Economia
Impressioni su un’Italia centrale dal potenziale insospettabile
L’Italia centrale è molto più di bei paesaggi, borghi e specialità gastronomiche. Nonostante le sfide, talvolta anche grandi, questa parte del paese vanta ottime performance e aziende all’avanguardia in settori strategici.
Le origini contano. Soprattutto, paradossalmente, quando l’attaccamento a un luogo è mediato dalla distanza e dalle assenze. Il calore del trasporto emotivo si stempera in un giudizio benevolo ma, si spera, lucido. Avendo i nonni materni marchigiani e parenti nella zona di Roma ho sempre frequentato, seppur meno di quanto mi sarebbe piaciuto, l’Italia centrale, questo mosaico di territori tra l’Adriatico e il Tirreno che con la stessa tenacia con cui si arrampicano alla dorsale appenninica, uniscono l’Italia: quella padana, dello sviluppo e dell’antropizzazione esasperata, della finanza evoluta e dell’aria inquinata, e quella del Mezzogiorno, contraddittorio e vulcanico, giacimento di talenti e di problemi, di metropoli dove crescono nuove aziende tecnologiche e di paesini in rapido spopolamento.
Tramontato il mito economico-sociologico della Terza Italia, ex Nec (il Veneto, il Trentino-Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia, l’Emilia-Romagna, la Toscana, l’Umbria e le Marche, che grazie ai distretti industriali e alle aziendine geniali si candidava a nuova locomotiva d’Italia), e ormai chiaro che l’Emilia e il Triveneto hanno raggiunto l’ex “Triangolo di ferro”, si percepisce a est del Sillaro e a nord del Garigliano il profilarsi di una realtà nuova: un’Italia terza, che dalla Romagna arriva sino all’Abruzzo e al Molise, e che pur non vantando – con l’eccezione di Roma – città apicali come Milano, Torino o Bologna, ha un grandissimo potenziale.
Un potenziale che le cifre lasciano intravedere, se si ha la pazienza di abbandonare i cliché sull’Italia centrale terra dell’olio buono, dei paesaggi spirituali e dei borghi “dove il tempo si è fermato”. Non perché non si produca ottimo olio evo in Umbria o Toscana, o perché nelle Marche scarseggino i paesaggi stupendi, ma perché la limitatezza di queste rappresentazioni rischia di occultare l’insospettabile potenziale dei territori centroitaliani. È vero, la Zes da qualche tempo riguarda pure Umbria e Marche, però Ancona resta una delle capitali nazionali della cantieristica, le Marche sono uno dei poli italiani del design e del lusso (come si è visto di recente al Salone del Mobile), e in Umbria oltre all’industria siderurgica ci sono aziende all’avanguardia in settori come la microelettronica, l’Ia e l’aerospaziale.
La crescita del Pil nel Centro è stata dello 0,8% nel 2024, lievemente più alta della media nazionale (0,7%), superando sia il Mezzogiorno (0,7%) che il Nordest (0,1%); il reddito disponibile delle famiglie ha avuto un aumento in linea con quello nazionale (3%), leggermente più che nel Nordovest e nel Nordest. Il Lazio è il secondo Pil d’Italia dopo la Lombardia. La Toscana è leader nazionale nel geotermico, con 33 centrali e una potenza installata complessiva di oltre 900 mw. La marchigiana Ascoli Piceno e l’umbra Terni sono rispettivamente seconda e sesta nella classifica nazionale Mimit delle province con la più alta densità di startup innovative. L’export abruzzese e laziale verso l’economia più ricca del pianeta, quella degli Stati Uniti, è trainato dai prodotti farmaceutici, e in Lazio (ad Anagni) uno dei colossi globali del settore, la Novo Nordisk, ha confermato di voler investire massicciamente.
Ciò non significa ignorare le grandi sfide che le economie dei territori centroitaliani devono affrontare, ma soltanto rimettere le cose in prospettiva. Ostinarsi a credere che l’economia di un paese di quasi sessanta milioni di abitanti sia trainata solo da due o tre regioni a nord del Po, o pensare che le imprese di regioni come le Marche, l’Abruzzo e l’Umbria non siano in grado di salire sul treno dell’Ia o del biotech è sia falso che ridicolo. Certo, Pescara non è Milano, e Ancona non è Torino; ma Pescara e Ancona hanno asset che Milano e Torino non hanno, e non mi riferisco solo al mare.
Qualche settimana fa, co-moderando una webconference dedicata proprio a quest’Italia terza, ho avuto l’opportunità di confrontarmi con ricercatori, manager e imprenditori di prim’ordine di questi territori. Dai loro interventi è emerso che il potenziale c’è, c’è tutto. Bisogna soltanto investire, lavorare e – prima di tutto – crederci.
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