Arte
L’ONU dell’arte
Il ritorno della Russia alla Biennale 2026 non è una questione di inclusione culturale. È una questione di chi porta il padiglione, e perché adesso.
Nel 1936 l’Unione Sovietica boicottò la Biennale di Venezia. Lo fece insieme agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna, per protesta contro il regime fascista italiano. La Biennale andò avanti lo stesso. Il padiglione rimase lì, vuoto, nei Giardini di Castello. Era stato costruito nel 1914 su progetto di Aleksej Ščusev, lo stesso architetto che avrebbe poi progettato il mausoleo di Lenin.
Nel 2022 la storia si è ripetuta, con qualche variazione fondamentale. Questa volta a decidere di non partecipare non fu il governo russo, ma gli artisti chiamati a rappresentarlo: Kirill Savchenkov e Aleksandra Sukhareva si ritirarono insieme al curatore lituano Raimundas Malašauskas pochi giorni dopo l’invasione dell’Ucraina. La Fondazione Biennale dichiarò che avrebbe rifiutato ogni forma di collaborazione con delegazioni ufficiali russe. Per quattro anni il padiglione rimase fuori dai circuiti espositivi, ceduto nel 2024 alla Bolivia, paese che in quel periodo intratteneva con Mosca solide relazioni economiche e politiche.
A marzo 2026 la Russia ha annunciato il ritorno. Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Fondazione, ha confermato l’apertura del padiglione. Ha detto che la Biennale è “uno spazio di convivenza per tutto il pianeta“. Ha aggiunto: “Noi ragioniamo sui fatti. Basta con appelli, firme, schemi da anni Settanta.” Ventiquattro ore dopo, i ministri della Cultura di ventidue paesi europei firmavano una lettera di protesta. La Commissione europea minacciava di sospendere una sovvenzione di due milioni di euro. La giuria si dimetteva. Il MIC inviava ispettori a Ca’ Giustinian.
Buttafuoco ha chiamato questo progetto “l’ONU dell’arte”. E questo è esattamente il punto e, mi permetto, il limite.
L’ONU include tutti, è il principio. Anche chi bombarda ospedali siede nei consigli, vota le risoluzioni, esercita il veto. L’inclusione universale è la premessa istituzionale ma non la garanzia dei valori che l’istituzione dichiara di incarnare. La differenza tra l’ONU e la Biennale è che l’ONU non assegna premi. La Biennale sì. E il Leone d’Oro a un padiglione nazionale non è un fatto neutro: è un giudizio che un’istituzione culturale esprime su quello che dentro quel padiglione accade.
Il problema, però, non è il padiglione in sé. Il padiglione russo è un edificio con una storia di 112 anni, attraversata da due guerre mondiali, dalla rivoluzione, dalla guerra fredda, da decenni di arte sovietica e post-sovietica esposta in quello stesso spazio. La domanda da farsi è chi lo porta e perché in questo momento.
Nel 2022 furono gli artisti russi a chiudere il padiglione, non i governi europei. Savchenkov e Sukhareva non avevano aspettato sanzioni internazionali: si erano dimessi per dignità propria, in anticipo su ogni pressione esterna. Quella scelta aveva una logica precisa: l’esclusione auto-inflitta dice qualcosa. Chi si esclude dichiara una posizione. Chi viene escluso dall’esterno diventa vittima, e la vittimizzazione è l’argomento più potente di cui la propaganda dispone.
Nel 2026 il governo russo ha capito la differenza e l’ha sfruttata. Rientrare alla Biennale di fronte alle proteste europee produce esattamente l’effetto desiderato: trasforma un’esposizione artistica in un episodio diplomatico, consente di presentare l’Occidente come censore, e offre al padiglione una visibilità che nessuna opera d’arte avrebbe ottenuto da sola. Il progetto scelto, L’albero ha radici nel cielo, prevede performance sonore di trentotto artisti. Il formato dell’evento è costruito per la contesa politica, non per la mostra.
A Mosca, le opere dell’artista russo che aveva rappresentato il padiglione veneziano nel 2017, Grisha Bruskin, venivano censurate nel marzo 2022. La Galleria Tretjakov chiuse la sua mostra con la motivazione ufficiale di “problemi tecnici”. I problemi tecnici erano che le opere di Bruskin riflettevano sulla perdita dell’identità individuale sotto il peso di una memoria collettiva controllata dal potere. Da allora il parlamento russo ha introdotto leggi che puniscono la diffusione di informazioni “false” sull’esercito. Esiste una legge federale che proibisce la “promozione di relazioni sessuali non tradizionali”: un libro italiano su Pasolini viene venduto in Russia con righe cancellate da bande di inchiostro nero, quelle in cui si parla della sua omosessualità.
In questa cornice, il padiglione russo alla Biennale 2026 non porta l’arte russa a Venezia. Porta il governo che censura quell’arte in Russia a esporsi in uno spazio costruito sulla premessa della libertà espressiva in Italia. Il paradosso è visibile. Meno visibile è che quella visibilità è calcolata: un governo che censura i propri artisti in patria e li espone all’estero ottiene da entrambe le operazioni ciò che cerca.
Buttafuoco ha ragione su un punto: la Biennale non può decidere quali paesi partecipano. I padiglioni nei Giardini appartengono ai rispettivi governi, che comunicano la loro partecipazione alla Fondazione. La portavoce della Biennale lo ha detto esplicitamente: “Sono i governi a scegliere se prendere parte.” La struttura istituzionale rende impossibile un’esclusione formale senza modificare regolamenti che hanno retto per più di un secolo. Su questo piano, Buttafuoco ha ereditato un problema che non ha creato.
Dove ha scelto, invece, è nell’interpretazione. Presentare il ritorno russo come affermazione dell’autonomia della cultura dalla politica nel momento in cui quel ritorno è interamente guidato da calcoli politici significa confondere la cornice con il contenuto. La Biennale come spazio neutro è un’astrazione che funziona quando le parti che vi accedono condividono almeno la premessa minima: che l’arte non sia un vettore della propaganda di Stato. Quando quella premessa non è condivisa da una delle parti, la neutralità dello spazio diventa un servizio asimmetrico.
Il 1936 è rimasto nella storia come l’anno in cui l’URSS, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna boicottarono la Biennale fascista. Non è rimasto nella storia come l’anno in cui la Biennale perse la sua vocazione universalistica. Le date in cui qualcuno sceglie di non partecipare dicono già molto. Quelle in cui qualcuno sceglie di rientrare dicono il resto.
Devi fare login per commentare
Accedi