Cinema
Where’s Daddy?
Nel protocollo dell’IDF la presenza del bersaglio all’interno delle mura domestiche non è un ostacolo, ma la condizione necessaria per l’attacco.
Uscendo dalla sala cinematografica, ho avuto due pensieri: il primo di apprezzamento e solidarietà per gli autori del documentario, Yuval Abraham e Rachel Szor, l’altro, di natura cerebrale, per Hannah Arendt, tra le più grandi umaniste del Novecento. Per il resto del tempo, che ho utilizzato per tornare a casa in auto (circa 15 minuti), ho rimasticato, nell’impressionabilità di uno stato d’animo afflitto: Where’s Daddy? Ripetevo di continuo la domanda, alternandola nella versione della nostra lingua: Dov’è papà? Chi ha visto il film “Naza” sa di cosa parlo: “Where’s Daddy?” è il nome di un sistema di tracciamento geospaziale basato su intelligenza artificiale, utilizzato dall’esercito israeliano (IDF) nella striscia di Gaza. Questo specifico e micidiale software ha il compito di monitorare costantemente i profili dei sospettati inseriti nelle liste di obiettivi generati da altre IA (come il sistema Lavender). La logica del protocollo è drammatica e si collega direttamente all’idea della morte tra le mura domestiche. Moriranno il sospetto affiliato di Hamas o il combattente e resistente gazawi, i suoi familiari e i vicini. Poco importa se tra loro vi sono donne e bambini. La de-umanizzazione del processo decisionale appare evidente. Nelle guerre tradizionali (tra eserciti) la decisione di eliminare una vita dovrebbe essere legata a una catena di comando umana, capace di valutare il contesto, il dubbio e l’errore. Nell’abbattimento della popolazione di Gaza abbiamo operatori umani al servizio di un’intelligenza artificiale che seleziona un bersaglio in base a calcoli probabilistici. Qui, il soldato agisce di fatto come “passacarte” di un algoritmo. La macchina non prova rimorso, non esita e non ha la capacità di applicare il buon senso o la pietà di fronte a una situazione ambigua, men che meno prova compassione per la meschinità dell’uomo, che usa la casa e la famiglia come esca per eliminare il “nemico”.
Where’s Daddy? E la morte spazzerà via un micro-universo di legami, vincoli e sentimenti. Dov’è papà? E si ha il ribaltamento del concetto di “casa”, del “santuario violato”. Storicamente e in quasi tutte le guerre, nei confronti dell’abitazione civile, specialmente in presenza di bambini, si adottava una certa cautela. Nel protocollo dell’IDF, la presenza del bersaglio all’interno delle mura domestiche non è un ostacolo, ma la condizione necessaria per l’attacco. E tutto questo è orribile, disumano, insopportabilmente crudele e malefico. Attendere che un individuo sia circondato dai propri figli per colpirlo significa accettare lo sterminio di un nucleo familiare come metodo operativo standard, annullando la distinzione tra chi è un soldato, un militante e combatte e chi è dedito, nelle peggiori condizioni, alla propria sopravvivenza e quella della figliolanza. Trasformare la vita dei civili in un coefficiente numerico inserito in un’equazione algoritmica elimina la specificità e la dignità di ogni singolo individuo, trattando i bambini e le famiglie come “merce sacrificabile” dell’operazione.
La filosofa Hannah Arendt parlava della “banalità del male” riferendosi alla miserabile capacità della burocrazia di anestetizzare la coscienza umana. Sistemi come “Where’s Daddy?” portano questo concetto nell’era digitale: chi preme il pulsante si trova a chilometri di distanza, davanti a uno schermo, e vede solo pixel e notifiche. La morte viene automatizzata e ripulita dal sangue e dalle urla, trasformando un massacro in un flusso di dati ottimizzato. Lo scenario solleva una domanda cruciale per il futuro della civiltà: se deleghiamo all’algoritmo il diritto di decidere chi deve vivere e chi deve morire, e dove questo debba accadere, cosa resta della nostra stessa umanità?
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