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Warsh “oltre” Powell tra indipendenza delle authority, politiche monetarie e poteri delle banche centrali
E’ avvenuta la nomina del sostituto di Jerome Powell alla Fed e sarà Kevin Warsh un “monetarista” accademico di Stanford e Harvard con lunga esperienza alla Fed
Maurizio Baravelli e Luciano Pilotti
- L’attacco di Trump a Powell e la nomina di Warsh
Ora che la nomina del sostituto di Powell è avvenuta ed è Kevin Warsh (che scatterà però solo da maggio 2026), questa breve analisi si dispone in un gioco di volute forti contrapposizioni, propone una serie di riflessioni sul ruolo delle authority, prendendo spunto dal principio dell’indipendenza delle banche centrali, con lo scopo di indurre il lettore a prendere atto che ciò che finora si è ritenuto, giustamente o ingiustamente, normale, si sta progressivamente destabilizzando. Pertanto, se da un lato ce ne potremmo fare anche una ragione, dall’altro lato, e questo è il punto di maggiore interesse, ci si deve rendere conto che ciò che sta accadendo è frutto di processi involutivi della democrazia che vanno decisamente contrastati e governati.
Lo spunto è un fatto che avanza da settimane se non mesi: l’attacco di Trump a Powell. Il presidente Usa ha minacciato di rimuovere dal suo ruolo il presidente della Fed perché non taglia i tassi contestando, in tal modo, l’autonomia decisionale della Fed. L’indipendenza della Fed è considerata un pilastro della stabilità economica statunitense, proprio perché la politica monetaria dovrebbe essere separata dagli interessi politici, specie di breve periodo. Molti ex presidenti della Federal Reserve e vari economisti hanno espresso preoccupazione: le pressioni politiche dirette sulla banca centrale — soprattutto quando assumono la forma di minacce di rimozione — vengono viste come un rischio concreto per l’indipendenza dell’istituzione.
Si può dire che l’attacco di Trump a Powell è del tutto strumentale o, invece, ha anche risvolti che ci portano a riconoscere che vi sono punti di vista diversi sul funzionamento delle authority? In effetti, Trump ha la necessità vitale di spingere i tassi in basso prima di midterm per contenere la caduta libera di consenso e reputazione. Dal canto suo, il presidente della Fed ha difeso la stabilità dell’economia e del dollaro (pur in caduta e a favore dell’ export), contenendo l’inflazione ancora alta (percepita come tassa occulta), nonostante sia ferma al 2,7% e anche se accompagnata da una disoccupazione in calo. Qualcuno ha affermato, non senza giustificata ironia, che Trump ragiona come un immobiliarista del Minnesota che necessita di tassi di interesse bassi altrimenti le case non si vendono. Mentre Powell per mantenere la fiducia dei mercati deve tenere agganciati gli stimoli finanziari all’ occupazione e alla stabilità.
Vediamo qui un conflitto tra strutture del potere politico (presidenziale e appartenente all’esecutivo) e agenzie indipendenti che, sempre nei giudizi ricorrenti, sarebbe esploso anche per i “fallimenti” di Trump in questo anno di governo e che prova a compensare con le azioni internazionali: Gaza, Venezuela, Iran. Problemi affrontati dal tycoon, sempre secondo taluni osservatori, senza soluzioni strategiche sistemiche e di lungo periodo, cioè con puri “effetti annuncio”, mentre Powell deve attenersi rigorosamente ai fatti e alle aspettative razionali delle famiglie, dei mercati interni e globali.
Trump sta reagendo alla guerra di aggressione russa scagliata contro l’ Occidente? Allora l’ obiettivo è quello di abbattere Powell per abbassare il prime rate e soffiare vento nelle ali dell’ economia reale? Una economia che stenta a tenere il passo delle promesse elettorali nell’impopolarità crescente anche tra i ceti popolari? Ma ci sono altre ragioni, come il dollaro in discesa per i dazi e la difesa di un debito pubblico che continua a salire anche per i tagli draconiani alle tasse in assenza di una politica di crescita. Fattori interni che vengono “piegati” anche da fattori esogeni come nel riequilibrio forzoso con la Cina e senza aver ricevuto nulla da Putin per l’ Ucraina. Le accuse a Powell sono allora non solo strumentali ma anche inefficaci dato che il presidente della Fed è destinato a rimanere nel board fino al 2028 e certo non concederà nulla proprio a protezione dei mercati.
In sintesi, la “crociata trumpiana” appare in contrasto con i checks and balances che interferiscono con le sue prerogative e – soprattutto – che si oppongono alla sua sistematica spinta alla “sovra-ordinazione” di tutto il potere nell’esecutivo, “degradando” quello parlamentare-legislativo e quello giudiziario. Trump vorrebbe insomma “pieni poteri” pur essendo già potente di suo e fuoriuscendo dai fondamentali di una democrazia fissati da Montesquieu nella triade di esecutivo, legislativo e giudiziario (e authority connesse).
- Democrazia e authority indipendenti
Le authority sono organismi dotati di connotati di terzietà e competenze tecniche, chiamati a tutelare il tesoro più prezioso di una democrazia che sono i “beni comuni”, non riconducibili mai al consenso elettorale. La democrazia è compromessa se le authority vengono bypassate? Qual è il ruolo delle authority? Si consideri come non tutte le decisioni siano riconducibili a logiche di consenso elettorale, perché spesso di breve termine. La democrazia è un sistema complesso – un iper-oggetto – costituito da equilibri istituzionali dinamici in cui la rappresentanza politica convive con limiti, garanzie e competenze specialistiche. In questo quadro si colloca la necessità del ruolo di authority indipendenti che sono, esse stesse, “iper-oggetti”, che non possono essere governati secondo le logiche della competizione politica e del consenso.
Nel caso delle banche centrali troviamo, quali beni comuni, la stabilità monetaria, la tutela del risparmio e il corretto funzionamento dei mercati finanziari. Questi “beni comuni” implicano che le banche centrali siano autorità indipendenti. La democrazia, allora, non è soltanto “governo della maggioranza”, ma anche “governo regolato”. Il principio maggioritario (sostenuto dal consenso politico), se non bilanciato da istituzioni di garanzia, rischia di produrre decisioni miopi, di breve periodo e vulnerabili alle pressioni degli interessi di parte o alla forza dell’ esecutivo. Le authority indipendenti nascono proprio per rispondere a questa “tensione strutturale” fungendo da correttivo istituzionale alla naturale instabilità della politica democratica e alle possibili o eventuali deviazioni o distorsioni del potere detenuto dalla maggioranza e/o da poteri attribuiti dalla ricchezza e sovraordinati.
Due i pilastri della legittimità delle authority: l’indipendenza e la competenza. L’indipendenza garantisce la distanza dalla contesa politica e dalle pressioni di parte, mentre la competenza consente decisioni fondate su analisi tecniche, evidenze empiriche e valutazioni sistemiche, che permettono di dialogare con la politica sulle più opportune leve economiche e monetarie.
Si sostiene che questa “terzietà competente” non rappresenti una negazione della democrazia, ma una sua condizione di funzionamento nei settori in cui l’errore decisionale produce costi diffusi, cumulativi e spesso irreversibili. Il valore della moneta, la stabilità finanziaria e la tutela del risparmio sono esempi emblematici di “beni comuni”, perché non appartengono a singoli individui/interessi, ma alla collettività nel suo insieme, e la loro integrità dipende dalla fiducia condivisa nel sistema.
Quando tali beni vengono subordinati alle logiche del consenso politico, il rischio è che la politica monetaria venga utilizzata come strumento di breve periodo, per interessi di parte, addirittura con trasferimento dei costi alle generazioni future. La storia economica mostra come la gestione politicizzata della moneta tenda a erodere il risparmio e a compromettere la stabilità macroeconomica anche attraverso la sfiducia.
L’indipendenza delle banche centrali risponde, in questo senso, al problema dell’incoerenza temporale: i governi hanno incentivi a privilegiare benefici immediati, mentre i costi delle decisioni monetarie si manifestano nel medio-lungo periodo. Una banca centrale indipendente è in grado di rendere credibile l’impegno alla stabilità dei prezzi, ancorando le aspettative degli operatori economici e proteggendo il risparmio come bene fiduciario collettivo. Non si tratta di perseguire mercati ideali o astrattamente perfetti, ma di garantire mercati efficienti e funzionanti, fondati su regole stabili e prevedibili.
Ed è importante anche chiarire che l’esistenza di authority indipendenti non equivale a un “governo dei tecnici”. Le finalità ultime – come il modello di sviluppo, il grado di redistribuzione o le priorità sociali – restano prerogative della politica democratica, ma le authority, operando entro mandati definiti dal legislatore e soggette a meccanismi di trasparenza, accountability e controllo giurisdizionale, contribuiscono alla reputation della politica accrescendo la fiducia nel funzionamento corretto del sistema. Perciò non sottraggono sovranità alla democrazia, ma ne articolano l’esercizio attraverso una divisione del lavoro istituzionale più equilibrato e prevedibile.
In sostanza, la presenza di authority indipendenti e di centrali autonome dalla politica rappresenta una risposta razionale alla complessità delle democrazie avanzate. Stabilità, fiducia e credibilità non sono “alternative” alla sovranità democratica, ma ne costituiscono, al contrario, un presupposto essenziale, anche se la loro indipendenza non potrà mai essere assoluta proprio nella regolazione dinamica e dialogica tra poteri, elettivi e non elettivi.
- L’ indipendenza delle banche centrali può essere assoluta?
Trump, che critica da tempo Powell e minaccia di sostituirlo, sta mettendo in discussione l’indipendenza della Fed e delle authority? Secondo Trump, Powell non avrebbe fatto “un buon lavoro” nel contenere l’inflazione e nel sostenere la crescita economica e gli vorrebbe imporre i propri dettami. Tanto che, come altri banchieri centrali, anche la nostra Christine Lagarde si è schierata immediatamente a favore di Powell, contro la posizione di Trump. Ovviamente, la questione dell’indipendenza sta a cuore a tutte le banche centrali, e anche alla Bce. Ma va anche detto che le considerazioni sulle relazioni tra democrazia e authority indipendenti fanno parte di un mainstream consolidato, ritenuto un fatto assodato e accettato, ed è del tutto evidente che siano ampiamente condivise dai banchieri centrali che hanno interesse a difendersi da attacchi inaccettabili come quelli di Trump a Powell.
Tuttavia, la questione, sia dal punto di vista della teoria economica sia sul piano politico sopra evocato, dell’indipendenza delle banche centrali, non è così pacifica perché sottende una questione complessa. Intanto, va ricordato, che rispetto ad altri tipi di authority (si pensi alla tutela della concorrenza, alla privacy e così via) il potere delegato indirettamente alle banche centrali dai cittadini è enorme, molto simile a quello dei monarchi assoluti ma anche regolato. Questo potere di gestione della moneta, che condiziona, va precisato, sia il funzionamento del sistema bancario e finanziario sia l’andamento dell’economia e il suo sviluppo come quello dell’occupazione, con riflessi sociali di enorme portata, presenta dei pericoli che non vanno sottovalutati. Per cui la condotta delle banche centrali dovrebbe essere sottoposta a un controllo democratico, come nel caso di tutte le authority, un controllo che troppo spesso è debole o inesistente nonostante la legislazione bancaria.
Ritenendo di avere un potere “legale” che legittima le loro decisioni, ciò che dicono le banche centrali, lo dicono come fossero sempre verità indiscutibili. Questo così ampio potere di influenza viene criticato proprio quando i sostenitori della sua indipendenza si rifanno alla questione della democrazia. E’ proprio vero che il banchiere centrale assume le proprie decisioni secondo criteri del tutto democratici, potremmo dire imparziali (per evocare la terzietà) nell’interesse del “bene comune”?
Da parte dei critici, si sostiene anzitutto che la politica monetaria è una componente della politica economica, per cui dovrebbe seguire gli indirizzi decisi dal governo, che la banca centrale dovrebbe pertanto sostenere e non contrastare, anche con il rischio di limitarne l’indipendenza. In effetti, un tempo le banche centrali ( o meglio le banche di emissione delle banconote che formano la circolazione monetaria) non erano indipendenti dai governi, al punto che esse si trovavano costrette a finanziare l’erario spesso in modo eccessivo tale da compromettere la stabilità monetaria. Si giungeva così a dichiarare che tali banche dovessero essere sottratte a ogni influenza politica. Restò però il principiò di fondo che le banche centrali debbano collaborare nell’ attuazione delle linee economiche e politiche del proprio paese essendo strutture pubbliche non avulse seppure alimentate da un pensiero critico. Di conseguenza, l’affermazione di un’ indipendenza assoluta politico-economica non regge mentre si deve riconoscere la loro autonomia tecnico-operativa e di lettura dei processi. Addirittura, secondo una posizione radicale, esse dovrebbero avere un ruolo esecutivo degli indirizzi economico-finanziari e della politica industriale, decisi dal governo, del proprio Paese, ma con il rischio di abbattere quell’indipendenza che dovrebbe essere dialogica e dinamica.
In Europa, la Bce, non avendo uno Stato di riferimento, ma una serie di Stati sovrani, rischia di essere autoreferenziale, proprio perché la sua condotta deve essere imparziale rispetto alle pressioni che possono provenire dai banchieri centrali nazionali. Pertanto, essa si difende quando è criticata perché l’economia europea non cresce, o qualche Stato è svantaggiato o avvantaggiato, da una politica monetaria comunitaria unitaria, giustificando che il suo compito è quello di manovrare i tassi in aumento o in diminuzione al fine di contenere l’inflazione entro il 2% annuo, indipendentemente dalle politiche economiche e fiscali degli Stati membri (o di una politica economica comunitaria che oggi non esiste). In questa situazione, la Bce ha mostrato a volte condotte più favorevoli alle banche nel fare profitti ( “per il rafforzamento della stabilità”: argomenta e si giustifica la Bce), mentre imprese e risparmiatori ne hanno fatto le spese.
Il principio dell’ indipendenza delle banche centrali si è affermato tra gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, in un contesto segnato dalla lotta all’inflazione dopo gli shock petroliferi, dall’ affermazione del neoliberismo, dalla sfiducia verso la politica fiscale e i governi ritenuti inclini a politiche espansive eccessive. La narrazione dei suoi vantaggi si è basata sull’ idea che la stabilità dei prezzi sia un obiettivo “tecnico”, da affidare a esperti non eletti. Secondo la teoria mainstream, i governi hanno incentivi a stimolare l’economia prima delle elezioni, generando debito e inflazione. Ma questa visione a volte semplifica eccessivamente il comportamento dei governi; ignora che anche le banche centrali rispondono a incentivi e pressioni indirette; assume che la stabilità dei prezzi sia l’unico obiettivo rilevante. La visione dominante considera la politica monetaria e l’indipendenza del banchiere centrale una questione confinata in ambito tecnico, ma nessuna decisione tecnica è esente da profili politici. Chi contesta questa visione tradizionale sostiene che la manovra della moneta sottende decisioni politiche che si fanno passare per tecniche. Il mainstream privilegia la stabilità dei prezzi; ma il paradigma dell’indipendenza delle banche centrali, considerato oggi uno dei pilastri dell’architettura economica moderna, può essere messo in discussione. Infatti, tale visione è tutt’altro che indiscutibile e possono essere sollevati molti dubbi sia sulle basi teoriche che giustificano l’indipendenza, sia sugli effetti concreti che essa produce e ha prodotto nella pratica. Il paradigma dell’indipendenza, pur presentandosi come tecnicamente neutrale, ha implicazioni politiche profonde e non sempre positive. Si pensi alla crisi finanziaria del 2007- 2008. Le banche centrali indipendenti non sono state in grado di prevenire la crisi; anzi, alcune politiche permissive hanno favorito l’espansione del credito e di bolle speculative. In Europa, l’indipendenza della Bce ha contribuito a irrigidire i vincoli di bilancio, a limitare la capacità dei governi di rispondere alle crisi; a rafforzare modelli economici orientati alla disciplina fiscale più che alla crescita. Quanto alle politiche non convenzionali, come il Quantitative easing, i tassi negativi, gli acquisti di titoli, sono scelte con effetti redistributivi enormi, difficilmente compatibili con l’idea di “neutralità”. Che la politica monetaria non sia “neutrale” è sostenuto da molti economisti come J. Stiglitz secondo cui le decisioni delle banche centrali possono avere effetti asimmetrici favorendo alcuni gruppi (creditori, mercati finanziari) a scapito di altri (lavoratori). In tal modo, un’indipendenza eccessiva potrebbe ridurre la responsabilità democratica. Stiglitz propone un modello “inclusivo” di banca centrale, con obiettivi multipli (occupazione, stabilità finanziaria, crescita). Su posizioni critiche, per fare altri esempi, è anche O. Blanchard, il quale sostiene che nella gestione della crisi del 2007-2008 si sono evidenziati i limiti del modello tradizionale di banca centrale. Blanchard ammette che la politica monetaria non può essere l’unico strumento per la stabilità, occorre anche uno stretto coordinamento con la politica fiscale.
Sulla necessità di un approccio collaborativo (dialogico), in particolare tra banca centrale e Tesoro, si sono espressi in passato economisti, come G. Dell’Amore, che hanno sottolineato la necessità di un’ azione concertata e armonizzata al fine della politica del debito pubblico. In questa relazione, la banca centrale può anche essere organo consultivo prima che il governo adotti determinati provvedimenti, ma al tempo stesso le banche centrali non possono rivendicare un’ indipendenza assoluta, per la semplice ragione che sono parte di un sistema monetario interdipendente con quello dell’economia.
- La strategia Usa di riposizionamento geopolitico
In una visione meno ideologica, Trump sostanzialmente chiede alla Fed, o meglio a Powell, di attuare una politica accomandante che sostenga la strategia del governo Usa tagliando i tassi, mentre Powell risponde che suo compito è quello di difendere la stabilità monetaria e finanziaria contenendo l’inflazione ritenuta ancora alta, nonostante sia ferma al 2,7% e la disoccupazione sia in calo. In questo scontro, va pur detto, sono entrati in gioco componenti personali, visto che il presidente della Fed vuole dimostrare la sua risolutezza nel difendere il principio della sua autonomia, mentre Trump vuole imporsi a tutti i costi e dimostrare di essere in grado di farlo. Non solo perché pensa di essere nel giusto, a suo parere (e qui cominciano le accuse e di sovvertire le istituzioni che le pratiche di ICE sembrano confermare) ma anche è convinto che le istituzioni lo debbano seguire nel sostenere una strategia economica, finanziaria ma soprattutto geopolitica, nell’interesse degli americani, in uno scenario di rapidi riposizionamenti delle grandi potenze mondiali. I mercati tuttavia non sembrano sempre seguirlo.
Gli Stati Uniti si trovano nella necessità di attuare al più presto un non facile risanamento economico e finanziario, riducendo sia il deficit commerciale sia il debito pubblico, entrambi da tempo fuori controllo, promuovendo al tempo stesso il rilancio del proprio sistema industriale che ha bisogno di innovazione ma anche di nuove risorse. La politica dei dazi va in questa direzione con l’ effetto di contenere le importazioni e di promuovere le esportazioni grazie alla svalutazione del dollaro che Trump non ritiene più, in questa strategia complessiva, debba mantenere il ruolo storico di moneta internazionale. Se questo orientamento crea problemi alla Fed che ne deve gestire gli effetti sui mercati finanziari, le preoccupazioni sulla tenuta del debito pubblico americano, per il momento, sono poco rilevanti, dato che le economie concorrenti, come la Cina, che lo detengono in grandi quantità nelle proprie riserve, non hanno nessun interesse a disfarsene, sia per non subire perdite, sia perché attualmente non vi sono monete di riserva alternative al dollaro.
Questa strategia complessiva che Trump ha intrapreso (criticabile o non criticabile) si propone – almeno a sentire le sue dichiarazioni – di tutelare gli Stati Uniti contrastando le minacce esterne, provenienti da Cina e Russia, riguardanti sia quelle competitive sia quelle che possono soprattutto minare la sicurezza del Paese; al tempo stesso questo disegno strategico mira al rafforzamento geografico (imperiale come si dice oggi) degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale (includendovi anche l’Europa) nel quale si è proposto di imporre la sua leadership pur con metodi rudi (come su Venezuela e Groenlandia) e il solo potere della forza più che la forza del potere. La questione dello scontro Trump-Powell sulla indipendenza della Fed è solo un tassello di uno stravolgimento in atto che mette in discussione ciò che è apparso fino ad ora come il confine tra giusto o ingiusto.
5 – Banche centrali e governance delle authority
In questo contributo abbiamo messo a confronto tesi diverse e contrapposte sull’indipendenza delle banche centrali. Per completare il quadro, si deve osservare come il dibattito, ancora in corso, soprattutto sul piano teorico, si sia anche tradotto in proposte concrete di revisione della loro governance. Il “mito” dell’indipendenza sta ancora funzionando come un dispositivo ideologico che ha l’effetto di avere depoliticizzato scelte profondamente politiche, limitando la sovranità democratica, favorendo un modello economico orientato alla stabilità dei prezzi a scapito di occupazione, investimenti e welfare. Basti ricordare come Mario Draghi abbia ammesso che la politica restrittiva della Bce sia stata la causa dei bassi salari per mantenere la competitività dell’economia con le conseguenze del calo della domanda e di un’economia che oggi non cresce. Questa indipendenza va meglio regolata perché in un contesto di instabilità le decisioni monetarie ed economiche devono essere coerenti e le banche centrali devono potere collaborare con il governo pur mantenendosi “indipendenti”.
Uno storico esempio di questa collaborazione si ebbe con Guido Carli (governatore della Banca d’Italia) che partecipava alle riunioni del Consiglio dei ministri. Carli disse che la politica monetaria dovesse sostenere la crescita e confessò che, in un certo periodo, fu espansiva per favorire il rafforzamento della redditività delle imprese. Allo stesso modo criticò la scala mobile e minacciò più volte di dimettersi contro provvedimenti governativi che incentivavano l’inflazione. Segnali della sua indipendenza virtuosa. Oggi, la governance monetaria dovrebbe essere rivista attraverso un ripensamento del concetto di indipendenza, considerando un maggiore coordinamento con la politica fiscale, la trasparenza sugli effetti distributivi delle decisioni, una responsabilità democratica più forte, il riconoscimento che la politica monetaria è parte della politica economica, non un ambito separato.
D’altra parte, le banche centrali hanno perso la loro funzione diagnostica; tendono a ragionare sempre più a breve visto che incontrano difficoltà a fare previsioni sui tassi a causa dell’incertezza e della instabilità, tanto è vero che i tassi le banche centrali li decidono, ormai, momento per momento. In un contesto di forte incertezza, i modelli previsionali tradizionali si fanno più fallaci. Le banche centrali allora preferiscono non “promettere” un percorso dei tassi che poi rischia di essere smentito ma procedono per adattamenti incrementali. Va difesa la dialogicità di questa indipendenza e non la sua “sacralità” evitando di “coprire” le eventuali responsabilità del banchiere centrale quando la politica monetaria segue autoreferenzialmente i propri canoni di condotta, senza considerare le specificità del contesto.
In conclusione, l’ idea centrale di un’ indipendenza assoluta, così come concepita negli anni ’90, non appare più adeguata. Tuttavia, l’auspicabile nuovo modello non elimina l’indipendenza, ma la ridefinisce, per cui si può condividere il principio dell’ indipendenza tecnica nelle decisioni operative ma l’indirizzo strategico deve essere condiviso con le istituzioni democratiche del Paese, soprattutto quando le banche centrali intervengono con effetti strutturali in ambiti non strettamente monetari. Tra le proposte vi è quella di una riforma della governance tramite una rappresentanza diretta di diversi stakeholder, evitando la presenza di esponenti finanziari, e il rafforzamento del controllo parlamentare sulle nomine e sulle strategie di politica monetaria.
L’interrogativo che poniamo è allora il seguente: il “monetarista” Warsh (che attribuisce “solo” all’ipertrofia dello Stato con la sua spesa pubblica inefficiente l’escursione dei prezzi) riuscirà a tenere in equilibrio fiducia globale nel dollaro (in discesa) con tassi più bassi contenendo l’inflazione e sostenendo il potere d’acquisto degli americani? Dovendo tenere conto, in primo luogo, che gran parte dell’inflazione da dazi (importata e – secondo Warsh senza effetti inflazionistici) non è ancora penetrata nella fisiologia del sistema e che – in secondo luogo – gli incrementi di produttività (cognitiva) indotta dall’AI (per ora solo attesi e che però potrebbero richiedere tempo) comunque riescano a “compensarla” tanto da giustificare quei tagli al costo del denaro attesi dal Presidente per rialzare i consensi (ora in caduta libera) a Midterm. Solo su questo affilato e rischioso “Rasoio di Occam” si misureranno efficacia della stabilità monetaria, valore del dollaro e indipendenza della Fed nel loro contributo alla Golden Age della nuova Terra Promessa trumpista.
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