Partiti e politici
La svolta che non c’è stata
Dopo il referendum, era nata nel campo (largo) l’illusione che quella scelta degli italiani fosse stato un prodromo, un’anticipazione di un più generale declino di simpatia e di fiducia verso i partiti della maggioranza. Oggi si è tornati con i piedi per terra…
Pare essere tornati allo scorso anno, o quanto meno ad un periodo precedente il referendum di marzo, quando si era assistito ad una forte scossa tellurica verso la partecipazione e nei confronti della compagine governativa. In nome della salvaguardia della Costituzione, milioni di cittadini si sono precipitati alle urne per raccontare le proprie impressioni nel merito della possibile riforma della Giustizia, o meglio della Magistratura. Soprattutto tanti giovani, si è scritto sulla base delle risultanze demoscopiche (ma chissà se è realmente vero: il Ministero dell’Interno, o gli uffici elettorali, gli unici che potrebbero verificare e certificare questa loro maggior affluenza, non lo fanno, e nessuno glielo chiede, purtroppo).
Resta il fatto che allora l’affluenza era stata comunque parecchio elevata, quasi simile alle precedenti elezioni politiche. E questo aveva giustamente “inorgoglito” le forze di opposizione, contrarie a quella riforma, che avevano vissuto la scelta di così tanti italiani come un primo tassello dell’alterità nei confronti di Meloni, di Nordio e più in generale del governo di centro-destra.
Così, era nata in quel campo (largo) l’illusione che quella scelta degli italiani, insieme alla sconfessione dell’appoggio alle politiche trumpiane, fosse stato un prodromo, un’anticipazione di un più generale declino di simpatia e di fiducia verso i partiti della maggioranza.
In realtà non era una reale illusione (mi sia permesso un piccolo gioco di parole): era corretto pensare che gli italiani cercavano qualcosa di nuovo, di diverso, di alternativo al potere attuale e al vecchio modo di fare politica “politichese”. Il “teatrino della politica”, con i vari personaggetti che rilasciano piccole sentenze in tutti i telegiornali, che ogni giorno parlano delle possibili micro o macro-alleanze con questa o quell’altra forza politica, se sia più giusto indire al più presto primarie oppure aspettare tatticamente che si avvicini la data del voto, se sia meglio e più produttivo cambiare il tavolo da gioco, mutare la legge elettorale a colpi di maggioranza, oppure con un dialogo serrato con le opposizioni, se sia meglio chiamarsi anti-sionisti oppure anti-israeliani, se il candidato-premier debba essere indicato prima o dopo il voto… Insomma, tutto ciò che gli italiani continuano a detestare ogni giorno di più, disertando le urne in maniera sempre più massiccia.
In questa occasione, il trend discendente della partecipazione è tornato a evidenziare il disinteresse sempre più avvertito nei confronti anche delle amministrazioni locali, dei sindaci, di coloro che dovrebbero essere i più vicini ai cittadini: in molte regioni si raggiunge a stento il 50% dei votanti, in provincia di Milano siamo addirittura andati sotto la metà degli aventi-diritto che si sono recati alle urne, e qui non si può nemmeno invocare, come si fa nel sud, il tema dei tanti emigrati; semplicemente, oltre il 47% dei lombardi si sono disinteressati della consultazione in cui dovevano decidere chi li avrebbe guidati per i prossimi cinque anni, con tutti i problemi che ci stanno capitando addosso, dalla crisi energetica alla sicurezza, dal costo della vita all’inserimento degli stranieri.
Il discorso è quello di sempre: non si crede che la politica, quella nazionale come quella locale, sia in grado di fronteggiare questi problemi. Molti avevano sperato, soprattutto nell’elettorato di opposizione, che quei partiti del campo (largo, lungo o come si vuole definirlo) avessero imparato la lezione del referendum: individuare 5 punti fondamentali su cui puntare per il futuro, sia a livello nazionale che locale, con proposte politiche chiare, concrete e monitorabili, in vista delle importanti elezioni amministrative e politiche del prossimo anno: un cambiamento di marcia nella comunicazione e nelle tematiche da affrontare.
Invece, nulla o quasi. Gli elettori (sempre meno) che si sono recati alle urne hanno in generale rivotato per la propria parte politica, salvo poche eccezioni, quasi casuali, oppure basate sulla scelta di personalità coinvolgenti ed empatiche, come a Venezia, o a Salerno, o a Reggio Calabria o Enna. Così, punti causali nel firmamento di una politica sempre più allo sfascio.
Università Statale di Milano
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