Partiti e politici

Umberto Bossi, il primo incompreso (dalla Sinistra)

Bossi è stato il primo populista moderno italiano, precursore di tutto: insulto, post-verità, partito personale. La sinistra non lo ha capito allora. Non lo capisce ancora. E continua a pagarne il prezzo elettorale tra i ceti popolari.

21 Marzo 2026

Umberto Bossi, la cui morte fisica ha raggiunto quella politica di molti anni fa, è stato per molti versi un pioniere, un avanguardista di molte trasformazioni della politica, non tutte positive, ma quasi tutte molto significative e durature.

È stato Bossi, diventato ‘senatùr’ nel 1987, quando la Prima Repubblica pareva godere di eccellente salute, il primo populista moderno ad affacciarsi nell’aula sorda e grigia, rompendo il fair play (lui l’avrebbe chiamato diversamente) dell’apparentemente sempiterno ‘arco costituzionale’ con una violenza (e un’efficacia) che nessuno aveva mai raggiunto nella storia repubblicana: non i Radicali, non la Sinistra extraparlamentare, non il MSI. Per di più, l’aveva fatto senza social, utilizzando i paludatissimi media tradizionali. Certo, oggi un giorno qualunque di campagna elettorale referendaria produce più metano di quanto ne abbia forse prodotto l’Umberto in tutta la sua carriera, ma tutto, l’uso sistematico dell’insulto, la post-verità, i personaggi da sbarco (Speroni, Boso, Formentini, ricordate?) promossi statisti sono cominciati lì, prima di Berlusconi.

Come tutti i momenti di passaggio, in Bossi coesistevano la disruption più selvaggia e un certo rispetto per la Politica vecchio stile, a partire dalla scelta di costruire un partito vero, ponte ideale tra l’organizzazione del consenso nella Prima Repubblica e il ‘partito di plastica’ berlusconiano che sarebbe arrivato di lì a poco. La Lega non era un partito veramente democratico, nel senso di contendibile: Bossi era il capo e faceva e disfaceva a suo piacimento, ma non era un marchio proprietario come sono oggi quasi tutti i partiti, ad eccezione del PD e in parte di FDI e proprio della Lega stessa, che Salvini ha però reso un partito di pongo. Anche in questa trasformazione delle macchine del consenso, da burocrazie che dicevano la loro ad apparati di culto del Capo, Bossi è stato in qualche modo un precursore.

Soprattutto, però, Bossi è stato il primo fenomeno della trasformazione della politica da torneo cavalleresco e analogico in costante peristalsi pubblica, che la Sinistra non ha compreso, e continua a non comprendere, non capisce come chi si trova di fronte alla geometria non euclidea armato solo di righello. Un furbissimo popolano, non certo un ‘padrone’, non Achille Lauro, che sobillava un popolo interclassista, spostando il conflitto dai rapporti di produzione ai territori e all’identità (altra intuizione inedita), con una carica antisistema e a suo modo una sgangherata carica di utopia che il PCI aveva abbandonato. Accanto allo scherno per le rozze maniere, l’offesa permanente per la costante infrazione di ogni convenzione lessicale e di urbanità tra avversari, l’indignazione per il palese disprezzo di immigrati e meridionali (me lo ricordo bene, e quando vedo Alberto da Giussano su baveri calabresi mi fa sempre effetto) vi era un fondamentale sgomento per le linee di frattura sociale che si andavano ridisegnando, senza che gli eredi di quel partito che doveva ‘aderire alle pieghe della società’ ci capissero più un’acca. Scherno, offesa e indignazione, e soprattutto la Sinistra, sono ancora lì, dove sono maturati in reazione all’ascesa dell’Umberto da Cassano Magnago e dei suoi barbari.

La reazione senza comprensione della Sinistra alla Lega, ancor più che a Forza Italia e a Berlusconi, alla fine più leggibili, ha fatto di peggio che cristallizzare l’incomprensione, ha regalato definitivamente alla Sinistra un nuovo elettorato, alienandola soprattutto a quei ceti popolari che dovevano rappresentarne il bacino principale. La metto giù dura: con la reazione a Bossi e alla Lega si è radicalizzato quel processo di trasformazione della Sinistra italiana in un presidio di buona educazione, che le ha guadagnato le simpatie delle persone dabbene e di mondo e alienato i ceti popolari che potevano essere anche assai maleducati.

Tanto ci teneva, e ci tiene ancora, la Sinistra, a presidiare un’idea ordinata del mondo contro il dannunzianesimo radicale degli eredi dell’Umberto e dei loro alleati, che da abbandonare ogni velleità radicale e riflessione verso le questioni vere che la Lega poneva: il centralismo soffocante e inefficiente, il declino dei ceti produttivi, la perdita d’identità come problema sociale e politico. Se il PCI contava al Nord e si permetteva persino di ragionare come parlare ai ceti medi, inclusi artigiani e piccoli commercianti, come ceti popolari vessati dalla grande industria e dai monopoli, la Sinistra romanocentrica se la intende(va) meglio con Confindustria, e pensava che i piccoli imprenditori fossero tutti dei Perego, il personaggio di Albanese che diceva: «Noi nella mia famiglia lavoriamo tutti. Da generazioni. Mio nonno ha fatto il capannone piccolo, mio padre il capannone grande, io il capannone grandissimo. Mio figlio si droga». Quante matte risate, mentre si consegnava in perpetuo il Nord alla Destra.

Bossi è morto, Berlusconi pure, ma siamo ancora lì, pretendendo di governare un Paese che non si capisce.

Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.