Medio Oriente
Ofer Cassif (Hadash): “Israele a rischio guerra civile. Netanyahu non andrà via spontaneamente”
Per il deputato di Hadash, 10 mesi di sospensioni dall’aula per aver criticato Netanyahu, la violenza politica è in crescita esponenziale. Chi in Israele si batte contro genocidio e Occupazione, dice, ha bisogno di un sostegno internazionale.
Col sopraggiungere del “cessate il fuoco” a Gaza l’attenzione dei media si è rapidamente spostata prima verso Venezuela e Groenlandia, poi verso il Minnesota e l’Iran, lasciando i sommovimenti all’interno della società israeliana nel dimenticatoio. Abbiamo chiesto a un rappresentante dell’opposizione, Ofer Cassif, deputato comunista di Hadash, il fronte elettorale che unisce il partito comunista, Maki, e altri gruppi e partiti della sinistra arabo-israeliana, di spiegarci, dal suo punto di vista, che impatto ha avuto il conflitto sull’economia e sulla società israeliana, a quali sviluppi potrebbe portare e in che modo la sua forza politica pensa di intervenire. Lo scenario che è emerso è quello di un impressionante aumento della violenza politica, che per Cassif potrebbe portare a una vera e propria guerra civile, in particolare quando si voterà e se Netanyahu verrà sconfitto.
Di recente Shir Ever, un economista israeliano, ha parlato di Israele come di una “zombie economy”. In che misura la guerra a Gaza, Libano e Iran ha avuto un impatto sull’economia e la società israeliana?
In termini economici ha avuto molteplici conseguenze: una è che i bilanci dello Stato di Israele si sono sempre più orientati verso la spesa militare, intendendo questo termine in senso lato, quindi tutti gli apparati di sicurezza. Sono risorse che ogni volta che i governi israeliani vanno in guerra vengono sottratte al welfare, alla scuola e in generale all’assistenza, ma questa volta hanno usato il massacro del 7 ottobre in modo particolarmente efficace per portare avanti un budget davvero antisociale, che colpisce le classi sociali più deboli – lavoratori, donne, giovani, periferie ecc., tutti sacrificati sull’altare della cosiddetta sicurezza e una parte enorme del bilancio va all’Occupazione, perché i coloni, inclusi coloro che compiono veri e propri attacchi terroristici contro la popolazione palestinese, sono finanziati con soldi pubblici a spese di quei settori sociali. Perciò la società israeliana in termini economici può davvero essere paragonata a un morto che cammina. Poi però c’è anche un tema più complesso, cioè che il 7 ottobre non viene usato dal governo solo per finanziare militari e coloni, ma anche per cambiare la narrazione politica e la cultura convincendo la popolazione che la sua politica è quella giusta.
Queste contraddizioni politiche e materiali secondo te possono sfociare in un rivolgimento politico e in un cambiamento radicale a vantaggio di chi oggi paga il prezzo di queste politiche?
Ci sono molte contraddizioni, alcune sono contraddizioni materiali, come quella tra lavoro e capitale, ma ce ne sono anche di altro genere, che riguardano, ad esempio, l’immagine che la società israeliana ha di sé, il cosiddetto carattere ebraico dello Stato di Israele. Queste contraddizioni stano venendo progressivamente a galla, perché la situazione concreta rende sempre più difficile coprirle. Uno dei sintomi è la crescita della violenza politica. Molti anni fa scrissi un articolo in cui provavo a istituire un paragone tra la situazione politica di allora in Israele e l’assassinio di Matteotti in Italia. Oggi il tema è diventato ancor più attuale. Trent’anni fa abbiamo avuto l’assassinio di Rabin, ma oggi assistiamo al dispiegarsi a una violenza sistemica, in primo luogo quella dei coloni contro i palestinesi, ma anche qulla che in Israele viene impiegata contro chi si oppone al governo. Pochi giorni fa una banda di teppisti di estrema destra ha attaccato Aaron Barack, l’ex presidente della Corte suprema. Poi ci sono manifestazioni con decine di migliaia partecipanti che vengono colpite brutalmente dalla polizia, ma anche da milizie private. Lo stesso Ben Gvir, il ministro della sicurezza fascista, ne ha una. E poi c’è la violenza della criminalità organizzata contro la società araba, anch’essa in forte aumento. Queste contraddizioni esploderanno e temo che più che verso una rivolta degli oppressi andremo verso una guerra civile, uno scenario che potrebbe manifestarsi soprattutto al momento delle elezioni. Uno dei piani del governo sarebbe mandare polizia e milizie nelle città e nei quartieri degli ebrei liberali a terrorizzare gli elettori. In ogni caso diciamo che Netanyahu non lascerà volontariamente il potere.
Che cosa si aspetta dal futuro Hadash: quali sono i vostri obiettivi e come pensate di realizzarli?
In questo momento, vista l’egemonia in senso gramsciano che le classi dominanti esercitano sulla popolazione, per un partito come il nostro è difficile far leva sulla coscienza di classe. Noi non cediamo, certo, ma dobbiamo prendere atto che mobilitare su questioni di classe è arduo. Ma proprio come diceva ancora Gramsci possiamo provare a costruire un blocco storico capace di lottare contro l’egemonia fascista e capitalista nel nostro paese. Qualche anno fa, ad esempio, abbiamo creato Peace Partnership, una coalizione di 70 organizzazioni, di cui fanno parte anche soggetti, ad esempio gruppi religiosi ebrei e arabi, che non necessariamente hanno un approccio di classe, ma con cui condividiamo l’obiettivo di lottare contro il genocidio e l’Occupazione. È una collaborazione solida, che in alcun casi ha preso la testa della lotta contro il governo. Quando saremo riusciti a metter fine all’Occupazione concentrarci sulle questioni di classe, che comunque non abbandoniamo, sarà più semplice. Al momento non è la nostra priorità.
In Israele, però, sta nascendo una classe operaia multinazionale, pensiamo, ad esempio, ai lavoratori agricoli nepalesi rapiti da Hamas il 7 ottobre, ma anche ai sempre più numerosi tecnici stranieri che lavorano nell’IT. Non è un fattore propizio per sviluppare una strategia politica basata sul conflitto sociale?
Dipende da cosa intendi come classe. Se ti riferisci, per usare la terminologia che Marx mutuò da Hegel, alla classe in sé, cioè come gruppo che ha interessi materiali comuni, o alla classe per sé, cioè che ha anche sviluppato una coscienza politica. Una classe operaia unita dagli stessi interessi materiali già esiste, ma il problema della coscienza politica non è solo questione di educazione. La coscienza non si sviluppa dal nulla ma cresce soprattutto nelle lotte. In Israele oggi può svilupparsi in primo luogo come coscienza antifascista.
Sembra che chi in Israele si batte contro la politica delle classi dominanti sia destinato a trovarsi perennemente tra due fuochi: da una parte l’establishment dello Stato di Israele, dall’altra chi, anche da sinistra, pensa che tutti gli israeliani siano complici del proprio governo anche se lottano contro di esso. Insomma la solidarietà internazionalista appare un tema importante. In che modo lavoratori e militanti di sinistra europei possono praticarla?
Chi generalizza è antimarxista per definizione. Perché la dialettica di Marx ha chiarito che ogni società è intimamente contraddittoria, quella israeliana come quella italiana o di qualunque altro paese. Il loro è un modo di pensare conservatore che io rifiuto totalmente. La storia italiana dimostra che durante il fascismo c’era una minoranza che gli si opponeva e che è diventata maggioranza. In Israele, analogamente, noi oggi rappresentiamo una minoranza, uno dei due lati della contraddizione, quello di chi oggi si oppone al genocidio dei palestinesi. Per questo abbiamo bisogno di solidarietà perché anche noi siamo oppressi e perseguitati, da parte della polizia così come delle bande di fascisti che agiscono in strada, ma anche dalle leggi che la Knesset ha già approvato a tenta ancora di approvare per fermarci. Io stesso sono stato sospeso per 10 mesi della Knesset perché ho criticato i crimini di guerra di Israele. Perciò abbiamo bisogno che la comunità internazionale ci sostenga e denunci sia i crimini del governo israeliano contro i palestinesi sia quelli contro gli israeliani che si oppongono alla sua politica. Non farlo sarebbe non solo sbagliato, ma anche controproducente.
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