Pierluigi Cappello

Letteratura

Ricordare un poeta: Pierluigi Cappello

La limpida vocazione poetica di Pierluigi Cappello

12 Giugno 2026

“La vita mi ha riservato il ruolo di un homo patiens. Allora mi chiedo se la pazienza sia la capacità di sopportare annullandosi o la capacità di sentire senza annullarsi. E non so darmi una risposta”. Una risposta l’homo patiens Pierluigi Cappello è riuscita a trovarla nella poesia, esercitata con passione a partire dagli studi universitari lungo la sua intera e tragica vicenda esistenziale. Nato a Gemona del Friuli nel 1967, a sedici anni subì un tragico incidente in moto, che lo costrinse in sedia a rotelle per tutta la vita, trascorsa tra le cittadine di Tricesimo e Cassacco, vicino a Udine. Per alcuni anni si era trasferito in una casetta prefabbricata di proprietà del Comune, tra quelle fornite dall’Austria nel post-terremoto, in condizioni di grave disagio economico e ambientale, per cui nel 2014 gli venne concesso il contributo statale previsto dalla Legge Bacchelli di 700 euro mensili. Concluse le scuole superiori all’Istituto Tecnico del capoluogo, Pierluigi aveva frequentato per un breve periodo la facoltà di Lettere a Trieste, seguendo i propri interessi letterari.

Nel 1999 fondò e diresse per diverso tempo La barca di Babele, una collana poetica che accoglieva autori noti dell’area friulana, veneta e giuliana, impegnandosi nella diffusione della cultura sul territorio e nelle scuole. La sua attività di scrittore si divideva tra la poesia in lingua italiana e friulana, la saggistica, prose liriche e testi per l’infanzia. Nel 2006 incluse la quasi totalità delle proprie poesie in Assetto di volo, a cura di Anna De Simone, con introduzione di Giovanni Tesio, per le edizioni Crocetti. e quattro anni dopo per lo stesso editore pubblicò una nuova silloge poetica, Mandate a dire all’imperatore, con postfazione di Eraldo Affinati, premiata al Viareggio-Répaci. Vinse numerosi Premi (Pisa, Città di San Vito, Montale Europa, Bagutta, San Pellegrino, Lagoverde, Viareggio, Terzani, Vittorio De Sica), e godette dell’attenzione di importanti critici: Giovanni Tesio (autore di gran parte delle prefazioni ai suoi libri), Anna De Simone, Amedeo Giacomini, Alessandro Fo, Franco Loi, Mario Turello, Davide Brullo e Gian Mario Villalta, tutti concordi nel sottolineare la limpida vocazione dialogica della sua poesia, l’intensità del sentimento affettivo, l’attenzione all’ambiente naturale, il costante riferimento al mondo magico dell’infanzia, l’amore per la parola: “Piangere non è un sussulto di scapole / e adesso che ho pianto / non ho parole migliori di queste / per dire che ho pianto / le parole più belle / le parole più pure / non sono lo zampettío delle sillabe / sull’inverno frusciante dei fogli / stanno così come stanno / né fuoco né cenere / fra l’ultima parola detta / e la prima nuova da dire / è lì che abitiamo”, “Costruire una capanna / di sassi, rami, foglie / un cuore di parole / qui, lontani dal mondo”, “Da lontano vengono agli occhi il cielo / e le mani, da qualche parte lontana di te; / fuori nevica, sei tutto nel bianco della neve / ogni segno nel candore una ferita / e la campagna di là dai vetri è un corpo / un breve sguardo che si fa pronuncia / calore d’alito, la testa in mezzo alla veglia; / torna là nella parola tradotta in silenzio / dove si annidano i passeri / i palmi sugli occhi, il petto sulle ginocchia / la fronte nella neve”.

Non erano frequenti o lamentosi i riferimenti alla propria disabilità, e anzi orgogliosamente Pierluigi affermava di non attribuire ad essa la sua vocazione poetica: “Sarei diventato poeta lo stesso, anzi di più, anche meglio”. Eppure la sofferenza traspariva in ogni composizione, ed era assimilata a quella di tutti gli esseri viventi, comunque feriti da una qualche immeritata pena; lo salvava la concentrazione dello sguardo posato su ogni oggetto, volto, gesto, espressione capace di rendere preziosi i momenti cui affidarsi per continuare a vivere: “Ci si risveglia un giorno e le cose sembrano le stesse / mentre invece dietro a noi si è aperto un vuoto / dopo che tutto è stato fatto per trattenere la vita / in mezzo a un panorama di pietre sparse e tegole rotte. / Allora uno mette il dentifricio sullo spazzolino / mescola lo zucchero al caffè / con l’attenzione che aveva da scolaro / quando ritagliava dalla carta / file di bambini che si tengono per mano, / piccoli pesci che baciano l’aria”.

Scriveva poesie d’amore con rara intensità e tenerezza, quasi temendo di sgualcire il sentimento provato nel solo avvicinarsi ad esso. Perché era capace di opporre l’armoniosa regolarità del suo viso, l’apertura del sorriso al proprio corpo straziato, capace di “sfidare le macerie con la bellezza”, secondo la definizione dell’amico critico Davide Brullo. “Qualche volta, piano piano, quando la notte / si raccoglie sulle nostre fronti e si riempie di silenzio, / e non c’è più posto per le parole / e a poco a poco si raddensa una dolcezza intorno / come una perla intorno al singolo grano di sabbia, / una lettera alla volta pronunciamo un nome amato / per comporre la sua figura; allora la notte diventa cielo / nella nostra bocca, e il nome amato un pane caldo, spezzato”.

Pierluigi Cappello è morto nel 2017, a cinquant’anni, dopo una lunga malattia e con queste commosse parole lo ha ricordato Maurizio Crosetti su Repubblica: “Tutto, per Pierluigi, era sforzo sovrumano eppure nessuno è riuscito ad essere più umano di lui, si trovasse tra i topi o immerso nel profumo del calicanto che in pieno inverno annuncia un’altra vita. Adesso bisogna immaginarlo libero, finalmente. Nella lingua friulana c’è una parola bellissima e intraducibile, “inniò”, si potrebbe dire “in nessun dove”. Ecco, il caro Pierluigi ora è lì. “Jo? Jo o voi discôlç viers inniò”, / i siei vôi il celest, piturât di un bambin”. (“Io? Io vado scalzo verso inniò, i suoi occhi il celeste, pitturato da un bambino”).

 

PIERLUIGI CAPPELLO, UN PRATO IN PENDIO – RIZZOLI, MILANO 2018. Pagine 493

 

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