Partiti e politici
Il consueto mantra: le elezioni non si vincono al centro. Sarà vero?
In quelle rare occasioni in cui il centro-sinistra è riuscito a vincere, come partito con Renzi nelle Europee 2014 (Pd), come coalizione con Prodi nel 1996 e nel 2006 (Ulivo), lo sguardo era più rivolto al centro che a sinistra che, al contrario, quei governi li fece poi cadere.
Dopo il voto di mid-term negli Stati Uniti, torna prepotente la domanda che molti, da tempo antico, si sono sempre posti, senza riuscire mai ad ottenere una risposta esaustiva e definitiva. Una domanda riproposta ultimamente anche della stessa segretaria dem Elly Schlein. Per vincere le elezioni, è meglio puntare sul fronte centrista o su quello di sinistra?
Schlein ha già peraltro fornito la sua risposta, corroborata a suo dire dalle vicende italiane degli ultimi decenni: le elezioni non si vincono al centro. Quali siano le prove cui allude la leader del Pd non è dato sapere, dal momento che quando la formazione di centro-sinistra è riuscita a vincere un paio di volte a livello di coalizione, e in un’unica occasione a livello partitico, in tutte le occasioni le opzioni prevalenti erano molto vicine a quelle centriste, con Prodi nelle politiche del 1996 e del 2006 (l’Ulivo) e con Renzi nelle Europee del 2014 (Pd).
Ma le narrazioni sono spesso più solide delle realtà effettuali e quindi prendiamo per buona l’idea che quell’area possa vincere puntando più sulle opzioni di sinistra che a quelle centriste. Ma allora, a livello di elettorati, è interessante conoscere quanti si considerano di sinistra, all’interno del cosiddetto “campolargo”. Prendiamo in considerazione i maggiori 4 partiti che dovrebbero fare da asse portante, allo stato attuale, della coalizione oggi all’opposizione: Partito Democratico, Movimento 5 stelle, Alleanza Verdi+Sinistra e Italia Viva, in attesa di altri possibili alleati, come +Europa, Ruffini, Gabrielli, eccetera.
Sulla base delle numerose indagini effettuate negli ultimi mesi (in particolare da Ipsos-Doxa), osserviamo innanzitutto come gli intervistati che si identificano con queste forze politiche si dichiarino nella maggior parte dei casi all’interno di quei confini di auto-collocazione. Nello specifico, ci dicono di considerarsi di sinistra o di centro-sinistra quote comprese tra l’85 e il 90% degli elettori di Pd e AVS, percentuale che si riduce a livelli compresi tra il 55 e il 65% tra i pentastellati e renziani. Ma mentre tra gli elettori di Italia Viva appare molto gettonato il “centrismo” (30-40%), per chi vota Movimento 5 stelle rimane ancora molto presente la scelta di rifiutare le vecchie categorie di destra-sinistra, che per loro sono oggi superate; per questo una quota piuttosto consistente, superiore al 30%, non si identifica con quel tipo di auto-collocazione politica, alla quale si dichiara estraneo.
L’opzione centrista, tanto osteggiata da Schlein e Fratoianni, non pare al momento attuale particolarmente presente, considerato che la compagine di Renzi o le nuove possibili entrate in coalizione non rappresentano che una quota residuale al massimo del 4-5%, non sufficiente ad identificare il “Centro” come indirizzo prevalente di quella coalizione. Questioni di dibattito “finto”, pare di capire, per evitare di discutere di problemi seri e di proposte unitarie all’interno di una contrapposizione piuttosto evidente nei temi di politica estera (la guerra in Ucraina) e di politica interna (il problema migratorio).
Dunque, che sia vero o falso che si possa vincere al centro, resta il fatto più evidente che il centro non è quasi per nulla rappresentato dai partiti che fanno (o farebbero) parte della coalizione. Con buona pace di tutti.
Università degli Studi di Milano
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