Cinema
L’attore Tony Leung Chiu-wai presenta il film Silent Friend
L’attore Tony Leung Chiu-wai, simbolo della scuola cinematografica di Hong Kong, presenta il suo ultimo film Silent Friend della regista ungherese Ildikó Enyedi, al cinema Quattro Fontane di Roma.
Mi sono emozionato quando ho scoperto che l’attore Tony Leung Chiu-wai avrebbe presentato il suo ultimo film Silent Friend al cinema Quattro Fontane di Roma. Per me, è l’occasione di incontrare il simbolo stesso della scuola cinematografica di Hong Kong, colui che ha partecipato a tre film che si sono aggiudicati il premio principale alla mostra del cinema di Venezia e ha vinto la Palma d’Oro come miglior attore al Festival di Cannes. Ha inoltre vinto ben 6 premi come miglior attore agli Hong Kong Film Awards.
Tony Leung Chiu-wai
Personalmente, preferisco altri attori meno famosi all’estero, come l’omonimo Tony Leung Ka-fai, che i cinesi chiamano il “grande Tony”. Infatti, è leggermente più anziano e un po’ più alto del “piccolo Tony” qui presente. Quest’ultimo si contraddistingue per un volto triste e sofferente, ideale per interpretare i suoi personaggi travagliati: poliziotti in film d’azione come Hard Boiled e Infernal Affairs; agenti collaborazionisti come in Lussuria; amanti tristi dei film iconici del regista Wong Kar-wai come In the Mood for Love, 2046, Happy Together e Hong Kong Express.
Il piccolo Tony è un attore talmente versatile che nell’opera taiwanese Città dolente (Leone d’oro nel 1989) interpretava un sordomuto, visto che non conosceva il dialetto utilizzato nel film. Si è anche divertito a interpretare il personaggio del Mandarino, antagonista del film di supereroi Marvel, Shang-Chi e la leggenda dei dieci anelli.
Stiamo parlando quindi di un attore famosissimo in Asia, specialmente a Hong Kong e in Cina, ma dalla vita molto riservata. Al contrario della moglie, l’attrice Carina Lau, molto più esuberante. Così, la sala del cinema si riempie anche di un pubblico di ragazzi cinesi, che provano a strappare un autografo al proprio idolo.
Non ce la fanno, perché Tony Leung appare solo per un breve saluto, con uno stile dimesso e riservato. Indossa una semplice tuta scura e un paio di scarpe da ginnastica bianche, sembrando quasi un nonno che va prendere il nipote all’asilo. La faccia scavata dalle rughe trasuda quel senso di timidezza e sofferenza che caratterizza i suoi personaggi, apparendo completamente diverso rispetto agli attori che abbiamo incontrato finora.
La presentazione
Gli attori italiani si presentano in sala in modo simpatico e distaccato. Tony Leung sembra invece portarsi dietro tutto ciò che è stato. Se si osservano le bellissime foto di Hua, sembra di scorgere una lunghissima storia dietro quegli occhi, specialmente quando provano ad accennare un timido sorriso.
Ci guarda come imbarazzato, mentre presenta il film della regista ungherese Ildikó Enyedi. Afferma che è il suo primo film europeo e che ha voluto lavorare con la regista per via dei suoi bellissimi film (il più famoso è Corpo e anima, Orso d’Oro a Berlino nel 2017). Ha così scoperto che è anche una persona eccezionale.
Ha avuto bisogno di 6 mesi per preparare il ruolo di neuroscienziato e professore universitario. Ammette di non essere un uomo di scienza, così ha dovuto recarsi all’università per comprendere il suo protagonista e gli studi sullo sviluppo del cervello umano.
Ha inoltre dovuto imparare molto di botanica, il tema centrale del film. Questo gli ha fatto cambiare prospettiva sulle piante, comprendendo che sono esseri senzienti, molto più simili agli umani di quanto pensiamo. Possono infatti comunicare attraverso le radici e i funghi, possono riprodursi e migrare. Non possiamo quindi pensare loro come esseri inferiori.
L’amica silente
Si augura che apprezzeremo il film, prima di defilarsi. E lo apprezziamo. Perché è un piccolo gioiello del cinema indipendente, capace di mostrare i legami su più livelli: umani, sociali e cosmici. Tutto ruota intorno a un secolare albero di Ginkgo Biloba, nell’orto botanico dell’università tedesca di Marburg. Possiamo tradurre il titolo originale tedesco “Stille Freundin” in “amica silente”, che è proprio la pianta femmina di Ginkgo.
Un professore di Hong Kong viene invitato per cooperare con l’università, dove insegna i suoi studi sull’evoluzione del cervello umano. Rimane qui bloccato dalla pandemia di COVID-19, costretto a vivere nel campus universitario, con la sola compagnia del guardiano. Si avvicina così al mondo delle piante, i cui comportamenti appaiono simili a quelli dei bambini. Infatti, si rende conto che le piante reagiscono agli stimoli, anche se con tempistiche che non sono percettibili per gli essere umani.
Il ginkgo biloba contiene però altre due storie. La prima è narrata in bianco e nero. Racconta la prima donna ammessa all’università per studiare botanica, per cui è osteggiata dal mondo accademico estremamente maschilista dei primi del Novecento. La seconda è narrata con un effetto visivo sgranato che riporta agli anni ’70 della grande contestazione giovanile. In questo clima, una suadente ragazza convince un bravo ragazzo di campagna a studiare le reazioni emotive del suo geranio.
Tra scienza ed emozioni
Il film spiega la scienza e le interazioni tra le emozioni umane e naturali. La regista utilizza molte scene che sembrano prese da un documentario, senza mai farle apparire forzate, anzi sembrano sempre ponderate e affascinanti nel loro contesto. Ricorda per certi versi The Tree of Life di Terrence Malick, ma mi è parso un film più centrato, perché frutto di un lavoro scientifico che vuole divulgare conoscenza oltre che emozionare il pubblico con una regia poetica.
Direi che gli manca poco per essere un capolavoro. Forse sarebbe stata necessaria una distribuzione più attenta della tensione emotiva. I forti contrasti e amori che inchiodano lo spettatore allo schermo iniziano solo nell’ultima mezz’ora che apre il meraviglioso finale. Per troppo tempo, il film appare quasi come un documentario asettico. La scelta sembra voluta dalla regista, che dimostra di saper creare forti emozioni; basta vedere il precedente Corpo e anima.
Quest’assenza di pathos rende il film difficilmente digeribile a un pubblico di non cinefili appassionati. Se tutto il film avesse la carica emotiva finale, credo che avrebbe potuto essere un po’ meno di nicchia senza snaturarsi. E sarebbe stato un bene, perché è un’opera importante che potrebbe segnare il futuro del cinema indipendente, aprendo a un rinnovamento che utilizza la scienza e la divulgazione.




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