Cibo

La mentalità e la storia lunga del «paese Italia»

Descrivere la società reale attraverso un universo variegato di oggetti. Ma la macchina generativa di questo libro è molto più profonda e sarebbe sbagliato fermarsi a considerare solo o esclusivamente gli oggetti. Il tema è la mentalità e la storia lunga del «paese Italia».

14 Luglio 2026

Al centro di Il fascismo e le cose di Emanuela Scarpellini stanno le cose che danno senso alla vita quotidiana o, almeno, che sono percepite come fondative della propria persona: i piccoli oggetti materiali della quotidianità, quelli che segnano l’orizzonte di tutti i giorni, semplici e familiari, come beni di consumo, medicine, monete, francobolli, tessere.

Insieme stanno i consumi coloniali: il caffè, che iniziò a diventare un prodotto «italiano»; il tabacco, che conobbe un’enorme diffusione grazie alle sigarette; il cioccolato, il tè e altri beni, tutti considerati nella loro dimensione sensoriale.

Su tutti, anche simbolicamente, emerge la banana un alimento che all’inizio del’900 è pressoché sconosciuto in Italia e che, come scrive nel 1938 Enrico Cibelli, presidente della

Regia Azienda Monopolio Banane (RAMB) un ente apposito istituito a partire dal 1936 per il controllo di tutte le fasi della distribuzione, del commercio e della lavorazione industriale delle banane, non solo entra nella dieta italiana, ma esprime un’identità.

“La banana – scrive Cibelli è diventata qualcosa di più e meglio ancora per il nostro sentimento d’Italianità e per il nostro orgoglio nazionale: è diventata un cibo, un alimento, una primizia, un prodotto interamente italiano”.

Un’impresa, precisa Scarpellini a cui partecipano in molti: politici, rappresentanti del mondo accademico, giornalisti, pubblicisti, pubblicitari, operatori della grande distribuzione, alimentaristi.

Un’operazione volta a esprimere la governamentalità della condotta dei cittadini, il cui fine è il controllo e la formazione del gusto, ma che soprattutto dà vantaggi a molti, ma non a tutti. Gli esclusi erano infatti i coltivatori indigeni sfruttati nelle coltivazioni. “il loro ruolo-commenta Scarpellini – non era ritenuto meritevole di interesse” [p.21].

Il progetto di ricerca è come descrivere la società reale attraverso un universo variegato di oggetti, più spesso assunti come simboli, che aiutano a raccontare una storia non sempre coincidente con quella «alta» delle cose importanti.

Ma la macchina generativa di questo libro è molto più profonda e sarebbe sbagliato fermarsi a considerare solo o esclusivamente gli oggetti. Il tema è la mentalità e la storia lunga del «paese Italia».

Scarpellini lo enuncia sinteticamente nell’introduzione, quasi sommessamente, ma quella chiave è il vero nodo del problema.

Il tema è la continuità.

Tema storiografico proposto da Claudio Pavone nella discussione pubblica più di cinquanta anni fa, nei primi anni’70 (ma su quel tema Pavone è tornato molte volte, chi avesse voglia trova una scelta dei suoi saggi su quel tema nella raccolta Alle origini della repubblica) e che la storiografia italiana ha sempre digerito con riluttanza, sia a destra che a sinistra. Sia nella storiografia liberal-democratica, che in quella comunista.

Il complesso della riflessione di Pavone era proporre una discussione intorno al ruolo delle élite istituzionali, sottolineando le ambiguità della transizione democratica e mettendo in luce le persistenze del passato nel nuovo assetto repubblicano. Lo scopo di quella riflessione era fornire temi, strumenti, proporre uno scavo nella formazione della mentalità in cui quel passaggio di regine non rappresentava uno stacco netto, ma anzi si sostanziava proprio per le continuità che proponeva. Porre quella questione aveva un fine: era un modo per interrogarsi non solo su ciò che dopo era rimasto, sulla eredità, ma anche sulla fisionomia del presente.

Questo mi sembra il nucleo storiografico de Il fascismo e le cose e che Scarpellini appunto indica già nelle prime pagine di apertura de libro. La questione che Scarpellini pone è la durata del fascismo dopo il fascismo.

Sostiene Scarpellini che si possono individuare molte suggestioni che spiegano questa continuità: per esempio la sopravvivenza di un’ideologia (che vuol dire, per esempio, la permanenza di parole, di riviste, di libri, di spiegazioni ); poi la permanenza di gruppi organizzati che difendono interessi; poi la permanenza di tracce , di simboli del regime: nella monumentalistica, ma anche nelle strutture pubbliche che marcano la modernizzazione che il fascismo realizza (basti pensare alle insegne ancora oggi evidenti su facciate di palazzi di giustizia, scuole pubbliche, stazioni ferroviarie, sedi di servizi postali, lapidi, monumenti….).

Scarpellini propone di aggiungere un ulteriore livello che testimoni di questa continuità, considerando le cose minute di tutti i giorni, i piccoli oggetti apparentemente senza valore, ma che di fatto danno un volto, e un’identità alla vita quotidiana tanto del singolo quanto, soprattutto, della collettività.

Un profilo che allude da una parte alla suggestione proposta da Pierre Bordieu intorno al ciò che egli denomina come habitus: ovvero un sistema di disposizioni inconsce, schemi di percezione, pensiero e azione interiorizzati. Dall’altra alla suggestione proposta dagli antropologi  Mary Douglas e Baron Isherwood per i quali studiare i consumi, è studiare come si forma la cultura del consumo e con quali prodotti e beni si identifica. Ovvero è comprendere che i beni non soddisfano solo bisogni ed esigenze individuali. La loro funzione nel sistema sociale è molto più complessa e profonda. Definiscono valori e differenze, categorie sociali e culturali

Ovvero: una sorta di «storia incorporata» – plasmata dal nostro ambiente sociale e dalle nostre origini – che ci guida nel muoverci nel mondo senza bisogno di riflettere coscientemente su ogni singola scelta.

In quella «storia incorporata» stanno appunto quelle cose che assumiamo come nostra identità: ciò che consumiamo, ciò che mangiamo, gli oggetti in cui riconosciamo la nostra identità, o che interpretiamo come «identità nazionale». Ma anche: lo spettacolo teatrale che consumiamo, la musica, le arti recitative che con sempre maggiore forza a partire dalla strutturazione delle opere culturali del regime fascista, contribuiscono a formare l’Italiano contemporaneo e che si mantengono nel passaggio verso la repubblica. Un profilo  che Scarpellini ha messo al centro della sua ricerca a partire dai primi anni duemila con il suo Organizzazione teatrale e politica del teatro nell’Italia fascista e su cui torna a riflettere in questo libro.

Il fascismo non è finito il 25 aprile 1945. a nei fatti – negli stili, nei consumi, come nel linguaggio – trasformato gli italiani di allora e formato noi italiani contemporanei. Ha segnato una parte rilevante di ciò che indichiamo come modernizzazione. Non è solo regole, è anche un segmento rilevante della storia della formazione dell’Italiano contemporaneo per rirendere una suggestione che circa mezzo secolo fa ha proposto Giulio Bollati con il suo L’Italiano.

Il fascismo non era una parentesi. È stato il generatore e il produttore di una storia e di un’identità. Una dimensione con cui ancora dobbiamo prendere le misure. Né gli sbuffi degli impazienti, né gli occhiacci di quelli che si limitano a parlare di «fascismo regime» sono una risposta.

 

 

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