Milano

Lo spirito di una Milano necessaria

12 Giugno 2026

Mia figlia ci ha lavorato qualche anno, da studente magistrale. Ha fatto bargirl, cassa, e con l’esperienza anche gestione caos tavoli e bancone. Lo scrivo perché mi ha permesso di scoprire quanto fosse affiatato, compagnone, il gruppo dei colleghi di lavoro. La vedevo sempre presa e sorridente, nonostante il ritmo serrato e le ore piccole obbligate. O forse anche per quello.

Perché ci andavo spesso. A godere la sua presenza, dinamica. Ad appoggiare il gomito al bancone, la platea che preferisco, e contemplare l’umanità disinvolta che si incrociava, ballando, ciciarando ai tavoli, ascoltando gruppi e musiche che non avrei mai ascoltato altrove, ma che lì mi mettevano bene. Un paese. Un bel paese. Pur sempre milanese, quindi un po’ fighetto. Ma quel fighetto che si stropiccia un po’, che smette di tirarsela. Uno Spirit contagioso. Che lievitava già nel vialetto con i mattoni vestiti green, anticamera al grande bancone e alla piazzetta.

L’appuntamento del martedì, i cinque del Milano 2.0, era un darselo, il cinque, e da anni, tanti, scandiva l’appartenenza alla tradizione del cabaret meneghino, il ritrovarsi per farsi due grasse risate, con qualche sorso di malinconia. Anche quando l’inverno costringeva al coperto. Un coperto con le luci giuste, un po’ opache e ruffiane, quelle che rendono complici. Il cibo c’era, dignitoso, e chissenefrega del gourmet, quelle tavoloni con tovaglie a quadretti da vecchia osteria sono come le madeleine di Proust, per l’umile scrivente.

La questione pratica, che coinvolge le proprietà private, il business, le regole, quelle inevitabili delle economie immobiliari, le sappiamo, ma possono fare solo da sottofondo, anche un po’ stonato, a qualcosa che ti abbracciava. Perché sì, lo Spirit de Milan era un abbraccio, una pacca sulla spalla, un sorseggiare nella brezza, un ballare improvvisato e sghembo, un angolino dove acquattarsi, con un drink e una dolce perplessità per compagni. Un luogo aperto. In una Milano che si esalta come metropoli europea, ma chiude occhi, porte, tasche. E come la Cristalleria della quale ha preso in prestito gli spazi, lo Spirit de Milan era, anzi è (voglio crederci ancora), preziosissimo. E fragile. Va maneggiato con cura.

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