Filosofia

Roberto Salis: ontologia dell’opinione (parte prima)

13 Gennaio 2026

Ho avuto l’occasione di conoscere l’ing. Roberto Salis nella primavera del 2024. Insieme al direttore de GSG Jacopo Tondelli lo intervistai per fare il punto riguardo le vicende della figlia Ilaria, allora detenuta in Ungheria. Oggi abbiamo l’opportunità di pubblicare un suo saggio breve che troviamo ricco di spunti di riflessione, un testo che ci auguriamo possa  portare a un sano e corretto confronto di opinioni.

Roberto Salis, classe 1959, è laureato in Ingegneria e ha ricoperto per oltre trent’anni ruoli dirigenziali in alcune tra le più importanti multinazionali italiane e straniere, sia come consulente sia come amministratore delegato. Sino dall’età giovanile ha coltivato un profondo interesse per gli studi umanistici, filosofici e sociologici.

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Nel dibattito contemporaneo il termine opinione è usato con una disinvoltura che ne ha progressivamente svuotato il significato. Da un lato viene invocato come scudo dell’arbitrio soggettivo – “è solo un’opinione” – dall’altro come pretesto per relativizzare ogni distinzione tra vero e falso. In entrambi i casi, ciò che si perde è la comprensione filosofica del concetto: l’opinione non è né un residuo irrilevante del pensiero né una verità alternativa, ma una forma specifica di rapporto con il mondo, dotata di una sua struttura e di un suo statuto che non possono essere separati dalle condizioni in cui essa prende forma ed è comunicata

La filosofia occidentale ha incontrato il problema dell’opinione fin dalle sue origini, e non a caso lo ha fatto distinguendola con precisione dalla conoscenza. Platone è il primo a porre questa separazione in modo netto, introducendo il termine dóxa per indicare una forma di espressione del pensiero che non coincide né con la scienza né con l’ignoranza. L’opinione riguarda ciò che appare, ciò che muta, ciò che non si lascia fissare in una forma stabile. Essa non è priva di contenuto, ma è ontologicamente fragile: non possiede la solidità dell’epistème, cioè della Conoscenza, perché non può garantire il vero in modo definitivo. Tuttavia, proprio in questa fragilità risiede la sua realtà ed il suo contributo al raggiungimento della Verità, a condizione che essa possa mantenersi aperta al confronto e alla revisione. L’opinione esiste come stato mentale e come esperienza diffusa, anche se non come fondamento affidabile del sapere.

Già in questa impostazione emerge un tratto essenziale: l’opinione non è assenza di pensiero, ma pensiero che prende posizione senza possedere una giustificazione conclusiva. Dove non vi è presa di posizione, vi è ignoranza; dove vi è certezza dimostrata, vi è conoscenza. L’opinione occupa lo spazio intermedio, e lo fa assumendo sempre un carattere intenzionale: è su qualcosa. Anche quando è confusa o errata, essa implica un contenuto e un atto di assenso. Non esistono opinioni senza soggetto, ma non esistono nemmeno opinioni senza oggetto né senza una differenza minima tra il giudicare e il reagire.

Con Aristotele questo statuto indeterminato, non sufficiente né dal punto di vista soggettivo né da quello oggettivo, smette di essere considerato un limite puramente negativo e diventa una condizione strutturale dell’esperienza umana. Nei Topici e nell’Etica Nicomachea, Aristotele riconosce che in ambito pratico, etico e politico non è possibile procedere con la stessa necessità delle scienze teoriche. Qui il ragionamento parte dalle endoxa, dalle opinioni condivise o ritenute plausibili, e si sviluppa attraverso il confronto e la deliberazione. L’opinione non è ciò che resta quando manca la verità, ma ciò che rende possibile il giudizio in un mondo non riducibile a leggi universali e non interamente dominabile da automatismi o reazioni immediate.

Immanuel Kant

Questa intuizione consente anche di chiarire cosa l’opinione non è. Essa non è un dogma, perché non pretende validità assoluta; non è una credenza cieca, perché conserva in sé la possibilità della revisione. È in questo punto che la distinzione kantiana assume un valore decisivo. Nella Critica della ragion pura, Kant distingue tre modalità dell’assenso: opinione, fede e sapere, articolandole lungo due assi fondamentali, quello della sufficienza soggettiva e quello della sufficienza oggettiva.

Il sapere è l’unica forma di assenso che risulta sufficiente sotto entrambi i profili: chi sa dispone di fondamenti universalmente validi ed è interiormente convinto della loro validità. La fede, al contrario, è soggettivamente sufficiente ma oggettivamente insufficiente: chi crede è interiormente certo, ma riconosce che tale certezza non può essere imposta come conoscenza universale. L’opinione, infine, è insufficiente sia soggettivamente sia oggettivamente: chi opina non possiede né una convinzione pienamente stabile né una giustificazione conclusiva.

Questa collocazione non svaluta l’opinione, ma ne definisce con precisione lo statuto. L’opinione è una forma di giudizio consapevole del proprio limite, che non si irrigidisce in certezza né pretende validità universale. In questo riconoscimento dell’insufficienza risiede la sua legittimità filosofica. L’opinione non può essere confusa nemmeno con l’emozione o il gusto personale. Le emozioni possono orientare il giudizio, ma non lo sostituiscono. Dire, ad esempio, “questa decisione mi fa paura” esprime uno stato emotivo; dire “questa decisione è sbagliata perché produrrà determinate conseguenze” è già un’opinione, perché introduce un contenuto valutativo e una pretesa di senso che può essere discussa. In questo senso, l’opinione è sempre più di una reazione: è un’interpretazione che, proprio perché è tale deve essere sottoposta a critica e revisione.

La sua dimensione più profonda è però quella sociale. Hannah Arendt ha mostrato come l’opinione nasca e viva nello spazio pubblico, là dove i punti di vista si espongono e si confrontano. L’opinione non coincide con la verità fattuale, che deve essere protetta dalla manipolazione, ma costituisce il tessuto stesso della pluralità politica. Senza opinioni non vi è discussione, e senza discussione non vi è politica, nel senso forte di una deliberazione tra posizioni esposte e confrontabili.

Habermas riprende questa intuizione mostrando come l’opinione sia intrinsecamente legata alla comunicazione. Essa è una pretesa di validità debole, che non si impone ma si offre al confronto argomentativo. Un’opinione che non può essere discussa cessa, in senso proprio, di essere un’opinione. Da questo percorso emerge una definizione che sfugge tanto alla svalutazione quanto all’assolutizzazione: l’opinione esiste come giudizio situato, rivedibile e dotato di senso, che prende forma nella tensione tra esperienza individuale e orizzonte condiviso. Non è ciò che ostacola la verità, ma ciò che rende possibile la sua ricerca nei contesti in cui la verità non può essere data una volta per tutte, a patto che lo spazio pubblico non venga strutturalmente spinto verso la pura reazione o verso la chiusura identitaria.

L’opinione e il populismo

Se l’opinione, nella sua accezione filosofica, è una forma di giudizio consapevole della propria insufficienza, uno dei tratti più caratteristici del discorso politico contemporaneo è proprio la sistematica rimozione di questa consapevolezza. In particolare, nelle retoriche populiste sviluppatesi negli Stati Uniti e in Europa, l’opinione tende a perdere il proprio statuto intermedio e a scivolare verso due poli opposti: la certezza soggettiva della fede e la pretesa oggettività del sapere, in un contesto comunicativo che premia la semplificazione e penalizza la rivedibilità.

In figure come Donald Trump, Viktor Orbán, Marine Le Pen, Matteo Salvini o Giorgia Meloni, la mistificazione della realtà non avviene principalmente attraverso la menzogna diretta, ma attraverso una trasformazione più sottile: ciò che dovrebbe restare un giudizio rivedibile viene presentato come verità indiscutibile o come semplice constatazione dei fatti, rendendo opaca la differenza tra interpretazione e dato.

Un primo esempio è offerto dalla contrapposizione tra “il popolo” e “le élite”, centrale nel discorso di Trump e ricorrente, con declinazioni diverse, anche in Salvini, Le Pen e Orbán. Questa opposizione non viene proposta come interpretazione discutibile della realtà sociale, ma come chiave di lettura totale. L’opinione si irrigidisce in convinzione identitaria: chi sta “con il popolo” è moralmente legittimo, chi è associato alle “élite” è, per definizione, sospetto. Ogni fatto contrario non induce revisione, ma rafforza la posizione, perché viene immediatamente interpretato come manipolazione o tradimento, chiudendo lo spazio stesso del giudizio.

Viktor Orbán e Matteo Salvini

Qui l’opinione assume la forma della fede: l’assenso è soggettivamente assoluto, ma oggettivamente infondato, e tuttavia non riconosce la propria insufficienza. La distinzione kantiana torna illuminante: ciò che dovrebbe restare opinione viene vissuto come certezza interiore, non perché meglio fondata, ma perché identitariamente protetta. Una dinamica analoga si ritrova nella figura del leader che afferma di “dire quello che la gente pensa”, formula ricorrente nel linguaggio di Trump e Salvini e presente, con accenti differenti, in altri contesti populisti. L’opinione non è più una posizione tra le altre, ma viene presentata come espressione immediata di una volontà collettiva presunta. Il leader non argomenta: incarna. Il dissenso non appare come un’alternativa legittima, ma come una negazione dell’identità comune. Anche qui l’opinione si trasforma in fede perché viene assolutizzata la fonte del giudizio, non il suo contenuto. La stessa logica è visibile nelle narrazioni apocalittiche sull’immigrazione e sull’identità nazionale, ricorrenti in Le Pen, Salvini e Orbán. Espressioni come “invasione” o “sostituzione” costruiscono una cornice di minaccia esistenziale che non mira a comprendere un fenomeno complesso, ma a produrre una certezza emotiva. I dati, quando compaiono, non orientano il giudizio: lo ritualizzano. L’opinione perde ogni rivedibilità e diventa racconto salvifico, funzionale alla stabilizzazione di un frame predefinito.

Accanto a questa trasformazione fideistica, il populismo mette in atto un movimento speculare: l’opinione si traveste da sapere. Ciò avviene quando una posizione politica viene presentata come semplice constatazione dei fatti, accompagnata da dati selezionati o statistiche isolate. Trump, Salvini e Meloni ricorrono spesso a questa strategia, introducendo affermazioni controverse con formule come “i numeri parlano chiaro” o “è la realtà”. Il linguaggio è quello dell’oggettività, ma manca la disponibilità alla confutazione che caratterizza il sapere autentico.

In questo contesto merita attenzione anche una specifica strategia linguistica ricorrente nel discorso pubblico di Giorgia Meloni, ossia l’uso insistito dell’intercalare “sinceramente” a introduzione o a rafforzamento delle proprie affermazioni. Si tratta di un elemento apparentemente marginale, ma in realtà rivelatore di una dinamica retorica significativa. L’appello alla sincerità non aggiunge nulla al contenuto dell’enunciato, né ne rafforza la fondatezza argomentativa; agisce invece sul piano della postura del soggetto che parla, spostando l’attenzione dalla verificabilità di ciò che viene detto alla presunta qualità morale di chi lo dice, anticipando una richiesta di fiducia che precede il giudizio.

Questo slittamento è particolarmente problematico se collocato nel quadro della distinzione tra opinione, fede e sapere. L’invocazione della sincerità non produce né sapere, perché non introduce criteri di confutazione, né opinione nel senso forte del termine, perché tende a chiudere preventivamente lo spazio del confronto. Essa opera piuttosto come surrogato di garanzia: non sichiede di valutare l’affermazione, ma di fidarsi della persona. In questo modo, un tratto che dovrebbe costituire il presupposto minimo dell’agire politico – non mentire deliberatamente – viene trasformato in elemento di legittimazione straordinaria, spostando l’asse del giudizio dal contenuto al soggetto.

L’effetto complessivo è una personalizzazione del giudizio che indebolisce il controllo critico. Dire “sinceramente” non rende un’affermazione più vera, ma tende a renderla meno discutibile, perché sposta implicitamente l’eventuale dissenso dal piano del contenuto a quello dell’intenzione. Chi contesta non sembra più confutare un’idea, ma mettere in dubbio la buona fede dell’interlocutore.

Anche qui si manifesta una forma di travestimento: ciò che dovrebbe essere sottoposto a verifica viene protetto da una cornice morale che ne disinnesca la rivedibilità. Inserita nel più ampio uso di formule come “è la realtà” o “i numeri parlano chiaro”, questa strategia contribuisce a costruire un discorso che simula l’oggettività senza accettarne le regole, e che rafforza la certezza soggettiva del leader invece di aprire lo spazio del giudizio condiviso. L’opinione, così, non viene difesa, ma aggirata: non viene argomentata, ma messa al riparo dietro una dichiarazione di sincerità che funziona come schermo retorico.

Un’ulteriore declinazione di questa mistificazione si manifesta nella contrapposizione retorica tra “realtà” e “ideologia”. L’opinione viene presentata come descrizione neutra del mondo, mentre le posizioni alternative vengono liquidate come costruzioni ideologiche. Come ha mostrato George Lakoff, ogni discorso politico è sempre già incorniciato da un sistema di valori e metafore morali. Negare il carattere interpretativo della propria posizione non significa uscire dall’ideologia, ma renderla invisibile.

In termini kantiani, ciò equivale ad attribuire oggettività a ciò che rimane un giudizio soggettivo, sottraendolo al confronto. Infine, l’opinione assume l’apparenza del sapere quando viene naturalizzata come ovvietà sociale: “lo sanno tutti”, “è evidente”. In questo modo il giudizio viene sottratto al confronto, non perché indiscutibile, ma perché presentato come già condiviso. In tutti questi casi, la mistificazione non consiste semplicemente nell’errore, ma nello slittamento di statuto: l’opinione viene caricata di una certezza soggettiva che la trasforma in fede, oppure rivestita di una pretesa oggettività che la fa passare per sapere. Così facendo, si dissolve quello spazio intermedio in cui il giudizio potrebbe restare aperto, dialogico e responsabile, preparando il terreno a forme di adesione, non più fondate sul confronto, tanto care ai regimi autoritari.

Le opinioni non scompaiono dal discorso politico contemporaneo: proliferano. Ma proprio perché non vengono più riconosciute come tali, cessano di svolgere la loro funzione critica e diventano strumenti di chiusura del confronto. È in questa trasformazione silenziosa che si consuma una delle forme più efficaci di mistificazione della realtà nel dialogo politico attuale, senza avere alcun bisogno di sopprimere formalmente la libertà d’espressione.

Ontologia dell’opinione

Dopo aver chiarito che cosa sia un’opinione e come il suo statuto venga deformato nel discorso politico contemporaneo, diventa necessario interrogarsi sulle condizioni della sua esistenza. L’ontologia dell’opinione non riguarda la sua verità o falsità, ma ciò che rende possibile il suo darsi come fenomeno reale all’interno di uno spazio condiviso di giudizio.Un’opinione esiste solo se vi è un soggetto che la porta. Non esistono opinioni senza qualcuno che opina, sia esso un individuo, un gruppo o un’istituzione. Gli enunciati, da soli, non sono opinioni: lo diventano solo quando sono assunti come giudizi e quando tale assunzione comporta un minimo grado di responsabilità rispetto a ciò che viene affermato. Ma il soggetto non basta. L’opinione deve avere un contenuto: qualcosa di cui si opina. Essa è sempre intenzionale, orientata verso un oggetto. Dove manca questa direzionalità, si è nel campo dell’emozione indistinta, non dell’opinione. L’opinione può fungere da stimolo o da sfondo dell’opinare, ma non ne costituisce mai, da sola, la struttura.

L’opinione implica inoltre una presa di posizione non definitiva. Ontologicamente, essa vive nella tensione tra adesione e apertura: non sospende il giudizio, ma non lo chiude. Un giudizio assolutizzato cessa di essere opinione; un giudizio che non assume posizione non riesce nemmeno a costituirsi, rappresenta solo il nulla. L’opinione, perché sia tale, deve dunque mantenere aperta la possibilità della revisione, anche quando l’adesione soggettiva è forte. Per esistere, l’opinione deve essere mentalmente rappresentata. Non è necessario che venga espressa, ma deve essere articolabile, almeno in linea di principio, nel linguaggio. Questa potenziale esprimibilità la lega strutturalmente alla possibilità del confronto.

L’opinione richiede anche una stabilità minima. Non coincide con un impulso momentaneo, ma con una posizione che persiste abbastanza da essere riconoscibile come tale, e che sia suffragata da un’esperienza o da un solido approfondimento. Infine, ogni opinione esiste all’interno di un orizzonte interpretativo. Presuppone valori, criteri, aspettative che la rendono intelligibile. Nessuna opinione nasce nel vuoto. Da queste condizioni emerge l’opinione come realtà fragile ma strutturata: uno stato o processo in cui un soggetto mantiene una rappresentazione valutativa orientata verso un’ipotesi, senza pretendere una chiusura definitiva del senso. Quando l’opinione viene assolutizzata in fede o irrigidita in sapere, non viene solo distorta sul piano etico o politico, ma ontologicamente annullata. Recuperarne lo statuto significa restituire dignità a quella zona intermedia del pensiero in cui il giudizio può formarsi senza essere immediatamente catturato da automatismi emotivi o vincoli identitari, e senza la quale non sono possibili né la ricerca della verità né la vita comune

Social, opinione e responsabilità

Lo spazio dei social network ha modificato radicalmente le condizioni di esistenza dell’opinione nello spazio pubblico. Non si tratta soltanto di una trasformazione quantitativa – la moltiplicazione delle voci, la velocità della circolazione dei contenuti, la pervasività dell’esposizione – ma di una trasformazione qualitativa che investe direttamente lo statuto dell’opinare alterando il modo in cui i giudizi si formano, circolano e vengono interiorizzati. Mai come oggi è possibile produrre enunciati pubblici senza che sia chiaro chi parli, a quali condizioni parli e con quale grado di assunzione del giudizio; e soprattutto senza che sia evidente perché lo dica, quali interessi rappresenti, quali conflitti diinteresse lo muovano, in definitiva quale vantaggio ne tragga in termini di visibilità, riconoscimento o appartenenza.

Se si assume sul serio quanto emerso nei paragrafi precedenti, diventa evidente che non ogni enunciato pubblico è un’opinione in senso proprio. L’opinione, per esistere, richiede un soggetto riconoscibile, un contenuto intenzionale, una presa di posizione rivedibile e una collocazione, almeno potenziale, nello spazio del confronto. I social network, pur ampliando enormemente lo spazio dell’enunciazione, tendono al tempo stesso a erodere proprio queste condizioni, favorendo la proliferazione di affermazioni che appaiono opinioni senza esserlo, perché premiano la reazione immediata più della riflessione e la reiterazione più della rivedibilità. Un primo esempio chiarisce bene questa distinzione. Un account anonimo che interviene ripetutamente sotto contenuti politici con affermazioni aggressive e apodittiche – “è tutto un complotto”, “i media mentono sempre”, “chi non capisce è complice” – non sta offrendo un’opinione nel senso ontologico del termine. Non vi è una presa di posizione argomentabile, non vi è disponibilità alla revisione, non vi è esposizione al confronto. Ciò che viene prodotto è un atto espressivo volto a rafforzare un frame, spesso facendo leva su reazioni emotive e polarizzanti, non un giudizio che chieda di essere discusso. L’enunciato ha effetti comunicativi, ma non si configura come opinione.

BOT

Ancora più netto è il caso dei BOT e degli account automatizzati. Le affermazioni prodotte da questi sistemi non sono opinioni nemmeno in senso debole. Un BOT non è un soggetto che giudica, ma un meccanismo che genera enunciati in base a istruzioni, probabilità o obiettivi strategici. Può simulare il linguaggio dell’opinione, ma non possiede intenzionalità, adesione, rivedibilità né responsabilità. Attribuirgli un’opinione significa compiere un errore ontologico: confondere un segnale con un giudizio e scambiare l’attivazione emotiva per una presa di posizione.

Un secondo esempio rende evidente il problema sul piano politico. Quando reti coordinate di account – umani o automatizzati – diffondono messaggi come “i numeri parlano chiaro: l’immigrazione è un’invasione” o “è evidente che le elezioni sono state truccate”, non siamo di fronte a una pluralità di opinioni, ma a una strategia di mistificazione della realtà. L’enunciato è costruito per apparire come sapere o come convinzione condivisa, ma non soddisfa i requisiti ontologici dell’opinione: non è rivedibile, non è orientato al confronto, non è assunto come giudizio responsabile da un soggetto identificabile, bensì come segnale di allineamento a una lettura del mondo già data.

Per descrivere queste forme discorsive è utile introdurre un termine specifico: pseudo-opinioni. Le pseudo-opinioni sono affermazioni che imitano la forma dell’opinione – il linguaggio valutativo, la postura soggettiva, la pretesa di legittimità – ma ne negano la sostanza ontologica. Non sono giudizi, ma dispositivi: servono a imporre frame, a saturare l’attenzione, a restringere lo spazio del pensabile, attivando risposte immediate anziché processi di valutazione.

È in questo contesto che va affrontata la questione del blocco o del ban di account troll, BOT o reti di disinformazione. Quando tali soggetti denunciano queste pratiche come “attacchi alla democrazia” o “censura della libertà di opinione”, operano una mistificazione concettuale di fondo. Non viene infatti limitata un’opinione, ma viene interrotta la diffusione di pseudo-opinioni che occupano lo spazio pubblico senza rispettarne le condizioni di esistenza. Non viene tolto nulla, perché nulla si era provato ad aggiungere: la pseudo-opinione non offre un contributo nel merito, non introduce elementi critici, non migliora quanto già espresso, ma si limita a replicare e rinforzare una cornice interpretativa predefinita.Bloccare un BOT o un troll non significa sopprimere un giudizio, ma impedire che un meccanismo o una strategia comunicativa continui a presentarsi illegittimamente come voce del dibattito. Non si tratta di limitare la libertà di espressione, ma di difendere lo spazio dell’espressione significativa. La libertà di opinione non consiste nel diritto di far passare qualsiasi enunciato come opinione, ma nella possibilità che i giudizi autentici possano emergere senza essere soffocati da frame imposti e rumore artificiale che favoriscono l’adesione istintiva anziché la valutazione critica.

In questo senso, il fenomeno noto come “La Bestia” – la macchina mediatica della Lega di Matteo Salvini – costituisce un esempio paradigmatico. Non si tratta di uno strumento volto a favorire il confronto di opinioni, ma di un dispositivo progettato per imporre frame comunicativi rigidi e costringere gli interlocutori a collocarsi al loro interno assumendo posizioni estreme, a favore o contro. Il contenuto specifico passa in secondo piano: ciò che conta è saturare lo spazio pubblico e ridurre la complessità del discorso a una polarizzazione binaria stabile, facilmente riconoscibile e immediatamente mobilitabile.

Da questo punto di vista, l’esclusione delle pseudo-opinioni dallo spazio pubblico digitale non è una pratica antidemocratica, ma una condizione della democrazia stessa. Laddove tutto viene ammesso indiscriminatamente come opinione, l’opinione perde il suo statuto e il confronto diventa impossibile. La democrazia non si indebolisce quando si pongono limiti ontologicamente fondati all’accesso al discorso pubblico; si indebolisce quando tali limiti vengono negati in nome di una libertà astratta che finisce per favorire chi manipola meglio le cornici del senso e orienta il giudizio attraverso stimoli primari.

La responsabilità dell’opinare nei social non riguarda quindi solo ciò che si dice, ma anche ciò che si riconosce come degno di discussione. Difendere l’opinione significa difendere le condizioni che la rendono possibile. E in uno spazio dominato dall’attenzione, questo implica talvolta un gesto controintuitivo ma necessario: non rispondere, non amplificare, non legittimare ciò che non è un giudizio, ma solo una sua caricatura progettata per catturare e trattenere l’attenzione. Il rischio ultimo dello spazio digitale non è la proliferazione delle opinioni, ma la loro dissoluzione.

Quando le pseudo-opinioni occupano stabilmente la scena, l’opinione autentica perde visibilità, e con essa la possibilità di una responsabilità condivisa nel rapporto con la verità. Preservare lo statuto dell’opinione significa allora preservare la libertà stessa del pensiero pubblico.

 

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