Diritti

Oltre la casa: la crisi abitativa come nuova frattura sociale europea

La crisi abitativa nell’Unione europea rappresenta una sfida sociale strutturale, colpendo in particolare giovani, lavoratori mobili e famiglie a medio reddito.

3 Febbraio 2026

Una crisi strutturale, non emergenziale

La crisi abitativa è ormai una delle principali sfide sociali dell’Unione europea. Non si tratta più di un problema circoscritto a singole capitali o a specifiche fasce vulnerabili, ma di una dinamica strutturale che attraversa l’intero continente, colpendo in modo particolare giovani, lavoratori mobili e famiglie a reddito medio.

Negli ultimi quindici anni, il mercato immobiliare europeo si è progressivamente sganciato dall’andamento dei redditi, generando un divario sempre più evidente tra lavoro, accesso alla casa e possibilità di costruire un progetto di vita stabile.

Prezzi e affitti crescono più dei redditi

Secondo i dati di Eurostat, tra il 2010 e il 2024 i prezzi delle abitazioni nell’Unione europea sono aumentati di oltre il 55%, mentre gli affitti hanno registrato un incremento di circa il 27%.

Nello stesso periodo, i salari reali sono cresciuti in modo molto più contenuto, con forti differenze tra Stati membri.

Il risultato è che una quota crescente di cittadini europei si trova a destinare oltre il 40% del proprio reddito disponibile ai costi abitativi, soglia che l’UE utilizza per definire una situazione di grave stress finanziario.

Questo fenomeno è particolarmente diffuso nelle aree urbane e nelle capitali europee, dove si concentrano opportunità di lavoro, università e istituzioni.

La finanziarizzazione della casa: quando l’abitare diventa un asset

A questa dinamica si aggiunge un fattore spesso sottovalutato nel dibattito pubblico: la finanziarizzazione del mercato immobiliare.

Negli ultimi anni, grandi fondi di investimento globali come Blackstone e BlackRock hanno rafforzato la loro presenza nel settore residenziale europeo, acquisendo interi portafogli di abitazioni, in particolare nelle città ad alta domanda.

In questo modello, la casa perde progressivamente la sua funzione di bene essenziale e diventa un strumento di investimento finanziario, orientato alla massimizzazione del rendimento. L’ingresso massiccio di capitali istituzionali contribuisce ad aumentare prezzi e affitti, riduce l’offerta di alloggi accessibili e accentua la pressione sui mercati locali. In assenza di una regolazione efficace, una parte crescente del patrimonio abitativo rischia di sottrarsi al controllo pubblico, con effetti diretti sulle disuguaglianze sociali, territoriali e generazionali.

Quando lavorare non basta più

La crisi abitativa è strettamente legata all’evoluzione del mercato del lavoro europeo. L’aumento del lavoro povero (in-work poverty) ha reso evidente una contraddizione profonda del modello socioeconomico attuale: avere un impiego non garantisce più l’accesso a una vita autonoma.

Secondo Eurostat, circa l’8% dei lavoratori occupati nell’UE è a rischio di povertà. In molti casi, il principale fattore di vulnerabilità non è la mancanza di lavoro, ma l’incidenza sproporzionata dei costi abitativi sul reddito.

La precarietà non riguarda quindi solo la tipologia contrattuale, ma si traduce in instabilità materiale e sociale.

Mobilità europea senza protezione abitativa

L’Unione europea promuove la mobilità geografica come leva di integrazione e crescita: programmi di scambio, mercato unico del lavoro, riconoscimento delle qualifiche. Tuttavia, la crisi abitativa sta diventando uno dei principali ostacoli alla libertà di circolazione.

Giovani professionisti, studenti, ricercatori e lavoratori mobili possono teoricamente spostarsi, ma spesso non riescono a permettersi di vivere nelle città in cui le opportunità si concentrano. La mobilità rischia così di trasformarsi da diritto in privilegio, accessibile solo a chi dispone di risorse familiari o patrimoniali.

Uscire di casa, fare figli, costruire futuro

Le conseguenze della crisi abitativa vanno ben oltre il mercato immobiliare. In molti Paesi europei, l’età media di uscita dalla famiglia d’origine continua ad aumentare, non per ragioni culturali, ma per l’impossibilità di sostenere un affitto o accedere a un mutuo.

Questa instabilità incide direttamente sulle scelte di vita: rinvio dell’indipendenza personale, posticipo o rinuncia alla formazione di una famiglia, contributo strutturale al calo della natalità. Senza una casa stabile, anche le politiche familiari rischiano di rimanere inefficaci.

Dalla precarietà lavorativa alla precarietà esistenziale

Sempre più spesso, la precarietà si manifesta come condizione esistenziale. L’impossibilità di pianificare il futuro — cambiare città, investire nella formazione, costruire relazioni durature — alimenta insicurezza e sfiducia.

Quando l’accesso a un bene essenziale come la casa diventa incerto, anche la promessa europea di opportunità e progresso perde credibilità.

Conclusione: la casa come questione democratica

La crisi abitativa non è una questione tecnica. È il punto di incontro tra lavoro, mobilità, demografia e coesione sociale. Garantire l’accesso a un’abitazione dignitosa non è solo una scelta sociale, ma una condizione necessaria per il futuro economico e democratico dell’Europa.

Per approfondimenti: https://www.europarl.europa.eu/topics/it/article/20241014STO24542/la-crisi-abitativa-in-europa-dati-essenziali-e-azione-dell-ue-infografiche 

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