Mondo
Jinwar, il villaggio delle donne siriane che resiste alla guerra
In viaggio con il fotografo Matteo Trevisan per raccontare il villaggio femminile del Rojava, tra gesti quotidiani, storie di dolore e una rivoluzione che cerca di mettere radici
La Siria della disfatta dell’esercito di resistenza e del ritorno dell’Islam è la stessa che appare straordinariamente affascinante agli occhi del fotografo Matteo Trevisan. Il fotoreporter trentacinquenne di origini friulane in quei luoghi ha ritratto la vita, la morte e ha filtrato i colori del coraggio di riscatto delle donne che dal 2016 hanno creato Jinwar, un villaggio autogestito che accoglie esistenze difficili, sfuggite da guerra e violenze.
Il mondo visto dalla Rojava, regione a nord della Siria, dentro il villaggio femminile di Jinwar, appare distante dal piccolo borgo di Gradisca D’Isonzo, in Friuli, dal quale Matteo è partito nel 2025. Il suo primo passo a Jinwar è incerto. Domina la paura di essere occidentale, uomo e di avere una macchina fotografica al collo. Il cancello spalancato dell’oasi femminile conduce sul rettangolo architettonico del villaggio e ad accogliere sono i colori degli orti e delle distese brulicanti di fiori.
La filigrana di un mondo che Matteo non immaginava, esempio di riscatto e cooperazione, subito capace di traghettarlo nel fascino di un tempo lento e inclusivo. Il microcosmo felice di Jinwar è animato principalmente da un senso di comunità: a sera immersi nei tramonti sfumati gli abitanti del villaggio si ritrovano, ragionano sul mondo, sul supporto che ognuno può dare all’altro nel sentiero che da dieci anni ormai hanno scelto di tracciare insieme.
Lì Matteo scopre che la cultura di quelle donne è fatta di accettazione, contrasto al patriarcato e profondo rispetto. Lo stesso dimostrato a lui e a tutti gli uomini che entrano senza interferenze nel loro mondo. La narrazione del grande modello di Jinwar diventa così storia intima di donne coraggiose. E ‘il caso di Şirîn, insegnante del villaggio in Rojava dagli esordi. Şirîn è la guida di Matteo in tutto il periodo trascorso a Jinwar, lui la conosce nell’area comune del villaggio mentre cucina la marmellata di melanzane per tutti gli abitanti e subito gli racconta la storia che lega le donne siriane e il loro grande disegno di emancipazione. La parola pronunciata ricorrentemente è “esempio”, seguita da “amore”, in una idea di riscatto che prova a contaminare l’intera regione.
Anche Dilşa, altra insegnante incontrata da Matteo nel vicino villaggio di Jarudì, usa le stesse parole con un richiamo più acuto al desiderio di libertà che la spinge ad affermare quanto “gli stipendi degli insegnanti erano più alti sotto il regime ma preferisce mangiare meno e avere più libertà”. Jinwar diventa così il rifugio sicuro ma anche l’avamposto di un’indipendenza che donne come Şirîn e Dilşa sentono compromessa con il ritiro dell’Sdf, l’esercito del Rojava, e il ritorno dell’islamismo integralista che nega la cultura siriana e il ruolo delle donne.
Il fermoimmagine del cambiamento per Matteo passa dalla foto cha ha scattato all’interno di una clinica di una grande città del Rojava, gestita da donne. Il paradiso nel fuoco della guerra islamista che oggi, con gli occhi del cambiamento politico in atto, mette a rischio l’intera realtà e il ruolo sociale che si è ritagliata nel territorio. La morte Matteo in Medio Oriente l’ha vista più volte. A Jinwar si è ritrovato al funerale di un giovane in un rituale ancestrale di gioia e dolore collettivo che accompagna le comunità siriane in ogni fase della vita, con coraggio e fatalismo.
Dal Friuli Matteo oggi ripensa spesso allo sguardo delle donne del luogo orientato verso il cielo a guardare le stelle, che nella credenza locale sono il riflesso degli occhi dei morti. Il villaggio, a distanza di mesi, ritorna in lui spesso nel ricordo dei lavori dei campi del nonno friulano che lo riportano all’attività di pulizia dei fagioli, pratica ricorrente delle donne di Jinwar.
Il cielo da una parte e le espressioni femminili dall’altra. Remziye, Niismiye e Wadhen, sono membri dei comitati di autodifesa civile delle donne. I colori dei loro abiti ritornano nel ricordo di Matteo, prima durante un tè pomeridiano e dopo appesantiti da giubbotti, caricatori e fucili per il turno di guardia al villaggio. Dentro i loro vissuti d’impegno civile corre il filo di tante narrazioni che si portano dietro un carico enorme di sofferenza. Remziye parla della sua storia di morte con la malinconia di chi ha perso il marito in guerra e ha combattuto in Kobanê .
Nusijin ha un passato simile con un marito perso in guerra e il coraggio a tratti ironico di chi con la morte è abituato a fare i conti, come anche con la repressione e le violenze. Parla di sogno Nusijin, spera che “il suo paese diventi sempre più bello, felice e in grado di assicurare connessione con gli altri”.
È questa, in fondo, la grande immagine di Jinwar e, più in generale, del Rojava. Storie di coraggio, ricerca e di emancipazione che Matteo riassume nella fotografia per lui simbolo: l’istantanea di un gruppo di guerrigliere che camminano armate e spensierate in un prato dorato al tramonto.
Il senso più profondo di un impegno civile che è anche una ipoteca sul futuro, lo stesso che passa dalle parole delle donne di Jinwar: “la rivoluzione richiede tempo. È come piantare il seme di un albero, c’è bisogno di pazienza e cura affinché si formino le radici e la pianta cresca”.


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