Kostantinos Kafavis VLD

Letteratura

Ricordare un poeta: Konstantinos Kavafis

Un poeta greco moderno ma classicissimo

14 Settembre 2026

“E se non puoi la vita che desideri / cerca almeno questo / per quanto sta in te: non sciuparla / nel troppo commercio con la gente / con troppe parole in un viavai frenetico. / Non sciuparla portandola in giro / in balìa del quotidiano / gioco balordo degli incontri / e degli inviti, fino a farne una stucchevole estranea” (Per quanto sta in te). Si tratta di una notissima poesia di Konstantinos Kavafis, che in genere tendeva a scrivere composizioni culturalmente più complesse e formalmente estese, ricche di metafore ma scarne di aggettivazione e quasi prive di rime, utilizzando il metro giambico di ascendenza classica: una scrittura colta, la sua, con forti richiami etici e riferimenti storici o filosofici.

Konstantinos Kavafis, uno dei massimi poeti europei del Novecento, nacque e morì ad Alessandria d’Egitto (1863-1933), figlio di genitori greci che per un periodo si erano trasferiti in Inghilterra, dove anch’egli visse per un breve periodo dell’infanzia. Rientrato in Egitto nel 1877, ne fu nuovamente allontanato durante la guerra contro gli inglesi, trasferendosi con la famiglia a Costantinopoli, presso parenti originari della locale comunità greca. Nel 1885 fece ritorno ad Alessandria, dove visse per il resto della sua vita, fatta eccezione per brevi viaggi all’estero. Poco più che ventenne, iniziò a lavorare dapprima come giornalista, per essere poi assunto come impiegato presso il Ministero dei Lavori Pubblici egiziano gestito dagli inglesi, impiego che mantenne con lusinghiero successo per trent’anni. Durante questi decenni, funestati da una serie di lutti familiari e di amici intimi, compose il suo opus letterario di 154 poesie pubblicate in vita, più un altro centinaio di composizioni inedite o incomplete, che spaziavano tra ispirazione sensuale, argomentazioni morali e rievocazioni del passato classico greco. Scarsi furono i riconoscimenti ottenuti in patria, a causa di uno stile nettamente lontano dalla contemporaneità: solo nel 1926 lo stato greco lo onorò conferendogli la medaglia d’argento dell’Ordine della Fenice. Morì di cancro alla laringe il 29 aprile 1933, a settant’anni. Dalla sua morte, la reputazione di Kavafis crebbe costantemente a livello internazionale, anche per la stima reputatagli da famosi scrittori come E.M. Forster, A.J. Toynbee e T.S. Eliot.

La tematica omoerotica affrontata da Kavafis in numerose liriche viene elaborata con estrema emotività, in genere attraverso un riferimento esplicito a esperienze personali del passato, memorizzate con nostalgia e rimpianto, e trasfigurate da un desiderio ancora vivo: “Eppure l’amore che volevi io l’avevo da darti, / l’amore che volevo – me l’hanno detto i tuoi occhi / stanchi e ambigui – tu l’avevi da darmi. / I nostri corpi si avvertirono e si cercarono, / il sangue e la pelle intuirono. / Ma noi, turbati, ci eclissammo” (Sulle scale). Gli incontri descritti, vissuti spesso segretamente, si svolgono talvolta nell’arco di una sola notte, e in ambienti squallidi, resi tuttavia nobili e indimenticabili dalla bellezza dei giovani corpi amati: “La camera era povera e triviale, / nascosta sull’equivoca taverna. / Dalla finestra si vedeva il vicolo / sudicio e angusto. Dabbasso / provenivano voci di operai / che giocavano a carte e facevano baldoria. // E lì, sull’infimo e sordido giaciglio, / ebbi il corpo d’amore, ebbi le labbra / sensuali e rosate dell’ebbrezza – / rosate di una tale ebbrezza, che anche adesso / che scrivo, dopo tanti anni!, / nella mia casa solitaria, m’ubriaco ancora” (Una notte).

Tutte le poesie. Testo greco a fronte - Konstantinos Kavafis - copertina

Oltre a tali temi, scarsamente affrontati all’epoca, Kavafis celebrava nei suoi versi personaggi ed episodi illustri della storia e della letteratura greca, preferibilmente dell’epoca ellenistica e bizantina o comunque di periodi caratterizzati da sconfitte politiche e dal declino di un passato prestigioso, attraverso il filtro offerto dall’idealizzazione della sua città di Alessandria d’Egitto, amata nei quartieri popolari e nei traffici commerciali, nella vivacità degli scambi umani e linguistici, ma assediata dal decadimento culturale e urbanistico del ’900. Le due poesie di carattere storico-mitologico più famose, Itaca e Aspettando i barbari, indicano una precisa volontà demitizzante e antiretorica riguardo al soggetto abusato del ritorno di Ulisse e all’attendismo codardo suscitato dalla paura delle invasioni: “Quando ti metterai in viaggio per Itaca / prega che il cammino sia lungo, / pieno di peripezie, pieno di conoscenze […] / Prega che sia lungo il cammino. / Che ci siano molte mattine d’estate, / nelle quali – con che gratitudine, con che gioia – / entrerai in porti mai visti prima […] / Ma non forzare in nulla il viaggio. / Meglio è che duri molti anni / e che infine da vecchio approdi nell’isola, / ricco di ciò che hai acquistato nel viaggio, / senza attenderti che Itaca ti dia ricchezze. / Itaca ti ha dato il bel viaggio. / Senza di lei non ti saresti mai messo in cammino. / Ma non ha più nulla da darti” (Itaca); “Perché aspettiamo riuniti nell’agorà? / È che oggi arriveranno i barbari. […] / Perché oggi arriveranno i barbari. / Perché i Senatori dovrebbero più promulgare leggi? / Quando verranno, le leggi le faranno i barbari. / […] si è fatta notte e i barbari non sono venuti. / E della gente è arrivata dal confine / e ha detto che non ci sono più barbari. / E adesso che sarà di noi senza barbari? / Costoro in qualche modo erano una soluzione” (Aspettando i barbari).

Infine, nelle poesie di impianto filosofico, Konstantinos Kavafis si misura con argomenti di grande rilevanza etica, come la fedeltà ai propri doveri, la difesa della dignità umana, l’importanza di lottare contro ogni tipo di corruzione: “Onore a quelli che nella loro vita / decisero di presidiare le Termopili./ Mai mancando al dovere: /giusti e retti in tutte le loro azioni, / ma con pietà, e con misericordia: / valorosi se ricchi, e se poveri / non certo meno arditi, / danno il loro contributo, per quel che possono: / dicendo sempre il vero, senza odio / nei confronti dei mentitori. // E ancora più onore gli è dovuto / se prevedono (e molti lo prevedono) / che alla fine arriverà Efialte / e i persiani, alla fine, passeranno” (Termopili); “Senza riguardo, pudore, compassione / mi han costruito alte mura tutt’intorno. // E ora sto qui seduto a disperarmi. / Non penso ad altro: mi rode questa sorte; / perché avevo da fare molte cose fuori. / Mentre le costruivano, come non mi accorsi? // Non udii mai strepiti e voci di muratori. / Inavvertitamente mi hanno escluso dal mondo” (Mura).

 

KONSTANTINOS KAVAFIS, TUTTE LE POESIE– DONZELLI, ROMA 2019 – Testo greco a fronte. Pagine XXIV- 714

A cura di Paola Maria Minucci

immagine di Copertina licenza creative commons, ringraziamenti C.P. Cavafy Archives – Onassis Foundation via Picryl.com

 

 

 

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