Costume

I bambini ci danno fastidio?

Alla fine anche l’infanzia è diventata una “task” da gestire.

26 Luglio 2026

“I bambini ci danno fastidio”. Da qualche tempo nel dibattito pubblico qualcuno ha avuto l’ardire di sollevare la questione: la presenza di bambini nello spazio pubblico ci da fastidio. Crescono i luoghi per relax e tempo libero child free, le aree riservate ai maggiori di 16 anni nelle piscine e nei locali, diminuiscono i luoghi dove i bambini possono trovare uno spazio integrato col mondo adulto. A farne le spese sono i bambini stessi, ovviamente, ma anche i genitori – spesso le madri – che subiscono questa ostracizzazione contemporanea. Il contesto capitalista ha, in questo, il suo peso: una società che valorizza performance e velocità difficilmente può accogliere benevolmente un elemento che “rallenta” e disturba.

Ci si dimentica che, stando al mito, il mondo occidentale, a partite dall’antica Roma, è stato fondato da un uomo che fuggiva dalla sua terra in fiamme (ricorda qualcosa?) ed esule vagava di corte in corte portando sulle spalle il vecchio padre e per mano il figlio piccolo, che lo seguiva “con passi non uguali”, come racconta Virgilio. Passi corti da aspettare, gambe stanche da sorreggere. Evidentemente la società di oggi non ha alcuna ambizione di costruire un glorioso impero, almeno stando al trattamento riservato a vecchi e bambini.

Tornando però ai problemi concreti di oggi, se il contesto non aiuta, nemmeno il mondo adulto si dà una mano. Famiglie in primis. Se abbiamo il coraggio di guardare con occhio critico chi rifiuta di condividere il suo spazio con i figli degli altri, dobbiamo osservare con altrettanta attenzione la famiglia “figliocentrica” chiusa su sè stessa. Un luogo nel quale difficilmente un percorso di crescita e educazione condivisa viene visto in modo positivo. Facciamo un passo indietro. Le famiglie di oggi sono molto più sole di un tempo: mancano le reti di prossimità, i nonni spesso lavorano ancora o sono troppo anziani per seguire nella crescita dei bambini piccoli, sempre più nuclei – per scelta o per necessità – sono monogenitoriali. A fronte di questo cambiamento non abbiamo assistito, negli anni, alla costruzione di modelli di cura realmente alternativi. La famiglia allargata è ancora un lusso per pochi, la comunità educante è un ricordo del passato. Un passato in cui era normale che i vicini, i genitori di amiche e amici dei figli, le famiglie dei compagni di classe, i ragazzi dell’oratorio, il bottegaio sotto casa, il parroco, l’allenatore si occupassero della crescita e dell’educazione dei bambini. Non di una funzione specifica e a pagamento (la lezione di calcio o di tennis, quella d’inglese o di musica), non di un’attività saltuaria (la festa di compleanno al parco giochi), ma di un percorso condiviso che riguardava il quotidiano e che implicava un rapporto bidirezionale di fiducia e non un “do ut des” economico. Queste funzioni – la lezione, l’allenamento, l’evento organizzato – esistevano, ma erano solo una parte di quella comunità educante che non lasciava mai sole le famiglie, perché era – appunto – comunità. Il parroco seguiva i bambini durante il catechismo, ma li educava anche in oratorio mentre giocavano, li sgridava se, incontrandoli per strada, si accorgeva che stavano combinando qualcosa di sbagliato. La vicina di casa dava un’occhiata ai bambini in cortile, contribuendo alla loro sicurezza, ma era anche la persona che poteva requisire il pallone alla terza pallonata tirata di proposito contro la finestra del secondo piano. Nessun genitore pensava di lamentarsi, perché il ruolo educativo era condiviso.

L’indiscusso beneficio di questo sistema si intuisce quando pensiamo alle estati di chi è stato bambino negli anni Ottanta/Novanta. Certo c’erano i centri estivi, ma una buona parte del tempo “vuoto” delle vacanze trascorreva in contesti informali nei quali era la comunità che presidiava l’infanzia. I genitori tornavano dal lavoro la sera e trovavano magari il figlio con un gomito sbucciato o un pallone in meno, senza mettere in discussione – o peggio condannare – i metodi educativi di chi si era preso cura di lui durante la loro assenza. E così il gelataio all’angolo era titolato a insegnare ai più piccoli che non si mettono le mani sul vetro dei gelati, senza per questo sentirsi rimproverare da un genitore preoccupato che questo freno all’esuberanza possa rappresentare un trauma.

Da parte loro, i genitori, vivono una delle epoche peggiori per l’interpretazione del ruolo: da una parte una grandissima attenzione alla performance (ovvero i bambini devono essere sempre belli, puliti, ben vestiti, conoscere già almeno due lingue entro i cinque anni e suonare uno strumento), dall’altra la paura di trasmettere traumi insanabili o non riconoscere abbastanza la loro personalità (con il rischio di mandare i bambini in burnout a suon di domande a cui non sono in grado di rispondere), perché a loro volta – sempre i genitori – sono figli di un’epoca in cui l’attenzione alla cura emotiva era decisamente scarsa. Ancora una volta però, il capitalismo fa leva su questa fragilità, isolando ulteriormente le famiglie, facendole sentire inadeguate, così da poter proporre loro metodi e strumenti (a pagamento ovviamente) per superare le loro lacune.

Questo come avviene? Da una parte con la promozione del “bambinocentrismo” e la proposta di un’infanzia sempre più targettizzata per la vendita di prodotti specifici e specifici contesti, dall’altra con la creazione di spazi childfree per coloro che non hanno alcun desiderio di vivere in contesti bambinocentrici. Spariscono gli spazi di aggregazione spontanea – come i parchi e le piazze – dove le attività per l’infanzia potevano (e possono ancora) mescolarsi in modo naturale con la vita del resto della comunità. Ancora una volta questo avviene perché si tratta di luoghi gratuiti e non performativi – quindi poco incentivati dalla società in cui viviamo – ma anche perché si è completamente persa l’abitudine alla vita di comunità, che implica un certo grado di apertura e fiducia nell’altro. Anche nel compito di cura ed educazione delle nuove generazioni. Per l’economia le categorie “con figli” e “senza figli” sono più facili da gestire se tenute strettamente separate, perché necessitano di una creazione di spazi e servizi dedicati, ciascuno per le proprie esigenze, e la cosa surreale è che ci siamo lasciati convincere che non possa essere diverso. Le famiglie non sanno più come sostenere il costo economico e mentale della cura dei figli in estate perché non esiste più una comunità che possa o voglia farsene carico assieme a loro. La comunità non esiste più per molte ragioni, non ultima la convinzione che ai bambini occorrano delle “performance” e dei servizi specifici, e che il carico di cura non possa essere in parte condiviso semplicemente con un vicino che bada che non si mettano nei guai.

Per chiedere quindi al mondo adulto non familiare una ripresa del carico di cura – cosa di cui beneficerebbero immensamente i genitori, sia sul piano economico che personale – occorre tornare a esercitare la fiducia, che non passa dal pensiero che, a fronte di una sgridata il vicino possa ricevere una diffida dall’avvocato, nè che serva un’assicurazione per coprire eventuali ginocchia sbucciate. Condividere e costruire insieme uno spazio di crescita e non pagare delle prestazioni significa rimettere davvero l’infanzia al centro della comunità, perché solo in questo modo un bambino potrà frequentare serenamente lo spazio pubblico, con la consapevolezza che quello spazio ha regole e potenzialità che l’intera comunità può aiutare ad apprendere. Diversamente siamo destinati a città sempre più compartimentate, dove il mondo adulto e l’infanzia si incontrano solo per l’erogazione di un servizio e i genitori vengono lasciati soli con i figli nel difficile compito di crescita.

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