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Intesa Sanpaolo Generali Italia

Finanza

Mps e Generali, la mossa di Intesa è un’Opa sul Potere in Italia

di Banchiere Bruno

Dopo anni di assenza di una regia di sistema, l’operazione di Intesa Sanpaolo rialloca una parte rilevante delle attività finanziarie e ridisegna la mappa del Potere nel Paese. C’è qualcosa che può andare storto in un piano praticamente perfetto?

19 Agosto 2026

In Italia, dopo Antonio Fazio, Guzzetti-Salza e Bazoli-Geronzi, è mancata una sapiente regia di sistema. Ma i vuoti di potere si riempiono sempre. Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, questo vuoto lo ha riempito brillantemente con l’offerta su Mps. Più che un’operazione di mercato, una magistrale operazione di gestione del Potere e di ridisegno del sistema finanziario. Per un sistema banco-centrico come l’Italia, questo equivale al ridisegno del Potere nel Paese.

Come si arriva all’offerta su Mps

A lungo Messina ha negato qualsiasi interesse per aggregazioni nel settore finanziario. Probabilmente voleva essere chiamato a intervenire, per dettare le sue condizioni.

Nel frattempo ha finanziato il Gruppo Caltagirone e pianificato un intervento quasi perfetto. Difficilmente a Caltagirone sarebbe stato consentito di esercitare influenza su Generali. E Delfin, la finanziaria dei Del Vecchio, non è più vista come un solido punto di riferimento per la mancanza di unità di intenti tra gli eredi.

L’inchiesta milanese, esplosa nell’autunno 2025, ha confermato l’ipotesi di cui sopra, ha frammentato i rapporti fra gli scalatori di Mediobanca e ha spinto il Governo a una posizione più defilata. I risultati dei sequestri effettuati dalla Procura di Milano devono però ancora manifestarsi e renderanno l’autunno molto caldo.

Preoccupato dalla relazione privilegiata tra Francesco Milleri, presidente di Delfin, e Andrea Orcel, anche se da questa non sono finora arrivati i risultati sperati dall’a.d. di Unicredit (acquisto della partecipazione di Delfin in Mps o di conferimento in Unicredit della quota in Generali), Messina pianifica un intervento micidiale.

Il disegno di Intesa Sanpaolo

Il piano scatta a giugno, inaspettato, mentre Unicredit è focalizzata sul controllo di Commerzbank. Intesa lancia un’offerta su Mps e rialloca una parte significativa delle attività del sistema bancario in un colpo solo.

A Unipol viene dato un pezzo rilevante di Mps, che a suo tempo il Governo Meloni aveva negato al partner storico bolognese. Ma i 635 sportelli promessi da Intesa a Unipol, non basteranno per l’Antitrust: ce ne vorranno un migliaio, oltre a problemi possibili su factoring, credito al consumo e altre attività. L’ asse tra Intesa e Unipol porta il supporto della sinistra, e non solo, all’operazione.

Al Crédit Agricole, salito quasi al 30% del Banco Bpm, viene così spianata la strada. Rothschild, caso fortuito, è advisor sia dell’Agricole sia di Unipol. Qualcuno spera nell’intervento di Unicredit o Bper sul Banco Bpm, sulla parte che eventualmente l’Agricole sarà disponibile a lasciare a fronte di altri benefici. E sul mercato Unicredit viene già indicata come possibile aggiudicataria di altri attivi di Mps, per acquistarne l’acquiescenza.

Così si smembra la banca più antica del mondo. Una prospettiva verso la quale la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha espresso la sua contrarietà, condivisa anche da Antonio Misiani, responsabile economico del Partito democratico.

Se con l’operazione di Intesa vengono riallocate importanti attività bancarie del paese, il punto importante è che la strategia si focalizza sulle polizze e gestioni, obiettivo primario degli attori di questo blitzkrieg.

Intesa coinvolge gli operatori con cui ha rapporti forti, a cui in passato ha ceduto attività come soluzione compensativa di operazioni aggregative, con transazioni bilaterali. La misura compensativa antitrust è funzionale solo nel caso in cui l’Autorità confermi l’indipendenza delle parti, più difficile ove ci fosse eventualmente un supporto all’assetto di controllo.

Opas Mps, la vera preda è Generali

Per completare il quadro, mancano le Assicurazioni Generali. Intesa avrà confortato Meloni sulla liberazione di Generali dal giogo francese, dopo che il precedente piano Mps-Caltagirone-Delfin è stato bloccato dall’inchiesta. Si dice che pochi giorni prima dei sequestri Milleri e Caltagirone, separatamente, abbiano incontrato l’a.d. delle Generali, Philippe Donnet, a Trieste per dargli il benservito. Si può anche immaginare che alcuni colloqui Italia – Francia, con ipotesi di scambi tra Milano e Trieste, ci siano stati, perché i bravi registi non lasciano nulla al caso.

Perché il vero punto di interesse di Intesa sembra essere Generali, più che Mps? L’obiettivo è il wealth management e controllare uno dei più temibili concorrenti sul mercato italiano. Consolidare la leadership sul risparmio gestito, più che lo sviluppo del credito.

Ma siamo proprio sicuri che l’operazione tuteli le Generali, come auspicato dal Governo e promesso da Messina? In realtà, no.

Per procedere rapidamente e silenziosamente con l’offerta, Messina ha lasciato due angoli importanti scoperti: Delfin e Unicredit. A questi sono state rivolte molte rassicurazioni di Messina: «Non siamo interessati alla gestione o al controllo della compagnia. A me quello che interessa è l’utile netto di Generali e che questo cresca. Se l’utile netto cresce con partnership con Unicredit allora ben venga».

Cosa può andare male in un piano così perfetto? Intesa con i potenziali alleati avrebbe circa il 30% in Generali. Unicredit ha quasi il 10%. Se quest’ultima posizione si saldasse con i fondi che hanno supportato fin qui Donnet (stabilmente più del 30%) potrebbe diventare un ostacolo per Intesa. Se si unisse anche Delfin, si supererebbe il 50% e la partita sarebbe chiusa senza alcuna offerta su Generali.

Cosa può spingere Delfin a seguire Unicredit e il vecchio antagonista Donnet? Forse la minaccia di uno spezzatino di Generali.

Intesa oggi non può controllare Generali per limiti antitrust, superabili cedendo attivi in Italia. Per questo gli operatori finanziari hanno scommesso su cessioni a favore di Unipol e Unicredit.

Il riferimento di Intesa all’applicazione del Danish compromise fa pensare che questo timore dello spezzatino sia fondato. Il comunicato stampa dell’offerta su Mps recita come condizione di efficacia «(vi) istanza alla Banca Centrale Europea […] con positivo riscontro anche in merito all’applicazione alla partecipazione in AG del regime prudenziale noto come “Danish Compromise”». Ma il Danish compromise non dovrebbe essere applicabile solo in caso di esercizio di influenza notevole, cosa che Messina esclude di volere avere? Oppure c’è qualche eccezione tecnica che Intesa potrebbe spiegare? Non è banale perché tale eccezione potrebbe poi implicare l’obbligo della cessione di attivi di cui sopra.

Unicredit sembra aver ritrovato intenti comuni con Intesa, forse sperando di ottenere benefici dal non intervento. Difficile fare previsioni su come potrà finire, visti i repentini cambiamenti di fronte e le trattative su tavoli multipli durante le scalate del 2025.

Un’operazione brillante, ma non per il sistema

La politica e la Banca d’Italia prima, i grandi vecchi poi, hanno smesso di contribuire al disegno del sistema. L’operazione di Intesa è brillante: per Intesa e tutti quelli che saranno i suoi compagni di viaggio. Ma il focus sul wealth management e una minore focalizzazione sul credito creano un vuoto: con mega banche, lontane dal territorio, chi farà credito alle Pmi? Senza adeguato supporto creditizio, la deindustrializzazione in atto è destinata ad accelerare e sarà impossibile invertirla.

Generali è una delle società geopoliticamente più rilevanti che abbiamo in Europa, non per dimensioni ma per rapporti, con assi importantissimi dagli Stati Uniti alla Cina. Allianz deve a Sergio Balbinot ed alle relazioni che ha portato da Generali parte del proprio successo in Asia.

Oggi la diplomazia internazionale si gioca su questi assi, prima che sui canali diplomatici ufficiali, come ben sa il nostro amato Presidente Sergio Mattarella, che ha seguito il destino di Generali, anche grazie ai buoni uffici di Emanuela D’Alessandro, nostra ambasciatrice in Francia fino a poche settimane fa. La vicenda in oggetto non è meramente economica, richiede attenzione perché rileva geopoliticamente.

Generali, sotto il giogo francese, sta perdendo le persone che hanno portato il notevole sviluppo internazionale, nonostante i vincoli finanziari posti da Mediobanca. Le conseguenze sinora si sono viste solo in parte perché i partner esteri sperano che possa esserci un’inversione di tendenza. Con lo svuotamento di Generali un’altra rilevante vittima sarà la rilevanza geopolitica del nostro Paese e un danno all’Europa, in un momento in cui il ruolo degli Stati Uniti nel mondo si sta evolvendo.

Pionieri in Cina (giugno 20oo) – L’allora a.d. delle Generali Fabio Cerchiai a colloquio con il Premier cinese Zhu Rongji  – (foto Ass. Generali)

Generali, dopo la morte di Del Vecchio, è rimasta orfana, preda degli appetiti di quanti hanno il Potere e lo vogliono esercitare. I francesi, Intesa, Unicredit, Unipol. Del Vecchio l’aveva adottata, orfano anche lui, comprendendone la grandezza e volendola riportare agli antichi fasti. È morto prima di realizzare il suo sogno. Oggi Generali ha tanti prendenti: aspiranti mamme che promettono di volerne il bene. Ma ciascuna ne chiede un pezzo, incurante delle conseguenze sul bambino. Manca un re Salomone. Giorgia Meloni, unico Premier italiano sinora ad attivarsi per salvarla, sembra non riuscire a svolgere questo ruolo.

Terzo problema sono i vincoli sui titoli di Stato, a causa della crescente concentrazione finanziaria in concomitanza con la riforma allo studio in Europa per la garanzia comune sui depositi. Questo mutamento suggerisce al Mef di mantenere una pluralità di attori finanziari distinti che investano nei titoli di Stato, non seguendo ipotesi sbagliate di studi che suggeriscono di una concentrazione bancaria crescente, non coerente con la struttura industriale del Paese.

La Politica deve pensare al bene del Paese

Intesa ha costruito un’operazione eccezionale. Ma nel vuoto lasciato dalla politica e dalle istituzioni ha ideato un’operazione che travalica una normale operazione di mercato. Ridefinisce gli equilibri finanziari complessivi del Paese. Quelli industriali. E geopolitici. Ancora più importante, ridefinisce la mappa del Potere in Italia.

A breve termine Intesa avrà grandi benefici. In futuro un paese industrialmente debole determinerà una maggiore difficoltà a difendere la sua posizione. Senza altri operatori nazionali in grado di supportarla nei momenti di difficoltà (come fanno in Francia Axa e Bnl Paribas), nel lungo termine potrebbe diventare vittima del suo stesso piano.

Per lo Stato la dipendenza da un gruppo ristretto e coeso di operatori per l’acquisto dei titoli di Stato, è un rischio eccessivo. La separazione dei poteri è uno dei principi giuridici fondamentali dello Stato di diritto e della democrazia liberale: «Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti… perché non si possa abusare del potere occorre che […] il potere arresti il potere» (Montesquieu). Nel tempo, ai classici poteri, si sono aggiunti quelli dei Big Tech, media (soprattutto non convenzionali) e finanza globale, che necessita a sua volta di limiti. O ben presto arriverà il momento in cui un futuro a.d. di Intesa Sanpaolo (magari nominato con l’appoggio di alcuni fondi internazionali), si sentirà titolato dettare la linea al Mef, o a dire la sua su chi dovrà guidarlo.

Siamo di fronte a uno di quei casi in cui la Politica non può sottrarsi al proprio ruolo. Politica intesa come la intendeva De Gasperi: «Chi si impegna politicamente deve faticare e sacrificarsi per il bene comune, mettendo da parte il proprio interesse personale».
***

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