Scuola
Insegnare la Shoah a scuola dopo Gaza
Sviluppare a scuola il racconto del secolo dei genocidi come progetto politico degli stati nazione
«Quale messaggio daremo dalle “giornate della Memoria”, quando saremo chiamati a testimoniare delle deportazioni e del genocidio nei lager, sullo sfondo dei trasferimenti forzati, delle cacciate di palestinesi e delle stragi di Gaza? Perché questa è una domanda, implicita o esplicita, che graverà sulla Memoria. Ci ripareremo dietro l’usbergo metafisico del male assoluto, inconfrontabile con ogni male relativo, specie se fatto in nostro nome? Come declineremo la memoria della Shoah, su questo sfondo attuale? O la memoria della Shoah ricadrà su di noi, si ritorcerà su di noi in una misura mai successa prima?» (Stefano Levi della Torre)
Nel 1884 alla Conferenza di Berlino era stata data alla Germania mano libera sui territori africani del Togo, del Camerun, e dell’attuale Namibia. Nel centro di quest’ultima regione si trovavano ricchi giacimenti di tungsteno, uranio, oro, rame, stagno e diamanti. Le tribù principali che vivevano su quel territorio erano quelle dei Nama e degli Herero, che vivevano di allevamento.
Il 2 ottobre 1904 il generale tedesco Lothar von Trotha, comandante responsabile dell’amministrazione militare nei territori coloniali della Namibia, ordinava lo sterminio delle comunità Herero e Nama. Con quel comando cominciava il genocidio delle popolazioni indigene, che avrebbe visto la fine solo nel 1908, e si aprivano per la Germania le sperimentazioni sulle uccisioni di massa che avrebbero portato poi all’Olocausto. Nell’arco di quei quattro anni si stima che circa l’80% degli Herero e il 50% dei Nama sia stato ucciso, tanto in forma diretta quanto attraverso lo sfinimento causato dai lavori forzati nei campi di concentramento, lo sfruttamento sessuale, l’avvelenamento dei pozzi d’acqua, le sperimentazioni mediche. E poi la fame e le malattie legate allo stato d’indigenza, il sequestro di bestiame e la costrizione nelle aree desertiche del Kalahari.
Una vera e propria prova generale della Shoah che deve entrare in maniera estesa nell’insegnamento e nel racconto agli studenti oggi.
Per permettere di cogliere un filo che arriva fino a Gaza.
Il genocidio non come evento eccezionale, irripetibile, mostruoso.
E neppure solo leggibile con il perimetro del diritto come un crimine e una negazione totale dei diritti umani.
La Shoah, raccontandone la prova generale in Africa, può essere spiegata come un fenomeno politico strutturale della modernità, non un evento imparagonabile, non un’anomalia. Piuttosto l’esito di un progetto politico, sperimentato nelle colonie e poi importato sul suolo europeo: la ricerca di un’omogeneità culturale e linguistica per uno stato-nazione che mette in conto l’eliminazione delle minoranze interne perché vi sia una piena corrispondenza tra popolo, territorio e sovranità dello stato.
Un progetto politico figlio del nazionalismo esclusivo, non un semplice male assoluto fuori dalla storia, ma invece un’opera di costruzione politica determinata e organizzata.
In Namibia la Germania ha sperimentato tecniche di segregazione e annientamento con militari e funzionari che poi avrebbero fatto carriera nell’impero nazista. Un genocidio che può dirsi laboratorio.
Con un’analogia tra gli eventi molto profonda di intenti e pratiche: l’ideologia della razza superiore, la sperimentazione dei campi di sterminio, la burocratizzazione in un processo amministrativo del massacro.
Il racconto di questo precedente inserisce il tema del genocidio in una logica di lungo periodo in cui la paura del diverso, dell’alterità interna allo stato percepita come minaccia diviene chiave di lettura di una lunga storia: il genocidio dei nativi americani, quello degli aborigeni in Australia, il genocidio armeno, l’Holomodor in Ucraina, il genocidio di Sebrenica; i casi di genocidio esito di imprese coloniali come quello del Ruanda e del Sudan e infine la Palestina.
L’unico a salvarsi dal massacro è stato il Sudafrica in cui la transizione dall’apartheid ha suscitato un rifiuto della maggioranza permanente e delle identità minoritarie che si trovavano su entrambi i lati del divario di civiltà inscritto nel cuore dello stato-nazione. Il Sudafrica post-apartheid avrebbe potuto sostituire il governo dei bianchi con il governo della maggioranza nera. Invece, il nuovo stato, guidato da Nelson Mandela, adottò la democrazia non razziale. Diede vita alla “nazione arcobaleno”.
Va ricordato agli studenti che il 19 luglio 2018 (con convalida della Corte suprema nel 2021 dunque legge non più appellabile), la Knesset ha votato una legge che proclama lo stato di Israele “casa nazionale del popolo ebraico” tra le cui finalità è indicato “lo sviluppo di insediamenti ebraici come valore nazionale” senza alcuna delimitazione territoriale.
Come ha ben spiegato Mahmood Mamdani: «se il nazismo fosse stato inteso non come un crimine ma come un progetto politico dello Stato-nazione, potrebbe esserci stato ancora un posto per gli ebrei in Europa, in Stati denazionalizzati impegnati nell’eguale protezione di ogni cittadino. Tuttavia, poiché la risposta al nazismo dava per scontato lo Stato-nazione, la soluzione per gli ebrei si rivelò essere di nuovo lo Stato-nazione. Israele ha dato ai nazisti ciò che avevano sempre voluto: l’omogeneità nazionale, mediante l’espulsione degli ebrei dall’Europa».
Un lungo filo rosso spiega il Novecento come il “secolo dei genocidi” come spesso lo classificano molti storici, ma si tratta di un filo ancora teso e che ci raggiunge nel 2026.
Vale l’osservazione di Bauman secondo cui lungi dall’essere un semplice incidente, il genocidio è il frutto della modernità, un elemento di ingegneria sociale e politica, finalizzato a eliminare lo sporco, il disordine, l’ambiguità attraverso la promozione di un nazionalismo che in nome dell’unicità della razza mette a tacere le istanze morali dei singoli individui.
«..da Hannah Arendt in poi sappiamo quanto sia importante riconoscere che la Shoah, purtroppo, non fu male eccezionale, fu un male “banale”, “normale”. Cioè umano, cioè ripetibile (nelle intenzioni, non solo nella scala): “E’ avvenuto, quindi può accadere di nuovo” diceva Primo Levi. Abbiamo passato anni a ripetere nel giorno della Memoria, “mai più”: perché sapevamo che sarebbe potuto succedere ancora» (Tomaso Montanari).
Zygmunt Bauman, Modernità e olocausto, Il Mulino 2010
Mahmood Mamdani, Né coloni né nativi. Lo Stato-nazione e le sue minoranze permanenti, Meltemi 2023
(a cura di Bruno Montesano), Israele-Palestina. Oltre i nazionalismi, e/o
Devi fare login per commentare
Accedi