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Non condivido le parole di Erri De Luca ma bruciare i suoi libri è un gesto miserabile
Non condivido le parole di Erri De Luca su Gaza. Ma chiedere di bruciare i suoi libri è un gesto miserabile. Gli scrittori si possono contestare, non cancellare. La cultura non è un tribunale morale. È il luogo della contraddizione, della ferita e del dubbio.
Non sono d’accordo con le parole di Erri De Luca rilasciata nell’intervista a Israel Hayom. E tengo anche presente che alcuni siti di fact-checking hanno contestato la deformazione online di parte delle sue dichiarazioni, sostenendo che certi virgolettati siano stati semplificati o manipolati. Ma anche accogliendo come autentica la frase riportata da “Il Foglio” — “Sono sionista. E a Gaza non c’è stato genocidio” — rimango contrario al pensiero politico espresso, non alla sua pluriennale letteratura.
Contesto pertanto l’urlo lanciato a pieni polmoni “Bruciamo i suoi libri”. Fare un rogo dei libri di un autore perché non si condivide più il suo pensiero è sempre un gesto miserabile. Non perché i libri siano sacri. Ma perché la lettura dovrebbe renderci capaci di attraversare il conflitto senza trasformarci in inquisitori.
Erri De Luca può essere contestato, criticato, contraddetto. È il destino di chi prende parola pubblicamente. Ma il rogo simbolico dei suoi libri racconta soprattutto la fragilità di chi non riesce più a distinguere un’opera da un tribunale morale.
Chi oggi vuole incendiare Montedidio, Tu mio, Il peso della farfalla o Solo andata non sta colpendo Netanyahu, il sionismo o Gaza. Sta solo mostrando di avere un rapporto infantile con la cultura. Come se un libro dovesse confermare per sempre la nostra identità politica per meritare di restare su uno scaffale.
Io non ho mai chiesto agli scrittori di essere santi. Ho chiesto ai libri di ferirmi, spostarmi, interrogarmi. E i libri di Erri De Luca questo continuano a farlo, anche adesso.
Altrimenti non si capirebbe nemmeno la continua santificazione civile e culturale di Pasolini, che nel suo privato viveva una vita che molti dei suoi stessi adoratori avrebbero definito “immorale”. O l’esaltazione poetica di Sandro Penna, il cui rapporto con i ragazzi è stato per decenni rimosso o trattato con un’indulgenza che oggi sarebbe impossibile. E ancora Pablo Neruda, che nelle memorie racconta uno stupro quasi con leggerezza o Pablo Picasso, descritto da molte compagne come distruttivo, narcisista e psicologicamente violento. Insomma, figure enormi della cultura occidentale, attraversate da ombre politiche, morali o biografiche profondissime.
Contestare l’errore non significa cancellare l’opera. Altrimenti la cultura diventerebbe un’anagrafe morale, non più un luogo di contraddizione, ferita e complessità.
Contestare l’errore, mai l’errante, perché la civiltà non è leggere solo chi ci somiglia. La civiltà è riuscire a non trasformare il dissenso in cenere.
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