Criminalità
Sicilia, Vittoria (RG): dentro il caso del Bar Tre Stelle, una storia che viene da lontano
Il dehors sequestrato, il pestaggio di un minorenne nello stesso spazio e il passato giudiziario che conduce all’operazione Tsunami: vicende diverse e lontane nel tempo che finiscono per convergere intorno allo stesso locale.
Plinti di cemento, putrelle d’acciaio, marciapiedi divelti, una porzione di strada occupata da lavori abusivi e, ogni giorno, tra i tavoli del locale, persone con precedenti per droga, alcune delle quali, secondo le informazioni raccolte per questa inchiesta, risulterebbero tuttora attive nello spaccio.
È questa la fotografia che porta al Bar Tre Stelle di Vittoria, all’angolo tra via Milano e via Bixio, un locale che torna al centro dell’attenzione per una successione di fatti appartenenti a piani diversi, che non possono essere automaticamente collegati tra loro ma finiscono per convergere nello stesso luogo.
L’ultimo è scritto nel cemento e nell’acciaio.
È la mattina dell’11 settembre quando la Polizia municipale e i tecnici comunali arrivano davanti al Tre Stelle dopo le segnalazioni dei cittadini. Quello che trovano va molto oltre il normale allestimento di uno spazio destinato alla somministrazione: il marciapiede è stato divelto, una consistente porzione della sede stradale è interessata dai lavori, sono stati realizzati plinti in cemento, posate putrelle d’acciaio e predisposti passaggi per le reti idriche, fognarie ed elettriche.
La dimensione dell’intervento pone subito una domanda: come si può arrivare a modificare in questo modo un marciapiede e parte della strada, dando avvio a opere strutturali di tale portata?
Un primo elemento emerge osservando ciò che è esposto davanti al cantiere. Un cartello regolare annuncia lavori di ristrutturazione, ma riguarda un appartamento al primo piano dell’edificio, sopra il Tre Stelle, non la struttura che sta prendendo forma al piano strada. Per chi passa senza fermarsi, tutto può apparire come parte dello stesso cantiere.
Alcuni residenti, però, leggono con maggiore attenzione l’avviso, notano la discrepanza e segnalano quanto sta accadendo. Gli uffici comunali intervengono immediatamente.
Secondo quanto riferito da fonti confidenziali, quando arriva la Polizia municipale proprio quel titolo viene indicato per giustificare i lavori. Gli agenti approfondiscono la documentazione e scoprono che riguarda l’appartamento al primo piano, mentre nel dehors si sta realizzando altro.
È il momento in cui quello che poteva ancora sembrare un unico cantiere si divide definitivamente: sopra ci sono i lavori indicati nell’avviso; sotto, cemento, acciaio e una struttura che non trova corrispondenza in quel titolo.
La discrepanza entra negli atti e viene fissata nell’ordinanza dell’11 settembre. La Direzione Urbanistica, dopo il sopralluogo congiunto con la Polizia municipale, rileva la «realizzazione di opere abusive», non conformi alla normativa vigente e prive della documentazione tecnica necessaria. L’area interessata, inoltre, insiste su suolo pubblico di proprietà del Comune di Vittoria.
L’ordinanza richiama il verbale di sequestro e ordina alla legale rappresentante della Caffetteria 3 Stelle srls l’immediata sospensione dei lavori, la dismissione di quanto realizzato e il totale ripristino dello stato dei luoghi, precisando che la demolizione è tecnicamente possibile.
Il ripristino dovrà avvenire entro cinque giorni dalla notifica, previo dissequestro e presentazione della relativa SCIA urbanistica con il pagamento della sanzione prevista. In caso contrario, il Comune disporrà l’intervento con mezzi propri a partire dall’undicesimo giorno, con spese a carico della proprietà. Alla Polizia municipale spetta controllare l’esecuzione dell’ordinanza, mentre il provvedimento viene trasmesso anche alla Prefettura e alla Procura della Repubblica di Ragusa.
È a questo punto che la vicenda smette di essere soltanto una questione di cemento, acciaio e autorizzazioni mancanti, perché dietro la struttura sequestrata comincia ad affiorare qualcosa di più ampio: il rapporto con le regole e la convinzione che possano essere spinte fino al limite, nella speranza che da qualche parte rimanga comunque un varco attraverso il quale passare.
È qui che affiora una parola difficile da evitare: protervia.
Una struttura di notevoli dimensioni cresce fino a interessare marciapiede e strada, mentre il titolo indicato agli agenti riguarda altro. Le segnalazioni dei cittadini interrompono quella progressione e portano, nel giro di poche ore, al sequestro e all’ordine di rimozione.
Il meccanismo, questa volta, si ferma davanti alla Caffetteria Tre Stelle.
Ma fermarsi al cemento significherebbe raccontare soltanto metà della storia, perché quel dehors lo abbiamo già visto. Per capire perché oggi torni al centro dell’attenzione bisogna lasciare per un momento l’11 settembre 2026, riportare indietro il calendario di quasi due anni e tornare nello spazio davanti al locale, quando sotto la stessa insegna non ci sono putrelle e plinti di cemento, ma un ragazzo minorenne circondato da altri giovani.
Il ragazzo nel dehors del Tre Stelle
Nel novembre del 2024, proprio nel dehors del locale, un ragazzo minorenne viene accerchiato e violentemente picchiato da altri giovani per motivi che restano da chiarire.
La scena è documentata da un filmato già pubblicato con i volti oscurati, considerata la presenza di numerosi minorenni. Il giovane finisce all’ospedale di Vittoria con lesioni importanti e, secondo quanto riferito dalla famiglia, dopo quell’episodio esce raramente di casa. Il padre trova anche le ruote della propria automobile tagliate, episodio interpretato dai familiari come un avvertimento.
Nelle sequenze finali del video compare anche un adulto: Giovanni Salerno. Secondo quanto documentato dalle immagini, assiste al pestaggio senza intervenire per fermarlo, aggredisce verbalmente il ragazzo e, in un passaggio della scena, lo trattiene mentre gli altri continuano a colpirlo.
Ma chi è Giovanni Salerno, l’uomo che compare in quelle immagini e che, quasi vent’anni prima, era già entrato nelle cronache giudiziarie di Vittoria?
Quel nome conduce a una vicenda molto più ampia, ricostruita attraverso sentenze definitive. Per comprenderla bisogna riavvolgere ancora il nastro e tornare all’operazione Tsunami.
Giovanni Salerno e l’operazione Tsunami
Il rapporto di Salerno con la Caffetteria Tre Stelle non nasce da una frequentazione occasionale: Giovanni Salerno è il marito della titolare dell’esercizio, che è a sua volta figlia di Pasquale Castellino, suo suocero e nome centrale nelle vecchie indagini sul narcotraffico vittoriese.
È l’operazione Tsunami a mettere insieme giudiziariamente i due uomini e a definirne i ruoli all’interno dello stesso sistema criminale. Le sentenze divenute definitive collocano Castellino al vertice del sodalizio, nella posizione di chi dirigeva e organizzava il traffico, mentre Salerno rappresentava uno degli snodi operativi attraverso i quali gli accordi e gli approvvigionamenti diventavano spostamenti concreti della droga da e verso Vittoria.
Salerno viene arrestato nell’ambito dell’operazione e successivamente condannato in via definitiva a sette anni di reclusione per reati in materia di stupefacenti, oltre alle pene accessorie previste dalla sentenza, tra cui l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, la sospensione della potestà genitoriale durante l’espiazione della pena e un periodo di libertà vigilata dopo la scarcerazione. Castellino, morto negli anni successivi, era il capo del sodalizio nel quale, secondo la ricostruzione giudiziaria, il genero svolgeva il ruolo di corriere.
Ed è proprio l’attività di autotrasportatore di Salerno a rendere concreto quel meccanismo. Camion, viaggi e carichi apparentemente ordinari diventano gli strumenti attraverso i quali gli stupefacenti vengono movimentati insieme alle merci dell’economia legale, sfruttando una rete di trasporti capace di collegare Vittoria con i luoghi di approvvigionamento e con gli intermediari della droga.
Seguendo quei viaggi, la geografia dell’inchiesta si allarga rapidamente. Quello che emerge non è più soltanto il funzionamento di un gruppo criminale locale, ma il suo inserimento in una filiera capace di attraversare regioni, Stati e continenti.
Dalla Lombardia alla Colombia
Le sentenze definitive e gli atti dell’inchiesta permettono di seguire quella rete oltre Vittoria: conducono verso l’area milanese e San Donato Milanese, incrociano ambienti criminali calabresi, attraversano la Germania e arrivano fino alla Colombia.
Vittoria emerge così non soltanto come mercato di destinazione, ma come terminale di una rete di approvvigionamento molto più ampia.
Il circuito ricostruito giudiziariamente seguiva una direttrice Colombia-Germania-Milano-Vittoria, sfruttando la stessa infrastruttura dell’economia legale: camion, autotrasportatori e merci che percorrevano quotidianamente le strade del commercio ordinario.
Fiori, frutta, ortaggi e altre merci diventavano lo scenario dietro il quale poteva muoversi una filiera criminale parallela, capace di utilizzare gli stessi territori, le stesse strade e gli stessi meccanismi logistici.
È uno degli aspetti che rende Tsunami ancora oggi importante per comprendere Vittoria: mostra quanto presto il narcotraffico avesse imparato a sfruttare la forza commerciale e la rete dei trasporti del territorio, trasformandole in un’infrastruttura invisibile.
Le frequentazioni del bar Tre Stelle
Quella è la storia consegnata alle sentenze. Quasi vent’anni dopo, però, il racconto sembra compiere uno di quei ritorni che appartengono ai romanzi di Alexandre Dumas, nei quali il passato non scompare ma riemerge quando meno lo si aspetta. Solo che qui non c’è finzione: lo sguardo torna al presente e si ferma davanti al Tre Stelle, dove il passato giudiziario di Giovanni Salerno non è l’unico elemento a richiamare l’attenzione.
Per capire perché non bisogna più seguire i camion lungo migliaia di chilometri né attraversare confini e continenti basta fermarsi davanti al locale, mettersi in un angolo e osservare per un po’ i tavoli. C’è chi arriva, si siede, parla, prende un caffè e lascia il posto ad altri. Tra quei volti ce ne sono alcuni che appartengono da anni alle cronache giudiziarie di Vittoria, uomini con precedenti per reati legati agli stupefacenti; alcuni di loro, secondo le informazioni raccolte per questa inchiesta, risulterebbero tuttora attivi nello spaccio.
Vista da quell’angolo della strada, la scena non racconta altro. Ma basta osservarla dall’angolo opposto perché quei volti e quei nomi comincino a raccontare un’altra storia: quella giudiziaria.
Poi il nastro del tempo riprende a scorrere in avanti e lo sguardo torna al presente, abbandona i tavoli e scende verso il marciapiede. È lì che ritrova il dehors, il cemento appena gettato e i sigilli apposti l’11 settembre.
I sigilli
Alla fine rimangono proprio quei sigilli, il marciapiede divelto, i plinti di cemento, le putrelle d’acciaio e una struttura che, secondo l’ordinanza del Comune, dovrà essere rimossa per restituire alla strada ciò che le è stato sottratto.
Ed è qui che la storia arriva alla fine, con la Polizia municipale e i tecnici comunali che intervengono, le opere che vengono sequestrate e l’ordinanza che dispone la rimozione di quanto realizzato e il totale ripristino dello stato dei luoghi. Gli atti vengono trasmessi anche alla Prefettura e alla Procura della Repubblica di Ragusa.
Quei sigilli, però, non raccontano più soltanto una vicenda urbanistica.
Dietro ci sono un dehors trasformato da opere abusive accertate dal Comune, un ragazzo picchiato in quello spazio meno di due anni prima, il passato giudiziario di Giovanni Salerno e le presenze che ancora oggi, secondo le fonti dell’inchiesta, riportano intorno a quei tavoli frammenti della storia del narcotraffico vittoriese.
Sono elementi che, messi in fila, obbligano a guardare oltre il singolo episodio e a interrogarsi sul rapporto fra quel luogo, ciò che vi è accaduto nel tempo e il modo in cui le regole vengono percepite quando il limite viene progressivamente avvicinato, forzato, messo alla prova.
È qui che la parola protervia, affiorata davanti al cemento e all’acciaio, ritorna sotto forma di una domanda rivolta alla città: quanto può durare la convinzione che prima o poi esista sempre una scappatoia?
La risposta non appartiene alle sentenze di vent’anni fa e non può essere affidata soltanto alla memoria di ciò che Vittoria ha già conosciuto. Appartiene al presente, ai cittadini che hanno segnalato ciò che stava accadendo e alle istituzioni che sono intervenute immediatamente, perché è proprio nel momento in cui qualcuno decide di non voltarsi dall’altra parte che una regola smette di essere soltanto una norma scritta e diventa un confine reale.
Un confine che deve essere visibile prima del cemento, prima delle putrelle, prima dei sigilli.
Perché la vera misura della presenza dello Stato non è soltanto la capacità di intervenire quando quel confine è stato superato, ma quella di dimostrare che le regole valgono prima che ciò che è stato realizzato diventi troppo grande per essere ignorato.
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