La copertina di Giù le mani dal femminismo, edito da Rizzoli e scritto da Rosy Braidotti Giorgia Serughetti e Jennyfer Guerra

Questioni di genere

“Speriamo che sia femminista e che lo sia per davvero”. Intervista a Jennifer Guerra

28 Marzo 2026

Jennifer Guerra giornalista e ricercatrice da anni ormai interviene nel dibattito pubblico con articoli e saggi. I suoi testi sono tra i più ascoltati e commentati sul tema del femminismo e della contemporaneità. Ora dopo il fortunato Il femminismo non è un brand pubblicato da Einaudi nel 2024, torna nelle librerie insieme alla filosofa e teorica del femminismo postumano Rosi Braidotti e alla filosofa politica Giorgia Serughetti con un titolo quanto mai esplicito Giù le mani dal femminismo (Rizzoli) che denuncia le distorsioni soprattutto politiche che vengono ormai da tempo agite attorno al movimento femminista.

Nel tuo precedente saggio, Il femminismo non è un brand (Einaudi), avvertivi sul rischio di addomesticamento del movimento e del suo uso. Ora nel saggio scritto a sei mani con Rosi Braidotti e Giorgia Serughetti, Giù le mani dal femminismo (Rizzoli), cogli non solo il rischio, ma la mutazione in chiave reazionaria del termine stesso. Il “femminismo” è ormai diventato un termine rivendicato dalla politica della destra MAGA americana, come è stato possibile?

Nel tempo trascorso tra la stesura del Il femminismo non è un brand e la sua uscita a marzo del 2024 avevo già avvertito un cambiamento profondo nell’uso della parola “femminista” nello spazio pubblico, tanto che durante le presentazioni era diventato complicato spiegare le sfumature di questa mutazione. Oggi la si può considerare conclusa. Nel mio capitolo di Giù le mani dal femminismo mi sono data l’obiettivo di dimostrare che l’allargamento del significato del termine “femminista”, anche quando sembrava innocuo o positivo, è stato il passaggio che ha permesso alle destre di appropriarsi di questa parola, perché l’ha privata del suo legame con la realtà materiale. Se “tutti dovrebbero essere femministi”, e quindi riconoscersi in questa parola che però ha una precisa storia e peso politico, allora femminismo non vuol dire più niente. E infatti oggi persino la giudice ultracattolica e ultraconservatrice della Corte Suprema americana Amy Coney Barrett dice di essere femminista.

Tra i dati che porti a supporto anche quello dell’aumento – fortemente rivendicato – del numero di donne che scelgono di diventare casalinghe in America. È un dato rilevante in termini statistici, pensi che sia l’anticipazione di una tendenza che prenderà corpo anche in Europa?

È complicato rispondere, perché il mondo del lavoro statunitense è molto diverso da quello italiano. Il fenomeno delle stay-at-home-mums, e la loro versione estremista, le tradwives, è la risposta reazionaria al modello della “donna in carriera” che in Europa non è poi così diffuso. Ciò che loro rivendicano è la scelta di chiudersi nella dimensione domestica, mentre nel nostro continente si tratta soprattutto di una circostanza obbligata. Pensando a un Paese come l’Italia, dove metà delle donne di fatto è casalinga (anche se questo termine è fuori moda) quello che possiamo già osservare è una glorificazione della maternità come unica funzione sociale della donna. Ma onestamente dubito che questo messaggio possa attecchire più di tanto tra le donne delle nuove generazioni, che spesso sono le prime in famiglia a studiare e lavorare.

La ferocia politica che si palesa in questi ultimi anni con posizioni sempre più radicali secondo te indica una messa in crisi del sistema e quindi un colpo di coda, o siamo di fronte ad una nuova era di oscurantismo?

Scrivendo questo libro, ci siamo accorte a un certo punto che tutte e tre avevamo citato senza saperlo Contrattacco di Susan Faludi, un libro scritto alla fine degli anni Ottanta che raccontava come la presidenza Reagan avesse messo in discussione tutti i diritti delle donne conquistati dal femminismo nel decennio precedente. Le similitudini con l’oggi sono inquietanti, sembra un libro appena uscito. La grossa differenza è che però allora c’erano ancora delle garanzie democratiche che oggi sono completamente saltate, e questo è ciò che fa più paura. Basta vedere come è stato facile eliminare il diritto d’aborto negli USA, un evento epocale che non ha nemmeno tanto sconvolto l’opinione pubblica.

Oggi il corpo delle donne forse è meno strumentalizzato (nei media e nello spettacolo) che in passato, ma l’impressone è che sia solo una questione di cosmesi, che ne pensi?

Se penso alla televisione con cui sono cresciuta, in cui era normalissimo vedere ballerine in perizoma all’ora di cena, sembra che siamo su un altro pianeta. È un cambiamento positivo, certo, ma non strutturale e soprattutto molto fragile: non solo non ci vuole niente a ritornare a quell’immagine della donna, ma altre rappresentazioni magari meno esplicite ma comunque problematiche restano, vedi l’ossessione per le mamme-atlete durante le Olimpiadi. La rappresentazione è importante, ma se non si accompagna a un cambiamento nella distribuzione del potere come dici tu è solo cosmesi.

Quali sono le pratiche possibili contemporanee per una liberazione del femminile? 

Io credo che oggi sia importante fare un lavoro di ricomposizione dei movimenti e stringere alleanze tra le varie cause. Il femminismo ha sempre avuto nella storia momenti di crisi e battute d’arresto, durante i quali ha approfittato per ridefinire meglio i propri obiettivi e le proprie strategie. Oggi c’è una grande frammentazione, e quello che ci auspichiamo nel libro è di superare le divergenze e recuperare una dimensione collettiva che oggi manca ma è urgente, anche perché i nostri nemici sono bravissimi a lavorare insieme contro di noi.

La woke culture sembrava aver introdotto alcune dinamiche inclusive valide e soprattutto sembrava aver offerto degli efficaci allarmi, perché al momento appare sconfitta? E perché addirittura woke culture ora ha assunto un termine totalmente dispregiativo?

Penso che sia proprio la demonizzazione del “woke” ad aver creato questa situazione. Di fatto, Trump ha smantellato iniziative anti-discriminazione che erano state introdotte ai tempi del Civil Rights Act, e che non hanno niente a che vedere con la “cultura woke”, a meno che non pensiamo che il divieto di licenziare una persona su base razziale o di genere sia una cosa “woke” e non un diritto umano basilare. Con questo non voglio negare che ci siano state estremizzazioni anche nei movimenti progressisti, anzi. È un problema molto serio: io credo che far coincidere l’essere progressisti con l’essere persone virtuose sia un grave errore, perché sposta l’attenzione dai sistemi di potere per concentrarla sui comportamenti individuali, che è esattamente il principio dell’etica neoliberale.

Tutti dicono che viviamo nel mondo delle immagini eppure le parole sembrano sempre più importanti. Perché il mondo conservatore sembra che stia vincendo – spesso con campagne volgari e denigratorie – proprio la battaglie delle parole? Perché le parole stanno perdendo così facilmente la loro valenza? Contano più le parole delle idee?

Faccio un esempio secondo me molto efficace per capire cosa c’è in ballo. Il movimento anti-abortista e anti-gender invita i suoi seguaci a rovesciare e usare a proprio vantaggio il lessico dei movimenti progressisti. E così oggi stiamo a discutere del “diritto di non abortire”, che è una espressione totalmente insensata, o di “diritto di avere una mamma e un papà”. Questa operazione di appropriazione e mistificazione è stata fatta in maniera capillare, vedi anche con il “woke”, il “gender” o il “politicamente corretto”. Oggi parliamo il lessico dell’estrema destra senza nemmeno rendercene conto. Un’espressione diffusissima come “inverno demografico” è nata negli ambienti del fondamentalismo religioso per descrivere il calo della natalità dovuto al fatto che le donne lavorano anziché fare figli. E oggi viene impiegata su tutti i giornali senza battere ciglio. Da materialista, penso che le parole siano importanti fino a un certo punto, e forse abbiamo dato troppa importanza al linguaggio. Come dicevo prima, cambiare la rappresentazione non cambia la realtà. Questi attori estremisti pensano sia possibile e si giocano tutto lì, la sinistra non dovrebbe cedere a questa tentazione.

I valori che fino ad oggi sono stati in carico alla sinistra: uguaglianza, libertà e giustizia sociale, non necessitano forse una revisione rispetto a una diversità del femminile fino ad oggi ancora poco considerata anche a sinistra?

Il femminismo non ha mai accettato questi valori in maniera acritica. Pensa all’uguaglianza: parafrasando Simone de Beauvoir, tutti gli uomini si rallegrano che esistano le donne, ma si rallegrano anche di non esserlo. Il femminismo, anche quello marxista, ha mostrato i limiti dell’universalismo, e per questo non ha mai goduto di grande fortuna negli ambienti della sinistra, per usare un eufemismo. Il pensiero femminista ha già fatto molti sforzi in questo senso, forse è il resto della sinistra che deve mettersi in discussione di più e superare l’idea che il femminismo sia solo “parità di genere”.

Nel tuo percorso dichiari un’ossessione per la letteratura di Ernest Hemingway, di certo non l’autore diciamo più inclusivo o se vogliamo femminista del Novecento. Cosa ritrovi nella sua letteratura per te di fondamentale?

In generale, sono allergica all’idea che la letteratura e l’arte debbano essere “giuste” per essere apprezzate. Ma a parte questo, Hemingway mi affascina proprio perché esibisce una mascolinità esagerata su cui, se si scava un po’ più a fondo, è interessante indagare. Le lettere private di Hemingway mostrano un uomo che desiderava fortemente esplorare quello che banalizzando possiamo chiamare un “lato femminile”, ma che le convenzioni del tempo gli imponevano di nascondere. Non potendo esprimersi autenticamente, preferiva indossare la maschera del macho, ma se si leggono con attenzione i suoi romanzi questo macho è sempre messo in crisi, e cerca salvezza nell’amore di una donna. È controverso, ma Hemingway per me scrive prima di tutto romanzi d’amore.

La presidenza Trump segna anche una crisi del neoliberismo con il suo portato di globalismo e fiducia assoluta nel mercato, con Trump l’ideologia – seppur della peggiore specie – torna a farsi strada. Se l’uscita dal neoliberismo arriva da destra, alla sinistra che spazi restano?

Non sono così sicura che Trump rappresenti l’uscita dal neoliberalismo, né che il neoliberalismo non sia un’ideologia. Anzi, secondo me è proprio la sua capacità di condizionare le strutture profonde del nostro inconscio a renderlo così difficile da contrastare. Prima ad esempio parlavo di come la sinistra sia ossessionata dalla moralità individuale e abbia ridotto la politica a una lista di comportamenti, se non consumi, giusti e sbagliati. Questa è esattamente la società che avevano in mente Milton Friedman e amici: una società in cui ciascuno è responsabile della tenuta morale dell’intero sistema, e in cui non ci sono differenze tra il peso della condotta di un miliardario e quella di un lavoratore normale. Come possiamo costruire un’alternativa se siamo i primi a rivendicare uno slogan tatcheriano come “Non c’è alternativa”?

È pensabile costruire un fronte comune che sia in grado – agendo dal femminismo – di ricostruire un discorso sociale realmente inclusivo?

Anche se oggi tendiamo a vedere il femminismo come un monolite, sin dalla sua nascita ci sono sempre state correnti e visioni a volte inconciliabili. Ma sulle cose importanti ci si è sempre unite. Oggi a mio avviso manca un po’ questa capacità di superare le divergenze in vista di un obiettivo condiviso, una tendenza che alla fine rispecchia molto l’identitarismo del nostro tempo. Però il momento che stiamo vivendo è davvero decisivo, anche perché come dicevo prima i nostri avversari sono capaci eccome di fare fronte comune. Già solo il fatto che gli oppositori all’aborto sono esattamente gli stessi oppositori dei diritti di autoderminazione delle persone trans dovrebbe farci capire che queste due cause possono stare insieme. Credo che ora sia necessario adottare una strategia molto pragmatica.

Speriamo che sia femmina si dice spesso e così recitava il titolo di un fortunato film di Mario Monicelli del 1986. Speriamo che sia femmina o speriamo più ancora che sia femminista?

Una delle tesi di base di questo libro è che femmina e femminista non sono la stessa cosa, e che avere “più donne” nei ruoli di potere non equivale a garantire un effettivo miglioramento della vita delle donne e di tutti gli altri soggetti marginalizzati. Quindi sì, speriamo che sia femminista, ma che lo sia davvero e non solo per slogan.

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