Italia

Il parcheggio di Grinzane Cavour

Mario Roggero sparò quando la rapina era finita, e su questo poggia la condanna definitiva. La legge del 2019 aveva tolto ai giudici il potere di pesare la proporzione, lasciando in piedi l’unico limite che regge da Hobbes in poi: il pericolo attuale.

16 Luglio 2026

Il 28 aprile 2021, nel pomeriggio, tre uomini col volto coperto entrano nella gioielleria di Mario Roggero a Gallo di Grinzane Cavour, provincia di Cuneo. Hanno un coltello e una pistola che risulterà un giocattolo. Minacciano il titolare, la moglie, la figlia, si fanno aprire la cassaforte, escono dal retro verso l’auto. La videosorveglianza riprende tutto, secondo per secondo.

Roggero impugna la pistola dopo. A rapina conclusa. Insegue i tre nel parcheggio, sul suolo pubblico, mentre stanno salendo in macchina, spara a distanza ravvicinata verso i corpi. Muoiono Giuseppe Mazzarino (58 anni) e Andrea Spinelli (44). Alessandro Modica, al volante, resta ferito.

Tra il negozio e il parcheggio ci sono quei pochi metri che separano due istituti giuridici diversi.

La discussione pubblica di queste ore ruota attorno alla parola proporzione, che nel processo di Grinzane Cavour ha contato zero.

Nel 2021 era in vigore da meno di due anni la legge 36/2019, che ha inserito l’avverbio “sempre” nel secondo comma dell’articolo 52: nel domicilio e nei luoghi a esso equiparati, esercizio commerciale compreso, il rapporto di proporzione fra difesa e offesa si considera sempre sussistente quando si usa un’arma legittimamente detenuta. Il Parlamento aveva approvato quello che l’opinione pubblica chiedeva: aveva tolto al giudice il potere di soppesare la reazione. Sergio Mattarella promulgò quel testo accompagnandolo con una lettera che ne segnalava i punti critici.

La Cassazione ha chiarito il significato dell’avverbio l’anno successivo, con la sentenza 13191/2020: “sempre” non introduce una presunzione assoluta, perché la proporzione presunta opera a condizione che il pericolo di offesa sia attuale. Nel caso di Roggero i giudici di Asti prima, la Corte d’Assise d’Appello di Torino poi, hanno scritto che l’azione aggressiva da parte dei rapinatori era totalmente conclusa. Ieri la Prima sezione penale ha rigettato il ricorso della difesa.

I giudici hanno negato la legittima difesa per una ragione che precede ogni valutazione sulla reazione: al momento degli spari non c’era più niente da cui difendersi. Durante la requisitoria di primo grado il pubblico ministero, davanti ai filmati della videosorveglianza, usò la parola esecuzione.

In sostanza, quando l’aggressione è finita, chi spara sta punendo. La punizione, in uno Stato di diritto, non è nelle disponibilità dei privati.

La riflessione su questi temi cardine della convivenza sociale e pubblica ha un principio fondativo in Hobbes: è lui che ci spiega, al termine di un lungo ragionamento, che il patto sociale consiste nella rinuncia all’uso privato della forza in cambio della protezione del sovrano. Locke, quarant’anni dopo, individua il difetto strutturale dello stato di natura nel fatto che ciascuno, al suo interno, è giudice della propria causa, mentre nessun uomo giudica con equanimità un torto subito da sé stesso. Da qui la necessità di un terzo. Beccaria, nel 1764, sottrae la misura della pena a chi ha patito il reato proprio perché quella misura, in mano sua, non esiste. Weber chiude il ragionamento nel 1919 definendo lo Stato moderno attraverso il monopolio dell’uso legittimo della forza fisica su un territorio.

Chi insegue tre uomini in fuga e spara loro alle spalle sta esercitando una funzione pubblica senza averne il titolo. Il fatto che quegli uomini gli avessero appena puntato addosso un coltello e una pistola giocattolo, davanti a sua figlia, spiega il gesto ma non lo autorizza.

I difensori di Roggero hanno annunciato che valuteranno un ricorso a Strasburgo. L’articolo 2 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo tutela il diritto alla vita e ammette che sia soppressa solo quando ciò risulti “assolutamente necessario” per difendere una persona da violenza illegale. È la norma con cui la Corte, nel 2011, ha condannato l’Italia nel caso Alikaj: uso eccessivo della forza. La Corte cui la difesa pensa di rivolgersi applica alla vita di Mazzarino e Spinelli uno standard più severo di quello del codice italiano.

Il 14 luglio il Consiglio dei ministri approva un disegno di legge sicurezza che contiene una modifica al codice civile: chi viene condannato per eccesso colposo di legittima difesa non risarcisce il danno all’autore del reato grave. La stampa la battezza norma salva Roggero. Ma non lo è. Deve attraversare commissioni e aule di due camere, la retroattività è esclusa. Soprattutto, riguarda l’eccesso colposo, un istituto che nel processo al gioielliere non è mai entrato in gioco.

Il 15 luglio la Cassazione conferma la condanna. Davanti al palazzo un sit-in di Futuro Nazionale espone lo striscione “la difesa è sempre legittima”. Matteo Salvini pubblica un video: dichiara di non entrare nel merito della sentenza e nella stessa frase la definisce ingiusta.

Il 16 luglio il ministro della Giustizia Carlo Nordio avvia l’istruttoria per la grazia. Nel pomeriggio il Quirinale diffonde una nota: il Presidente della Repubblica ha ricevuto il ministro per puntualizzare i limiti delle sue attribuzioni in materia, facoltà che la Costituzione riserva al capo dello Stato, come la Corte costituzionale ha stabilito con la sentenza 200 del 2006 al termine di un conflitto di attribuzione fra Quirinale e ministero della Giustizia. Il Guardasigilli si è dovuto sentir ricordare quale sia il suo ruolo, quali i suoi limiti, quali le sue prerogative.

Un governo che legifera per un caso che la sua legge non può toccare, un ministro che apre una pratica di clemenza il giorno dopo la sentenza, un vicepremier che giudica ingiusta una decisione di cui dichiara di non discutere il merito. Sul piano giuridico nessuno di questi atti tocca Mario Roggero, che deve quattordici anni e nove mesi più 480mila euro di provvisionali immediatamente esecutive, a fronte di una richiesta risarcitoria delle famiglie che sfiora i 3,3 milioni.

I capigruppo di tutti i partiti di maggioranza hanno aperto una raccolta di firme per chiedere la grazia. L’hanno indirizzata al ministero della Giustizia, nelle stesse ore in cui il Quirinale convocava quel ministro per ricordargli che la grazia non gli appartiene. Chi per cinque anni ha spiegato che Mario Roggero aveva fatto bene a non aspettare lo Stato adesso chiede al sovrano di proteggerlo. Il patto di Hobbes lo riconoscono anche loro, il giorno in cui gli serve.

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