Storia
Il segreto della soglia di Gorizia: la strage di Peteano, Gladio e la ferita mai chiusa del confine orientale
La frontiera della Guerra Fredda: dinamiche sociali e geopolitiche della Soglia di Gorizia
Per comprendere la genesi, l’esecuzione e il successivo, monumentale insabbiamento della strage di Peteano, consumatasi il 31 maggio 1972, è necessario decifrare la complessa topografia geopolitica della Venezia Giulia dell’epoca. La frazione di Peteano, adagiata nel comune di Sagrado a meno di dieci chilometri da Gorizia, non era un anonimo frammento di provincia, ma uno dei punti nevralgici dello scontro bipolare tra il blocco atlantico e quello comunista. Nella pianificazione militare della NATO, questa striscia di territory era classificata come la “Soglia di Gorizia” o “Gorizia Gap”, identificata dagli analisti strategici come il corridoio pianeggiante più vulnerabile attraverso cui le divisioni corazzate del Patto di Varsavia avrebbero potuto invadere la pianura padana.
Questa ossessione difensiva trasformò il Friuli-Venezia Giulia in una delle aree più militarizzate del pianeta, costellata di casermaggi, fortificazioni sotterranee e depositi clandestini di armi gestiti da reti non convenzionali. Il clima sociale locale risentiva pesantemente delle ferite, ancora fresche e dolorose, del secondo dopoguerra. La ridefinizione dei confini con la Jugoslavia di Tito, il trauma delle foibe, l’esodo forzato di oltre 300.000 italiani dall’Istria e dalla Dalmazia, e la presenza di una minoranza slovena storicamente contrapposta alla maggioranza italiana avevano esasperato i sentimenti nazionalisti e anticomunisti.
In questo microclima di frontiera, l’estrema destra eversiva trovò uno spazio di legittimazione unico rispetto al resto del Paese. I gruppi della destra radicale, in particolare l’organizzazione Ordine Nuovo, si proposero alle popolazioni locali e a frange della difesa italiana come i difensori fisici e ideologici dell’italianità contro la “minaccia slavo-comunista”. Sotto l’influenza delle tesi del filosofo Julius Evola, improntate alla necessità di “cavalcare la tigre” della modernità decadente attraverso l’azione diretta, i militanti ordinovisti coltivarono un profondo disprezzo per le istituzioni democratiche dello Stato, giudicate deboli e inclini al compromesso con le sinistre. Al contempo, essi stabilirono solidi legami di complicità logistica con elementi dei servizi di sicurezza, dell’esercito e dell’Arma dei Carabinieri, cementati da un comune e ossessivo anticomunismo d’apparato.
Il peculiare intreccio tra geopolitica, dinamiche sociali e spinte politiche locali plasmò in modo decisivo l’ambiente in cui maturò l’eversione. Sotto il profilo geopolitico, l’identificazione dell’area come la vulnerabile “Soglia di Gorizia”, considerata il varco principale per un’eventuale penetrazione militare del Patto di Varsavia, giustificò l’insediamento clandestino e massiccio di infrastrutture logistiche militari, inclusa la rete stay-behind. A questa militarizzazione occulta si affiancavano profonde tensioni sociali radicate nella memoria traumatica delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata e della storica contrapposizione etnica tra la maggioranza italiana e la minoranza slovena. Tali ferite storiche alimentarono un diffuso sentimento nazionalista e un anticomunismo viscerale tra la popolazione. In questo humus si inserì una vivace dimensione politica dominata dalla presenza attiva del Movimento Sociale Italiano e di nuclei radicali extraparlamentari come Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, i cui militanti trovarono forme di spaventosa complicità e copertura logistica con membri degli apparati di sicurezza e delle forze dell’ordine in nome di una comune crociata anticomunista.
La trappola di Peteano: dinamica dell’attentato e prime vittime
La notte del 31 maggio 1972, la trappola scattò con precisione chirurgica. Alle ore 22:35, una telefonata anonima giunse al centralino di pronto intervento dei Carabinieri di Gorizia. Dall’altro capo del filo, un uomo parlò con un marcato accento dialettale friulano, lasciando una precisa segnalazione registrata su nastro magnetico: «Pronto? Senta, vorrei dirghe che c’è una machina con due buchi sul parabrezza nella strada da Poggio Terza Armata a Savogna… la xè una 500…»
Un’ora dopo, intorno alle ore 23:25, tre autovetture dell’Arma dei Carabinieri giunsero sul luogo indicato, una strada sterrata e isolata immersa nei boschi della frazione di Peteano. Lì giaceva la vettura segnalata: una Fiat 500 bianca, che recava effettivamente due evidenti fori sul parabrezza anteriore.
I primi rilievi esterni non chiarirono la natura del veicolo. I militari, insospettiti dai fori sul vetro che potevano far pensare a un conflitto a fuoco, decisero di procedere a un’ispezione più approfondita. Mentre due Carabinieri rimasero leggermente distanti a scopo di copertura, tre uomini si avvicinarono alla parte anteriore della utilitaria. Nel momento esatto in cui uno di loro sganciò la maniglia del cofano anteriore, che in quel modello di autovettura fungeva da bagagliaio, la Fiat 500 saltò in aria.
La deflagrazione fu devastante: l’automobile era stata trasformata in un’autobomba azionata da un microinterruttore a strappo collegato direttamente al cofano. L’onda d’urto dilaniò all’istante tre giovani carabinieri: il brigadiere Antonio Ferraro, trentunenne originario di Santa Croce Camerina, il carabiniere scelto Donato Poveromo, lucano di trentatré anni, e il carabiniere Franco Dongiovanni, leccese di appena ventitré anni. Altri due militari dell’Arma rimasero gravemente feriti e mutilati dall’esplosione: il tenente Domenico Evangelista e il carabiniere artificiere Roberto Amio. La strage, per la fredda ferocia della trappola e per la scelta accurata del bersaglio, scosse profondamente le istituzioni nazionali, aprendo uno dei capitoli più cupi e complessi della storia repubblicana.
La fabbrica dei colpevoli: la stagione dei depistaggi istituzionali
Le indagini sulla strage di Peteano presero immediatamente una direzione precisa, ma radicalmente errata, sotto la personale guida del colonnello Dino Mingarelli, comandante della Legione Carabinieri di Udine. Già noto per il suo ruolo nel Piano Solo del 1964 e per i suoi legami con gli ambienti del Golpe Borghese, Mingarelli assunse il controllo assoluto dell’inchiesta, orientandola deliberatamente verso il falso bersaglio della sinistra extraparlamentare, la cosiddetta “pista rossa”.
Il perno di questa prima manipolazione fu Marco Pisetta, un estremista di sinistra trasformatosi in informatore dei servizi segreti e dell’Arma. Pisetta rese una serie di false dichiarazioni al tenente colonnello Michele Santoro, ufficiale della caserma di Trento e di note simpatie autoritarie, indicando come responsabili i militanti del gruppo Lotta Continua di Trento. Questa tesi, rilanciata con vigore dagli organi di stampa vicini alla destra e al governo, crollò nel giro di pochi mesi a causa delle insanabili contraddizioni dello stesso Pisetta, il quale finì per smentire le proprie deposizioni.
Fallita la pista rossa, l’apparato investigativo di Mingarelli non cercò la verità negli ambienti dell’eversione nera friulana, che pure in quel periodo conduceva una violentissima campagna di attentati dinamitardi nella regione, ma procedette alla costruzione di una seconda, altrettanto feroce manipolazione: la “pista gialla” della criminalità comune. Questa volta, i Carabinieri focalizzarono i loro sforzi sulla malavita di Gorizia, accusando sei giovani locali con piccoli precedenti penali di aver compiuto la strage come vendetta contro l’Arma.
I giovani, identificati in Furio Larocca, Giorgio Budicin, Romano Resen, Ezio Badin e i fratelli Mezzorana, furono arrestati il 21 marzo 1973. L’opinione pubblica goriziana e la stampa nazionale, senza attendere alcun riscontro processuale, avviarono una violenta campagna di fango, dipingendoli come “balordi” e “delinquenti comuni pericolosi”.
Nel clima di diffidenza e terrore che si era creato in città, dove persino amici e vicini scelsero il silenzio per paura di essere associati alla strage, pochissimi presero le difese degli accusati. Tra questi vi furono alcuni avvocati coraggiosi, guidati da Nereo Battello, Roberto Maniacco e Livio Bernot, che lottarono tenacemente contro un teorema accusatorio privo di qualsiasi prova scientifica, basato unicamente sulle dichiarazioni manipolate dell’informatore Walter di Biaggio.
I sei giovani goriziani trascorsero oltre un anno in custodia cautelare in carcere prima di essere assolti in primo grado il 7 giugno 1974. Nonostante l’evidente innocenza, l’ombra del sospetto continuò a perseguitarli fino al proscioglimento definitivo con formula piena, giunto solo il 25 giugno 1979.
L’insabbiamento balistico e la vicenda di Ivano Boccaccio
La pista che avrebbe potuto condurre ai veri colpevoli fin dal 1972 era stata deliberatamente occultata dagli inquirenti attraverso la distruzione e la falsificazione di prove balistiche fondamentali. Nel corso dell’ispezione della Fiat 500 bianca a Peteano, i Carabinieri avevano repertato alcuni bossoli di pistola calibro 22, utilizzati dagli attentatori per praticare i due fori sul parabrezza e simulare il finto conflitto a fuoco.
Il 6 ottobre 1972, a pochi mesi dalla strage, un militante diciannovenne di Ordine Nuovo, Ivano Boccaccio, rimase ucciso all’aeroporto di Ronchi dei Legionari durante il tentativo di dirottare un aereo di linea della linea nazionale per scambiare i passeggeri con detenuti politici. Tra le mani del giovane terrorista ucciso venne rinvenuta una pistola calibro 22, legalmente registrata a nome di Carlo Cicuttini, segretario della sezione del MSI di Manzano.
Le perizie balistiche avrebbero potuto rivelare immediatamente che i bossoli repertati sulla Fiat 500 a Peteano erano stati esplosi proprio da quell’arma. Tuttavia, il perito balistico nominato dagli inquirenti, Marco Morin, che si scoprirà essere un militante occulto di Ordine Nuovo, e gli ufficiali Mingarelli e Chirico omisero deliberatamente di effettuare la comparazione balistica, decretando che le due vicende dovessero rimanere separate e prive di qualsiasi nesso d’indagine. Questo clamoroso falso ideologico permise ai veri responsabili della strage di rimanere liberi per oltre un decennio.
La confessione di Vincenzo Vinciguerra: il soldato politico contro lo Stato
Il muro di gomma eretto attorno alla strage di Peteano iniziò a sgretolarsi solo a metà degli anni Ottanta, a seguito della clamorosa decisione di Vincenzo Vinciguerra di confessare la propria diretta responsabilità nell’eccidio. Neofascista intransigente, militante prima di Ordine Nuovo e poi di Avanguardia Nazionale, Vinciguerra si era sottratto alla cattura rifugiandosi nella Spagna franchista e successivamente in Sudamerica, prima di costituirsi spontaneamente nel settembre del 1979.
Il 28 giugno 1984, Vinciguerra confessò di essere l’ideatore e l’esecutore della strage di Peteano, indicando in Carlo Cicuttini il complice che aveva effettuato la telefonata-trappola e nel defunto Ivano Boccaccio il terzo membro del commando. La sua non fu la scelta di un pentito in cerca di sconti di pena o di benefici carcerari; al contrario, Vinciguerra si presentò davanti ai giudici como un “soldato politico” intenzionato a rivendicare l’azione in chiave ideologica: «Mi assumo la responsabilità piena, completa e totale dell’attentato, che si inquadra in una logica di rottura con la strategia che veniva allora seguita da forze che ritenevo rivoluzionarie, cosiddette di destra, e che invece seguivano una strategia dettata da centri di potere nazionali e…»
Nelle sue lunghe e dettagliate deposizioni, Vinciguerra spiegò che l’attentato ai Carabinieri a Peteano doveva essere un atto dimostrativo e di aperta rottura rispetto alle precedenti stragi della destra radicale (come Piazza Fontana). Secondo Vinciguerra, i vertici di Ordine Nuovo e dell’eversione nera erano stati ridotti a mera manovalanza criminale al servizio di apparati militari atlantici e governi democristiani, con lo scopo di creare il panico nel Paese e favorire una svolta autoritaria presidenzialista.
Attaccando frontalmente l’Arma dei Carabinieri, Vinciguerra voleva dimostrare che la vera destra rivoluzionaria combatteva lo Stato democratico, anziché servirlo nell’ombra. Autoaccusandosi, Vinciguerra impose alla magistratura di indagare proprio sulle coperture e sui depistaggi istituzionali che gli avevano garantito la latitanza.
Il finanziamento di Almirante e la latitanza protetta
Le confessioni di Vinciguerra e le successive verifiche bancarie portarono alla luce un torbido legame finanziario ed operativo che coinvolgeva direttamente il segretario nazionale del Movimento Sociale Italiano, Giorgio Almirante. Nel 1982, Vinciguerra rivelò che Almirante aveva personalmente disposto il trasferimento di 35 mila dollari a favore di Carlo Cicuttini, all’epoca latitante in Spagna.
Quei fondi, transitati attraverso conti correnti cifrati svizzeri e spagnoli presso il Banco de Bilbao e il Banco Atlantico, servirono a finanziare un delicato intervento di chirurgia alle corde vocali a cui Cicuttini si sottopose in una clinica spagnola. L’operazione era considerata fondamentale dal MSI per alterare in modo permanente la voce di Cicuttini, in quanto la registrazione della telefonata-trappola di Peteano era nelle mani degli inquirenti e la sua voce naturale lo avrebbe inevitabilmente incastrato qualora fosse stato catturato o intercettato.
Le prove documentali del transito di quel denaro vennero definitivamente alla luce nel giugno del 1986, portando al rinvio a giudizio di Giorgio Almirante e dell’avvocato goriziano Eno Pascoli con l’accusa di favoreggiamento personale aggravato. Almirante, tuttavia, non dovette mai rispondere in tribunale di questo reato poiché richiese e ottenne l’applicazione immediata di un provvedimento di amnistia prima dell’inizio formale del dibattimento, mentre il suo complice Eno Pascoli fu condannato in via definitiva.
Felice Casson e la scoperta di Gladio: dal caso Peteano alla Stay-Behind
La vera svolta che impresse all’indagine su Peteano una valenza storica nazionale si verificò a partire dal 1980, quando il fascicolo passò nelle mani del giudice istruttore del Tribunale di Venezia, Felice Casson. Rifiutando la tesi della fatalità o della negligenza investigativa, Casson si convinse che i depistaggi operati da Mingarelli e Chirico fossero coordinati dall’alto per proteggere un segreto indicibile dello Stato.
Il punto di partenza dell’indagine di Casson fu l’analisi dell’esplosivo. Sulla base di indizi e testimonianze raccolte tra ex appartenenti alle forze di sicurezza, il magistrato ipotizzò che l’esplosivo militare impiegato a Peteano, identificato come T4 o C4 ad alto potenziale, provenisse direttamente dal Nasco di Aurisina, un deposito di armi clandestino situato sul Carso triestino. Nel corso dei procedimenti emersero verbali drammatici che rivelavano l’angoscia diffusa all’interno degli apparati di sicurezza subito dopo l’attentato. L’ufficiale dell’intelligence Giuseppe Napoli, durante un interrogatorio, confermò il clima di profonda preoccupazione che regnava nell’estate del 1972: «Nell’estate del 1972, e quindi dopo la strage di Peteano, seppi che il NASCO di Aurisina era stato trovato, preso, saccheggiato… l’ufficiale, che operava ad Udine al Centro Ariete, mi riferì che il giudice stava indagando sul tipo di esplosivo che era stato impiegato per la strage e mi disse che vi era preoccupazione su come si sarebbe risolta la cosa perché si diceva che l’esplosivo impiegato per la strage era dello stesso tipo di quello nascosto da noi nel pacco»
Le ricerche condotte da Casson confermarono che il deposito di Aurisina era stato occultato e successivamente svuotato d’urgenza. Nel 1979, l’allora direttore del servizio segreto militare (SISMI), ammiraglio Fulvio Martini, aveva ammesso confidenzialmente ad altri ufficiali la necessità di far sparire quel nascondiglio per sottrarlo alle indagini della magistratura veneziana: «ricordo solo che nel 1979 l’Ammiraglio Martini mi fece cenno al fatto che in passato aveva dovuto spostare un deposito situato nel nord-est per evitare che fosse rintracciato dalla magistratura che indagava su Peteano»
Risalendo la catena di comando che gestiva il deposito clandestino di Aurisina, Casson si imbatté nell’esistenza di un protocollo d’intesa segretissimo tra il servizio segreto italiano (all’epoca SIFAR) e la CIA, risalente al secondo dopoguerra. Quel documento regolava l’esistenza di Gladio, la branca italiana dell’organizzazione multinazionale Stay-Behind, una rete militare segreta pronta ad attivarsi in caso di occupazione sovietica, dotata di depositi di armi sepolti nel terreno e formata da civili selezionati per la loro assoluta fede anticomunista.
Il 20 luglio 1990, il giudice Casson entrò nell’ufficio di Palazzo Chigi per interrogare il Presidente del Consiglio dei Ministri, Giulio Andreotti, pretendendo l’esibizione dei documenti riservati sull’organizzazione occulta. Molti anni dopo, lo stesso Casson racconterà con efficacia l’atmosfera carica di tensione di quel colloquio: «Quando il 20 luglio 1990 entrai nel suo ufficio, Giulio Andreotti mi invitò a sedere sul divano, chiedendomi con una quasi impercettibile contrazione delle labbra: ‘Gradisce un caffè?’. Devo confessare che in un baleno mi passarono per la mente tutti i caffè della storia d’Italia che avevano avuto un esito infausto. Ma risposi subito: ‘Sì, grazie’. Quel caffè invece sarebbe andato di traverso al presidente della Repubblica Francesco Cossiga, già in rapporti politici tesi con Andreotti».
Andreotti, stretto dall’evidenza delle prove raccolte dal magistrato veneziano, decise di collaborare consegnando alla magistratura e alla Commissione parlamentare sulle stragi la documentazione ufficiale su Gladio, dichiarando pubblicamente: «Sia sul problema in generale, sia sullo specifico accertamento fatto in occasione dell’inchiesta sulla strage di Peteano da parte del giudice Casson, fornirò alla Commissione tutta la documentazione necessaria»
Il 24 ottobre 1990, Andreotti rivelò ufficialmente l’esistenza di Gladio davanti alle Camere e ai mezzi di informazione nazionali, scatenando una tempesta mediatica e politica senza precedenti, nota storicamente come lo “scandalo Gladio”.
Le ripercussioni per il giudice Casson furono immediate e durissime. La magistratura veneziana e i vertici dei servizi segreti tentarono in ogni modo di fermare le sue indagini, accusandolo di inefficienza e minacciando azioni disciplinari volte a ottenere il suo trasferimento d’ufficio per “incompatibilità ambientale”. Al contempo, il giorno successivo all’arresto dei carabinieri Mingarelli e Chirico per depistaggio, lo Stato revocò improvvisamente e senza preavviso la scorta che quotidianamente proteggeva la vita del magistrato, lasciandolo esposto a potenziali vendette eversive. Solo la strenua difesa di Casson e l’intervento del Consiglio Superiore della Magistratura nel 1987 bloccarono il suo allontanamento dalle indagini.
L’iter processuale e le condanne definitive
L’iter giudiziario sulla strage di Peteano si è articolato lungo un ventennio di indagini, rinvii, annullamenti e nuovi dibattimenti, giungendo a una conclusione definitiva e storicamente storica solo nel 1992 con la sentenza della Corte di Cassazione. Per la prima volta nella storia della Repubblica, la magistratura italiana riuscì a condannare sia gli esecutori neofascisti di una strage sia gli alti ufficiali dell’Arma dei Carabinieri colpevoli di averne coperto la matrice per quasi due decenni.
Le sentenze definitive emesse nel 1992 hanno delineato con precisione le responsabilità individuali dei principali protagonisti della strage e della successiva fitta rete di coperture istituzionali. Vincenzo Vinciguerra, militante eversivo legato ad Ordine Nuovo ed esecutore materiale dell’autobomba, è stato condannato all’ergastolo, pena che sta tuttora scontando come reo confesso. La stessa pena massima dell’ergastolo è stata inflitta a Carlo Cicuttini, dirigente locale del MSI di Manzano che effettuò la telefonata-trappola per attirare i militari, arrestato in Spagna dopo una lunga latitanza protetta e infine estradato nel 1988.
Sul fronte dei depistaggi e delle gravissime deviazioni investigative, la magistratura ha sancito la responsabilità penale degli ufficiali dell’Arma. Il generale Dino Mingarelli e il colonnello Antonino Chirico, artefici dei depistaggi sulla pista rossa e su quella gialla oltre che dell’occultamento dei rilievi balistici sui bossoli calibro 22, sono stati entrambi condannati in via definitiva a tre anni e dieci mesi di reclusione. Per lo stesso reato di depistaggio, legato alla copertura e alle false testimonianze fornite circa la misteriosa sparizione dei depositi di esplosivo clandestini della rete Stay-Behind nel nord-est, il colonnello Giuseppe Napoli è stato condannato a tre anni e un mese di reclusione.
Le complicità civili hanno visto la condanna dell’avvocato goriziano Eno Pascoli a tre anni e nove mesi di reclusione per favoreggiamento personale, essendo emerso il suo ruolo chiave di intermediario per far pervenire a Cicuttini i finanziamenti necessari alla latitanza spagnola. Anche il perito balistico e militante ordinovista occulto Marco Morin è stato condannato per depistaggio e false perizie, per aver falsificato deliberatamente gli esami comparativi sulle armi e sui bossoli. Infine, per quanto concerne il segretario nazionale del MSI Giorgio Almirante, indagato per aver finanziato con trentacinquemila dollari la latitanza e l’operazione chirurgica alle corde vocali di Cicuttini, il processo non ha potuto fare il suo corso formale a causa della tempestiva richiesta e della conseguente immediata applicazione di un provvedimento di amnistia prima dell’avvio del dibattimento.
Un ulteriore e decisivo passo verso la trasparenza storica è stato compiuto il 22 aprile 2014, quando la presidenza del Consiglio dei Ministri ha emanato la cosiddetta “Direttiva Renzi”, disponendo la declassificazione e la libera consultabilità di tutti i fascicoli archivistici relativi alla strage di Peteano e ad altri tragici eventi dello stragismo italiano, consentendo finalmente a storici e cittadini l’accesso ai segreti custoditi per oltre quarant’anni negli archivi dello Stato.
La lezione di Peteano e il valore della verità storica
La ricostruzione d’inchiesta sulla strage di Peteano rivela una verità profonda che va ben oltre la fredda cronaca di un attentato terroristico. Peteano non fu un evento isolato, ma l’espressione più plastica di quella “strategia della tensione” che ha insanguinato l’Italia durante gli Anni di Piombo. In questo disegno eversivo, la destra fascista e i settori deviati degli apparati di sicurezza si mossero in una spaventosa sinergia: i primi agirono come braccio operativo per provocare la destabilizzazione sociale, mentre i secondi intervennero con sistematici depistaggi per garantire l’impunità ai colpevoli e proteggere la clandestinità di strutture paramilitari nate all’ombra della NATO.
La lezione civile di Peteano risiede anche nel riconoscimento del danno immenso arrecato al tessuto sociale del territorio. Per quasi vent’anni, a Gorizia e in tutta la Venezia Giulia, la colpa di quell’eccidio è stata artatamente gettata addosso a giovani del tutto innocenti, distruggendo le loro esistenze e avvelenando le relazioni comunitarie in una terra già storicamente provata dalle divisioni del confine.
La tenacia dei pochi difensori dell’epoca e il rigore investigativo di magistrati come Felice Casson hanno dimostrato che la tutela dei diritti costituzionali e la ricerca intransigente della verità storica rappresentano gli unici veri pilastri su cui può reggersi una democrazia matura, capace di sopravvivere ai propri segreti più inconfessabili.
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