Criminalità
Dossieraggio e ‘Ndrangheta: il clan di Platì al centro dell’inchiesta Equalize a Milano
Quello che era stato rubricato come uno scandalo di cyber-spionaggio e dossieraggio industriale, con il passare dei mesi e lo sviluppo dei diversi filoni investigativi condotti dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Varese, ha svelato una realtà molto più profonda
L’inchiesta “Equalize”, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Milano, rappresenta uno dei capitoli più inquietanti e innovativi nella storia del contrasto alle organizzazioni criminali nel nostro Paese. Quello che inizialmente era stato rubricato come uno scandalo di cyber-spionaggio e dossieraggio industriale, con il passare dei mesi e lo sviluppo dei diversi filoni investigativi condotti dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Varese, ha svelato una realtà molto più profonda. Al centro del sistema di via Pattari a Milano non vi era solo la compravendita di dati sensibili estratti illecitamente dallo SDI o da altre banche dati strategiche dello Stato, ma un vero e propri intreccio strutturale con la criminalità organizzata calabrese, nello specifico con la potente casa madre della ’Ndrangheta di Platì. L’analisi degli atti giudiziari e delle risultanze investigative delinea un modello criminale ibrido, dove l’alta tecnologia dei “colletti bianchi” e degli hacker si fonde con i metodi tradizionali di intimidazione e con gli appetiti economici delle ’ndrine nel cuore produttivo del Paese.
Genesi di un’inchiesta: l’incontro all’ombra della Madonnina
L’intera impalcatura investigativa che ha portato a scoperchiare il vaso di Pandora di Equalize non nasce da una segnalazione sui sistemi informatici, ma dai canali classici del monitoraggio del territorio. Nell’estate del 2022, i militari del Nucleo Investigativo di Varese stavano pedinando un soggetto strettamente legato alla criminalità organizzata lombarda. Seguendone i movimenti nel centro di Milano, gli investigatori hanno documentato un incontro apparentemente anomalo in un caffè di Piazza Fontana. Il contatto della ’Ndrangheta si era seduto al tavolo con Carmine Gallo, ex super poliziotto e amministratore di fatto della Equalize, storica spalla del presidente dell’agenzia Enrico Pazzali. Da quel singolo appuntamento sul territorio è scattata l’attività tecnica di intercettazione ambientale e telefonica che ha progressivamente svelato come la società milanese non fosse una semplice agenzia di business intelligence per grandi marchi industriali o eredi di imperi societari, ma un hub di servizi integrati a disposizione di committenze lecite e illecite. Il pedinamento fisico ha aperto le porte al mondo virtuale della banda delle cyber-spie, dimostrando ancora una volta come la proiezione delle mafie al Nord necessiti costantemente di intermediari d’alto profilo capaci di muoversi nei salotti della finanza e delle istituzioni.
Il dossieraggio come moneta di scambio e strumento di potere
Il cuore operativo della struttura guidata da Pazzali, Gallo e dall’hacker Nunzio Samuele Calamucci risiedeva nella capacità di penetrare i sistemi informatici protetti dello Stato per estrarre informazioni riservate, schede personali, precedenti penali e segnalazioni di operazioni sospette. Questo immenso patrimonio informativo, confezionato sotto forma di dossier, non serviva esclusivamente a soddisfare le richieste di clienti facoltosi disposti a pagare cifre astronomiche per spiare concorrenti o familiari. Nei piani strategici della rete, i report abusivi diventavano una vera e propria moneta di scambio relazionale. Possedere informazioni riservate su esponenti delle istituzioni, politici di primo piano, manager di partecipate pubbliche e figure di spicco dell’economia significava esercitare un potere di condizionamento silenzioso ma devastante. L’organizzazione abusava della vulnerabilità delle infrastrutture informatiche statali non solo a fini di lucro diretto, ma per accreditarsi presso ambienti influenti, promettendo coperture, anticipazioni sulle mosse della magistratura o armi da utilizzare nelle guerre di potere interne ai consigli di amministrazione e ai partiti.
La connessione con Platì e l’asse della Locride in Lombardia
L’evoluzione più densa di significato criminale dell’inchiesta si è concretizzata quando i magistrati della DDA di Milano hanno contestato l’aggravante del metodo mafioso e l’associazione per delinquere di stampo mafioso in diversi filoni investigativi di Equalize. Le intercettazioni e le successive dichiarazioni di collaboratori di giustizia, come l’ex pentito Annunziatino Romeo, hanno confermato come la struttura milanese avesse attivato canali stabili con la ’Ndrangheta dell’Asse della Locride, con epicentro a Platì. Nelle carte dell’inchiesta emerge con chiarezza che i vertici delle ’ndrine consideravano i professionisti di via Pattari interlocutori affidabili per risolvere contenziosi economici sul territorio lombardo e per pianificare operazioni finanziarie complessi. Figure come Giuseppe Trimboli, Annunziatino Romeo e Francesco Baldo sono entrate direttamente nel raggio d’azione dei provvedimenti restrittivi richiesti dai pubblici ministeri. Il legame non era episodico: la casa madre calabrese, legata storicamente alla potente famiglia Barbaro, forniva alla struttura milanese quella riserva di violenza potenziale e di capacità di intimidazione che l’agenzia di investigazione, da sola, non avrebbe potuto spendere sul mercato della riscossione crediti e del controllo dei cantieri.
L’infiltrazione negli appalti pubblici e nel settore energetico
L’alleanza tra le cyber-spie milanesi e i clan calabresi non si limitava alla gestione di dossier o alla risoluzione di singole controversie commerciali con metodi violenti. L’obiettivo strategico era l’inserimento sistematico nei grandi flussi di spesa pubblica e nei settori industriali strategici, in particolare quello energetico. Le indagini hanno documentato la progettazione di affari milionari legati a gare d’appalto indette da colossi nazionali del settore dell’energia, aziende del tutto estranee agli illeciti e parti lese nel disegno criminale. La strategia della confederazione mafiosa prevedeva l’utilizzo di società filtro e di cooperative “serbatoio”, un sistema utile a schermare i reali beneficiari dei contratti e a ripulire i capitali provenienti dai traffici illeciti. Attraverso la falsificazione di documenti, l’emissione di fatture per operazioni inesistenti e il ricorso a complessi giri di contante, la rete legata a Platì riusciva a muoversi nel mercato formale con una liquidità illimitata, alterando le regole della concorrenza e puntando a ottenere subappalti nei cantieri chiave della transizione energetica in Lombardia e nel Centro Italia.
Le dichiarazioni dei collaboratori e la reazione dello Stato
Un ruolo determinante nel consolidamento del quadro accusatorio è stato assunto dalle analisi dei flussi finanziari incrociate con le parole di chi ha vissuto quelle dinamiche dall’interno. Le rivelazioni sul potere economico e relazionale dei clan di Platì a Milano hanno permesso alla Procura di ridefinire i confini dell’inchiesta, portando a giudizio e a condanna i primi esecutori delle attività di estorsione aggravate dal metodo mafioso, come nel caso delle pressioni esercitate per conto dell’imprenditoria collusa. Nonostante la scomparsa improvvisa di figure chiave come Carmine Gallo, l’azione della magistratura ha continuato a produrre ordinanze di custodia cautelare e sequestri preventivi per decine di milioni di euro, colpendo direttamente la logistica e le strutture societarie utilizzate come schermo. Le risultanze investigative di Equalize confermano che la moderna criminalità organizzata al Nord non ha più bisogno di esibire vistosamente la violenza delle armi nelle piazze, poiché le basta l’accesso alle informazioni riservate e la complicità di professionisti infedeli per sedersi ai tavoli che contano e condizionare l’economia legale del Paese.
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