Arte
Epigoni e riti ripetitivi
Sui limiti dell’antologia poetica “NON NEL NOSTRO NOME. Cento poeti italiani in difesa della dignità umana” a cura di Massimo Pamio e Adam Vaccaro, Edizioni Mondo Nuovo 2025.
E’ un’antologia di poeti italiani, che – informa la quarta di copertina – pensano “sia possibile ancora concepire la poesia come impegno civile” e la sua pubblicazione “scaturisce dalla proposta di un precedente “Manifesto della dignità umana violata” del giugno 2025 (https:||www.milanocosa.it|temi-e-riflessioni|manifesto-dignita-violata). Ed è nata dallo sdegno per “le atrocità che si stavano consumando attorno a noi, tra genocidi e guerre imperialistiche [per una] presa di responsabilità nel degrado in atto della Polis”.1
In passato – che io ricordi – esistono due precedenti simili: un’antologia del 1992 contro la Guerra del Golfo;2 e un’altra, “per la resistenza della memoria repubblicana”, uscìta nel 2010, ai tempi del quarto governo Berlusconi.3
Si potrebbe anche simpatizzare con le intenzioni dei curatori e dei poeti che hanno contribuito, ma bisogna pur dire che l’iniziativa fa acqua da molte parti:
– E’ tardiva (l’invasione dell’Ucraina è del 24 febbraio 2022, l’attacco di Hamas in territorio israeliano è del 7 ottobre 2023) ed arriva a genocidio dei palestinesi quasi completato.
– Di atrocità, genocidi e guerre ce ne sono state e ce ne sono tante nel mondo (e da tempo) e raramente hanno attirato l’attenzione dei poeti italiani, che non sembrano essere gli interlocutori più sensibili a un progetto di opposizione alle guerre.
– I contributi dei poeti appaiono generici, come di chi ha in mente altro e, improvvisamente chiamato a pronunciarsi su una realtà lontana scrive al momento o ripesca da cose scritte in passato. (Non è un caso che vari testi antologizzati siano estratti da raccolte già edite).
– Le singole poesie – molto eterogenee per pensieri e forme – possono piacere o non piacere, essere giudicate più o meno in tema, ma quasi tutte soccombono all’angoscia di un presente sentito come cupo, minaccioso ma insondabile.
– Manca un “linguaggio comune” e i poeti non riescono ad uscire dalle loro solitudini, a tentare il dialogo tra loro e soprattutto a misurarsi a fondo con la realtà sconvolgente degli eventi in corso. (Suppongo che i curatori – o per sfiducia o per fretta – abbiano giudicato impossibile oggi un lavoro seminariale preparatorio e di confronto tra i partecipanti. Eppure, hanno anche rinunciato ad un approfondimento critico dei contributi e si sono limitati ad assemblare i testi ordinandoli in un neutro ordine alfabetico).
– Il risultato non è affatto “un solo unanime grido”4 delle cento voci contro le atrocità, i genocidi, etc., ma un coro cacofonico di voci dissonanti e qualche volta svagate o stonate.
Questo elenco di crudi rilievi a me pare trovi varie conferme: nei testi dei poeti,5 nel titolo dell’antologia, nelle introduzioni e postfazioni. Ma in “Non in nostro nome” pesa soprattutto l’attuale mancanza di un’idea di poesia civile per l’oggi. Ammesso che in questo nostro tempo sia ancora possibile fare “poesia civile”. Questo è un problema niente affatto da dare per scontato o risolto o trascurabile; ed è, però, del tutto assente nell’Antologia. Questa mancanza di analisi critica dei concetti che avrebbero dovuto dare una direzione ai singoli contributi dei poeti agevola non soltanto un’ambigua equiparazione dei due termini di poesia civile e di dignità umana ma anche la disinvolta sostituzione del primo con il secondo. In questo modo, quel tanto di politicità che il termine poesia civile ebbe in passato (ai tempi di Sereni, Fortini, Pasolini, Leonetti o del primo Majorino) svanisce. Non compare neppure nel titolo o nel sottotitolo dell’Antologia e finisce per essere surrogato da quello neutro, apolitico e genericissimo, di dignità umana.6
Più che di poesia civile, dunque, l’Antologia pare una raccolta di emotivi cahiers de dolèances poetici o parapoetici, che offrono squarci sui mondi immaginari coltivati dai singoli poeti ma, per varietà di sensibilità e di intenzioni, risultano separati, non comunicanti tra loro e davvero vagamente “civili”. Perché il suo fondamento sembra essere quello di un “umanesimo creaturale”, che considera il Male in forme astoriche.7
Non si trovano più nemmeno gli echi di autori che sulla guerra hanno riflettuto da posizioni più rigorose.8 E’ vero che tutta una cultura di opposizione realistica e anticapitalistica alla guerra è stata da decenni sopraffatta – (ma anche volutamente abbandonata da molti intellettuali di grido) – per l’imporsi di rapporti di forza che aboliscono di fatto ogni diritto internazionale e impongono la normale pratica della violenza dei più forti non solo nei fatti ma anche nelle menti delle vittime, che finiscono per accontentarsi di emettere “gridi di dolore” o reagire al massimocon gesti simbolici rituali e in fondo inefficaci. E spiace dire che a tale ricatto dei potenti i promotori del “Manifesto dignità violata” cedono volentieri e acriticamente accettando il terreno imposto come l’ unico su cui agire.9 E neppure riescono a svincolarsi dai freni o dalle lusinghe delle corporazioni letterarie. Né a contrapporsi con il necessario disprezzo ai discorsi sempre più “guerreschi” dei mass media, finendo per snobbarli da posizioni nostalgiche (in nome del culto della Letteratura, della Parola). Né ad aprirsi con coraggio ai fermenti sociali contro guerre che qua e là confusamente si fanno sentire.
Perciò questa Antologia è l’ennesima (forse involontaria) foto di gruppo dello stato di sbandamento e di crisi della poesia italiana contemporanea (e più in generale degli intellettuali). Rivela umori, paure, attese, pretese e velleitarismi che covano nelle loro menti (e anche in quelle dei non poeti), ma sfiora appena il problema del che fare in poesia e fuori dalla poesia contro le guerre imposte dai potenti.
Come uscire, dunque, dalla lamentazione? Come uscire “di pianto in ragione”(Fortini)? Cosa contrapporre di reale (e non soltanto di simbolico) alle guerre reali (e simboliche) dei potenti, per non essere spettatori passivi e non ridurci a chiedere ai lupi che siano loro a restituirci quel qualcosa (solo la “dignità violata”?) che ci hanno strappato?
I versi non fermano missili, bombe e droni. Come diceva Fortini, riferendosi a Lu Hsun: ”Certo aveva ragione quel grande scrittore e poeta cinese che negli anni Trenta circa diceva che una canzone battagliera anche di pessima qualità, come possono essere gli inni patriottici, serve benissimo per incitare gli animi, per commuoverli, ma che per battere il nemico – Lu Sun parlava degli ufficiali di artiglieria – è meglio usare i cannoni”.10
Note
1 Lo spiega uno dei due curatori, Massimo Pamio, nell’introduzione, “Voce corale”, pag. 6.
2 “Poesia contro guerra”, A. Doria (Curatore), Edizioni Punto Rosso, 2007.
3 Si intitolava “Calpestare l’oblio – di D. Nota (a cura di), F. Orecchini (a cura di)- 31 ottobre 2010. Su di essa scrissi una riflessione: https://www.poliscritture.it/2011/04/05/sullantologia-calpestare-loblio/. Da notare: anche allora i poeti scelti erano 100. E non so se la predilezione per il numero 100 di certi curatori abbia ancora a che fare con il simbolismo della totalità attribuito a questo numero considerato perfetto dai Pitagorici.
4 Pag. 6.
5 Si va da chi vede ancora i poeti come “un’erba nefasta” che i potenti temono “perché predicano la libertà e l’insurrezione “ (Bisutti) a chi invoca “pietà, Signore, per tutti gli ordigni / che in nome del progresso ha costruito l’uomo” (Coco), a chi rievoca l’euforia della sua giovinezza ai tempi della guerra dei sei giorni di Israele (“Aria per la guerra dei sei giorni/ quasi nato il trenta marzo a primavera / correva un’aria nuova fresca dura / e pura” (Cohen), a chi “tornando a casa ogni sera promett[e]/ di scrivere un verso uno solo che salvi/ la giornata (è più facile darsi un dovere)/ ma stasera non [può] perché / [ha] visto / una rondine morta” (D’Alessandro), a chi si chiede ” come spiegheremo ai figli l’allarme ininterrotto /se non sotto una maschera di vergogna?” (Ferramosca), a chi si commuove guardando (in foto) “una bambina [che] si dispera / perché per lei non è rimasto più niente,/e così un piccolo, che piange /stretto al padre, /e molti molti altri, molta gente intorno, come loro / disperata, se sopravvive agli spari” (Fo), a chi si rivolge spavaldo “ai capi di Stato e di Governo”: “Miei carissimi ed amatissimi porci / – sia lode ai maiali “ (Gaccione), a chi avverte “i distruttori d’Occidente”: “Ogni volta che vi addormenterete / udirete i nostri passi sui sentieri delle lacrime” (Gallo), a chi si lamenta perché “sopravvive la nostra lingua / in un recinto da indiani / (nativi americani eliminati) /semper dalla maligna ingordigia / dei supersceriffi in cerca d’oro” (Giancarli), a chi si è convinto che “la vera opposizione a questo mondo / la può esercitare solo chi lavori a fondo / dentro le grotte del proprio cuore” (Guzzi), chi prevede (o profetizza) “tempi foschi e poi i giorni / tremendi dell’ira, se si persiste / in questa follia” (Langella), chi rievoca un passato mitico “quando eravamo dèi e camminavamo con gli alberi / e le vesti erano anime e animali vivi / e ancora festeggiavamo i compleanni delle nuvole” (Mastropasqua), chi, come assorto in altri pensieri, dichiara che bisogna “pensare il corpo più che pensare al corpo” (Palladini), chi immagina “che possiamo essere buoni /intimamente protesi verso l’altro” (Parrelli), chi sconsolato si chiede: “Che può la vergogna dei pochi /contro l’indomabile ferocia dei tanti? Che può?” (Pecora), chi rievoca Gino Strada “ Il Medico Buono [che] volle anzitutto /curare gli ultimi, i dannati della Storia” (Perilli), chi prevede che “Quando tutto questo nostro mondo vedrà la fine / rimarranno soltanto le intelligenze artificiali” (Piccolo), chi drastico proclama: “Giustiziamo l’idea stessa di giustizia” (Pozzoni), chi solenne rimprovera: “Ma te n’avvedi, Italia, di che sogni / ti sei disfatta, di che canti, / di che virtù minuscole accudite” (Rosato), chi constata: “Quanti furti, latrocini, rapine, ruberie,/ e quante frodi, estorsioni e sottrazioni /dietro l’alibi di portare il progresso” (Ruffilli), chi esorta: “Riprendiamoci il sole / riabbracciamo il disordine” (Tabellione), chi suggerisce: “Siate gentili, tornate umani / Parlate piano, ridete molto /Accarezzate con le stesse mani /L’anima e il volto” (Tognolini), chi scorge “il volto del passato che ritorna” (Vitale).
6 L’operazione è avallata da un’affermazione dello stesso Pamio: “E l’impegno civile? Più che di impegno civile, si può parlare di dignità, di un senso del rispetto per le creature che procede di pari passo con la parola”, pag. 8. Ma anche da Perilli, che le equipara nella postfazione: “Quelle che seguono in questo libro sono parole d’impegno civile, o, che è lo stesso, di rivendicazione e difesa della dignità umana, come vuole il sottotitolo”, pag. 187-188.
Cosa intendano curatori e poeti antologizzati per “dignità umana” non è troppo chiaro. Dignità è “porsi con rispetto di fronte al creato. Per contribuire a edificarlo, a migliorarlo.”? (Pamio, pag. 7-8). “Senso del rispetto per le creature che procede di pari passo con la parola”) (sempre Pamio, pag. 8). Dignità dei poeti in quanti poeti :“presa di posizione imposta dalla nostra dignità di Autori”? (Vaccaro, pag. 9). Dignità come ribellione o disobbedienza (“la dignità si aggrappa al respiro / di chi rifiuta l’ordine ingiusto,/ di chi non volta lo sguardo, /di chi scrive, e non acconsente.”? (Cavalera, pag. 43), Dignità come “bene sacro”? (Vitaldo Conte, pag. 55). Dignità “ è l’intenso sentire del cuore, è un atto di libertà, / una brace interiore”? (Segneri, pag. 160).
7 Si veda Pamio, che la storia la vede così: “La storia, una pattumiera in cui si gettano le folli e arroganti esternazioni di capi di Stato” (pag. 5). Si veda Adam Vaccaro che fa un minestrone dei Malvagi estratti da vari secoli: “Mai smisero d’incarnarsi/ in Erode, in Augusto, in Gengis Khan, Tamerlano, Torquemada,/Cortez,/ Pizarro, Napoleone, Hitler, Stalin, Leopoldo, Mao,/Bush, Netanyahu, Gheddafi.”(pag. 9). Si veda Elio Pecora che vede nella storia solo avidità e stupidità: “È innegabile che le rovine nelle storie umane sono state e sono l’esito di avidità e di stupidità. Soltanto la mancata conoscenza di sé, la sicura ignoranza del proprio bene possono portare a tanti errori, a tante sciagure.” (pag. 183).
8 E mi riferisco a Franco Fortini ( https://www.poliscritture.it/2021/09/27/fortini-la-guerra-la-pace/) e in particolare ad un suo scritto ai tempi della guerra del Golfo, “Otto motivi contro la guerra” (9 settembre 1990, in L’ospite ingrato, 2, 2003).
9 E, infatti, nel “Manifesto in difesa della dignità umana” scrivono: “Evidenziamo tali derive e proponiamo l’iniziativa di proclamare un giorno per l’umanità violata, in cui siano spenti cellulari, televisioni, computer e sia proposto l’ascolto del mondo, con iniziative nel Territorio, in tutti gli ambiti sociali capaci di farsi eco di sodalizi attivi e sensibili a tali complesse problematiche”.
10 F. Fortini, “Che cos’è la poesia?” RAI Educational 1993.
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