Economia
Siamo poveri, evasori o evasori poveri? Il cortocircuito sui media
Gli stessi media che denunciano l’evasione di massa lamentano l’impoverimento del ceto medio. Ma se il Paese si impoverisce, si riducono anche i contribuenti che pagano l’Irpef. L’evasione è davvero un male, ma non tutto il male viene per nuocere.
I media nostrani lanciano a ripetizione due grida di dolore che, almeno in parte, si contraddicono l’una con l’altra. La prima riguarda l’evasione fiscale diffusa: in Italia, secondo questa narrazione, le tasse le pagherebbero sempre gli stessi, mentre milioni di persone vivrebbero a spese degli altri. La seconda riguarda l’impoverimento del ceto medio, con salari fermi da decenni in termini reali.
Dal punto di vista statistico, i due fenomeni possono benissimo coesistere: un Paese può impoverirsi ed evadere le tasse allo stesso tempo. La contraddizione emerge nel modo in cui vengono denunciati. Quando si parla di fisco, chi non versa l’Irpef è un furbetto mantenuto e si arriva a contare anche i neonati per amplificare statisticamente e mediaticamente questo fenomeno. Quando invece si parla di salari, gran parte della popolazione è vista come vittima di un declino economico trentennale. Le due narrazioni raramente si incontrano nello stesso articolo. Proviamo a farle incontrare.
Un Paese più povero paga meno Irpef
I dati sui salari sono noti. Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, le retribuzioni lorde dei lavoratori del settore privato sono calate del 6,6% in termini reali dal 1990. Dopo l’ondata di inflazione del 2022 e del 2023, l’OCSE rileva che i salari reali sono ancora inferiori del 6,1% rispetto all’inizio del 2021. Nel secondo trimestre di quest’anno, dopo dieci trimestri in cui erano cresciute più dei prezzi, le retribuzioni contrattuali sono tornate sotto l’inflazione.
L’Irpef è un’imposta progressiva che prevede una soglia di esenzione, detta no-tax area, fissata a 8.500 euro per i dipendenti e i pensionati e a 5.500 euro per i lavoratori autonomi. Se i redditi ristagnano per decenni, molti rimangono al di sotto di tale soglia o vi si avvicinano. Per proteggerli, la politica l’ha anche aumentata nel tempo. In un Paese che si impoverisce, il calo del numero di contribuenti Irpef dovrebbe quindi essere un effetto scontato, non un’anomalia morale.
C’è poi un terzo gruppo. Il regime forfettario e la cedolare secca sottraggono redditi alla base imponibile dell’Irpef per scelta del legislatore, tassandoli con imposte sostitutive. Chi vi ricorre paga, ma non sull’Irpef.
Le ragioni per non versare l’imposta sul reddito sono dunque almeno tre: redditi troppo bassi, esenzioni previste dalla legge ed evasione. Metterle tutte sotto la stessa voce, “quelli che non pagano le tasse”, è fuorviante, ma fa audience.
L’evasione c’è, e si sa dove
Nessuno può negare l’evasione. Secondo la Relazione del Ministero dell’Economia e delle Finanze, pubblicata il 6 ottobre, per il 2023 si stima un mancato gettito fiscale e contributivo compreso tra 107,9 e 112,8 miliardi. La voce più consistente resta quella relativa all’Irpef di lavoratori autonomi e imprese, pari a 38,4 miliardi, con una propensione all’evasione del 59,7%. Su 100 euro dovuti, all’erario ne arrivano circa 40.
Proprio perché il fenomeno è così esteso, vale la pena analizzarlo con gli strumenti della macroeconomia, uscendo per un momento dai luoghi comuni.
L’evasione di sopravvivenza
Per evitare equivoci, è meglio prendere subito le distanze dal “pizzo di Stato”. Nel 2023, a Catania, la presidente del Consiglio affermò che la lotta all’evasione doveva essere condotta concentrandosi sulle grandi aziende e sulle banche, e non sui piccoli commercianti a cui viene chiesto il “pizzo di Stato”. Si tratta di una formula inaccettabile che equipara il dovere fiscale a un’estorsione. Inoltre, quella dei grandi gruppi è in buona parte elusione e, così come l’evasione non è solo dei piccoli, l’elusione non è solo dei grandi.
Detto questo, esiste un’evasione che si potrebbe definire di sopravvivenza. L’Italia è il Paese delle microimprese. Il bar in una zona depressa, la trattoria in un paese in via d’estinzione, il lavoratore autonomo in una piccola provincia marginale: molte di queste attività, se fossero in regola, non riuscirebbero a sopravvivere. Senza evasione, chiuderebbero e si perderebbe il lavoro di titolari e, spesso, anche di dipendenti che pagano tasse e contributi in tutto o in parte.
Quanto pesi questa parte, i numeri non lo dicono, e non per caso. L’impresa che riesce a sopravvivere solo grazie all’evasione non dichiara una parte dei ricavi, così come il professionista benestante che evade per arricchirsi: nelle statistiche, i due casi sono indistinguibili. Qualche indizio, però, c’è. La propensione all’evasione aumenta scendendo verso sud, con Calabria, Campania, Puglia e Sicilia in testa, ossia dove i redditi sono più bassi. Nel Mezzogiorno, il lavoro irregolare supera il 16%, contro una media nazionale del 12,7%. Non bisogna però sopravvalutarla: tra le categorie con più evasori potenziali compaiono anche professioni tutt’altro che marginali. Ma l’evasione di sopravvivenza esiste, ed è concentrata proprio nelle zone più povere del Paese.
L’obiezione classica è che chi evade fa concorrenza sleale a chi paga le tasse dovute. Tuttavia, questo è vero solo se esiste un concorrente in regola che potrebbe ottenere la quota di mercato di chi evade. In molte aree marginali, però, quel concorrente non c’è: il bar compete con il bar accanto che fa lo stesso e il lavoratore autonomo compete ad armi pari con il collega che evade allo stesso modo. Dove imprese in regola ed evasori convivono, il danno è reale; altrove, invece, l’argomento non regge. C’è anche un dettaglio che spesso si dimentica: nell’evasione “con consenso”, ovvero quando si ottiene uno sconto senza fattura, una parte del vantaggio va al cliente. Nelle aree povere (e non solo) si tratta di un trasferimento implicito verso le famiglie a basso reddito.
Viene allora da chiedersi se una parte di questa evasione non sia tollerata in silenzio perché è conveniente. Uno Stato che davvero chiudesse ogni possibilità di evadere le tasse, magari imponendo di effettuare tutti i pagamenti in moneta elettronica, dovrebbe poi sostenere chi dovesse restare senza reddito. Nessun politico lo ammetterà mai, ma il sospetto che la tolleranza costi meno dei sussidi è del tutto legittimo, considerando anche con quale regolarità si succedono condoni e rottamazioni.
Il margine, preso alla lettera
Il pensiero economico dominante si concentra sul margine. Ogni riduzione dei costi per un’impresa in difficoltà consente la nascita e la sopravvivenza di più imprese, quindi più occupazione e più produzione. Questo è l’argomento con cui da decenni si chiede di ridurre le tasse. Se preso alla lettera, porta a una conclusione scomoda: l’evasione di sopravvivenza è quel taglio fatto in proprio.
Il prodotto che ne deriva, peraltro, non sfugge alla contabilità nazionale. L’Istat stima che l’economia non osservata, ovvero il sommerso più le attività illegali, ammonti a 217,5 miliardi nel 2023, pari al 10,2% del PIL, e la include nel PIL stesso. Si tratta dello stesso PIL su cui si calcola il rapporto tra debito e PIL: si potrebbe dire che il sommerso ci aiuta ad abbassarlo. Lo Stato, poi, il ragionamento sulle imprese al margine lo fa già, senza dirlo. Nella Relazione dello scorso anno, il calo dell’evasione Irpef degli autonomi è stato principalmente attribuito all’ampliamento del regime forfettario. Una parte dell’evasione è stata quindi convertita in tassazione ridotta per legge: il margine è stato riconosciuto e ampliato dal legislatore.
Quanti posti di lavoro dipendono da questo margine? Nessuno è in grado di calcolarlo con precisione e diffiderei di chi si azzardasse a fornire delle cifre. L’ordine di grandezza, però, c’è. Nel 2023, l’Istat ha contato 3 milioni e 132 mila unità di lavoro irregolari, pari al 12,7% del totale. Ad agosto di quest’anno, i disoccupati erano circa 1,6 milioni. Le posizioni irregolari sono quasi il doppio. Se tutte le posizioni irregolari diventassero regolari, il quadro del mercato del lavoro cambierebbe, ma basterebbe che una parte di esse non reggesse all’emersione per avere più disoccupazione, con il relativo costo sociale. Non a caso, uno studio pubblicato sull’American Economic Review conclude che una minore informalità può accompagnarsi a un aumento della produzione e del benessere, anche se non sempre.
Se alla lotta all’evasione si aggiunge quella all’elusione, praticata anche dai piccoli imprenditori che usano il regime forfettario come riparo, distribuiscono i redditi in famiglia o passano i costi personali per l’attività, il margine si restringe ancora. Altre imprese uscirebbero dal mercato, con i loro dipendenti.
Lordo, netto e ricircolo
C’è poi un aspetto che nel dibattito manca quasi sempre: l’evasione assoluta non esiste. Chi evade per spendere, infatti, finisce per restituire in parte allo Stato ciò che gli ha sottratto, perché, in qualità di consumatore, non può sottrarsi completamente all’IVA e, inoltre, paga le accise sul carburante e sull’energia. Le stime sull’evasione sono cifre lorde; di conseguenza, il mancato gettito netto è inferiore.
Certo, chi vende senza scontrino o fattura evade due volte, l’imposta sul reddito e l’IVA su quella vendita, e ciò che restituisce poi da consumatore ne copre solo una parte. Ma per l’impresa al margine l’alternativa realistica a quel recupero parziale è l’impresa chiusa, che non verserebbe né l’una né l’altra. E poiché l’IVA si riscuote lungo tutta la catena, chi non emette scontrino o fattura evade solo quella sul proprio margine: sui beni che ha acquistato generalmente l’ha già pagata ai fornitori, che l’hanno versata allo Stato.
Tuttavia, il ritorno non è uguale per tutti. L’evasore di sopravvivenza spende quasi tutto quello che guadagna e quindi restituisce di più. Chi evade o elude per accumulare, tra patrimoni, conti all’estero e utili spostati in giurisdizioni compiacenti, invece, restituisce ben poco. Una gerarchia ragionevole del recupero partirebbe da qui, dall’evasione che non torna in circolo.
Resta la domanda decisiva: cosa fa lo Stato con quanto recupera? Se lo spende o lo restituisce sotto forma di riduzione di altre imposte, la domanda complessiva non diminuisce e i posti di lavoro persi da una parte possono essere creati altrove. Se, al contrario, il gettito recuperato viene utilizzato solo per ridurre il deficit e il debito pubblico, o se i posti di lavoro persi con l’emersione dal nero si trovano in aree in cui non vengono ricreati, la chiusura delle imprese marginali si trasforma in disoccupazione.
La lotta all’evasione è doverosa, ma può avere anche effetti negativi a seconda di chi colpisce, di dove colpisce e di come viene utilizzato il gettito recuperato. Peraltro, se il sommerso, invece di emergere, scompare, ne risentono anche il PIL e il rapporto tra debito e PIL.
Evasori, poveri o evasori poveri?
Torniamo al cortocircuito mediatico con il suo duplice grido di dolore. È possibile indignarsi per l’evasione e, al contempo, piangere l’impoverimento del ceto medio, a condizione di ammettere che i due fenomeni sono interconnessi. Un Paese più povero ha meno contribuenti Irpef e l’evasione fiscale è uno degli espedienti che utilizza per andare avanti.
Niente di quanto scritto qui è un elogio dell’evasione. È un invito a guardarla con alcuni strumenti dell’analisi economica, piuttosto che con quelli del moralismo. E a porsi la domanda che resta aperta: come far arrivare il reddito a chi lo spende quasi tutto, anziché accumularlo, in un Paese dove il lavoro ne distribuisce sempre meno?
Fabio Massimo Rampoldi scrive di lavoro artificiale e di come redistribuirne i frutti. È l’autore di «Scritti di ALTER EGOnomia».
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