Mondo

Quando verrà la notte

Se il benessere nasce dalla dipendenza, prima o poi sarà quella stessa dipendenza a distruggerlo.

22 Ottobre 2026

La notte non comincia quando si spengono le luci.
Comincia quando un Paese non è più libero di decidere come riaccenderle.

Qualche giorno fa, ascoltando un camionista campano parlare delle difficoltà del suo lavoro, mi ha colpito una frase che, più o meno, suonava così: «Invece di spendere tutti questi soldi per le armi, dovrebbero aiutare chi non riesce più a portare il pane a casa».

In quel momento, probabilmente, qualsiasi spiegazione sulla necessità di investire nella difesa avrebbe avuto un effetto controproducente. Perché quando la preoccupazione è arrivare alla fine del mese, parlare di deterrenza, equilibri geopolitici e sicurezza nazionale rischia di apparire distante, persino offensivo.

Eppure, proprio quella frase racchiude uno dei più grandi paradossi del nostro tempo. Una parte delle difficoltà che oggi gli europei devono affrontare nasce anche dalle vulnerabilità che abbiamo lasciato accumulare negli ultimi decenni, rinunciando a investire nella nostra sicurezza energetica, industriale e strategica. Abbiamo considerato la protezione un costo rinviabile, salvo scoprire che recuperare il tempo perduto richiede oggi risorse enormi, proprio mentre famiglie e imprese avrebbero bisogno di maggiore sostegno.

Ma c’è qualcosa di ancora più importante. Quell’Italia che protesta, che lavora, che fatica e che pretende di essere ascoltata è esattamente il patrimonio umano e democratico che abbiamo il dovere di proteggere. Quella semplice e delicata Italia che conosce forse poco gli equilibri internazionali, ma conosce benissimo il valore del lavoro, della famiglia e della libertà. Non è un ostacolo alla sicurezza nazionale. Ne è la ragione più profonda.

Il prezzo delle scelte che abbiamo rinviato

La storia economica italiana, del resto, è attraversata da decisioni le cui conseguenze diventano evidenti soltanto molti anni dopo. Pensiamo ai referendum sul nucleare del 1987 e del 2011. In entrambi i casi, nel clima emotivo successivo a gravi incidenti internazionali, il confronto pubblico si trasformò spesso in una contrapposizione ideologica nella quale chi sosteneva quella tecnologia veniva dipinto come un irresponsabile, talvolta persino come un nemico della salute pubblica.

Le preoccupazioni erano legittime, naturalmente. Ma il risultato politico è stato un Paese che ha rinunciato a sviluppare una propria capacità elettronucleare senza costruire una strategia energetica sufficientemente diversificata. Il nucleare non avrebbe risolto ogni problema, ma avrebbe potuto contribuire a ridurre la nostra esposizione al gas e alle oscillazioni dei mercati internazionali.

Oggi conosciamo bene le conseguenze di queste fragilità. Il prezzo del petrolio aumenta e i trasporti diventano più costosi. Il gas sale e le imprese perdono competitività. Una rotta commerciale viene minacciata e le merci arrivano in ritardo, mentre aumentano i costi assicurativi e logistici. Le fabbriche rallentano, i prezzi crescono e il conto arriva sempre alle stesse persone: quelle che devono fare la spesa, pagare le bollette e portare il pane a casa.

E mentre discutiamo delle conseguenze, continuiamo a sottovalutarne le cause.

La guerra che non ha bisogno di essere dichiarata

L’Europa, insignita del Premio Nobel per la Pace nel 2012, sembra aver progressivamente confuso la pace con la convinzione che nessuno avrebbe più avuto interesse a minacciarla. Per decenni abbiamo associato la guerra a carri armati, bombardamenti e soldati al fronte, ignorando che un Paese può essere impoverito senza essere invaso, indebolito senza essere bombardato e condizionato politicamente senza che venga sparato un solo colpo sul suo territorio.

È sufficiente controllare l’energia di cui ha bisogno, una tecnologia difficilmente sostituibile, una materia prima essenziale o una rotta commerciale dalla quale dipende la sua economia. La forza non consiste più soltanto nella capacità di distruggere ciò che possiede l’avversario, ma anche nel potere di impedirgli di utilizzarlo.

La Cina ha compreso perfettamente il valore strategico di questa dipendenza. Negli ultimi decenni, mentre l’Europa trasferiva produzioni e competenze verso mercati a basso costo, Pechino investiva nelle infrastrutture, nelle tecnologie, nelle materie prime e nelle capacità industriali che oggi rendono intere filiere occidentali dipendenti dalle sue forniture.

Abbiamo creduto di comprare prodotti a basso costo. In alcuni settori abbiamo finito per vendere, pezzo dopo pezzo, una parte della nostra indipendenza.

Il paradosso è evidente nella transizione energetica. Vogliamo emanciparci dai combustibili fossili, ma per costruire batterie, motori elettrici e impianti rinnovabili dipendiamo in misura rilevante dalla Cina, che controlla passaggi fondamentali della lavorazione delle materie prime necessarie. A questo si aggiunge Taiwan, dove si concentra una quota decisiva della produzione mondiale dei semiconduttori più avanzati. Una crisi nello Stretto potrebbe fermare fabbriche europee senza che un solo missile venga lanciato contro il nostro continente.

Le autocrazie avanzano, l’Occidente paga il conto

Nel frattempo, Cina, Russia, Corea del Nord e Iran rafforzano le proprie relazioni politiche, economiche e militari. Gli analisti internazionali utilizzano talvolta l’acronimo CRINK per descrivere questo avvicinamento. Non è un’alleanza formalizzata, né esiste una perfetta coincidenza di interessi, ma vi è una convergenza evidente nel tentativo di ridimensionare l’influenza occidentale.

La Russia esercita una pressione militare diretta sull’Europa, la Corea del Nord alimenta le tensioni nell’Asia orientale e sostiene lo sforzo bellico russo, mentre l’Iran conserva una capacità di destabilizzazione che può ripercuotersi sui mercati energetici mondiali. La Cina, forte della propria superiorità industriale in numerosi settori, continua a rafforzare le capacità navali, spaziali e tecnologiche.

Non è necessario immaginare un’unica regia per comprendere il rischio. Crisi simultanee, anche non coordinate, possono costringere le democrazie occidentali a distribuire risorse su più fronti, moltiplicando il costo della propria sicurezza.

E quando Putin rassicura sulle sue intenzioni verso l’Europa, è difficile dimenticare che, nelle settimane precedenti al febbraio 2022, Mosca negava ripetutamente di preparare l’invasione dell’Ucraina. Possiamo anche scegliere di credergli, ma sarebbe difficile definire questa scelta una strategia di sicurezza.

L’Europa è ricca, ma ha dimenticato di proteggersi

Il paradosso più grande è che l’Europa rimane una delle aree più ricche del pianeta, con un patrimonio industriale, scientifico e culturale straordinario, ma è diventata progressivamente vulnerabile proprio nella capacità di proteggere quella ricchezza.

Nelle nostre democrazie, investire nella difesa è politicamente difficile. Un ospedale inaugurato si vede, una scuola ristrutturata si vede, un bonus ricevuto si vede. Una minaccia scoraggiata, invece, non si vede. Così abbiamo rinviato gli investimenti, ridotto le capacità produttive, accumulato ritardi tecnologici e preferito considerare la sicurezza una responsabilità altrui. Oggi siamo costretti a recuperare in pochi anni ciò che abbiamo trascurato per decenni, destinando risorse crescenti alla protezione di un benessere che nel frattempo è diventato più fragile.

Ma sarebbe troppo comodo attribuire ogni responsabilità alle potenze straniere. Anche l’Europa ha contribuito a costruire le proprie debolezze, dimostrando spesso una straordinaria capacità di imporre regole e una capacità assai meno convincente di difendere la competitività delle proprie imprese.

Abbiamo caricato industrie e agricoltori di costi ambientali, energetici e amministrativi crescenti, senza sempre assicurare condizioni di concorrenza equivalenti rispetto ai prodotti importati. Abbiamo perseguito obiettivi ambientali condivisibili senza accompagnarli con una politica industriale sufficientemente solida, finendo talvolta per penalizzare proprio quelle produzioni europee che avremmo dovuto rafforzare.

Abbiamo preteso di guidare la transizione ecologica mentre altri consolidavano il controllo delle tecnologie e delle materie prime necessarie per realizzarla.

Quando una crisi diventa una trappola

L’Italia rischia di pagare queste contraddizioni a un prezzo particolarmente alto. Il Nord, cuore della nostra manifattura, è esposto al costo dell’energia, alla fragilità delle forniture e alla competizione internazionale. Il Sud, già penalizzato da debolezze strutturali, subisce l’aumento dei costi di produzione e trasporto. E quando le difficoltà economiche si aggravano, cresce inevitabilmente anche la tensione sociale, alimentata da un’informazione sempre più polarizzata e da narrazioni che sui social possono essere amplificate e manipolate.

È così che una crisi energetica può diventare industriale, poi sociale e infine politica. Una successione di vulnerabilità che si alimentano reciprocamente, rendendo un Paese sempre meno capace di reagire. Non serve necessariamente un piano coordinato per provocare questo risultato. Può bastare che altri attori siano pronti a sfruttarlo.

E allora viene spontaneo chiedersi cosa accadrebbe se queste fragilità venissero colpite contemporaneamente. Se la Cina decidesse di aumentare drasticamente la pressione su Taiwan, se la Russia intensificasse le proprie minacce, se una nuova crisi energetica investisse l’Europa e se gli Stati Uniti, impegnati su più fronti, riducessero la propria capacità di garantire la nostra sicurezza.

Fabbriche ferme, trasporti nel caos, consegne cancellate, scaffali temporaneamente vuoti, voli sospesi, famiglie costrette a ridurre i consumi e governi obbligati a destinare risorse sempre maggiori alle emergenze, sottraendole agli investimenti necessari per costruire il futuro. Non è una previsione inevitabile, ma uno scenario possibile, fondato su dipendenze che già conosciamo.

Il danno più grave, però, potrebbe non essere nemmeno quello economico.

Quando la dipendenza diventa sudditanza

Perché quando un Paese dipende dagli altri per l’energia, per le tecnologie, per le materie prime e per la propria sicurezza, la sua libertà diventa progressivamente negoziabile. Può essere costretto a rinunciare a una scelta industriale, modificare una posizione diplomatica o accettare condizioni economiche sfavorevoli pur di evitare conseguenze peggiori.

È una forma di subordinazione che può avanzare lentamente, senza occupazioni militari e senza dichiarazioni di guerra.

C’è chi continua a sostenere che la Cina non abbia interesse a un conflitto perché danneggerebbe anche la propria economia. È un ragionamento che ha una sua logica, ma trascura un aspetto fondamentale: per ottenere potere su un altro Paese non è sempre necessario combatterlo. A volte è sufficiente renderlo così dipendente da non potersi più permettere di dire di no.

Ed è difficile considerare questa prospettiva una forma rassicurante di pace.

Per questo trovo profondamente pericolosa quella retorica pacifista che considera ogni investimento nella difesa come una rinuncia alla pace. Naturalmente le risorse pubbliche sono limitate e ogni euro speso deve essere giustificato. Ma confondere il rifiuto della guerra con il rifiuto di prepararsi a evitarla significa ignorare il mondo nel quale viviamo.

La pace non si conserva semplicemente desiderandola. E la libertà non si difende confidando nella benevolenza di chi potrebbe avere interesse a limitarla.

Il nostro welfare, le pensioni, la sanità, l’istruzione e i diritti sociali non sono conquiste sospese nel vuoto. Sono il risultato di decenni di crescita, sicurezza e libertà economica. Se queste condizioni vengono meno, non esiste alcuna garanzia che potremo continuare a permettercele.

E allora torno a quel camionista campano, alla sua preoccupazione concreta e al pane che ogni giorno deve riuscire a portare a casa. Forse non aveva torto nel chiedere che la politica si occupasse prima di tutto delle persone. Aveva ragione, anzi, nel ricordare quale debba essere la sua priorità.

Il punto è che quella priorità non può essere garantita senza una capacità credibile di proteggere ciò che rende possibile il nostro benessere.

Quando verrà la notte, se non saremo preparati, sarà difficile spiegare ai nostri figli che siamo diventati più poveri, più divisi e meno liberi perché, quando avevamo ancora il tempo e le risorse per evitarlo, abbiamo preferito considerare la sicurezza un problema di qualcun altro.

«Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese»
(
Luca 12, 35)

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