Mediterraneo
Una domenica al seggio a Cipro
Il 24 maggio i cittadini dell’isola, avamposto UE e NATO nel Mediterraneo, sono andati ai seggi in un clima di sfinimento e stagnazione. All’ombra delle tensioni internazionali, della marea dei partiti di estrema destra e antisistema, e di una linea verde che divide Cipro dal ’74
Questo articolo è stato pubblicato sulla newsletter PuntoCritico.info il 5 Giugno 2026.
È una delle prime cose che scrivo al mio contatto una volta arrivata a Nicosia, dopo un’oretta di pullman dall’aeroporto di Larnaca: “Mi confermi vero? Che domani ci sono le elezioni?” In un sabato, il 23 maggio, vigilia di un appuntamento elettorale inusuale anche per Cipro, mi incammino perplessa sulla strada per il mio ostello, sotto la pioggia battente, guardandomi intorno in cerca di un segno della giornata imminente. Zero. Non un cartellone, uno striscione, una locandina, un umile depliant con la faccia di un candidato e lo slogan della formazione politica. Controllo per l’ennesima volta il mio programma su Documenti, dove ho segnato tutti gli appuntamenti elettorali internazionali del 2026; ricontrollo su internet. Ovunque si conferma: Cipro e i suoi sei distretti (Nicosia, Limassol, Famagosta, Larnaca, Pafo e Kyrenia) il 24 maggio sono chiamati alle urne, per eleggere 56 nuovi membri del parlamento (i 24 destinati ai turco ciprioti sono rimasti vacanti dalla divisione dell’isola). Eppure, nonostante un numero esorbitante di candidati (753 persone da 15 partiti o formazioni indipendenti diversi) è come se tutto fosse vuoto, irreale, sospeso. Non respiro la sottile elettricità del silenzio elettorale italiano, ad esempio. Silenzio per modo di dire, visto che un modo per aggirarlo nell’epoca dei social si trova. Com’è possibile?
Il giorno dopo, sulla via per i seggi, chiedo spiegazione a Marinella Payiatsou, il mio contatto sull’isola e operatrice di un’associazione per il sostegno alle persone con disabilità cognitive nonché attivista internazionalista. Mi dà due possibili risposte. La prima: qui il silenzio elettorale è una cosa seria. Il giorno prima del voto via i manifesti, via le locandine, piazza pulita di tutto quello che può influenzare gli elettori. La seconda: perché delle elezioni, ai ciprioti, ormai importa poco o niente.
Inerzia elettorale
A questo giro gli elettori degli 80 seggi si sono trovati di fronte a due contraddizioni: da una parte i due mastodontici partiti storici, uno di centro destra liberale (DISY) e l’altro di ispirazione “marxista-leninista” (AKEL), più un terzo partito di centro (DIKO) che però, mi spiega Marinella «è un po’ una banderuola al vento, fa più da ago della bilancia che altro»; dall’altro la crescita esponenziale di partitini, piccole formazioni e new entries. Tra loro ELAM, cioè quella che potremmo definire (letteralmente) come la succursale cipriota di Alba Dorata, il partito neonazista messo al bando in Grecia. E una novità “fluida”: Fidias Panayiotou, influencer e membro del Parlamento Europeo, che ha usato il suo seguito su Youtube per allargare il proprio consenso. Una soluzione populista, nata dal tam tam sui social, che ricalca un programma elettorale “uno, nessuno, centomila”: da una parte si appella alla democrazia diretta, al “tutti devono poter intervenire”; dall’altra usa slogan forti mutuati dai movimenti di estrema destra e pro-remigrazione, come “Fuori tutti da Cipro!”. «Prende dentro tutti perché un giorno si sveglia ed esprime delle idee anche condivisibili, da parte mia, ma il giorno dopo cambia completamente orientamento» spiega Marinella. Un po’ un “prenditutto”, che ricalca l’ascesa dei partiti e movimenti antisistema in tutta Europa. Accompagno Marinella al suo seggio e mentre vota osservo la folla. Il parcheggio della scuola è pieno di macchine, c’è un discreto via vai. Cosa questo comporti, e se soprattutto reggerà il ritmo per tutta la giornata, è ancora tutto da stabilire. Do un’occhiata alla bacheca dove sono affisse le liste elettorali tra cui scegliere. Non mi meraviglierei se un elettore fosse così confuso da sbagliare e segnare un partito per un altro: la lista di candidati e formazioni sembra infinita. Il mio sguardo non può che cadere sul simbolo di ELAM: una specie di gladio. Il loro slogan a queste elezioni “Religione, nazione, tradizione”. I collegamenti con altri movimenti di altre latitudini non sono nemmeno troppo velati.
Dopo aver osservato la fila alle urne – promettente tutto sommato per essere le 11 di una domenica di sole – ci sediamo a un piccolo bar per prendere qualcosa da bere nel centro di Nicosia, in un angolo bohemien, aspettando il compagno di marinella e suo figlio insieme alla moglie. Nell’attesa, faccio qualche domanda alla giovane barista, Dimitra, che dimostra appena qualche anno più di me. Le chiedo se è andata a votare, e se no, se ha intenzione di andarci. La risposta, a entrambe le domande, è no. «Sono stata a lungo all’estero e quando sono tornata ho dimenticato di fare richiesta per registrarmi di nuovo nelle liste elettorali. Però sono sincera: mi sono dimenticata, è vero, ma in realtà ero scettica fin dall’inizio se valesse la pena farlo o meno. Scordarmelo è stata semplicemente una conseguenza». Perché era scettica? «Perché sembra che non cambi mai nulla, sembra tutto senza speranza. Non vedo come le cose possano cambiare, e non so nemmeno cosa aspettarmi. Mi sembra che stiamo andando verso una situazione “come in Inghilterra”, con due grossi partiti in crisi. Per carità – puntualizza – meglio più partiti che averne solo due eh! Però non vuol dire che sia per forza positivo. Mi sembra anche che siano scomparse le distinzioni “destra” e “sinistra”». Il problema del voto dei giovani, qui come in altri paesi europei, è che i grandi partiti di sinistra hanno smesso di esercitare una vera funzione di “controaltare”: hanno avuto modo di esercitare il potere e spesso, una volta arrivati, non sono stati all’altezza delle aspettative. Sono diventati il sistema che avevano criticato. Ormai la direzione percorribile sembra una sola, da destra come da sinistra: abbattere un sistema percepito come asfissiante, immobile, incapace di fornire soluzioni. Un messaggio che fa presa anche nelle nuove generazioni, stanche di anni di immobilismo e ansiate da quello che succede intorno a loro. «Penso che tanti giovani come me andranno a votare – sostiene Dimitra, ma aggiunge – il problema è che temo che altrettanti si asterranno, e chi andrà a votare andrà a votare per l’estrema destra». Andros Payiatsou, fratello di Marinella e rappresentante dell’organizzazione socialista greca Xekinima (sezione ellenica del raggruppamento Internationalist Standpoint) aggiunge più tardi: «Il messaggio di gente come ELAM funziona perché è un linguaggio forte e machista che sui ragazzi giovani ha molta presa». Tra i cavalli di battaglia di ELAM, la questione migratoria: «In un’isola di un milione, massimo un milione e mezzo di abitanti, ci saranno 25 mila migranti di cui 5 mila con lo status di rifugiato e 18 mila con la protezioni sussidiaria – commenta Andros – e questi si lamentano che sono troppi! In più ci sono in realtà due categorie di migranti qui: quelli che vengono con un contratto di lavoro temporaneo, possono restare al massimo 1 o 2 anni e poi devono essere rimpatriati; gli altri, quelli che arrivano passando dal mare o cercando di attraversare la linea di separazione, vengono respinti con violenza». E continua: «Che poi questi lavorano in contesti con pochissime tutele, come il delivery dei fast food. E poi la gente non ha memoria storica, si dimentica che una volta i rifugiati eravamo noi». Il riferimento è a quella guerra che, dal 1974, ha tagliato Cipro in due, disseminato check point lungo un confine sopito, mai pacificato, e diviso un’isola tra una parte nord (non riconosciuta dalla comunità internazionale salvo che dalla Turchia) e sud (la Repubblica presidenziale parte dell’Unione Europea).
I convitati di pietra: linea verde, UE e vicini bellicosi
Tra i temi che spingono le persone al voto, la sicurezza. «Se prometti alle persone sicurezza dopo averle divise, non importa se lo promettono da destra o la sinistra: la gente li voterà, specialmente gli anziani» conclude Dimitra prima di lasciarci al nostro tavolo. Non tutti però la ritengono una priorità. Tra le persone che riesco a fermare per qualche domanda fuori dai seggi, due elettori mi danno due opinioni contrastanti. Il primo, un trentenne un po’ intimidito, mi risponde: «Ho votato la destra perché dobbiamo pensare alla nostra economia e sovranità. Questo è importante». Un altro elettore, 43 anni, che non specifica la sua scelta, la pensa completamente all’opposto: «Se l’economia va o no, è anche una nostra responsabilità, la dobbiamo gestire noi. Se di qualcosa si deve occupare il governo, è della giustizia, della corruzione, della disuguaglianza sociale». Eppure non è un tema da poco la sicurezza, a Cipro. Solo questa primavera un drone di dubbia provenienza (l’intelligence britannica ha escluso che fosse di origine iraniana) ha colpito una base militare UK sull’isola, quella di Akrotiri. Si tratta di un vero e proprio territorio d’oltremare britannico, una delle due enclavi inglesi (l’altra è Dhekelia) presenti sull’isola dal 1960. Da quando il governo britannico ha concesso l’uso delle sue basi sull’isola agli alleati Nato, anche Cipro (che nella Nato non è) guarda preoccupato a Oriente, come prima guardava a Nord.

Infatti, chiedo a tavola, a Nord avete pur sempre la Turchia, nessuno in campagna elettorale parla di questioni come “riconquistare l’isola” o cose simili? «Ah sì, è un tema ricorrente dei nazionalisti, ma poi nella pratica nessuno porta una soluzione» risponde Marinella, mentre Andros aggiunge: «Anche quelli di AKEL, quando arrivarono al governo 15 anni fa, dissero di avere una soluzione, ma nei fatti non hanno fatto nulla». Come mai? «È una questione complicata – mi risponde più tardi Andros davanti un caffè – da una parte la Turchia, che ha fatto richiesta per entrare nell’Unione Europea, è un paese strategico per l’Unione. In più, non hanno le risorse per potersi contrapporre efficacemente alla Turchia». La Turchia è infatti partner strategico europeo, ad esempio rispetto all’agenda energetica, in particolare in relazione ai giacimenti di gnl nel Mediterraneo che coinvolgono Cipro, la Turchia e Israele. Ma anche sulla questione migratoria, dove costituisce uno di quegli Stati cui l’Ue ha informalmente appaltato la gestione dei flussi di rifugiati provenienti dalla Siria, dall’Afghanistan, dalla Palestina, dai teatri di guerra aperti dall’Occidente a Est e mai veramente risolti. E poi la Turchia, lei sì che è parte della Nato, come diversi Paesi europei. Il che creerebbe non poco imbarazzo se si decidesse di alzare i toni. «Quando siamo entrati in Europa, la speranza era che l’Unione avrebbe trovato una soluzione alla questione nazionale». Siamo a fine giornata, le urne chiudono, si aspetta senza entusiasmo il ballottaggio: alla fine ha partecipato il 66.4% degli aventi diritto. Andros mi saluta con quest’ultimo ragionamento mentre torno “alla base”: «Il problema di questa disillusione è anche questo: la gente aveva delle aspettative che l’Europa avrebbe cambiato qualcosa, e non l’ha fatto».

Dall’altra parte
Il primo segno della presenza di “un’altra Nicosia” è la voce del muezzin che chiama alla preghiera dall’altra parte del muro, dove svetta il minareto della moschea di Selimiye. Mentre cala il sole, mi dirigo verso Ledra street. È una catabasi surreale: percorro vicoli e strade con finestre murate, case in disuso, filo spinato che inghirlanda finestre murate. Poi sbuco su un’incrocio, quello di Ledra Street. Da una parte la classica passeggiata turistica, con StarBucks, ristorantini turistici, negozi di souvenir. Musica, gente che passeggia con il gelato approfittando dell’aria fresca dopo l’acquazzone di ieri. Con il passaporto italiano, passo velocemente il check point che separa il Sud di Cipro dalla Repubblica di Cipro Nord. E lo scenario cambia drasticamente, è come il rovescio di uno specchio. Le strade sono vuote, qualche rado passante va verso i controlli di frontiera in direzione opposta. Poca gente ai bar, qualche rada luce, musica nei pochi locali aperti ma nessuno o quasi a riempirli. Mi torna in mente una cosa che diceva al pranzo domenicale Marinella: «Da noi, stimano che con la crisi in Medio Oriente e il calo voli il turismo potrebbe avere un crollo del 40%. Ma temo che dall’altra parte non andrà meglio» Decido di ritornare il giorno dopo per vedere se è vero. Con la luce, Nicosia nord è già meno tetra, ma comunque non troppo affollata. Mi fermo a un caffè per fare due parole, in un inglese “accomodato”, con il gestore. Yousel e io intavoliamo una conversazione generale: il tempo, il calcio, il turismo (“poca gente in giro” ammette). E da lì, la conversazione scivola sulla politica. Che ne pensa delle elezioni che ci sono state dall’altra parte? Yousel alza le spalle, non è impressionato: «Non è cambiato niente prima, perché dovrebbe cambiare ora? E poi – aggiunge – io sono turco». In teoria, forse. Nella pratica, per quanto Cipro Nord sia totalmente dipendente dalla Turchia, nel diritto internazionale non esiste. Il che rende particolarmente difficile uscirne. «Per avere un permesso per viaggiare devo andare a chiederlo in Turchia – mi dice Yousel – e comunque tra una cosa e l’altra costa 5 mila euro. Se non avessi quel visto, in Europa mi rimanderebbero indietro appena atterrato. E chi atterra da noi all’aeroporto, poi non può passare dall’altra parte: è considerato un arrivo illegale».
Lo ringrazio e torno verso il check point, con le sue parole in testa: “io sono turco”. Non tutti la pensano così, ma è oggettivo che ci sia una frattura mai sanata anche se sopita. I turchi del nord, mi veniva spiegato a tavola solo il giorno prima, si sentono traditi da quelli del sud, dove dopo un primo periodo di coabitazione proprio la destra che oggi soffia sul nazionalismo greco boicottò la convivenza. «Non è una questione quella nazionale che si possa risolvere in un sistema capitalistico e dall’alto – sostiene Andros – va risolta dal basso». Le urne, dopo le 18, restituiscono un risultato gattopardesco: DISY traballa ma regge al 27,1 %, tallonato dai marxisti-leninisti di AKEL (23,9%). In sordina ma non troppo, ELAM totalizza il 10,9% e raddoppia i propri seggi, ora 8. Se il premier Nikos Christodoulides vuole governare, dovrà farlo con più attenzione cercando nuove alleanze, in una situazione in stallo. Il partito di Fidias Panayiotou, Democrazia Diretta, totalizza il 5,4 % e quattro seggi. Sembra una rivoluzione, ma non lo è: Christodoulides, presidente come indipendente, è ex membro di DISY. Dimitra aveva detto, alla fine della breve intervista: «Non vedo fiducia nei partiti, ma ho più fiducia nei movimenti dal basso». Chissà che non sia questo che possa ricucire una ferita decennale. Intanto però la buffer zone e i risultati elettorali sono due espressioni della stessa storia: Cipro è rimasta nel limbo, ha ammansito la sua parte fantasma. Ammansito, non addomesticato.

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