Costume
Le parole che ci sono e il vocabolario che non c’è
La democrazia che diventa illiberale, il pianeta offeso e dimenticato, il talento chiuso a chiave, la verità sommersa dalle falsità. Abbiamo parole per pensare domani?
Democrazia, felicità, fraternità, libertà, misura, pace, parità, pianeta, talento, verità.
Sono le dieci parole che Venanzio Postiglione (Le dieci parole tradite, Solferino) analizza nell’uso più che ne significati. Meglio: quel misto di disuso e abuso, azioni che nella loro somma danno o esprimono il costume di questo nostro tempo.
Un profilo che, specifica, è fondato su tre percorsi culturali, emozionali, mentali. 1.: nelle relazioni internazionali l’età delle potenze spazza via l’età del diritto; 2.: nelle connessioni tra i leader e gli elettori la politica dell’istante travolge la politica delle idee; 3.: nei rapporti tra le generazioni la società dell’ansia sommerge la società del dialogo. [p. 13]
C’è dunque un’usura delle parole che è significata dall’usura delle pratiche.
Così la richiesta di democrazia chiede partecipazione. Tutti vogliono contare, eppure quando si tratta di tradurre in numero la propria voglia di contare accade esattamente l’opposto. Il dato è la percentuale in caduta libera della partecipazione al voto. Un indicatore che un tempo identificava la voglia di esserci e che oggi rinvia alla convinzione che partecipazione (qualcuno ricorda Giorgio Gaber con il suo La libertà?) sia noia, fastidio. “Tutti vogliono contare: salvo quando è il momento di contare”, scrive Postiglione [p. 33].
Oppure la misura, che è soprattutto la responsabilità di decidere di parlare. Laddove, sottolinea Postiglione, la differenza non è tra parlare e non parlare, ma tra prendere la parola per proporre un pensiero che ne vale la pena o che consideriamo degno di attenzione (e di critica, anche) o rivendicare un diritto narcisistico a che gli altri ascoltino il nostro pensiero.
Il criterio non è se quel pensiero ha valore, ma mettere al centro della scena se stessi.
Postiglione propone la riflessione di Italo Calvino in Palomar laddove Calvino scrive: “In un’epoca e in un paese in cui tutti si fanno in quattro per proclamare opinioni o giudizi, il signor Palomar ha preso l’abitudine di mordersi la lingua tre volte prima di fare qualsiasi affermazione. Se al terzo morso di lingua è ancora convinto della cosa che stava per dire, la dice; se no sta zitto. Di fatto, passa settimane e mesi interi in silenzio”.
Una riflessione significativamente pubblicata da Calvino molto prima di riversarla nella sua raccolta di pensieri (Palomar) in un lungo testo estivo sul “Corriere della sera” (per la precisione era l’1 agosto 1975) con il titolo che segna un profilo di anti-costume: «Del mordersi la lingua» si intitolava quella riflessione. Una raccomandazione che conteneva, una precisa proposta di azione intellettuale come suggerisce Mario Porro. Inascoltata: allora come ora.
È l’operazione che ha proposto l’artista cileno Alfredo Jaar con Untitled 1994 e poi con Rwanda Project La foto dei massacri in Rwanda, una realtà che abbiamo fatto di tutto per non vedere, è ciò che non volevamo sapere o che la narrazione giornalistica non era disposta a raccontare.
L’unico modo per prendere la misura delle cose era proporre un vuoto tra noi e il reale così come era stato. Ovvero sospendere, almeno temporaneamente, il flusso di parole.
Il silenzio, in quel caso era il segno dello scandalo.
Tuttavia, la sua gestione, oltre il messaggio artistico, rischia di non essere efficace. Quella pratica di silenzio, infatti, oltre il messaggio artistico di Alfredo Jaar, non è la risposta. Ovvero segna la misura della nostra impotenza, più che il misuratore della nostra vergogna. Provare vergogna, infatti, vorrebbe dire attribuire a quel silenzio una funzione educativa, ovvero che si è fatto memoria di qualcosa.
Non mi pare, perché la stessa latitanza, da allora, si è ripetuta molte altre volte.
Così per la parola pace, in cui Postiglione rievoca le parole di Esiodo sulla necessità di conficcare a terra il remo una volta giunti a casa. Percorso che Nolan nel suo Ulisse prova a tradurre non proponendo un buen ritiro, ma l’azione come appello alla curiosità. Il che non ci dà nessun viatico di certezza su domani o sulla buona sorte (preciso il richiamo alle righe finali de La montagna incantata che Postiglione propone alla fine di questo capitolo quando Hans Castorp abbandona la montagna per correre al fronte, camminando in mezzo al fango e al fuoco della battaglia, tra la morte imminente e una debole speranza di resurrezione).
Cosa resta, dunque? Due cose.
La prima riguarda il destino del pianeta. Da rileggere in questi giorni di fronte alle scene del terremoto in Colombia le osservazioni amare di Rousseau sull’avidità e sullo sfruttamento del suolo che Rousseau richiamava nella sua lettera a Voltaire del 18 agosto 1756 sul disastro di Lisbona in cui sostiene la colpa del disastro non è della terra, ma dell’uomo stesso e del suo modo di vivere in città affollate, ma anche del suo comportamento di fronte alle catastrofi.
La seconda riguarda la fine dell’utopia.
Venanzio Postiglione lo accenna nelle pagine introduttive quando specifica che nelle sue parole non ha incluso la parola «utopia» (che in qualche modo le attraversa tutte).
Si potrebbe ricordare come quella parola, al netto degli scenari fantastici con cui è stata vissuta dal Seicento in avanti includa due profonde ansie del nostro tempo.
Da una parte ciò che sottolinea alla fine degli anni ’40 del secolo scorso Leo Strauss, riflettendo sulla fisionomia della tirannide, ovvero il fatto che “l’utopia descriva semplicemente l’ordine sociale buono. In quanto tale, essa si limita a rendere esplicito ciò che è implicito in ogni tentativo di miglioramento sociale” [p.206].
Dall’altra il fatto che noi siamo usciti dal «secolo breve», avendo dissolto l’idea di descrivere un’ipotesi alternativa fondata sul principio di eguaglianza e accontentandosi di ciò che c’è. L’idea è che il disordine più che stimolo a ripensare il presente, o l’indicazione di uno spiraglio di luce in un sistema compatto, costituisca un dato irreformabile, più che lo stimolo a modificarlo. Anzi: proporsi di sanarlo è una perdita di tempo.
Con buona pace di Leonard Cohen e quando in Anthem indicava che niente è perfetto e che la luce che penetra da una frattura non è un handicap o un «guasto» ma una possibilità di futuro da cogliere.
Ring the bells that still can ring
Forget your perfect offering
There is a crack in everything
That’s how the light gets in.
[Suonate le campane che possono ancora suonare
Dimenticate la vostra offerta perfetta
c’è una crepa in ogni cosa
È così che entra la luce].
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