Economia
L’Apocalisse annunciata non dovrebbe sorprenderci
Giugno 2028: disoccupazione Usa al 10,2%, crolli in Borsa, ma nessuna sorpresa.
Immaginate di leggere questo dispaccio tra due anni. Siamo nel giugno 2028, all’inzio dell’Apocalisse. Negli Stati Uniti la disoccupazione è salita al 10,2%. L’S&P 500 ha perso il 38% dai massimi. I consumi delle famiglie sono in contrazione perché milioni di lavoratori sono stati sostituiti da sistemi di intelligenza artificiale. Le imprese tecnologiche continuano a generare profitti elevati, ma la ricchezza non si distribuisce in salari e non sostiene la domanda. Il sistema si è inceppato.
Questo è lo scenario descritto in The 2028 Global Intelligence Crisis, un rapporto pubblicato il 22 febbraio da Citrini Research, costruito come un memo immaginario datato giugno 2028. Non è una previsione, avvertono gli autori: è un esercizio sui tail risk, i rischi estremi ma non impossibili. Eppure, il giorno dopo la sua pubblicazione, diversi titoli tecnologici e legati ai servizi digitali hanno registrato vendite significative sui mercati. La finanza, evidentemente, ha preso l’esercizio abbastanza sul serio da specularci sopra.
Chi ha letto i miei articoli precedenti su queste pagine (e chi ha avuto la pazienza di leggere il mio libro) sa che ho già parlato di questo scenario. Lo descrivo da tempo, con numeri e ragionamenti che non richiedono rapporti di ricerca patinati per essere compresi. Però, fa sempre un certo effetto vederlo formalizzato da una società di analisi finanziaria e riecheggiare sul mercato globale. Significa che il problema è arrivato nelle stanze in cui si prendono decisioni che finiscono per coinvolgere tutti noi.
La meccanica del disastro
Lo scenario da Apocalisse di Citrini Research non è catastrofista tanto per attirare l’attenzione suonando l’allarme, ma perché descrive con precisione la meccanica di un collasso che deriva da una logica elementare: se le imprese producono di più con meno lavoratori, i posti di lavoro finiscono per ridursi e con essi si riducono i redditi da lavoro e quindi i consumi. Se i consumi precipitano, i profitti si tramutano in perdite. Il sistema considerato inaffondabile (al pari del Titanic) perché ultra-produttivo si ritrova con sempre meno acquirenti per i troppi beni e servizi che offre.
È la dinamica che ho cercato di descrivere nell’articolo sul paradosso del PIL: la produzione sale, i consumi scendono, e l’intero edificio rischia di crollare. Questo perché il PIL è costituito per più di 2/3 dai redditi da lavoro (che non sono solo quelli da lavoro dipendente) e questi si traducono in gran parte in consumi delle famiglie. Erodere quella base significa erodere il sistema e provocarne il crollo.
Lo scenario diventa ancora più concreto se si considera che Dario Amodei, fondatore di Anthropic (quindi non esattamente un pessimista in materia di AI) prevede che l’intelligenza artificiale potrebbe eliminare fino al 50% dei lavori degli impiegati di primo livello entro i prossimi cinque anni, con una possibile impennata della disoccupazione americana fino al 10-20% in assenza di politiche adeguate. Sempre Amodei precisa peraltro: “L’intelligenza artificiale non è un sostituto di specifici lavori umani, ma piuttosto un sostituto generale del lavoro umano” (io lo chiamo “Alter Ego figurativo”).
La risposta di Amodei alle preoccupazioni riguardo al futuro de lavoro è stata finora un po’ criptica: Anthropic starebbe “valutando di retribuire i propri dipendenti anche molto tempo dopo che non forniscono più valore economico in senso tradizionale. Anthropic sta valutando una serie di ipotesi per i suoi addetti: le condivideremo presto”. Delle affermazioni che potrebbero segnare l’inizio del disaccoppiamento finale tra produzione e redditi/consumi. Un disaccoppiamento che, ricordiamo, al momento è parziale, poiché in ogni sistema economico nazionale lavora meno della metà della popolazione totale. In altre parole, già oggi una minoranza di lavoratori mantiene la maggioranza dei non lavoratori.
L’Apocalisse Giusta
Qualche giorno fa, l’uomo più ricco d’Italia, Andrea Pignataro (42,8 miliardi di patrimonio secondo Forbes) ha pubblicato un saggio di nove pagine intitolato The Wrong Apocalypse, L’Apocalisse Sbagliata, per avvertire che il mercato stava sopravvalutando l’impatto immediato dell’AI sul software aziendale. La sua tesi è che i sistemi organizzativi rodati da anni non si sostituiscono dall’oggi al domani, e che quindi il panico da AI che ha bruciato 2.000 miliardi di dollari di capitalizzazione a Wall Street è eccessivo nel breve termine.
Ha probabilmente ragione, nel breve termine. Ma il saggio di Citrini Research descrive esattamente l'”Apocalisse Giusta”, quella che Pignataro ritiene sbagliata solo perché è ancora un po’ troppo in là nel tempo. Non è la fine improvvisa, il crollo verticale. È la progressiva erosione della base di reddito che sostiene i consumi, le entrate fiscali, il welfare, le pensioni e la domanda aggregata. Un processo inizialmente lento, ma che a un certo punto diventa sempre più veloce.
Pignataro solleva peraltro un altra questione che merita attenzione: ogni azienda che usa Claude, ChatGPT o qualsiasi altro modello di AI generativa per le proprie analisi e i propri documenti sta insegnando all’intelligenza artificiale come fare il proprio lavoro. Sta trasferendo al modello il linguaggio specifico del proprio settore, le sue prassi, i suoi standard impliciti. Un consulente che usa l’AI per elaborare analisi per i clienti sta formando il proprio futuro sostituto. La logica individuale è razionale: se non adotti l’AI, lo farà il tuo concorrente, ma la logica collettiva è suicida.
La burocrazia come soluzione?
Le proposte di Pignataro per evitare il disastro sono due: preferire modelli AI open source ai grandi modelli proprietari, e affidarsi, paradossalmente, alla frammentazione normativa europea come freno alla cascata. La prima è tecnicamente sensata, ma difficilmente praticabile su scala; la seconda è l’elogio involontario di una burocrazia che finora abbiamo considerato un difetto.
In entrambi i casi, si tratta di misure per opporre resistenza, non di soluzioni strutturali. Rallentano la transizione, ma non la governano.
Cambiare paradigma
Per evitare l’Apocalisse, propongo di aumentare fortemente gli incentivi statali per l’introduzione delle nuove tecnologie (AI n primis) in tutto il sistema economico e, in cambio, di effettuare un prelievo sul fatturato da redistribuire sotto forma di reddito per il consumo (e i profitti…). Un reddito di cui inizialmente usufruiranno solo alcune categorie specifiche, come i giovani e chi ha alle spalle qualche decennio di lavori gravosi o usuranti, per poi essere esteso a fasce sempre più ampie della popolazione, di pari passo con l’aumento dell’aliquota di questo contributo. In pratica, questo prelievo dovrebbe gradualmente sostituire il costo del lavoro, che incide in media per il 20-30% sul fatturato. Questo contributo deve praticamente emulare i redditi da lavoro, che andranno sempre più riducendosi.
Non si tratterebbe di un sussidio assistenziale, ma di uno strumento economico strutturale per preservare la domanda aggregata. Si tratta di uno strumento modulare che prevede incentivi cumulabili per le attività considerate utili per la collettività nel senso più ampio possibile: studio, formazione, assistenza a persone fragili e anziane, sicurezza, ambiente, attività artistiche e sportive. È evidente che se le macchine producono e le persone non hanno un reddito per acquistare i beni prodotti, il sistema collasserà. Non si tratta di una previsione catastrofista, ma di un’aritmetica elementare che sta dietro al calcolo del PIL.
Si tratta di una soluzione strutturale che richiede un cambio di paradigma, rispetto al quale la politica sembra non avere alcuna visione, ma apparire completamente cieca. Non è fantaeconomia: è la soluzione a cui forse si perverrà comunque, ma quando sarà troppo tardi per garantire un benessere diffuso grazie alle nuove tecnologie.
Ci si arriverà per forza perché i redditi di lavoro che scompaiono, significano anche gettito fiscale e contributi che svaniscono, ma ci si arriverà in emergenza estrema con le regole imposte da chi comanda l’economia e la finanza, ossia concedendo il meno possibile, con miseri e deprecatissimi sussidi che non faranno che perpetuare le disuguaglianze, il sottoconsumo e il sottosviluppo, nel senso della mancata occasione di crescita.
Per questo motivo, bisognerebbe svegliare la politica affinché si liberi dalla lunga sudditanza nei confronti dell’economia e cominci a dotarsi di visioni più adeguate al terzo millennio, un’era che sicuramente porterà alla scomparsa del lavoro umano, ma che, si spera, non porterà alla scomparsa dell’uomo.
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Fabio Massimo Rampoldi è autore di Scritti di ALTER EGOnomia, una raccolta di riflessioni sull’impatto delle nuove tecnologie sul lavoro e sulla ridistribuzione del benessere.
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