Sona Jobarteh resettled in The Gambia in 2014 to focus on her cultural academy ©Jacob Brain

Musica

Sona Jobarteh a Cully: musica, memoria e resistenza culturale

Sona Jobarteh ha illuminato il Cully Jazz 2026 con una performance che unisce tradizione mandinga, memoria e resistenza culturale. La sua Gambia Academy mostra come la trasmissione culturale possa diventare un progetto politico e educativo per il futuro.

21 Aprile 2026

Un festival che si conclude con una lezione di trasmissione

Elena Rusca & Mathieu Genoud

La 43ª edizione del Cully Jazz Festival si è conclusa il 18 aprile 2026 con una scena che riassume perfettamente lo spirito della manifestazione: un intero villaggio riunito attorno a due grandi artiste dell’Africa occidentale, Fatoumata Diawara e Sona Jobarteh. Per otto giorni, Cully ha ospitato quasi centoquaranta concerti, tra caveau vitivinicoli e rive del Lemano, in un’atmosfera in cui la musica sembrava ritrovare la sua funzione originaria: creare legami, aprire orizzonti, ricordare che le culture sopravvivono solo quando circolano.

In questa edizione segnata dalla diversità estetica e dalla vitalità delle scene emergenti, la presenza di Sona Jobarteh ha assunto un significato particolare. Non solo perché è una delle poche donne provenienti da una linea griotica a padroneggiare la kora, ma soprattutto perché porta una visione della cultura che va ben oltre il campo musicale. Per lei, la tradizione non è un’eredità immobile: è uno strumento politico, uno spazio di trasmissione e un mezzo per riaffermare la sovranità culturale di un continente troppo spesso costretto a imparare la propria storia con parole altrui. La decolonizzazione politica è stata solo un primo passo; quella mentale, culturale e sociale resta ancora da compiere — ed è una delle missioni centrali della Gambia Academy fondata da Jobarteh.

Nata in Gambia in una famiglia in cui la musica è un linguaggio quotidiano, Sona Jobarteh appartiene a una linea di griot la cui funzione supera di gran lunga la semplice performance artistica. Nelle società mandinghe, i griot sono mediatori, custodi della memoria, trasmettitori di racconti. Diventando una delle prime donne a appropriarsi della kora in un contesto tradizionale, Jobarteh non si limita a infrangere un tabù: interroga il modo in cui le società africane possono reinventare le proprie tradizioni senza snaturarle. La sua musica, che intreccia strutture mandinghe, influenze contemporanee e una coscienza politica dichiarata, rifiuta la separazione tra modernità ed eredità. Ricorda che le tradizioni non sono reliquie, ma risorse vive, capaci di trasformarsi senza perdere significato.

Nel 2015, Jobarteh fonda The Gambia Academy, la prima scuola del paese a integrare la cultura mandinga nel cuore del curriculum. L’obiettivo è chiaro: proporre un’educazione che non riproduca i modelli coloniali, ma che valorizzi i saperi locali, le lingue nazionali, la storia africana e le arti tradizionali. La scuola accoglie bambini provenienti da contesti modesti e offre un insegnamento in cui musica, danza, lingua e memoria collettiva non sono attività marginali, ma elementi fondamentali della formazione. È un progetto che mira a trasformare tanto gli immaginari quanto le strutture istituzionali, permettendo alle nuove generazioni di pensare e costruire il proprio futuro secondo le proprie referenze culturali.

Durante la serata di chiusura del Cully Jazz 2026, Jobarteh ha offerto un concerto in cui la virtuosità strumentale si intrecciava a una parola calma, quasi pedagogica. La kora diventava un filo che univa le generazioni; il palco, uno spazio in cui tradizione e modernità cessavano di opporsi. La trasmissione culturale ha assunto una forma concreta e intima con la presenza del figlio di Sona, Diakité, formato nella sua accademia e autore di due dei brani eseguiti a Cully. Insieme a Fatoumata Diawara, ha trasformato il tendone in un luogo di danza, condivisione e celebrazione.

Per Jobarteh, la musica non è mai separata dalla questione del potere. Ricorda che la dominazione culturale è una delle forme più durature di dominazione politica. Creando una scuola, formando bambini, riabilitando lingue e saperi locali, propone una risposta concreta a un problema strutturale: la progressiva cancellazione delle referenze culturali africane nei sistemi educativi. Il suo lavoro si inserisce in una dinamica più ampia: quella di un’Africa che cerca di raccontarsi da sé, di insegnare i propri saperi, di costruire le proprie istituzioni.

La 43ª edizione del Cully Jazz si è conclusa con una nota di speranza e forza collettiva. Con Sona Jobarteh, il festival ha accolto un’artista che supera i confini del jazz, della world music o della tradizione mandinga. Ha incarnato una visione: quella di un continente che avanza appoggiandosi alle proprie radici, lingue, saperi e creatività. A Cully non ha semplicemente tenuto un concerto: ha ricordato che la cultura è un modo di restare in piedi in un mondo che frammenta, che la trasmissione è forse la forma più duratura di resistenza, e che la decolonizzazione culturale — portata avanti da istituzioni come la Gambia Academy e incarnata da nuove generazioni come Diakité — è essenziale per costruire il futuro.

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