Milano
Dopo Sala? Solo Sala (per ora)
Milano verso le comunali senza tensione né alternative credibili: il dibattito si è svuotato e i possibili candidati non mostrano visione. In questo vuoto, Beppe Sala resta il riferimento più solido, capace di tenere insieme interessi e maggioranza.
Manca un anno alle elezioni comunali di Milano e il dibattito si è ammosciato, la tensione spenta. Ne parlavo l’altra sera con un amico che frequenta anche questo giornale, entrambi con in mano un gin tonic alla festa di uno studio di comunicazione durante il Fuorisalone, passando in rassegna i candidati e il loro abbrivio. Fino all’agnizione: se queste sono le persone in campo, queste le energie, queste soprattutto le idee di Milano, l’unico con la forza e la leadership per guidare la città è proprio chi la guida già, Beppe Sala.
Il sindaco di Milano ha incassato in questi anni un bel po’ di botte, soprattutto a parole invero, ma ha barcollato senza mai mollare, portando a casa praticamente tutto quello che sembrava volesse solo lui. Non solo la vendita di San Siro, il capolavoro, ma quell’intesa cordiale, molto cordiale, tra pubblico e privato che oggi fa la città, delle Olimpiadi andate molto bene e persino la ciclabile sul Ponte della Ghisolfa, ché l’autoproclamatosi (tra le varie cose) leader dei Verdi sulla mobilità ha fatto il suo.
Sala regna sulla sua maggioranza con una nonchalance che solo pochi mesi fa sarebbe stata impensabile. Eravamo nel pieno della tempesta sul modello Milano e tutti chiedevamo discontinuità-tà-tà. Così forte, e così bene, da non ricavarne nemmeno il minimo sindacale del rimpasto di una giunta costruita con in mente più il cartello “do not disturb” che il tavolone di Camelot. Con la prematura scomparsa di Carlo Monguzzi, l’unico rompiballe professionista, e l’opposizione coccolosa del centrodestra, che certo non può attaccare Sala per “eccesso di mercato”, sul fronte delle istituzioni il sindaco non ha predatori naturali, nulla da temere (su quello della Procura, chi lo sa è bravo).
Sul versante politico-culturale, quello che dovrebbe raccogliere e formare lo spirito dei tempi e costruire l’offerta politica, prevale ormai la logica del compitino: ognuno fa e dice il proprio alle proprie persone, si manutengono le bolle come quei terrari nelle bocce di vetro dove le piante crescono senza fare niente. Commentavamo con l’amico il piantino di Camilla Burelli sui borghesi che non si possono comprare casa in centro e concordavamo, oltre che sul trovarlo un pessimo articolo, sul suo valore di spartiacque nella tribalizzazione dello scontento: a Milano non si parla più, nel senso dialettico di confrontarsi per andare oltre, ci si rappresenta. Soprattutto, e qui c’è la ciccia, quella che era una discussione sull’affordability come requisito perché la città continuasse a crescere con il suo mix di ricchi e poveri (che magari diventeranno ricchi), pierre e colf, finanzieri e creativi, è scaduta nel “mamma mia quanto odio i ricchi”. Magari ci sta pure, ma quella che era una riflessione ipercontemporanea e generativa è diventata un problema vostro e quando ci avete fatto pace fate un fischio.
Chi nonostante tutto c’è e da le carte è ancora la soluzione più solida anche perché chi doveva raccoglierne, più o meno pacificamente, il testimone, o è partito in modo un po’ scomposto, o sta consultando astri e aruspici per sapere se e quando iniziare la campagna di conquista, sperando sempre che un grande movimento collettivo venga a strapparlo dall’orto di Cincinnato per sospingerlo verso Palazzo Marino. Un po’ è il modello PCI post litteram, per cui non ci si candida ma si è candidati quando viene il proprio turno, un po’ che tutto cambia molto velocemente, molto è l’assenza di abbrivio: nessuno dei pretendenti ha davvero un’idea evolutiva e alternativa il giusto. Non c’è un Mamdani per intenderci, che comunque aveva iniziato a correre ben prima di un anno dalle elezioni e non aveva chiesto il permesso a nessuno, senza contare che Sala non è stato un disastro come Eric Adams e che gli spazi di rivoluzione a Milano sono molto più stretti che a New York, il che significa avere delle idee ben affilate, di cui non si vede l’ombra.
Poiché per legge il Sala III non è possibile, qualcosa alla fine verrà fuori, ma vista con gli occhi di oggi saremo più dalle parti della riottosa continuità che di un’improbabile palingenesi, di cui forse nessuno sente davvero il bisogno e soprattutto che nessuno è in grado di proporre e realizzare, riuscendo al contempo a tenere insieme quel sistema di micro corporazioni, dai ciclisti agli immobiliaristi, dai designer agli orfani di “Luci a San Siro”, che oggi è la politica, a Milano e non solo.
Lui a suo modo c’è riuscito, per questo è ancora qui e incoronerà il/la successore/a come un padre che passa di mano l’azienda senza che nessuno dei figli sia riuscito non dico ad ucciderlo, ma nemmeno a superarlo.
Diavolo d’un Beppe.
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