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Quando la ricerca dell’eccellenza produce uno spreco di eccellenza: Il paradosso delle Marie Curie

Le MSCA sono un programma eccellente, ma finanziano meno di una proposta su dieci. Una selettività così estrema spreca mesi di lavoro e idee valide: la meritocrazia non può diventare l’alibi per investire troppo poco nella ricerca europea.

9 Settembre 2026

Un ottimo programma europeo

Le Marie Skłodowska-Curie Actions rappresentano una delle migliori iniziative dell’Unione europea per sostenere la ricerca, la mobilità internazionale e la formazione dei ricercatori. Una Postdoctoral Fellowship consente di sviluppare un progetto ambizioso, lavorare presso un’università straniera, costruire nuove collaborazioni e acquisire competenze scientifiche e professionali. Si tratta quindi di un programma che deve essere difeso e, possibilmente, rafforzato.

Nella mia esperienza di ricercatore e presidente dell’European Youth Think Tank, ho potuto osservare direttamente tanto il valore di queste opportunità quanto le contraddizioni del loro funzionamento. Il problema non è l’esistenza delle MSCA, ma l’enorme distanza tra il numero e la qualità delle proposte presentate e le risorse disponibili per finanziarle.

La call MSCA Postdoctoral Fellowships 2025 ha ricevuto 17.066 candidature, delle quali soltanto 1.610 sono state raccomandate per il finanziamento. Il tasso di successo è stato quindi del 9,6%: più di nove progetti su dieci sono rimasti senza risorse.

Quanti progetti eccellenti stiamo perdendo?

Di fronte a questi numeri, la risposta più immediata è che non esistono finanziamenti sufficienti per tutti. È certamente vero. Ma proprio questa scarsità dovrebbe essere oggetto di discussione, invece di essere considerata una condizione naturale e inevitabile.

I candidati a una Postdoctoral Fellowship non sono persone prive di formazione che si sono improvvisamente inventate un progetto. Sono ricercatori che hanno già conseguito un dottorato o maturato un’esperienza equivalente. Hanno dedicato anni allo studio e alla ricerca, pubblicato articoli, raccolto dati, partecipato a conferenze e costruito collaborazioni internazionali. Molti hanno già lavorato in diverse università e possiedono competenze metodologiche altamente specializzate.

Non tutte le proposte sono necessariamente eccellenti e non tutti i candidati hanno lo stesso livello. Tuttavia, quando più del 90% dei progetti rimane senza finanziamento, è difficile sostenere che vengano esclusivamente eliminate le idee prive di valore. Numerose proposte ricevono valutazioni positive e restano fuori semplicemente perché il budget non è sufficiente.

Ci siamo mai domandati quante idee brillanti vengono abbandonate in questo modo? Quanti modelli non saranno sviluppati? Quanti dati non saranno raccolti? Quante possibili innovazioni scientifiche, tecnologiche o sociali non arriveranno mai alla fase di sperimentazione?

Il lato oscuro della meritocrazia

Il concetto di meritocrazia ha un fondamento condivisibile: quando le opportunità sono limitate, è giusto che vengano assegnate sulla base dell’impegno, delle competenze e della qualità dei progetti, anziché attraverso relazioni personali o criteri arbitrari. La meritocrazia è certamente preferibile all’assenza di merito.

Il problema nasce quando essa viene trasformata in una giustificazione della scarsità. Affermare che “passano soltanto i migliori” può servire a nascondere una domanda molto più importante: perché siamo disposti a finanziare soltanto una percentuale così ridotta di ricercatori già altamente qualificati?

In questo modo, la responsabilità viene trasferita dal sistema al singolo. Se un ricercatore non ottiene il finanziamento, si presume che il suo progetto non fosse sufficientemente eccellente. Ma quando vengono escluse più di nove candidature su dieci, il risultato non dipende soltanto dal merito. Dipende soprattutto dalla quantità di risorse che le istituzioni hanno scelto di mettere a disposizione.

Una società non diventa meritocratica soltanto perché organizza competizioni estremamente selettive. È meritocratica se permette alle persone capaci di trovare spazi nei quali sviluppare il proprio talento. Altrimenti, la meritocrazia rischia di diventare un alibi elegante per finanziare poche persone e abbandonare tutte le altre.

Una selezione che può distruggere valore

I concorsi devono essere selettivi. Non sarebbe ragionevole finanziare automaticamente ogni progetto presentato. Tuttavia, anche la selettività deve avere una misura economicamente sensata.

Quando migliaia di persone investono mesi in una competizione nella quale meno di una su dieci ottiene il finanziamento, il sistema assume le caratteristiche di una gara “winner-takes-all”: tutti sostengono i costi della partecipazione, mentre soltanto una piccola minoranza riceve il premio.

Preparare una MSCA richiede mesi di lavoro e significa definire la domanda di ricerca, costruire la metodologia, concordare il progetto con il supervisor, individuare partner e periodi di mobilità, programmare attività formative, pubblicazioni, impatto, comunicazione e disseminazione. A ciò si aggiungono numerose formalità amministrative, dalla Parte A alle sezioni dedicate a organizzazioni, ruoli, budget, questioni etiche, rischi, work package, deliverable, milestone e diagrammi di Gantt.

Se ipotizzassimo anche soltanto cento ore di lavoro complessive per ciascuna delle 15.456 candidature non finanziate nel 2025, arriveremmo a più di un milione e mezzo di ore di lavoro altamente qualificato. È una semplice stima illustrativa, ma rende visibile un costo che non compare nei bilanci europei perché viene sostenuto gratuitamente dai ricercatori, dai supervisor e dalle università.

Dal punto di vista utilitaristico, un sistema simile può diventare inefficiente. Le risorse impiegate nella competizione superano una certa soglia e iniziano a sottrarre tempo alla ricerca effettiva. La selezione, nata per individuare i progetti migliori, finisce così per rallentare anche molti progetti validi.

La ricerca non è un settore nel quale risparmiare

Si potrebbe continuare a rispondere che non è possibile finanziare tutti. Ma la ricerca è uno dei principali fattori dello sviluppo economico di lungo periodo. Conoscenza, innovazione e capitale umano accrescono la produttività, favoriscono la nascita di nuove imprese e permettono di rispondere alle trasformazioni tecnologiche e sociali.

Risparmiare sulla ricerca non significa quindi soltanto ridurre una spesa presente. Significa diminuire le possibilità future di crescita. L’Europa afferma di avere bisogno di persone specializzate, innovazione e autonomia tecnologica. Tuttavia, questi obiettivi richiedono che i talenti abbiano una direzione professionale e il tempo necessario per specializzarsi.

Una fellowship di due o tre anni è già una soluzione temporanea. Se persino l’accesso a questa esperienza è limitato a meno del 10% dei candidati, molti ricercatori rischiano di abbandonare il percorso accademico non perché privi di capacità, ma perché impossibilitati a sostenere anni di competizioni, precarietà e lavoro non retribuito.

Valutare i progetti, ma anche i percorsi

Un’altra contraddizione riguarda la valutazione. Pubblicazioni, citazioni e continuità della produzione scientifica compaiono nel curriculum, ma non ricevono un peso quantitativo chiaramente riconoscibile nel punteggio finale. Anni di attività vengono compressi nel giudizio qualitativo espresso da un numero ristretto di esperti su una singola proposta.

La capacità di fare ricerca rischia così di essere confusa con quella di scrivere perfettamente un progetto europeo. Gli indicatori bibliometrici non devono diventare l’unico criterio, soprattutto per le differenze esistenti tra discipline. Dovrebbero però affiancare la valutazione qualitativa, tenendo conto dell’età accademica, delle opportunità ricevute e della continuità del percorso.

Dalla competizione alla valorizzazione

Una prima riforma potrebbe prevedere una selezione in due fasi. Inizialmente sarebbero sufficienti il curriculum e una proposta scientifica sintetica; soltanto i candidati preselezionati dovrebbero poi compilare le sezioni amministrative, gestionali e relative all’impatto. In questo modo si ridurrebbe il lavoro richiesto a migliaia di ricercatori senza compromettere la qualità della valutazione.

Le Marie Curie rimangono un programma eccellente, ma non possono essere l’unico strumento attraverso il quale l’Europa valorizza i propri ricercatori. Occorrono anche maggiori finanziamenti nazionali e una progressiva convergenza delle regole, delle retribuzioni, delle tutele e dei criteri di riconoscimento delle carriere. Il livello europeo dovrebbe definire standard comuni e sostenere la mobilità, senza sostituirsi ai sistemi nazionali: ciascun Paese deve assumersi la responsabilità di offrire percorsi stabili e adeguatamente finanziati.

Proprio il successo delle Marie Curie dimostra che in Europa esiste molta più capacità scientifica di quella che scegliamo di sostenere. Il merito è necessario per selezionare, ma non può diventare un alibi per giustificare investimenti insufficienti. La vera domanda, quindi, non è soltanto chi meriti di vincere una competizione, ma quanto talento, quanta ricerca e quanta crescita futura siamo disposti a perdere continuando a finanziare soltanto pochi ricercatori considerati “eccellenti”.

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