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La Corte Suprema non si preoccupa di Trump. Sta rivoluzionando l’interpretazione della Costituzione americana
La Corte Roberts non sta scegliendo se essere favorevole o ostile a Donald Trump. Sta ridefinendo il costituzionalismo americano: più potere agli Stati, più potere alla Presidenza, meno spazio allo Stato amministrativo e un diverso ruolo della stessa Corte Suprema
L’articolo pubblicato da Gli Stati Generali, “L’America di Trump tra sogni imperiali e lo stop della Corte Suprema”, offre una lettura condivisibile della recente sentenza con cui la Corte Suprema ha respinto il tentativo dell’amministrazione Trump di limitare la cittadinanza per nascita attraverso un ordine esecutivo. L’autore coglie un elemento essenziale: esiste ancora un limite costituzionale che neppure il Presidente degli Stati Uniti può oltrepassare. La Corte ha riaffermato che il XIV Emendamento non può essere riscritto dalla Casa Bianca.
È una conclusione corretta. Ma è soltanto una parte della storia.
Se infatti si osserva questa decisione isolatamente, il messaggio sembra semplice: la Corte ferma Trump. Se invece la si colloca all’interno della giurisprudenza degli ultimi anni, il quadro cambia radicalmente. La sentenza sullo ius soli non rappresenta l’inversione di una tendenza. Ne costituisce, semmai, una conferma.
Il punto decisivo è che la Corte Roberts non sta decidendo se essere favorevole o contraria al Presidente. Sta perseguendo un obiettivo molto più ambizioso: ridefinire la distribuzione del potere prevista dalla Costituzione americana.
È questa la chiave interpretativa che consente di leggere insieme decisioni apparentemente lontane tra loro: l’annullamento di Roe v. Wade, la fine della Chevron deference, il ridimensionamento delle agenzie amministrative federali, il rafforzamento dei poteri del Presidente sull’esecutivo, le pronunce che restituiscono agli Stati competenze che per decenni erano state progressivamente attratte nell’orbita federale.
Lette una dopo l’altra sembrano casi diversi. Viste nel loro insieme raccontano invece un unico progetto costituzionale.
Per comprenderlo bisogna uscire da una prospettiva europea.
In Europa siamo abituati a considerare le Corti costituzionali come istituzioni chiamate ad accompagnare l’evoluzione della società, garantendo e talvolta ampliando la tutela dei diritti fondamentali. Negli Stati Uniti la maggioranza conservatrice della Corte Suprema segue invece una filosofia quasi opposta, fondata su due concetti ormai centrali nel dibattito giuridico americano: testualismo e originalismo.
Il testualismo sostiene che il giudice debba partire dal significato delle parole contenute nella Costituzione e nelle leggi, evitando di attribuire loro significati nuovi sulla base dell’evoluzione sociale o delle proprie convinzioni. L’originalismo aggiunge che quelle parole devono essere interpretate secondo il significato pubblico che avevano quando furono adottate.
Questa impostazione produce conseguenze profonde.
La Corte non deve domandarsi quale sia oggi la soluzione più giusta. Deve domandarsi chi, secondo la Costituzione, abbia il potere di decidere.
È una differenza enorme.
Per oltre mezzo secolo, soprattutto dalla Corte Warren in avanti, la Corte Suprema è stata spesso percepita come il principale motore dell’espansione dei diritti civili e del rafforzamento del governo federale. Attraverso l’interpretazione costituzionale ha accompagnato la desegregazione razziale, ampliato le garanzie processuali, riconosciuto nuovi diritti individuali e costruito standard nazionali sempre più uniformi.
La maggioranza Roberts propone una visione diversa.
La Corte non deve essere il motore del cambiamento politico. Deve essere il custode della separazione dei poteri.
Non deve stabilire quale politica pubblica sia preferibile. Deve stabilire quale istituzione democratica abbia la competenza costituzionale per adottarla.
È questo il filo rosso delle sentenze degli ultimi anni.
Su aborto la Corte non afferma che l’aborto sia costituzionalmente vietato. Dice che la Costituzione non contiene un diritto espresso all’aborto e che, quindi, la decisione spetta ai legislatori dei singoli Stati.
Sulla regolazione economica limita il potere delle agenzie federali perché ritiene che decisioni di grande rilievo debbano essere assunte dal Congresso e non da autorità amministrative attraverso interpretazioni estensive delle leggi.
Sul potere esecutivo afferma invece il principio opposto: se la Costituzione attribuisce una funzione al Presidente, quella funzione non può essere svuotata costruendo un apparato amministrativo sostanzialmente indipendente dalla sua direzione politica.
È qui che entra in gioco la teoria dell’unitary executive.
Secondo questa concezione, l’intero potere esecutivo federale appartiene al Presidente. Le agenzie amministrative possono esistere, ma non possono trasformarsi in centri autonomi di potere sottratti al controllo dell’unico soggetto eletto dall’intera nazione. È una teoria elaborata ben prima dell’ascesa politica di Donald Trump e oggi fatta propria da una parte significativa della cultura giuridica conservatrice.
Trump ne è il principale beneficiario. Ma non ne è l’artefice.
Ed è proprio questo il punto che, a mio avviso, manca nell’analisi di Domenico Maceri.
L’articolo sembra leggere le sentenze della Corte come se il quesito fondamentale fosse: la Corte sta dando ragione a Trump oppure no?
In realtà la domanda che la maggioranza Roberts sembra porsi è un’altra: questa decisione restituisce la Costituzione al significato che riteniamo originario?
Da questa diversa prospettiva derivano risultati che possono apparire perfino contraddittori.
La Corte può affermare contemporaneamente che Trump non può modificare il significato del XIV Emendamento perché il testo costituzionale è chiaro; che il Congresso non può creare agenzie sostanzialmente sottratte al controllo presidenziale; che i giudici non devono inventare diritti non ricavabili dalla Costituzione; che molte materie devono tornare agli Stati perché non attribuite al governo federale; e che il Presidente dispone di un’autorità molto più ampia nella direzione dell’esecutivo.
Vista dall’Europa questa giurisprudenza può sembrare incoerente.
Vista dall’interno della tradizione costituzionale conservatrice americana è invece sorprendentemente lineare.
Essa ridefinisce contemporaneamente tre rapporti fondamentali.
Ridefinisce il rapporto tra governo federale e Stati, restituendo a questi ultimi competenze che nel corso del Novecento erano state progressivamente centralizzate.
Ridefinisce il rapporto tra Presidente e amministrazione, rafforzando il controllo della Casa Bianca sull’apparato esecutivo.
E ridefinisce infine il ruolo della stessa Corte Suprema.
Per molti decenni la Corte è stata considerata il luogo nel quale la Costituzione si adattava ai mutamenti della società. Oggi la maggioranza Roberts rivendica invece un ruolo molto più limitato, almeno nelle intenzioni: non creare nuovi equilibri politici, ma ripristinare quelli che ritiene già contenuti nel testo costituzionale.
Naturalmente si può discutere se questa lettura sia storicamente corretta o se finisca anch’essa per riflettere una precisa scelta politica. Molti costituzionalisti sostengono infatti che anche originalismo e testualismo implichino inevitabilmente valutazioni interpretative e non siano affatto neutrali.
Ma proprio qui emerge il punto decisivo. La Corte Roberts non sta semplicemente decidendo una serie di controversie. Sta proponendo una nuova teoria della democrazia costituzionale americana.
Una teoria nella quale il cambiamento sociale deve passare principalmente attraverso la politica e non attraverso i tribunali; nella quale il federalismo torna ad essere un elemento essenziale dell’equilibrio costituzionale; nella quale il Presidente recupera il controllo dell’esecutivo e i giudici limitano la propria funzione creativa.
In questo quadro Donald Trump può perdere alcune battaglie simboliche, come quella sulla cittadinanza per nascita.
Ma contemporaneamente riceve in eredità una Presidenza più forte di quella che aveva trovato nel 2017.
Ed è probabilmente questo il vero lascito della Corte Roberts.
La domanda decisiva, allora, non è se Trump abbia vinto o perso una singola causa.
La domanda è quale tipo di Repubblica americana emergerà da questa trasformazione costituzionale.
Perché Trump passerà. La nuova architettura istituzionale costruita dalla Corte Suprema, con ogni probabilità, resterà molto più a lungo.
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