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Essere single costa di più. Ma quanto conta nelle politiche pubbliche?

Affitto, bollette e imprevisti pesano su un solo reddito. Mentre aumentano le persone che vivono sole, gli aiuti pubblici seguono criteri diversi. Quanto conta la composizione familiare nel riconoscere un bisogno economico?

4 Ottobre 2026

Quanto costa non avere qualcuno con cui dividere l’affitto? Non stiamo parlando di felicità di coppia, ma di un problema sempre più evidente in Italia, che riguarda il bilancio di chi, alla fine del mese, deve pagare tutto con un solo reddito. Un frigorifero serve anche a una persona, la connessione internet pure. Se si rompe la caldaia, il tecnico non dimezza il conto perché in casa abita un solo contribuente.

Dire essere single costa di più non fotografa bene la realtà del Belpaese, perché una persona senza partner può vivere con genitori o coinquilini, ma può scegliere anche di vivere in una casa indipendente, o condividere una condizione economica con qualcun altro, senza avere necessariamente una relazione sentimentale. Vivere soli, non vuol dire sentirsi soli, eppure, quando si tratta di fare i conti a fine mese, il bilancio in solitudine pesa molto di più.

Una famiglia su tre è composta da una persona

Secondo gli Indicatori demografici Istat riferiti al 2025, nel biennio 2024-2025 le famiglie composte da una sola persona rappresentano il 37,1% del totale. Vent’anni prima erano il 25,9%. Sono ormai la tipologia familiare più diffusa, davanti alle coppie con figli, ferme al 28,4%.

Questo non vuol dire automaticamente che il 37,1% degli italiani viva da solo, perché la scelta riguarda il 16,9% della popolazione. Va ribadito che ogni abitazione occupata da una persona richiede comunque utenze, manutenzione e servizi. Non parliamo di una nicchia alla quale dedicare qualche promozione commerciale ogni tanto, ma una nutrita fetta di italiani a cui garantire una trasformazione nella progettazione delle politiche abitative e sociali.

Vivere da soli: non si spende la metà

L’indagine Istat sui consumi del 2024 quantifica il divario: una famiglia unipersonale registra una spesa media mensile di 1.932 euro, circa il 68% di quella di una famiglia formata da due componenti. Una persona, dunque, non spende la metà di due.

Abitazione, acqua, elettricità, gas e altri combustibili assorbono il 43,9% della spesa dei nuclei unipersonali, contro il 28,6% di quelli con almeno cinque componenti. Questi valori includono gli affitti figurativi, ossia il valore stimato dell’abitazione per chi ne è proprietario o la usa gratuitamente: non sono tutti soldi materialmente usciti dal conto.

Il confronto descrive gruppi diversi per età, reddito e territorio, non misura una penalità identica per tutti, sebbene renda palese il vantaggio economico della condivisione.

Facciamo un esempio pratico: con un affitto di 700 euro, una persona che guadagna 1.500 euro netti ne destina alla casa quasi il 47%. Due conviventi, ciascuno con lo stesso stipendio, spenderebbero insieme circa il 23% del reddito complessivo per quello stesso alloggio. Il canone non cambia; cambia quanto rimane per vivere a fine mese.

Anche la spesa alimentare richiede attenzione, soprattutto con il crescere del carovita di queste settimane causato dall’aumento dei costi del carburante. Immaginiamo una confezione grande più conveniente al chilo di quella piccola: per chi vive solo il risparmio esiste soltanto se tutto viene consumato, altrimenti una parte finisce nel cestino dando luogo a sprechi alimentari. Comprare meno, in questi casi, può voler dire pagare di più per la stessa quantità effettivamente utilizzata. Questa è la beffa, oltre il danno, per chi- per scelta o per forze di causa maggiore- vive da solo.

Le bollette hanno una dinamica simile: i consumi possono diminuire, ma alcune quote fisse restano. Non tutto raddoppia quando arriva un secondo abitante; non tutto si dimezza quando uno se ne va.

C’è poi l’imprevisto a rendere evidenti le difficoltà e le differenze tra il vivere da soli o in compagnia: una lavatrice da sostituire pesa su un solo bilancio, perdere il lavoro significa veder sfumare l’unica entrata personale disponibile per quella casa, salvo risparmi o sostegni esterni. Vivere soli non equivale automaticamente a essere poveri, ma può ridurre il margine con cui affrontare una difficoltà. E’ sempre più difficile per i single permettersi un affitto, ancora più lontana la possibilità di acquistare una casa.

Il problema riguarda anche l’autonomia delle donne in quanto, se il reddito disponibile è basso, sostenere da sole un’abitazione può rendere più difficile lasciare una convivenza che non si desidera più. E quando, le donne sono prigioniere di relazioni tossiche e potenzialmente pericolose, l’impossibilità di permettersi una nuova abitazione da sole complica ancor di più la situazione. Non basta invitare all’indipendenza: bisogna renderla economicamente praticabile. E lo stesso vale per chi vorrebbe uscire dalla casa dei genitori senza dover cercare a tutti i costi un partner per dividere le spese.

Gli aiuti non seguono tutti la stessa logica

Sarebbe scorretto sostenere che le politiche pubbliche ignorino sempre questa condizione. L’ISEE utilizza una scala di equivalenza proprio per confrontare nuclei di dimensioni diverse: il parametro ordinario è 1 per una persona e 1,57 per due. Riconosce che convivere consente economie di scala, senza considerare due persone come due bilanci completamente separati.

Anche i bonus sociali per le utenze non richiedono di essere sposati o avere figli. Nel 2026 la soglia ISEE ordinaria di accesso è 9.796 euro; resta a 20.000 euro per i nuclei con almeno quattro figli a carico. Una persona sola può accedervi se soddisfa i requisiti.

Altri interventi tracciano invece un confine netto. Per la Carta “Dedicata a te” 2026, il Ministero dell’Agricoltura indica tra i beneficiari nuclei con almeno tre persone e almeno un minore, entro la soglia ISEE prevista. Chi vive solo resta fuori da questo specifico sostegno alimentare, anche quando ha poche risorse. Proteggere i bambini è una priorità legittima. Quale risposta riceve chi affronta un bisogno analogo senza appartenere alla composizione familiare selezionata?

Riconoscere un bisogno, non premiare uno stato civile

Non serve un bonus universale per single: regalerebbe risorse anche a chi non ne ha bisogno. Sono necesari interventi capaci di leggere reddito, patrimonio, costo dell’alloggio e disponibilità effettiva di aiuti.

Un primo passo sarebbe valutare gli effetti delle misure sui nuclei unipersonali, rendendoli visibili nei risultati, poi andrebbero adottate soluzioni per garantire la casa: alloggi piccoli, dignitosi, accessibili, senza obbligare a condividere per riuscire a pagare. Infine, gli aiuti contro la povertà dovrebbero motivare le esclusioni per composizione familiare e verificare quali alternative restino disponibili per vivere da soli.

La politica non deve stabilire quale forma di vita sia preferibile, ma dovrebbe chiedersi quanto costa sostenerla. Un solo residente non occupa mezza casa, non compra mezzo frigorifero e non riceve automaticamente metà bolletta.

Se un reddito non basta a sostenere una casa, quanto siamo davvero liberi di scegliere con chi abitare?

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