Teatro
L’occhio della fantesca
Maturina, fantesca di Leonardo, racconta gli anni vissuti al suo servizio.
Ciò che subito conquista chi sta seduto in mezzo al pubblico è la lingua. “Ecco, i’ lo sapeva, che nessuno mi avrebbe dato l’avviso. O signori, vo’ siete già qui, ed io il tempo e ‘l modo non ebbi nemmen di rassettar la stanza, o di pormi addosso un vestimento adatto … ” I “signori” cui si rivolge la donna, i cappelli raccolti da una cuffia, un lungo abito chiaro che le scende fino ai piedi, è il pubblico, via via scambiato per messaggeri di chi ha richiesto i manoscritti di Leonardo Da Vinci, orafi o banchieri di Firenze, pellegrini per la via di Santiago. E nel dialogo-monologo che la donna intesse racconta gli ultimi anni vissuti al servizio di “messer Lionardo” come fantesca e cuoca, nella lontana Amboise.
Sono 13 anni che il personaggio, ricostruito da Patrizia La Fonte, anche nella sua lingua, della fantesca di Leonardo, Maturina, il nome restituitoci dal testamento stesso del pittore scienziato, calca le scene d’Italia e di Europa. Per tre giorni, dal 13 al 15 marzo, ora torna al Teatro di Documenti di Roma. Si entra in una piccola sala tutta bianca, i mobili coperti da panni, la tela del San Giovannino in bella vista su una cassapanca, e appena il pubblico si siede, irrompe frettolosa la fantesca, rivolgendosi ad esso con le parole sopra citate.
Comincia così un fiume in piena di racconti, osservazioni, ricordi, e perfino ricette culinarie, interviene ogni tanto Marco Golinelli, un giovane che si alza dal computer da dov regola le luci, ma anche lui, la fantesca non lo ravvisa per chi è. La ricostruzione della lingua rinascimentale è il nodo della rappresentazione. È la stessa lingua di trattati, raccolte di novelle, digressioni sul gentiluomo ideale, di personaggi altolocati e del sottobosco cittadino, taverne, lupanari, che ci assale dalle commedie, dal Cortegiano, dalle Novelle del Bandello, dalle Vite del Vasari e dagli stessi manoscritti di Leonardo. Alcuni costituiscono le fonti dalle quali La Fonte trae le notizie per costruire il suo personaggio, altri sono il panorama linguistico di una civiltà. Ed è proprio quella civiltà che ci assale, improvvisamente familiare e vicina.
L’attrice non è meno abile della scrittrice. Mai un momento d’inutile enfasi o di esagerata smanceria. Il monologo scorre veloce e leggero con naturalezza, con quella “sprezzatura”, come la chiamavano i cinquecentisti, che ancora oggi, a leggerla, a udirla, fa il miracolo di quella prosa. Non a caso Leopardi la prese a modello della propria. Il mondo del “genio”, che talora alla fantesca risulta anche quasi demoniaco, crede di vedere “la coda di Lucifero” spuntare tra le tele, è però invece raccontato come qualcosa di familiare, perfino il segreto di quella strana scrittura che invece di andare da sinistra a destra scorre da destra a sinistra non ha nulla di misterico, è un trucco per scansare il fraintendimento di occhi malevoli. Non era poi così innocente giocare con le verità della scienza in quegli anni: il secolo si chiuderà con il rogo di Giordano Bruno, nel 1600, a Roma, in Campo de’ Fiori (il 1600, contrariamente a quanti molti si ostinano ancora a credere, è l’ultimo anno del secolo XVI, il primo del secolo successivo è il 1601, così come questo millennio non è cominciato nel 2000, ma nel 2001, come aveva capito bene Kubrick: ma evidentemente il sortilegio del nome produce ancora il suo effetto, 1600. 2000, inizi di un nuovo secolo, peccato che la matematica smentisca il sortilegio, per quanto tuttavia ci si intestardisca a restare nominalisti, come certi teologi medievali). Quando Maturina si accomiata dal pubblico, inevitabile che esploda l’applauso. Rarissimo, in quest’epoca di strepiti e di grida, di narcisismo e di esibizionismo, che sembrano ormai dominare anche le scene, assistere a una recitazione così scorrevole, naturale, limpida come la corrente di un ruscello.
Grazie, Patrizia La Fonte: la tua Maturina, fantesca erede di Leonardo Da Vinci è un capolavoro e un esempio di civiltà che credevamo ormai perduta. Ed è prezioso, imperdibile che il Teatro di Documenti abbia riproposto un simile perla di scrittura e di recitazione.


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