Diritti
I bambini in quest’epoca di guerra: intervista a Bruno Maida
Bruno Maida – professore di Storia contemporanea presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Torino, specializzato in Storia dell’Infanzia (unica cattedra in Italia) – ha da poco dato alle stampe per Laterza un volume tanto necessario quanto prezioso, I tamburi di guerra mi fanno tremare. L’infanzia in Ucraina, il racconto in presa diretta dei bambini in Ucraina attraverso la lettura dei loro disegni. Un racconto della guerra e della sua disumanità vista attraverso gli occhi dell’infanzia, ma anche una resistenza ostinata e vitale che cerca sprazzi di futuro là dove pare che tutto sia destinato a crollare.
Lei ha esplorato le condizioni dell’infanzia durante i conflitti in molti dei suoi saggi, come è cambiata – se è cambiata – la condizione dei bambini dal Novecento ai conflitti contemporanei e in particolare in Ucraina?
La condizione dell’infanzia nel corso delle guerre dal Novecento fino a oggi è sostanzialmente peggiorata, basti pensare al fatto che sono almeno mezzo miliardo i bambini che vivono in contesti di guerra, quindi in territori che sono influenzati direttamente o indirettamente dai conflitti. Un aumento che negli ultimi trent’anni è stato vertiginoso. D’altra parte, però, nel corso del Novecento è stata realizzata una serie di interventi legislativi e di convenzioni di carattere internazionale che hanno creato – teoricamente – migliori condizioni per l’infanzia nei contesti di guerra. Tuttavia, il vero problema è che tutte quelle norme prodotte dalle organizzazioni internazionali sono state applicate poco e male.
Quindi in generale non si può dire che la condizione dell’infanzia sia migliorata, lo si vede anche in Ucraina dove vengono garantite solo in modo limitato le più elementari condizioni di vita che includono la protezione dai bombardamenti, e la possibilità di proseguire nel percorso scolastico (esiste una convenzione internazionale su questo specifico tema) e di poter continuare a vivere con i propri genitori. La medesima assenza di diritti la stanno vivendo i bambini e le bambine in Iran, così come in qualunque altro luogo dove si sta oggi combattendo.
Le convezioni internazionali che hanno preso corpo nel secondo dopoguerra stanno dunque franando?
Direi più in generale che il segno è quello della crisi del diritto internazionale che nel corso del Novecento ha avuto – seppur con tutti i limiti possibili – un ruolo di moderazione nell’impatto della guerra sulla popolazione civile. Oggi invece siamo immersi in una condizione di radicale debolezza del diritto internazionale che si palesa ormai quotidianamente là dove si apre un nuovo conflitto armato. Lo si è visto e lo si vede a Gaza così come nella guerra in Ucraina. Basti pensare al rapimento dei bambini e alla loro deportazione dall’Ucraina verso la Russia, una pratica che va assolutamente contro qualunque norma internazionale.
Che ruolo assume il gioco per i bambini durante un conflitto?
I bambini giocano sempre e anche nei contesti di guerra hanno sempre giocato così come lo facevano all’interno dei Lager nazisti. Il gioco è un modo non solo per organizzare il tempo, ma anche per dare un senso alle cose attorno, al mondo che li circonda. Non bisogna dunque stupirsi se i bambini in contesti come quello ucraino giochino alla guerra, perché giocare alla guerra non è una cosa solo atavica che vive all’interno di una ricostruzione del mondo da parte dell’infanzia, ma è uno sguardo sul mondo con il quale i bambini hanno a che fare. Il gioco infatti è prima di tutto una forma di racconto della guerra e di rappresentanza della guerra stessa come forma di sopravvivenza.
In che modo i bambini raccontano la guerra?
Innanzitutto i bambini raccontano molto la guerra e lo fanno in vari modi a partire dal gioco. Questa cosa secondo me è molto importante perché ci fa capire come nelle guerre i bambini non siano soltanto vittime, ma attori e spettatori, capaci di lasciare segni e tracce che spesso gli adulti sottovalutano o non sanno considerare nel mondo giusto. In molti casi si tratta di racconti orali, ma più spesso – in particolare per i bambini più piccoli – il racconto prende la forma del disegno. Una forma di racconto utilissima per psicologi ed educatori per comprendere il trauma della guerra e per capire come poter intervenire sul dopo. Perché la guerra lascia sempre segni profondissimi e di lunghissimo periodo.
Cosa comporta la presenza di una tecnologia che rende ormai ogni informazione immediata e ogni fatto di guerra visibile per i bambini?
Come sempre con la tecnologia, dipende dall’uso che se ne fa. Infatti oggi gli strumenti tecnologici possono essere molto importanti per i bambini perché, oltre a trasmettere immagini violente, permettono di mantenere relazioni affettive che prima venivano bruscamente interrotte. Spesso oggi, anche se i genitori si trovano al fronte, c’è la possibilità per i bambini di restare in contatto parlandosi e vedendosi. La tecnologia permette così di mantenere attivi quei fili, quei legami che nelle guerre precedenti venivano inevitabilmente spezzati, anche per anni. Poi certamente, c’è anche un dato negativo e difficile da impedire e bloccare che è l’aspetto pornografico della tecnologia contemporanea che permette di vedere ogni cosa senza alcun limite. Un aspetto che non mediato può generare traumi e alla violenza.
La guerra in un certo senso impone anche la fine dell’infanzia? La perdita dell’innocenza?
L’idea che la guerra porti via l’infanzia e che l’infanzia finisca con la guerra, così come l’idea che la guerra sia la fine dell’innocenza nella storia degli Stati, è abbastanza equivoca e anche un po’ banale e retorica. L’infanzia è un’età e come tale tende a finire e gli Stati non nascono certamente innocenti. Poi certo, durante le guerre l’infanzia subisce una sorta di accelerazione improvvisa esaurendosi in modo non lineare. Tanto che un bambino che vive un conflitto – a differenza di un adulto che contiene l’esperienza di guerra all’interno della propria esistenza di persona già formata – si troverà in futuro a fare i conti con condizionamenti, paure e insicurezze che provengono da quegli anni vissuti in guerra come tempo della crescita. Un’esperienza che non sarà mai uguale per tutti, ma una separazione obbligata dai propri genitori come spesso accade in guerra non può che essere vissuta dai bambini come una forma di abbandono e ferita difficile da rimarginare.
Assistiamo anche a disagi di carattere post-traumatico?
Certamente, e sono moltissimi e di varia natura. C’è chi si è trovato a vivere in prima linea e chi diversamente ha potuto beneficiare di condizioni meno estreme. Un bambino ucraino che vive nel Donbas e quindi vicinissimo al fronte di guerra, è probabile che sperimenti in modo diverso il trauma rispetto a un bambino che abita a Kiev dove le condizioni sono migliori. Così come è diverso il trauma per un bambino molto piccolo, magari è nato durante la guerra e che ha quindi un determinato tipo di memoria rispetto a un bambino più grande. L’infanzia è un’età complessa, composta al suo interno – se così si può dire – di tante età diverse e di tante esperienze diverse. Il trauma della guerra risulterà infatti più complesso e approfondito se è conseguenza di una guerra lunga come quella che sta avvenendo in Ucraina che ha ormai raggiunto quasi la lunghezza temporale della Seconda Guerra Mondiale.
Quindi i segni e le ferite psicologiche saranno ancora più profonde?
Certo, e questo dovrebbe portarci a comprendere quanto quelle ferite, anche una volta sparato l’ultimo colpo o firmato un accordo di pace, vivano ancora in quello spazio temporale che viene definito dopoguerra, disagi e macerie fatti da tracce difficili da estirpare. Traumi che condizioneranno molto probabilmente tutta l’esistenza di quelli che oggi sono bambini e bambine in guerra.
Nella guerra in Ucraina per la prima volta gli animali domestici sono stati considerati come un elemento fondamentale per la sopravvivenza e per la vita dei civili, cosa ne pensa?
Durante le guerre si perde sempre qualcosa, si perdono affetti, persone ovviamente, ma anche cose che sono segni di vita e memoria. Ed è interessante che proprio in Ucraina si sia posto il problema degli animali domestici, tema che non era mai emerso in precedenza in modo così forte e sostanziale. Le persone, le famiglie e ovviamente i bambini possono portare con sé i propri animali e questo fatto implica l’applicazione di una nuova legislazione nazionale come internazionale. Se si accoglie questo punto di vista bisogna anche considerare aspetti magari banali, ma che possono diventare determinanti durante un conflitto, come ad esempio le malattie degli animali, le vaccinazioni e la gestione in nuovi spazi di accoglienza. È un tema che si riallaccia per quanto riguarda l’infanzia – anche se non riguarda gli esseri viventi – alla necessità dei bambini e delle bambine di poter portare con sé i propri oggetti. Spesso i genitori considerano questo aspetto futile tanto più sotto un bombardamento e con la necessità impellente di fuggire e di trovare un nuovo riparo. Ma i giochi e le cose dei bambini rappresentano un elemento fondamentale per la costruzione della loro esistenza e conservazione della loro memoria. Per un bambino avere con sé i propri giocattoli significa conservare pezzi della propria vita. Sono forme di protezione psicologica estremamente importanti. E quindi ancor di più quando se si tratta di un compagno di vita e di giochi come un animale domestico.
Forse gli animali rappresentano anche un fattore di connessione tra il mondo dell’infanzia e quello dell’età adulta? Tra i figli e i genitori?
Qui l’elemento nuovo è il riconoscimento dell’animale come parte integrante della famiglia. Qualunque cosa accada non si può scappare, andare via senza portare con sé un fratello o il nonno. E questo ora vale anche per gli animali. Quando è esplosa la guerra in Ucraina mi ha molto colpito che nella fuga improvvisa gli animali dello zoo fossero rimasti ingabbiati senza più cure e cibo. Non sono stati evidentemente considerati parte della società. La connessione con gli animali domestici si traduce invece nell’idea di salvare la famiglia nella sua interezza.
Anche se non è sempre possibile, immagino
Ovvio, ma resta il fatto fortissimo che tutto quello che non viene salvato, anche gli oggetti che inevitabilmente si abbandonano, rappresentano una perdita assoluta. Quegli oggetti sono parte di una vita precedente che la guerra ha interrotto producendo una frattura tra prima e dopo. Tutto quello che viene conservato di quella vita precedente rappresenta una forma di affetto prima di tutto, ma anche di conservazione della memoria. Quegli oggetti messi in salvo offrono la possibilità di vivere una vita futura più vicina a quella che è stata perduta.
Che tempo è quello del dopoguerra?
Innanzitutto bisogna partire da un punto preciso, le guerre producono macerie e quando parliamo di macerie ovviamente parliamo non solo di quelle fisiche e materiali, ma anche di quelle psicologiche e identitarie. Questo significa che a seconda di come ognuno ha vissuto la guerra si avranno diverse percezioni della sua fine, determinando punti di vista estremamente soggettivi. Il dopoguerra secondo me è uno spazio molto rischioso perché non finisce nel momento in cui termina la guerra, ma si trascina per lungo tempo. La parola stessa dopoguerra è una parola di spaventosa ambiguità perché ci dice che è finito qualcosa, ma non definisce in che tempo si vive. Nel bellissimo libro di Tony Judt, Dopoguerra. La nostra storia (Mondadori) si parla di un dopoguerra che parte nel 1945 e finisce nel 1989! Il dopoguerra comprende al suo interno una fase lunghissima dentro alla quale si devono affrontare i traumi, ricostruire e devono prendere forma nuove consapevolezze. Su questo aspetto secondo me si ragiona ancora troppo poco, forse perché significa ragionare prima di tutto sulle proprie responsabilità, e questo raramente viene fatto per davvero e con profondità.
L’Europa ha saputo accogliere degnamente i civili ucraini?
Innanzi tutto dire Europa vuole dire parlare di un concetto ancora molto vago sul piano politico, però certamente i paesi europei si sono dimostrati fin dall’inizio estremamente generosi con la popolazione ucraina che è stata giustamente accolta tenendo anche conto della specificità dell’infanzia. Per esempio, attraverso le comunità e le famiglie si è cercato di ripristinare il più possibile un contesto d’integrazione naturale, caloroso e affettivo. I bambini hanno potuto andare nuovamente a scuola e costruirsi una sorta di continuità tra il luogo che hanno dovuto abbandonare e il luogo in cui si sono ritrovati a vivere. Detto questo non si può far finta che mentre gli ucraini sono stati accolti molto generosamente, allo stesso modo così non è avvenuto per i profughi afghani, siriani e di qualunque altro paese in guerra. In questo vedo una forma razzista dell’accoglienza secondo cui sembra naturale accogliere coloro che vengono da una guerra a noi vicina e che riconosciamo e invece non chi viene da guerre lontane, magari perché ha una pelle di colore diverso e una cultura a noi più distante. Questo doppio peso, questa doppia valutazione non toglie nulla alla generosità degli europei, ma rappresenta quantomeno un’espressione evidente della nostra incapacità a misurarci con i processi migratori.
Non c’è anche una mancanza di consapevolezza rispetto alla complessità delle cose del mondo?
Più che altro io direi che siamo di fronte a un profondo egoismo applicato all’interno dei paesi europei in modo fortemente differenziato, basti pensare alle politiche liberticide dell’Ungheria di Orban, decisamente peggiori di quelle italiane per quanto riguarda l’accoglienza di profughi e migranti. Chi fugge dalla guerra, dalla fame o da condizioni di vita inaccettabili dovrebbe essere considerato universalmente sullo stesso piano. Quindi più che assenza di consapevolezza c’è una consapevolezza fondata su politiche discriminatorie, politiche che incidono poi in profondità nella vita delle persone. Io non vedo nessuna differenza tra un bambino che fugge dalla Siria, dall’Afghanistan, dalla Palestina ora anche dall’Iran, rispetto a un bambino che fugge dall’Ucraina e invece nei fatti non è così.
Cosa l’ha portata negli anni ad affrontare il tema dell’infanzia nei conflitti?
Fondamentalmente perché da un punto di vista storiografico sono convinto che l’infanzia sia un soggetto protagonista della storia. Cioè che non sia un soggetto passivo o secondario che dipende soltanto dagli adulti e dalle loro scelte.Nelle guerre per esempio l’infanzia è certamente vittima, ma non è passiva. La vittimizzazione è infatti sempre la costruzione di un’etichetta. L’infanzia sceglie, agisce, guarda, pensa, ricorda, dimentica nella vita quotidiana e anche – seppure in parte – nelle guerre. I bambini compiono tutte le azioni che fa qualunque altro soggetto protagonista nella storia. Per me affermare il protagonismo dell’infanzia nella storia significa ovviamente studiarne il fenomeno, perché questo è il mio mestiere, ma per prima cosa rivelarne una complessità e una necessità di protezione fondamentale nei contesti di guerra. E invece ancora oggi assistiamo a dibattiti rozzi tra chi sta dalla parte dell’Ucraina e chi dalla parte della Russia. Il punto è che la protezione dell’infanzia riguarda i bambini che vivono in Donbas, magari in famiglie che si riconoscono come russofone, così come bambini che vivono in famiglie che si riconoscono come pienamente ucraine. L’infanzia ci mette di fronte a dei fondamentali e stare da una parte o dall’altra non ha alcun senso, perché i diritti umani dovrebbero essere assolutamente universali. Poi certamente non posso non dimenticare – da un punto di vista strettamente autobiografico – che il tema dell’infanzia è diventato per me più urgente quando sono nati i miei figli. A quel punto ho avvertito una necessità rispetto a come si vorrebbe lasciare il mondo ai propri figli.
Le guerre stano diventando inevitabili?
Io non so se le guerre sono un dato naturale dell’umanità, francamente lascio questa risposta ai filosofi o agli antropologi, come storico non saprei dirlo con sicurezza, ma di certo assistiamo negli ultimi anni a una mancanza di protezione dell’infanzia nelle guerre in un modo molto preoccupante. Vorrei che le grandi organizzazioni umanitarie indipendenti come Save The Children o Medici senza frontiere non esistessero perché dovrebbero essere gli Stati a occuparsi di questi temi e urgenze e non per bontà o generosità, ma per gli impegni che sono stati presi nel tempo nella protezione dell’infanzia nei contesti di guerra. Questo invece non accade e sembra che accada sempre meno. Non possiamo però restare indifferenti, e come genitore mi sento impegnato cercare di costruire un pezzo di mondo migliore di quanto ho davanti agli occhi.
Un rigurgito di violenza – anche verbale – che appare oggi propugnato proprio dagli Stati Uniti. Che conseguenze può avere questa politica?
Conseguenze sicuramente devastanti, perché ci riporta a cose che l’Occidente degli ultimi 80 anni aveva in qualche modo combattuto o quanto meno moderato. Stiamo uscendo da un’idea di cittadinanza che è compiuta come costruzione e affermazione dei diritti per entrare in un contesto che mette al primo posto la violenza attraverso una partecipazione armata diffusa. Ormai in molti Stati anche occidentali c’è l’idea che tra scuola ed esercito ci debba essere un elemento di continuità. In Turchia la militarizzazione dell’infanzia è fortissima e anche nei regimi diciamo più democratici s’impone sempre più l’idea che la forza e non il diritto, sia un elemento fondamentale.
Come ha potuto prendere forma una tale regressione?
Secondo me dipende molto dal fatto che noi per 80 anni abbiamo identificato la nostra pace come se fosse la pace del mondo. Non possiamo mai dimenticare che quello che noi chiamiamo diritto internazionale è un diritto umanitario pensato dall’Occidente secondo le regole dell’Occidente.
E allora cosa direbbe a un bambino che vive la guerra e cosa invece a un bambino che la guerra la vede sugli schermi di casa?
Un bambino in guerra va protetto giorno dopo giorno con una serie di accorgimenti anche molto pratici, aiutandolo a riconoscere le nuove forme di pericolo che la guerra comporta. A chi la guerra invece la vede da lontano bisognerebbe alimentare l’idea che la pace va costruita con la pace. L’idea di guerra non deve essere considerata come una condizione normale dell’esistenza. I bambini sono molto più intelligenti e attenti degli adulti, basta guardare i loro disegni, sia di coloro che vivono in guerra sia di coloro che la guerra la vedono soltanto. Non si può non notare infatti come i bambini da un lato rappresentino la guerra, ma al tempo stesso esprimano l’esigenza di vedere un dopo diverso e possibile. Insomma disegnano anche la speranza. Per quanto possa apparire una cosa ovvia credo che per aiutare i bambini sia fondamentale costruire l’idea e la pratica della pace in casa, e farlo quotidianamente.
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