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Senato USA. Idaho. Quarto mandato per Sen. Jim Risch Il conservatore dell’Ovest che orienta la politica estera USA
Mentre l’Idaho continua a crescere e cambia volto e nuove tensioni attraversano il GOP, il vecchio senatore dell’Ovest resta una delle figure più solide e influenti di Capitol Hill. Non il più visibile. Nemmeno il più famoso. Ma certamente uno dei più ascoltati in politica estera
Ci sono senatori che costruiscono la propria influenza davanti alle telecamere e altri che la costruiscono nelle commissioni, nelle audizioni e nei rapporti con alleati e diplomatici. Sen. Jim Risch (2008) appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Da quasi vent’anni rappresenta l’Idaho al Senato e, pur essendo poco noto al grande pubblico, è una delle figure che più hanno contribuito a orientare la politica estera repubblicana nell’ultimo decennio.
A Washington viene spesso descritto come un Senator’s Senator: uno di quei parlamentari che contano più tra colleghi, diplomatici e addetti ai lavori che nei talk show televisivi. Non possiede il profilo mediatico di Sen. Ted Cruz (TX, 2012), non domina il ciclo delle notizie come Sen. Lindsey Graham (SC, 2002) e non cerca le provocazioni culturali che hanno reso celebri molti esponenti della nuova destra repubblicana. Eppure, quando il Senato discute di Cina, Russia, NATO, Taiwan o sicurezza internazionale, la sua voce continua a pesare più di quella di molti colleghi assai più conosciuti.
La sua storia racconta un’America diversa da quella delle grandi università della East Coast o dei think tank di Washington. Avvocato, procuratore, imprenditore e proprietario terriero, Risch ha conosciuto direttamente il mondo delle professioni, dell’agricoltura e della piccola impresa dell’Ovest americano. Per anni ha gestito attività immobiliari, terreni agricoli e allevamenti, maturando quella cultura dell’autonomia individuale e della diffidenza verso l’intervento federale che caratterizza gran parte dell’elettorato dell’Idaho. Anche una volta arrivato a Washington ha conservato l’approccio pragmatico di chi ha amministrato aziende e affrontato i problemi dell’economia reale prima di quelli della politica.
Per comprendere il suo successo occorre però capire l’Idaho. Con poco più di due milioni di abitanti distribuiti su un territorio vastissimo, lo Stato è uno dei più conservatori dell’intera Unione. I democratici non conquistano un seggio senatoriale dal 1974 e il Partito Repubblicano controlla praticamente tutte le principali istituzioni statali. In questo contesto la vera competizione politica non si svolge tra repubblicani e democratici, ma all’interno dello stesso GOP, tra le sue diverse anime.
Un ruolo importante continua inoltre a essere svolto dalla comunità mormone concentrata nel sud-est dello Stato, lungo il confine con lo Utah. Pur non appartenendo alla Chiesa dei Santi degli Ultimi Giorni, Sen. Jim Risch ha costruito con questo elettorato un rapporto di lunga durata fondato su valori condivisi come la centralità della famiglia, la libertà religiosa, la responsabilità individuale e un approccio generalmente sobrio e istituzionale alla politica.
Ma il vero elemento di novità dell’Idaho contemporaneo è la crescita demografica. Nel 2000 lo Stato contava poco più di 1,3 milioni di abitanti; oggi ha superato i 2 milioni, registrando uno dei più elevati tassi di crescita dell’intera Unione. Gran parte di questo aumento si concentra nell’area metropolitana di Boise e nella Treasure Valley, diventate una delle principali destinazioni della migrazione interna americana. Decine di migliaia di persone provenienti soprattutto da California, Oregon e Washington si sono trasferite qui attratte da un costo della vita più contenuto, una fiscalità favorevole e una qualità della vita percepita come migliore.
Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, questo fenomeno non ha prodotto una significativa avanzata democratica. Molti dei nuovi residenti hanno scelto l’Idaho proprio per prendere le distanze dalle politiche “progressiste” adottate negli Stati della West Coast. La conseguenza è stata piuttosto la nascita di una frattura interna al campo conservatore. Da una parte resta l’Idaho rurale, agricolo e profondamente tradizionalista; dall’altra emerge un conservatorismo più urbano, imprenditoriale e orientato alla crescita, che trova il proprio centro naturale a Boise.
La capacità di tenere insieme queste diverse anime non è soltanto una valutazione degli osservatori politici. Le primarie repubblicane del maggio 2026 ne hanno fornito una dimostrazione concreta. Nonostante gli 83 anni, 18 anni di presenza in Senato e ben tre sfidanti, Sen. Jim Risch ha conquistato oltre due terzi dei voti, staccando nettamente tutti i concorrenti. In uno Stato come l’Idaho, dove le vere battaglie politiche si combattono all’interno del Partito Repubblicano, un risultato di queste dimensioni vale più di molte elezioni generali. Non certifica soltanto la forza dell’incumbent, ma conferma l’assenza di una reale alternativa nel GOP statale.
Mentre in altri Stati dell’Ovest la crescita demografica e le tensioni tra establishment e ala più ideologica del partito hanno prodotto conflitti sempre più aspri, nell’Idaho Sen. Jim Risch continua a essere percepito come il punto di equilibrio tra il mondo rurale tradizionale, l’elettorato mormone e la nuova classe dirigente economica che gravita attorno a Boise. È questa capacità di rappresentare contemporaneamente l’Idaho che cambia e quello che resiste al cambiamento che spiega, forse meglio di qualsiasi altra analisi, la straordinaria longevità politica del senatore repubblicano.
Il Senatore che orienta e definisce la politica estera degli Stati Uniti
Se però c’è un tema che definisce la sua carriera, questo è la politica estera. Negli anni trascorsi ai vertici della Commissione Esteri del Senato, Risch è stato tra i primi esponenti repubblicani a sostenere che la vera sfida strategica del XXI secolo non sarebbe stata il terrorismo internazionale ma la competizione con la Cina. Quando gran parte dell’establishment americano era ancora concentrato sul Medio Oriente, lui insisteva sulla necessità di prepararsi a un confronto di lungo periodo con Pechino sul terreno economico, tecnologico, commerciale e militare.
Oggi quella lettura è diventata il consenso prevalente (e largamente bipartisan) di Washington. Non sorprende quindi che il dossier che più di ogni altro lo identifichi sia Taiwan. Come Presidente (o leader della minoranza) in Commissione Esteri, Sen. Jim Risch è stato uno dei principali promotori delle iniziative legislative volte a rafforzare la deterrenza americana nei confronti della Cina e a consolidare i rapporti con Taipei. La sua convinzione è semplice: prevenire una crisi nello Stretto di Taiwan costa molto meno che affrontarne le conseguenze.
Per molti osservatori il consenso bipartisan che oggi sostiene la difesa di Taiwan porta soprattutto la sua firma politica.
Non a caso, su questo terreno Sen. Jim Risch si ritrova spesso in sintonia con alcuni dei più influenti esponenti della politica estera del Senato: tra i repubblicani figure come Sen. Tom Cotton (AR, 2014) , Sen. Pete Ricketts (NE, 2023), Sen Todd Young (IN, 2016) e Sen, Dan Sullivan (AK, 2014); tra i democratici Sen. Mark Warner (VI, 2008), Sen. Chris Coons (DE, 2010) e soprattutto la nuova senatrice Sen, Elissa Slotkin (MI, 2024). Pur partendo da sensibilità diverse, tutti condividono l’idea che la competizione con la Cina rappresenti la sfida geopolitica centrale del XXI secolo e che la credibilità dell’impegno americano verso Taiwan costituisca uno degli snodi decisivi dell’equilibrio strategico nell’Indo-Pacifico.
Pur essendo generalmente allineato con Donald Trump, Sen. Jim Risch non ha mai aderito all’isolazionismo che caratterizza una parte crescente del movimento America First. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina ha sostenuto con forza l’ingresso di Finlandia e Svezia nella NATO e continua a considerare il sistema delle alleanze uno dei principali strumenti della potenza americana. Per certi aspetti rappresenta una delle ultime espressioni del tradizionale internazionalismo repubblicano, più vicino alla cultura politica di Sen. Mitch McConnell che a quella dei nuovi tribuni populisti della destra americana.
Questa impostazione è emersa con chiarezza anche dopo il ritiro americano dall’Afghanistan, quando Risch è stato tra i più severi critici dell’amministrazione Biden. Le sue obiezioni non riguardavano tanto la decisione di lasciare il Paese quanto le modalità dell’evacuazione, che a suo giudizio avevano compromesso la credibilità internazionale degli Stati Uniti e rafforzato la percezione di debolezza presso avversari come Russia e Cina. Analogamente, sul dossier iraniano ha sostenuto una linea di fermezza senza però abbracciare la prospettiva di nuove guerre permanenti in Medio Oriente.
Lo stile personale di Risch riflette perfettamente questa impostazione. I suoi discorsi raramente diventano virali. Non cerca la battuta destinata ai social network né il confronto spettacolare davanti alle telecamere. Preferisce il lavoro legislativo, le audizioni e la costruzione di consenso bipartisan. È una modalità di fare politica che sembra appartenere a un’altra epoca ma che continua a conferirgli una notevole credibilità all’interno del Senato.
In un’epoca dominata dai senatori-imprenditori della comunicazione, Risch rappresenta quasi un reperto politico di un’altra America: quella in cui l’influenza si misura meno dai follower e più dalla capacità di orientare le decisioni strategiche del Paese.
Non sarà ricordato come un leader di partito né come un protagonista delle campagne presidenziali.
Ma nel passaggio dell’America dalla stagione della guerra al terrorismo alla competizione globale con la Cina cè soprattutto il suo nome.
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