Criminalità
Strage di Bologna: anatomia di un depistaggio di Stato
Tale disegno mirava a coprire la rete dei finanziatori e dei mandanti dell’eccidio, a preservare gli equilibri geopolitici nazionali nel quadro della Guerra Fredda e a impedire l’accertamento del nesso causale tra eversione neofascista e settori deviati degli apparati statali
Alle ore 10:25 del 2 agosto 1980, l’esplosione di un ordigno a tempo ad altissimo potenziale collocato nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione ferroviaria di Bologna Centrale provocava la morte di 85 persone e il ferimento di oltre 200 cittadini. L’attentato, riconosciuto come il più grave atto terroristico della storia dell’Italia repubblicana, ha dato il via a una vicenda giudiziaria e investigativa imponente, caratterizzata da una concatenazione sistematica di depistaggi coordinati. Fin dalle prime ore successive al massacro, le attività d’indagine si sono scontrate con la presenza di una vera e propria macchina dell’intossicazione informativa, mossa da vertici deviati dei servizi segreti militari e di sicurezza democratica, esponenti della Loggia massonica P2, facilitatori eversivi ed elementi dell’estrema destra neofascista.
L’inquinamento delle prove non si è configurato come una serie di isolate iniziative di protezione individuale, bensì come una strategia strutturata e protratta nel tempo. Tale disegno mirava a coprire la rete dei finanziatori e dei mandanti dell’eccidio, a preservare gli equilibri geopolitici nazionali nel quadro della Guerra Fredda e a impedire l’accertamento del nesso causale tra eversione neofascista e settori deviati degli apparati statali. L’esame dell’iter processuale, sviluppatosi lungo quarantacinque anni fino alle sentenze definitive della Corte di Cassazione emesse nel 2025, consente di ricostruire dettagliatamente la natura, la cronologia e i responsabili di ciascun tentativo di sviamento della verità.
La cronologia sistematica dei tentativi di sviamento
La pista libanese e la prima intossicazione informativa
I primi tentativi di deviazione delle indagini prendono forma ad appena un mese di distanza dall’attentato. All’inizio di settembre del 1980, Licio Gelli, Maestro Venerabile della Loggia massonica P2, indica a Elio Cioppa, ufficiale del Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Democratica (SISDE) e anch’egli affiliato alla P2, la necessità prioritaria di orientare l’attenzione investigativa verso una presunta matrice internazionale. Questa indicazione si concretizza nell’elaborazione della cosiddetta «pista libanese», un impianto accusatorio fittizio che ipotizzava la responsabilità diretta della Falange libanese in combinazione con settori del terrorismo di destra europeo.
Il meccanismo operativo dello sviamento si basò sulla fabbricazione e veicolazione di un’intervista rilasciata da un leader palestinese a una giornalista collegata agli ambienti del Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare (SISMI). Il contenuto dell’intervista venne prontamente recepito dalla Procura della Repubblica di Bologna, inducendo gli inquirenti a disporre complessi e dispendiosi accertamenti all’estero. L’effetto primario di questa prima manovra fu quello di rallentare le verifiche immediate sui gruppi dell’eversione nera romana e nordeuropea, spostando il baricentro dell’attenzione mediatica e giudiziaria sullo scacchiere mediorientale.
L’operazione «Terrore sui treni» e la valigia di Taranto
Il depistaggio più clamoroso ed emblematico della storia giudiziaria italiana viene attuato nel gennaio del 1981 attraverso l’operazione denominata «Terrore sui treni», ideata dai vertici del SISMI e della Loggia P2. Sul treno espresso Taranto-Milano viene fatto ritrovare un ombrellone e una valigia contenente esplosivo dello stesso tipo di quello impiegato nella sala d’aspetto di Bologna, unitamente ad armi da guerra tra cui un mitra modificato, riviste in lingua tedesca e vari oggetti di copertura stranieri. L’operazione fu concepita direttamente da Licio Gelli ed eseguita da figure chiave del servizio segreto militare, tra cui il generale Pietro Musumeci, il colonnello Giuseppe Belmonte e il faccendiere Francesco Pazienza, collaboratore del SISMI.
L’obiettivo dell’operazione era simulare la preparazione di un imminente attentato da parte di formazioni del terrorismo internazionale tedesco o mediorientale, accreditando la tesi che la strage di Bologna fosse opera di una rete eversiva transnazionale. Le indagini successive accertarono che l’esplosivo e le armi provengono da depositi nella disponibilità degli stessi apparati riservati e di ambienti criminali romani. Negli anni novanta, l’istruttoria condotta dall’Ufficio Istruzione di Bologna ha coinvolto per questo episodio anche il colonnello Federigo Mannucci Benincasa, capo del centro di controspionaggio SISMI di Firenze, e Massimo Carminati, esponente dei Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR) e della Banda della Magliana, dal cui deposito d’armi provvisorio risultava provenire il mitra truccato presente nella valigia. Nonostante Carminati e Mannucci Benincasa siano stati assolti in appello nel 2001 e in Cassazione nel 2003 per l’imputazione di calunnia, l’architettura complessiva del depistaggio è stata perseguita con fermezza. Il 23 novembre 1995, la Corte di Cassazione a Sezioni Unite ha condannato in via definitiva a dieci anni di reclusione per calunnia pluriaggravata Licio Gelli, Francesco Pazienza, Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte, confermando la natura di depistaggio di Stato dell’operazione.
Le fabulazioni di Elio Ciolini e la «Loggia di Montecarlo»
Il 26 novembre 1981 si apre un ulteriore e articolato capitolo d’intossicazione, promosso da Elio Braccioni Ciolini, un faccendiere affetto da numerosi precedenti per truffa e falsificazione, detenuto presso il carcere svizzero di Champ-Dollon a Ginevra. Ciolini comincia a rendere complesse deposizioni ai magistrati bolognesi, presentandosi come un sedicente agente d’intelligence legato ai servizi segreti italiani e francesi. Nelle sue dichiarazioni, Ciolini attribuisce la pianificazione della strage a un’organizzazione segreta verticistica denominata «Loggia di Montecarlo» o «Loggia Riservata», descritta come un’articolazione della Trilateral Commission e contenitore dei vertici della P2, tra i quali citava Licio Gelli, Umberto Ortolani, Angelo Rizzoli e figure politiche di primo piano come Giulio Andreotti.
Secondo il racconto di Ciolini, l’attentato del 2 agosto serviva a distogliere l’attenzione delle autorità italiane da un’imponente operazione speculativa finanziaria legata all’acquisto di azioni ENI nel contesto dello scandalo ENI-Petromin. La fase esecutiva veniva invece attribuita al leader latitante di Avanguardia Nazionale Stefano Delle Chiaie, indicando presunti vertici logistici avvenuti a Buenos Aires. L’abilità di Ciolini consistette nel miscelare elementi veritieri, come la latitanza sudamericana di Delle Chiaie e la realtà degli scandali finanziari dell’epoca, con strutture e riunioni del tutto inventate. Tale manovra paralizzò il lavoro degli inquirenti per diversi mesi, costringendo la magistratura a dispendiose rogatorie internazionali prima di accertare la totale falsità delle affermazioni. Ciolini fu infine processato e condannato in via definitiva a nove anni di carcere per calunnia pluriaggravata.
La pista libica e le interconnessioni con la strage di Ustica
Nel corso del 1982 prende corpo un ulteriore filone sviante, noto come «pista libica». Questa tesi mirava a sovrapporre l’inchiesta sull’esplosione della stazione di Bologna con quella relativa al disastro aereo di Ustica, avvenuto il 27 giugno 1980. Secondo gli elementi informativi inseriti nel circuito d’indagine da canali riservati, l’ordigno alla stazione avrebbe rappresentato una ritorsione diretta del regime libico guidato dal colonnello Mu’ammar Gheddafi nei confronti dello Stato italiano.
La ritorsione sarebbe stata motivata dal presunto coinvolgimento italiano nell’incidente aereo di Ustica o dal mancato rispetto di accordi internazionali di natura energetica e militare. Nonostante la suggestione del quadro geopolitico evocato, gli accertamenti della magistratura dimostrarono l’assoluta assenza di riscontri probatori a supporto di questa ipotesi. La pista libica si rivelò un ennesimo tentativo di spostare la responsabilità dell’eccidio verso un attore statale estero, nell’intento di sottrarre da ogni ipotetica responsabilità le reti neofasciste interne e i loro protettori istituzionali.
La costruzione della pista palestinese e il mito del Lodo Moro
Tra il 2000 e il 2015 è stata promossa un’intensa campagna giudiziaria e mediatica volta ad accreditare la cosiddetta «pista palestinese». Questa linea interpretativa ipotizzava la responsabilità del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) e della rete del terrorista venezuelano Ilich Ramírez Sánchez, detto «Carlos il Sciacallo», in cooperazione con il militante tedesco Thomas Kram, appartenente al gruppo eversivo Revolutionäre Zellen. La tesi sostenuta sosteneva che la bomba del 2 agosto fosse esplosa accidentalmente durante il trasporto di materiale bellico da parte di terroristi internazionali presenti a Bologna.
L’esplosione accidentale sarebbe stata la conseguenza dell’improvvisa rottura del «Lodo Moro», l’accordo segreto stretto dalle autorità italiane con la resistenza palestinese per garantire l’immunità del territorio nazionale da attentati in cambio del libero transito di armi ed esplosivi. La presenza documentata di Thomas Kram in Italia e a Bologna la mattina del 2 agosto 1980 venne usata per sollecitare la riapertura delle indagini e mettere in dubbio le sentenze passate in giudicato contro i NAR. La Procura della Repubblica di Bologna ha condotto un’estesa istruttoria, culminata con l’ordinanza del Giudice per le Indagini Preliminari del 9 febbraio 2015 che ha disposto l’archiviazione definitiva del procedimento a carico di Kram e dei vertici del FPLP, bollando la pista palestinese come del tutto inconsistente e priva di fondamento fattuale.
I depistaggi degli apparati periferici, il nodo di Via Gradoli e le subornazioni
Gli sviluppi giudiziari più recenti, legati al cosiddetto «Processo ai mandanti» e al procedimento contro Gilberto Cavallini, hanno svelato una rete di condotte depistanti e reticenti operative all’interno delle forze dell’ordine e nella gestione di coperture logistiche e testimoniali. Tra le figure centrali figura l’ex capitano dei Carabinieri Piergiorgio Segatel, incriminato per il reato di depistaggio per aver fornito informazioni false ed evitato di riferire tempestivamente alla magistratura notizie rilevanti sul coinvolgimento nella strage dell’estremista Paolo Bellini, esponente di Avanguardia Nazionale.
Parallelamente, Domenico Catracchia, ex amministratore degli immobili di via Gradoli a Roma, stabili storicamente legati ad apparati d’intelligence e già emersi durante il sequestro Moro, è stato rinviato a giudizio con l’accusa di aver reso false informazioni al Pubblico Ministero per sviare le indagini. Catracchia ha mantenuto un atteggiamento reticente in merito alla reale disponibilità e alla concessione in uso di appartamenti romani adibiti a covo da parte dei militanti dei NAR e di altre figure dell’eversione neofascista durante la loro latitanza. A questa rete di omissioni si sono affiancati provati tentativi di subornazione e condizionamento dei testimoni chiave, tra cui le pressioni esercitate su Nara Lazzerini, segretaria di Licio Gelli, e le continue intimidazioni rivolte a Massimo Sparti per spingerlo a ritrattare le dichiarazioni accusatorie rese contro Valerio Fioravanti e Francesca Mambro. L’intero quadro di condotte svianti si è chiuso sul piano giudiziario il 1° luglio 2025, quando la Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi e reso definitive le condanne all’ergastolo per Paolo Bellini per concorso in strage, a sei anni di reclusione per Piergiorgio Segatel per depistaggio e a quattro anni per Domenico Catracchia per false informazioni al P.M..
I flussi finanziari della P2 e la regia unificata dei mandanti
L’inchiesta condotta dalla Procura Generale di Bologna tra il 2017 e il 2022 ha permesso di ricomporre il quadro d’insieme dell’attentato e della sua immensa attività di copertura, individuando la regia economica coordinata che alimentava sia la fase esecutiva sia quella d’inquinamento probatorio. Il pilastro documentale dell’istruttoria è rappresentato dal «Documento Bologna», un appunto contabile autografo di Licio Gelli ricollegato al conto corrente svizzero denominato 525779. Le analisi sui flussi finanziari internazionali hanno dimostrato che tra il febbraio 1979 e i mesi successivi all’agosto 1980 una somma totale superiore a cinque milioni di dollari venne movimentata dai conti di Gelli per retribuire gli esecutori neofascisti e finanziare la rete dei depistatori.
Nello specifico, le verifiche contabili della Procura Generale hanno accertato che un milione di dollari in contanti fu versato da Gelli o da suoi emissari diretti ad alcuni membri dei NAR pochi giorni prima del 2 agosto 1980 quale compenso per l’esecuzione della strage. Una quota di circa 850.000 dollari venne invece destinata a Federico Umberto D’Amato, già direttore dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno e tramite fondamentale tra la P2 e i gruppi eversivi di Avanguardia Nazionale gestiti da Stefano Delle Chiaie. Infine, ulteriori somme ingenti vennero erogate per finanziare la disinformazione a mezzo stampa, con pagamenti indirizzati a Mario Tedeschi, senatore del MSI, iscritto alla P2 e direttore del periodico Il Borghese, con l’incarico di orientare l’opinione pubblica verso false piste ideologiche e internazionali. Sulla base di questi riscontri, la magistratura ha identificato formalmente in Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D’Amato e Mario Tedeschi, tutti deceduti nelle more dei procedimenti, i mandanti, i finanziatori e gli organizzatori della strage e dei relativi depistaggi.
L’approdo giudiziario e la ricomposizione della verità processuale
L’imponente attività di depistaggio sviluppata dal 1980 ad oggi è stata progressivamente smantellata attraverso un corpus di pronunce giudiziarie irrevocabili che hanno definito le responsabilità a tutti i livelli. Per quanto riguarda gli esecutori materiali dell’attentato appartenenti ai NAR, le condanne definitive all’ergastolo per Valerio Fioravanti e Francesca Mambro sono state pronunciate nel 1995, seguite dalla condanna definitiva per Luigi Ciavardini nel 2007. A queste si sono aggiunte le condanne per concorso nella strage a carico di Gilberto Cavallini, confermata in via definitiva dalla Corte di Cassazione il 15 gennaio 2025, e di Paolo Bellini, la cui condanna all’ergastolo è diventata definitiva il 1° luglio 2025.
Sul versante delle attività di deviazione e inquinamento probatorio, la sentenza della Cassazione a Sezioni Unite del 23 novembre 1995 ha condannato irrevocabilmente Licio Gelli, Francesco Pazienza, Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte per calunnia pluriaggravata. Le pronunce definitive emesse il 1° luglio 2025 nei confronti di Piergiorgio Segatel per depistaggio e di Domenico Catracchia per false informazioni al Pubblico Ministero hanno completato il quadro delle responsabilità istituzionali e logistiche periferiche. La ricostruzione processuale complessiva stabilisce dunque in modo inoppugnabile che i depistaggi non costituirono tentativi accessori di copertura, ma rappresentarono una componente strutturale dell’azione stragista, progettata dal vertice della P2 e dagli apparati deviati per proteggere i mandanti reali e garantire la continuità politica delle strutture eversive interne allo Stato.
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