Letteratura
Il passato non è dietro: Michele Mari, il romanzo come macchina della memoria
Una rilettura dell’opera letteraria di Michele Mari a partire dal suo ultimo romanzo premiato con lo Strega 2026.
Con ‘I convitati di pietra’, pubblicato da Einaudi nel 2025, Michele Mari porta il lettore a una cena di ex compagni di liceo che si ripete ogni anno dal 1975. Il patto stipulato dagli ex alunni trasforma la longevità in una gara feroce e l’amicizia in un legame ambiguo, attraversato da rivalità, rancori e desiderio di sopravvivere. È il suo romanzo più recente, dopo ‘Locus desperatus’ (2024), e nel 2026 ha vinto l’ottantesima edizione del Premio Strega. Il nuovo libro offre un punto d’osservazione efficace sull’intera opera di Mari. Cambiano le trame, le voci e le forme, rimane una domanda insistente: che cosa ci tiene legati a ciò che è stato? Per Mari il passato non è qualcosa di lontano. Continua ad agire nel presente attraverso ricordi, oggetti, immagini e ossessioni. In un’intervista l’autore ha descritto la propria bibliografia come un libro solo, ripetuto in varianti diverse. Tornano l’infanzia, il doppio, la famiglia, il desiderio e i traumi, ma ogni volta con un diverso dispositivo narrativo.
L’esordio di Michele Maria come autore di narrativa, ‘Di bestia in bestia’ (1989), annuncia già una poetica che non cerca il realismo quotidiano come fine in sé. Mostri, presenze, perturbanti e situazioni gotiche diventano strumenti per dare forma a pulsioni e paure. La prosa, ricercata e spesso arcaizzante, intreccia registri e tradizioni: la letteratura fantastica convive con i classici, mentre cinema e fumetto entrano nell’immaginario senza essere relegati a semplici citazioni. Una lettura dell’Università di Torino riconosce in questa lingua volutamente elaborata e nei continui rimandi intertestuali i tratti distintivi di Mari e individua inoltre nelle ossessioni, più che in un messaggio esplicito, una delle spinte profonde della sua scrittura.
La sua erudizione non è però un ornamento sovrapposto alle storie. È il modo in cui i suoi personaggi organizzano il mondo e si difendono da esso. Collezionare, classificare, citare, ricostruire: gesti che promettono di contenere la perdita, ma possono trasformarsi in prigioni. In ‘Locus desperatus’ (2024), per esempio, la casa e i suoi oggetti custodiscono parti dell’identità del protagonista, fino a rendere inquietante l’idea di doverli abbandonare. La memoria in Mari è insieme archivio e possesso: conserva ciò che ama, ma spesso non sa lasciarlo andare.
Una delle vene più riconoscibili dell’opera è il ritorno all’infanzia, non come età innocente da rimpiangere senza riserve, ma come origine di paure, desideri e ferite che continuano a modellare l’adulto. In raccolte come in ‘Euridice aveva un cane’ (1993) e in ‘Tu, sanguinosa infanzia’ (1997) l’esperienza infantile si presenta come un territorio insieme concreto e allucinato. Il mostro non cancella la paura: le dà un volto, la rende narrabile. In una conversazione recente Mari ha detto di essere grato ai mostri della propria infanzia perché gli hanno permesso di distinguere e organizzare il terrore, anziché subirlo come un malessere indistinto.
Con ‘Leggenda privata’ (2017) questo materiale si avvicina apertamente alla memoria familiare. Ma autobiografia e invenzione non sono poli separati: i ricordi vengono rielaborati, messi alla prova e trasformati dalla forma letteraria. Mari ha parlato della scrittura come di una possibilità di stilizzare il dolore e, in qualche misura, di sottrarre le persone amate alla degradazione del tempo. Non si tratta di una riconciliazione facile. La memoria può consolare, ma anche riaprire i conti; può trattenere una presenza e, nello stesso gesto, rivelare il peso di ciò che non si è risolto.
Con ‘I convitati di pietra’ il fuoco si sposta dall’io e dalla famiglia a un gruppo. I compagni si ritrovano ogni anno e, per decenni, misurano il tempo attraverso i corpi che invecchiano e i posti a tavola che si svuotano. La rimpatriata scolastica diventa così un rituale di memoria collettiva, ma anche una caricatura crudele della nostalgia: il ricordo dell’età in cui si credevano immortali convive con il calcolo di chi sarà il prossimo a morire. D’altronde una delle motivazioni che hanno portato Mari a vincere il Premio Strega 2026 è proprio la sua capacità di unire una lingua colta, ricca, sontuosa e squisitamente letteraria con le atmosfere e i codici del genere “nero” e del thriller.
Mari applica a questo spunto una forma più lineare e corale di quella di molte opere precedenti. Il patto delle cene di addio dà alla narrazione la forma di un conto alla rovescia; l’alternanza delle cene annuali scandisce il ritmo, mentre il grottesco e l’umorismo impediscono alla mortalità di diventare una meditazione solenne. L’autore ha raccontato che il romanzo si è sviluppato senza un piano rigido, seguendo lo slancio narrativo. Ha anche osservato che, mentre i personaggi prendono profondità, la vicenda resta in una bolla quasi astratta, poco toccata dai grandi eventi storici. È una scelta significativa: non ricostruire un’epoca dall’esterno, ma osservare come il tempo agisce sulla vita privata, sui corpi e sui legami.
Questa maggiore leggibilità non cancella il Mari più idiosincratico: restano il gusto per le manie, l’iperbole, la cultura popolare e il gioco letterario. La critica ha colto con favore la tenuta dell’ingranaggio e il ritmo del romanzo, ma ne ha anche discusso il costo. In una recensione, Michele Farina lo giudica un congegno riuscito e divertente, pur meno perturbante e coinvolgente di alcuni libri della stagione precedente. La riserva è utile per una retrospettiva: l’opera di Mari non va ridotta a un’unica formula, e la coerenza delle ossessioni non garantisce che ogni variazione produca la stessa intensità.
Guardandolo dal punto di vista de ‘I convitati di pietra’ il percorso di Mari appare dunque meno come una successione di svolte che come un esperimento continuo sulle medesime materie. Mostri e compagni di classe, case infestate e ricordi d’infanzia appartengono a mondi diversi, ma in tutti il passato rifiuta di restare passato. La sua letteratura ne fa una forza attiva: qualcosa che trattiene, deforma, perseguita e, talvolta, salva. Il romanzo del 2025, vincitore dello Strega, non chiude questo percorso; ne mostra una nuova configurazione, in cui la memoria personale si allarga fino a diventare il destino condiviso di un’intera classe.
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