Mondo

In Bosnia ha vinto la rassegnazione

Soffocato da un sistema costituzionale datato, legato alle divisioni etniche, il voto di domenica si è concluso con una bassa affluenza e l’ascesa dei nazionalismi. Tagliando fuori anche le 17 minoranze etniche del Paese.

10 Ottobre 2026

Questo articolo è stato pubblicato sulla newsletter PuntoCritico.info il 9 Ottobre 2026

Puoi trovare anche articoli anche su questa newsletter

Sarajevo è come un corpo ferito dalla Storia: tra le pietre e i palazzi moderni vedi ancora le cicatrici della guerra. La Bosnia, in generale, è un Paese a cui è stato impedito di curare le proprie ferite. Dopo gli accordi di Dayton, di cui allegato quarto è la costituzione della Bosnia Erzegovina, la vita politica del paese balcanico si è arenata in un complesso sistema istituzionale, a cui capo stanno tre “presidenti del consiglio”, per modo di dire: un bosgnacco, un serbo, un croato. I tre rappresentanti sono eletti per 4 anni e “ruotano” ogni 8 mesi, in un sistema bicamerale che governa la Federazione di Bosnia Erzegovina, divisa in 10 cantoni. Sì, perché non c’è solo il governo federale. Una ferita ancora aperta è quella della Repubblica Srpska, enclave a maggioranza serba con un proprio Presidente della Repubblica Srpska, un Primo Ministro e un governo locale con sede a Banja Luka, in un contesto monocamerale. Anche questa suddivisione, voluta dagli Accordi di Dayton, il testo degli accordi di pace che nel 1995 interruppe la peggiore catastrofe umanitaria della storia europea dopo la Seconda Guerra Mondiale: il genocidio di Bosnia ed Erzegovina.

Domenica mi dirigo al di fuori del centro storico, dove vicino a calamite e tipici caffettiere in rame stanno comparendo i primi Labubu – il primo segno della contaminazione turistica – e mi dirigo verso la parte meno pittoresca, con edifici sovietici e qualche grattacielo. Sarajevo è come un gatto accoccolato, in una conca formata da alture basse e circondata di verde. Non ti meraviglia che da quelle colline potessero prendere la mira dei cecchini: il cimitero ebraico, con le sue tombe con ancora i danni dei colpi di mortaio, dista appena mezz’ora a piedi dal centro città. Passano ore prima che si veda un vero e proprio afflusso di votanti nei seggi, organizzati nelle scuole. Me lo aveva detto Jasmin, il fixer con cui ho preso contatto venendo nella capitale, quando gli avevo detto di voler documentare le elezioni: «Non ti aspettare niente, anzi – aveva aggiunto – molti potrebbero non votare per protesta». E infatti l’affluenza si è fermata al 42%, il dato più basso dalla fine della guerra. Ma perché “protesta”? «Secondo me, molti sono stanchi della corruzione. Non vedono una reale alternativa, e quindi non vanno a votare» aveva detto lui, e le persone che fermo per strada, o con cui mi metto a chiacchierare davanti ai seggi, gli danno ragione. L. (alcuni hanno chiesto di rimanere anonimi) mi risponde alzando le spalle: «Uno vale l’altro, io non posso votare perché non ho chiesto i documenti per tempo, ma sincero? Non ci sarei andato comunque». Una rassegnazione diventata meme. In alcune strade di Sarajevo noto dei volantini elettorali con un candidato particolare, Mehmed Golubovic: un piccione; perché come ha dichiarato chi ha ideato questa campagna ironica “mancano più solo i piccioni come candidati”. In molti ritengono che i programmi siano tutti uguali, tante promesse ma poco mantenute. Un uomo che è venuto in compagnia della moglie va oltre, mi dice: «alle precedenti elezioni avevo sempre votato a sinistra, oggi ho deciso di votare l’ultradestra perché ho votato per protesta: voglio che il mio campo si renda conto che siamo stanchi di tutta questa corruzione». In un Paese come la Bosnia, dove esiste più il voto etnico che il binomio “destra vs sinistra”, non posso non chiedergli a chi si riferisce quando intende “la destra estrema”: forse lo SDA – Partito d’Azione Democratica, bosgnacco? O i nazionalisti croati di HDZ BiH? O ancora, il partito legato all’ex presidente della Repubblica Srpska Milorad Dodik, alleato del Cremlino e sostenitore del separatismo serbo? A questa domanda, abbassa gli occhi e tentenna, poi mi chiede: «Preferirei non dirlo». La moglie incalza: «Tanto, votando da una parte o dall’altra, è sempre la stessa cosa: sono tutti corrotti». In effetti, la Bosnia Erzegovina si attesta come 109esima nazione meno corrotta su 180 paesi, secondo l’Indice di Percezione della Corruzione 2025 riportato da Transparency International. In pratica uno dei peggiori in Europa, insieme all’Ucraina. Secondo i cittadini di Sarajevo questo è la causa dei mancati servizi, dai trasporti che collegano male e a singhiozzo il Paese fino alla mancata ricostruzione di Sarajevo, dove vicino ai grattacieli permangono case ancora straziate da buchi di proiettili e colpi di mortaio. A soffrire, soprattutto sono i giovani: la disoccupazione giovanile in Bosnia è al 28,2% e questo alimenta la diaspora di giovani bosniaci che partono per cercare fortuna in Europa, ma anche in Turchia e Paesi arabi, del bacino mediterraneo e non. «La diaspora è uno dei nostri punti di forza e una nostra ferita – mi spiega Jasmin, e ha ragione: si stima che i bosniaci nel mondo siano 5 milioni di persone, quasi il doppio della popolazione ancora nel Paese – è un problema perché qui ci mancano persone competenti per attuare le opere necessarie, non solo quelli diplomati: anche manovali, muratori e così via. Il punto non è più avere con cosa pagarli, il punto è trovarli».

La parola d’ordine, ai seggi, è “cambiamento”. Lo dice Mahatir, 25 anni: «Vado a votare perché voglio qualcuno cambiare le cose. Vogliamo più risorse, più uguaglianza. Non so chi verrà eletto, ma sappiamo quanto vengono pagati i nostri politici per ciò che poi non fanno. Vogliamo solo un posto migliore dove vivere». Asmir, un suo coetaneo vicino a lui, continua: «Molta gente non va a votare perché pensa che sia inutile, ma è una mentalità controintuitiva perché se non vai a esprimere la tua preferenza, allora nulla cambierà mai». Mi avvisano anche che conviene che veda più seggi, perché mi spiega Asmir con un sorriso amaro: «Ogni seggio ha un po’ il suo candidato ed etnia di riferimento. Non dico che sia corruzione ma ecco, a volte le cose sono un po’ ambigue». Mi incammino su per una collina, verso una scuola elementare. A., una giovane che parla un poco italiano, mi dice: «ho votato i progressisti bosgnacchi. Ho sempre votato il centro-sinistra, diciamo, e penso ancora che sia la scelta giusta». Quando le chiedo perché mi risponde: «Perché guardando a ciò che è successo e sta succedendo in Europa, voglio essere dalla parte giusta della Storia: il fascismo sta tornando ovunque, è come se non avessi imparato niente da quello che è successo. Ho votato per chi ha promesso di tutelare la sovranità, i confini di questo Paese ma anche di cercare migliori convergenze. Ho votato per la pace: la guerra non è un’opzione». Quando chiedo a lei e agli altri intervistati se i funerali di Mladic e la politica serba li ha influenzati, sorridono. Masarik , 45 anni, mi dice: «Mi sono più basato sulla politica locale che su quello che è successo in Bosnia». Ervin, al seggio con la moglie, mi risponde: «Forse gli unici stupiti sono gli europei, per noi era telefonato. Ce lo aspettavamo». Lui ha deciso di votare «il male minore; una volta facevo la distinzione tra partito ed etnia. Vogliamo lavorare, non siamo pigri, vogliamo creare un mondo più sano anche tutelando l’ambiente. Per questo sono andato al seggio – ma aggiunge – quello che stanno facendo è un circo, quindi cerco per lo meno di renderlo un po’ meno “circo” con il mio voto». In generale, tutti gli intervistati a sentire “Serbia” alzano le spalle: per loro l’ombra del passato è un vicino di casa quotidiano, non si aspettavano altrimenti. Se qualcosa o qualcuno fa paura, forse, sono gli estremisti della Repubblica Srpska, la ferita intestina della Bosnia con una sua organizzazione a parte. L. (capirete perché vuole restare anonimo) 39 anni, che non è andato a votare ed è figlio di un partigiano bosgnacco ucciso durante l’assedio, mi confessa: «Io una pistola in casa ce l’ho, se un giorno si fanno venire strane idee. Perché non voglio più che succeda ciò che è accaduto in passato: se il mio vicino di casa viene armato alla mia porta, voglio essere in grado di rispondere – e mi racconta, riferendosi anche alle ultime partite – quando ad esempio la nazionale della Bosnia vince, loro non festeggiano con noi. Ai giovani viene fatto il lavaggio del cervello dai più anziani, che gli dicono di odiare i bosgnacchi». Si parla un po’ di politica, i suoi argomenti hanno la stanchezza di un giovane dal passato turbolento che vede che nulla cambia sotto il cielo della Bosnia da anni. Gli dico che se entrassero in Europa, forse la sicurezza non sarebbe più un problema. Ai seggi della capitale l’europeismo non è in discussione. Mahatir mi aveva detto, prima di entrare a votare: «Vogliamo essere nell’Unione Europea, è anche per questo che voto contro la corruzione, perché è uno dei motivi per cui ancora non possiamo esserne parte». Ma L. sorride amaro:«Sincero? Ce l’ha insegnato la Storia, che possiamo contare solo su noi stessi». D’altra parte, se uno va a eleggere un candidato che sa avrà potere limitato, vista la turnazione alla carica, e i candidati sono scelti su base etnica, quello che gli accordi di Dayton hanno promosso non è la guarigione di un Paese dilaniato dalla guerra, ma il mantenimento di uno status quo che scontenta tutti e non premia nessuno. In Bosnia, ha vinto la rassegnazione.

Il giorno dopo parlo con Dragan Jokovic, direttore esecutivo della associazione UG Otaharin, un ente che si occupa di tutelare la minoranza Rom in Bosnia, in particolare i minori e i diritti riguardanti lavoro e istruzione. Si stima che ci siano tra gli 80 mila e 100 mila rom in Bosnia Erzegovina, per la maggior parte nella Federazione più alcune migliaia nella Repubblica Srpska, distinti tra Romenì per lo più stanzializzati e riconosciuti come minoranza etnica e i “circassi” o Adigè, ancora parzialmente dediti al nomadismo ma in parte assimilati. Se per le tre etnie riconosciute la politica, le divisioni e in generale la vita sono complicate, per i rom è anche peggio. «Siamo una minoranza riconosciuta, ma non possiamo partecipare alle elezioni, eleggere rappresentanti o altro, perché le tre etnie di riferimento sono quelle scelte con Dayton – mi dice Jokovic. Abbiamo già fatto un esposto in passato, noi rom, alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per questa esclusione, ma è solo un esempio di “antiziganismo” (gypsyism lo definisce lui): se sei rom e vai a un colloquio di lavoro, sai già che verrai scartato; se sei rom e chiedi una borsa di studio, sai già che ti verrà rifiutata». Gli unici fondi, quelli che arrivano dall’Unione Europea e altre organizzazioni internazionali, peraltro: «parecchio ridotti perché molti fondi sono stati ora rivolti alla questione ucraina». Per il resto: «non importa se in repubblica Srpska o nella federazione: dallo Stato riceviamo tutt’al più una presenza istituzionale».

È il mattino dopo a Sarajevo. Nella mattina fredda, tra le nuvole di fumo dei camini a legna, i risultati: ha vinto il nazionalismo in tutti e tre i gruppi etnici, Dodik festeggia un ottimo risultato elettorale del suo partito (lui non può candidarsi direttamente). Passo vicino a un cimitero musulmano, un prato di steli bianche e silenziose. Qualcuna ha inciso “1992”, qualcun’altra “1995” o “1993”. La piccola Sarajevo si sta svegliando, senza che il voto di ieri abbia cambiato il volto delle persone, come una bella addormentata cullata dai muezzin e dal sole, come fosse stata resa incapace di svegliarsi da un accordo voluto dall’Occidente che l’ha imprigionata in un angolo della sua Storia.

Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.