Diritti
Disinformazione anti-LGBTIQ+: dalla retorica alla politica
La disinformazione contro le persone queer viene sempre più spesso utilizzata come strumento politico per polarizzare il dibattito e giustificare restrizioni ai diritti.
Negli ultimi anni la disinformazione anti-LGBTIQ+ è cresciuta in Europa e nel resto dell’Occidente, intrecciandosi con pregiudizi preesistenti e interessi politici. È quanto emerge da un’analisi dell’Institute for Strategic Dialogue (ISD) che passa sempre più dalla retorica alle politiche concrete.
I dati del 2025 dell’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali (FRA) restituiscono un quadro ambivalente. Sebbene un numero crescente di persone LGBTIQ+ viva apertamente la propria identità, il livello di violenza e discriminazione rimane diffuso, con rischi particolarmente elevati per le persone transgender e intersessuali. Negli Stati Uniti, il 20% dei crimini d’odio registrati dall’FBI nel 2024 è stato motivato dall’omobitransfobia, a conferma che le narrazioni false diffuse online producono conseguenze concrete anche nel mondo reale.
Il panico morale come strumento di governo nell’Ungheria di Orbán
Tra i casi più emblematici in Europa c’è è quello dell’Ungheria, analizzato durante un webinar dello European Digital Media Observatory (EDMO) da Bulcsú Hunyadi del Political Capital Institute, che mostra come la disinformazione anti-LGBTIQ+ possa trasformarsi in un vero e proprio strumento di governo.
Sotto Viktor Orbán, false narrazioni che attribuivano alla comunità queer la responsabilità del declino demografico o la descrivevano come una minaccia per i bambini sono state utilizzate sistematicamente per giustificare discriminazioni, alimentare l’odio e rafforzare la retorica della difesa dei valori tradizionali e cristiani. La strumentalizzazione delle minoranze come capri espiatori ha alimentato il cosiddetto “pulsante del panico morale”, favorito dall’assenza di efficaci contrappesi istituzionali.
Un esempio significativo è il referendum tenuto insieme alle elezioni parlamentari del 2022. Ai cittadini veniva chiesto, con una formulazione volutamente fuorviante, se sostenessero la promozione di trattamenti di riassegnazione di genere per i minori, nonostante tali interventi fossero già illegali nel Paese. Più che un reale quesito politico, si è trattato di espediente retorico per ottenere un consenso quasi automatico attorno al “no”.
Parallelamente, altri Paesi europei venivano falsamente accusati di consentire ai minori di sottoporsi a interventi di riassegnazione di genere senza il consenso dei genitori. In chiave anti-europeista, esponenti di Fidesz hanno inoltre sostenuto che l’UE avesse destinato 1,5 miliardi di euro alla promozione del Pride, quando in realtà si trattava di fondi del programma CERV destinati a numerose organizzazioni della società civile, comprese quelle impegnate nella tutela dei diritti.
Non sono però mancate le reazioni della cittadinanza. Nonostante il divieto imposto dal Parlamento ungherese, nel marzo 2025 oltre 100.000 persone hanno partecipato al Pride di Budapest. Quest’anno, l’evento si è svolto senza restrizioni sotto il nuovo governo guidato da Péter Magyar, dopo che la Corte di Giustizia dell’UE aveva dichiarato l’interdizione incompatibile con il diritto europeo.
L’ossessione transfobica degli Stati Uniti di Trump
Se in Ungheria si registra un’inversione di tendenza, negli Stati Uniti la seconda amministrazione Trump ha imboccato la direzione opposta. Fin dal primo giorno di mandato, un ordine esecutivo ha imposto il riconoscimento di due soli sessi biologici all’interno dell’amministrazione federale, accompagnato dalla rimozione sistematica di informazioni sulla salute delle persone LGBTIQ+ dai database delle principali agenzie governative.
Trump ha ripetutamente parlato di una presunta “mutilazione dei minori”, sostenendo falsamente che in alcuni Stati i bambini vengano sottratti alle famiglie per essere sottoposti a transizioni di genere forzate. Un’altra affermazione priva di fondamento riguarda il Chips Act – un programma di incentivi per la produzione di semiconduttori su suolo statunitense – presentato come una legge che richiederebbe alle aziende beneficiarie di essere guidate da dirigenti transgender per accedere ai fondi.
Un’altra narrazione ricorrente tenta di associare le persone transgender agli episodi di violenza, nonostante i dati mostrino che la quasi totalità degli autori di sparatorie di massa negli USA sia costituita da uomini cisgender. Nella stessa direzione va la strategia antiterrorismo pubblicata nel maggio 2026, che definisce l’attivismo a favore dei diritti trans una forma di terrorismo caratterizzata da un’ideologia “anti-americana, radicalmente pro-transgender e anarchica”. L’espressione “transgender per tutti” è stata inoltre utilizzata ripetutamente dal Presidente per ridicolizzare politiche di inclusione anche quando non riguardavano l’identità di genere.
L’arretramento sui diritti da parte delle piattaforme
Anche le piattaforme hanno progressivamente allentando le proprie politiche contro l’incitamento all’odio. Le modifiche introdotte da servizi come Meta e YouTube hanno contribuito a normalizzare gli attacchi contro la comunità queer, favorendone una crescente tendenza all’autocensura. Secondo un’indagine di LGBT Tech, il 68% degli adulti LGBTIQ+ ha già subito molestie online, percentuale che raggiunge il 90% tra le persone transgender.
Oltre a faticare nel contrastare odio e disinformazione, le piattaforme finiscono spesso per limitare anche contenuti del tutto legittimi, in parte a causa del crescente ricorso a sistemi di moderazione automatizzata. Instagram, ad esempio, avrebbe impedito ai minori di cercare hashtag come #lesbian o #trans, classificandoli come contenuti sensibili.
A questo si aggiunge una sfida di lungo periodo legata all’intelligenza artificiale generativa. Se questi contenuti dannosi rimangono online senza un’adeguata moderazione, rischiano di confluire nei dataset utilizzati per addestrare i futuri modelli di IA. Il risultato è un circolo vizioso in cui stereotipi e pregiudizi vengono assimilati dai sistemi e successivamente riprodotti su larga scala, contribuendo a consolidare ulteriormente le discriminazioni.
L’uso politico della disinformazione
La strumentalizzazione dell’omobitransfobia nel discorso politico si inserisce in una più ampia tendenza che attraversa anche altri Paesi europei, Italia compresa. Di recente, Roberto Vannacci, leader del partito Futuro Nazionale, ha sostenuto in diretta televisiva che non esisterebbe una discriminazione strutturale nei confronti delle persone gay, argomentando che possono guidare, studiare e accedere agli ospedali. Eppure, la disparità di trattamento non si misura soltanto nell’accesso formale ai servizi, ma anche nelle disuguaglianze giuridiche e nelle discriminazioni quotidiane. Come documenta la Rainbow Map 2025 di ILGA-Europe, l’Italia si colloca al trentacinquesimo posto su 49 Paesi europei per tutela dei diritti delle persone LGBTIQ+.
In molti casi, queste narrazioni vengono utilizzate per perseguire ulteriori finalità politiche, intrecciando la retorica anti-gender con l’euroscetticismo, gli attacchi agli avversari politici e la ricerca di capri espiatori da incolpare per problemi sociali complessi. Nel complesso emerge un fenomeno transnazionale in cui disinformazione, propaganda e pregiudizi si rafforzano a vicenda, influenzando il dibattito pubblico e, sempre più spesso, le scelte politiche. Allo stesso tempo, le mobilitazioni della società civile e gli interventi delle istituzioni dimostrano che queste narrazioni possono essere contrastate, anche grazie all’impegno di chi sceglie di essere un alleato.
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