e nell’arte. Chi passa da Gibellina percepisce ancora la potenza viva di questa illuminazione. Alcune sculture, alcuni elementi disposti nel paesaggio ancora oggi chiedono di essere compresi, manifestano con forza una domanda di senso che continua a sollecitare risposte».
Lei definisce “Cerimonia” il momento finale, performativo e corale, che sta realizzando a Gibellina per il 30 maggio. Un momento conclusivo preceduto da quattro azioni di “svelamento” sempre a Gibellina e poi a Salemi, a Santa Ninfa e a Salaparuta: ovvero «Un progetto di arte comunitaria che trasforma il gesto quotidiano in pratica condivisa e rito collettivo di rigenerazione». Può spiegare meglio di che cosa si tratta?

Perché è necessaria la ricerca e la costruzione di una ritualità laica? Perché serve un rito per rigenerarsi?
«Accade che ciascuno debba abbandonare le proprie posture rigide, superare i muri che sono stati alzati attraverso il ripetersi delle abitudini. In ogni movimento, in ogni pratica che facciamo la persona si deve mettere in gioco, abbandonare qualcosa per far spazio a una cosa nuova che sta arrivando. Ma si tratta di un lavoro che si compie l’uno di fronte all’altro, un lavoro di condivisione assoluta e la formalizzazione dei gesti assume l’aspetto del rito perché, giorno dopo giorno, si vede che queste persone, lentamente, vengono attratte da una cosa che avevano, ma che ovviamente era nascosta. Scoprono questo senso inedito, ma sempre nuovo, dell’abitare un luogo, condividendo questa scoperta con gli altri. Questa cosa la chiamo rito. Questo lavoro assume una forma rituale perché ha bisogno di essere sedimentato, ha bisogno di essere formalizzato e ripetuto molte volte, fino a quando si perde il senso della ripetizione e si comincia – come è successo ad esempio ieri a Salaparuta – a percepire un rinnovamento continuo, nonostante che il gesto sembri sempre lo stesso».
Ci sono due personalità artistiche che il 24 maggio scorso, un po’ come i quattro paesi incontrati, attraversati e ascoltati, lei ha reso protagoniste di ulteriori momenti di “svelamento”: Renata Boero (al Museo di arte contemporanea di Gibellina) e Domenico Gaggini (al Museo di Arte Sacra di Salemi). Quali sono le motivazioni di questi omaggi?
«Sono artisti che ho frequentato nel tempo: Renata Boero addirittura l’ho invitata nel mio spazio a presentare le sue opere. E poi Domenico Gaggini, il padre del più famoso Antonello. Di Renata Boero è importantissimo a notare è il processo naturale dei colori: quello che lei fa è spostare continuamente questo processo, inseguire il lento trasformarsi dei colori da una cosa all’altra. Mi ha avvicinato molto alla sua opera soprattutto il suo dialogo con Carla Accardi: due donne che sicuramente sono un’esplosione di inventiva. Allo stesso tempo, a Salemi, nel Museo di Arte Sacra, abbiamo delle opere di Domenico Gaggini. Ecco, voglio dire che è la luce che mi attira verso il lavoro di Domenico, così come del resto anche in quello di Antonello (che ho conosciuto lavorando al Museo Abatellis di Palermo). Questi svizzeri che arrivano in Italia e subito vengono accolti, intuiscono una luce diversa che si riverbera nei volti e nei colli allungati delle loro opere. Una luce trasparente che praticamente rende orizzontali i piani di queste sculture. Diciamo che Gaggini, così come la bottega del Laurana, ci fa intuire che la luce può assumere aspetti diversi a seconda di come la si percepisce. Per Domenico Gaggini lo “svelamento” è la percezione della luce che si va trasformando in relazione alla percezione di essa. La percezione di una luce che tangendo il corpo gli dà una sembianza diversa. I volti del Gaggini quasi non vanno in profondità, ma sembrano dipanarsi in ampiezza. Siamo di fronte insomma a un’accoglienza della luce come elemento di mutamento».
Crediti fotografici di Marta Vulturaggio e Vincenzo Fugaldi .


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