Partiti e politici
La sinistra festeggia qualcosa che non ha capito
Il voto contrario al referendum non è una vittoria da celebrare, ma una frattura da comprendere. Bertinotti lo dice chiaramente. Scambiarlo per consenso è l’errore più facile e più grave di una politica che non sa più reggere ciò che non le appartiene.
Fausto Bertinotti lo dice in modo netto. “Quei No devono diventare ascolto.” Non consenso. Non bacino elettorale. Non anticamera di un voto futuro. Ascolto.
È una frase semplice. Ed è esattamente quella che la politica non riesce più a sostenere.
Perché implica una cosa molto precisa. Che il No non sia già disponibile. Che non sia già traducibile. Che non sia già tuo.
Il referendum lo ha mostrato con chiarezza. Il No passa, e immediatamente viene letto come un segnale politico, come una disponibilità, come un terreno da occupare. Come se quei voti fossero già orientati. Come se bastasse organizzarli.
Bertinotti dice il contrario. “Il voto referendario è una potenzialità democratica, non una forza direttamente utilizzabile in politica.”
È qui il punto.
Dentro quel No convivono posizioni diverse, spesso incompatibili. C’è chi rifiuta nel merito, chi nel metodo, chi per sfiducia, chi per rabbia, chi per stanchezza. Pensare che tutto questo possa diventare automaticamente consenso è una scorciatoia.
Ed è una scorciatoia che si ripete.
“La sinistra sbaglia a far festa”, dice ancora Bertinotti. Non perché non ci sia una sconfitta dall’altra parte, ma perché trasformare un rifiuto in una vittoria è il modo più rapido per non capire cosa è successo.
Il No non è una vittoria.
È una rottura.
E la rottura non si occupa. Si attraversa.
Qui sta la differenza tra ascoltare e utilizzare. Ascoltare significa accettare che quel voto non sia ancora tuo. Che non ti appartenga. Che non sia immediatamente disponibile. Utilizzare significa il contrario. Significa ridurre quella complessità a un dato politico gestibile.
La politica oggi fa questo. Non regge ciò che non è immediatamente traducibile. Non regge il vuoto. Non regge la distanza. E allora riempie. Interpreta. Trasforma.
Il No viene letto per ciò che può diventare, non per ciò che è stato. Viene anticipato, tradotto, orientato. Viene sottratto alla sua ambiguità.
Ma è proprio quell’ambiguità il punto politico.
Non esiste più spazio, oggi, per qualcosa che resti irriducibile. Tutto deve essere riportato dentro una logica di consenso. Tutto deve essere utilizzabile. Anche ciò che nasce come rifiuto.
E allora la frase più importante è quella che passa quasi inosservata.
“Quei No devono diventare ascolto.”
Non è un’indicazione operativa. È un limite.
Dice che prima di trasformare, bisogna fermarsi. Prima di costruire, bisogna reggere. Prima di parlare, bisogna accettare che non tutto è già dicibile.
È una posizione scomoda. Perché non produce subito niente.
Non produce consenso. Non produce linea. Non produce vantaggio.
Ma produce una cosa che oggi manca.
Una distanza, senza la quale la politica non capisce più nulla. E non ascolta.
Devi fare login per commentare
Accedi