Legislazione
Perché le nostre istituzioni non si rinnoveranno mai
Il bel saggio di Peppino Calderisi ci presenta certosinamente (e dolorosamente) il percorso “malato” che ha visto protagonisti tanti partiti, tanti leader, tante forze politiche nel cercare a volte di fregare l’avversario, con scarso senso dello Stato. Da leggere e rileggere.
Non è particolarmente ottimista sul destino istituzionale del nostro paese Peppino Calderisi, che ha appena pubblicato il suo nuovo libro “Storia di una riforma mai nata”, per Rubbettino. E i fatti delle ultime settimane per ciò che riguarda la legge elettorale non possono che dargli pienamente ragione.
Grande esperto di sistemi elettorali, di riforme costituzionali e di referendum, Calderisi dalla nascita della seconda Repubblica è stato membro di molte commissioni che avevano obiettivo specifico quello di migliorare questo paese almeno dal punto di vista delle istituzioni che lo presiedono, dalla Bicamerale di D’Alema ai comitati per le riforme di Quagliariello e di Pera e di molte altre associazioni riformiste.
Non sono certo parole di uno sprovveduto, dunque, quando egli sottolinea come la nostra povera repubblica sia destinata a non veder mai, o molto difficilmente, giungere a compimento le riforme che permetterebbero di rafforzare i capisaldi istituzionali, le cornici entro cui la Politica può e deve agire: le regole!
Perché le regole non sono mai state materia condivisa dalle forze politiche che si sono succedute al governo negli ultimi 35 anni. Ogni partito, ogni coalizione, ogni leader politico al potere ha costantemente cercato di scrivere o riscrivere leggi pro-domo sua, indifferente da ciò che l’opposizione pensava; e le opposizioni non hanno fatto altro che rifiutare tutte le idee che giungevano dalla parte avversa, corrette o scorrette che fossero.
Le mille proposte di leggi elettorali e le sue reali attuazioni ne sono l’emblema più iconico: dal Mattarellum al Porcellum, dall’Italicum al Rosatellum fino all’ultima proposta (di cui ancora rimane incerto il nomignolo definitivo) quasi sempre si è cercato di vagliare soluzioni che si sperava favorissero quella parte politica in quel momento al governo. Nessuno si è mai realmente preoccupato di trovare un accordo con tutte le forze politiche, con l’obiettivo di trovare le modalità oggettivamente più “giuste” per trasformare i voti in seggi parlamentari, con forse l’eccezione delle consultazioni di second’ordine, come la comunali o le regionali.
Il saggio di Calderisi ci presenta certosinamente (e dolorosamente) il percorso “malato” che ha visto protagonisti tanti partiti, tanti leader, tante forze politiche nel cercare a volte di fregare l’avversario, con scarso o nullo senso dello Stato. Certo, qualcuno può essere stato in buona fede, qualcuno ha cercato obiettivamente di trovare soluzioni eque in maniera bi-partisan, ma ne è sempre uscito sconfitto, come lo stesso Peppino Calderisi.
Che descrive ad un certo punto del suo saggio l’unico momento in cui (forse!) si sarebbe potuto invertire la rotta, quanto meno per ciò che riguardava le regole elettorali: il referendum del 1999 sull’abolizione della parte proporzionale del Mattarellum, che non raggiunse il quorum (per lo 0,46%) a causa di “disattenzioni” tecniche, che vennero poco dopo risolte (ma ormai troppo tardi), avrebbe avuto l’effetto fondamentale di rendere ineluttabile la modifica della forma di governo e incardinare su basi solide quel bipolarismo anomalo che contraddistingueva (e contraddistingue tuttora) il nostro paese. Un’occasione persa, che difficilmente si potrà ripetere.
Ma il bel saggio di Calderisi è pieno di approfondite analisi e anche di gustosi aneddoti che lo rendono di piacevole lettura, nonostante una materia per qualcuno forse un po’ ostica: il racconto della nostra cosiddetta seconda Repubblica, che non dobbiamo dimenticare.
Università degli Studi di Milano
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