Governo

Finanziaria, l’elogio dell’ignoranza in salute (ovvero: tagli alla Scuola e alla Sanità)

Tagliare dove c’è veramente bisogno è da tutti; tagliare dove fa male è da statisti.

3 Novembre 2026

C’era un tempo, ormai felicemente superato dalla modernità dell’Esecutivo meloniano, in cui si riteneva che una nazione evoluta si poggiasse su due pilastri fondamentali: la salute del corpo e la coltivazione della mente. Vecchi retaggi novecenteschi. Illusioni da idealisti. La nuova Legge di Bilancio, con un tempismo da consumato potatore di vigne, sfoltisce finalmente questi rami secchi, assestando un taglio magistrale ai fondi per la Sanità pubblica e la Scuola. Una manovra che non è un semplice calcolo matematico, ma un manifesto filosofico d’avanguardia che guarda alla nascita del “cittadino ideale”. Un cittadino che avrà il suo bel pensare quando si ammalerà, mentre le aule di formazione, con le loro strutture fatiscenti, scoraggeranno ogni apprendimento utile per l’esercizio della critica.

Via, lo si ammetta, gli ospedali erano diventati luoghi d’ozio. Liste d’attesa di dodici mesi per una mammografia non sono un disservizio, sono un esercizio spirituale di pazienza e stoicismo. Riducendo i fondi alla sanità universitaria e assistenziale, il governo lancia finalmente un messaggio chiaro: la salute è un lusso, e i lussi si pagano. Chi ha i mezzi potrà felicemente fatturare la propria appendicite alla clinica privata “San Procopio”; chi non li ha, potrà riscoprire la saggezza popolare, con i decotti della nonna e la preghiera. D’altronde, accorciare l’aspettativa di vita risolve alla radice il problema del collasso pensionistico. È l’economia circolare del benessere statale: meno assistenza sanitaria uguale a meno anziani e più pareggio di bilancio. Chi si ostina a voler essere curato gratis dallo Stato dimostra una deplorevole mancanza di patriottismo e un feticismo per il camice bianco che scade nell’ossessione.

Passando alla Scuola, quell’antico opificio di dubbi, ci si accorge che per anni abbiamo sprecato risorse per riscaldare aule d’inverno, aggiornare laboratori e garantire stipendi modesti a insegnanti ostinati. Ridurre gli stanziamenti all’istruzione, pertanto, è un atto di pura ecologia sociale. Meno fondi alla scuola significa meno pensiero critico; e meno pensiero critico significa una percentuale geometricamente inferiore di mal di testa. Ahò, un popolo che ignora la logica delle cose e la sintassi è un popolo che non contesta la serie infinita dei Decreti Legge sulla sicurezza e non coglie in “fragranza” di asineria un ministro della repubblica! Parimenti, un giovane che non conosce la storia non farà noiosi paragoni con il passato. Quanto alle classi pollaio da trentacinque alunni, non sono affatto spazi angusti, ma formidabili incubatori di socializzazione forzata e resistenza fisica. Se, poi, i tetti delle scuole crollano, appare come per magia l’invito allo studio dell’astronomia: guardare le stelle direttamente dal banco è un’esperienza didattica che nessuna lavagna multimediale potrà mai eguagliare.

Per finire, ciò che i critici non comprendono è l’eleganza estetica di questa Finanziaria, che fa da splendida cornice alla purificazione della spesa. Tagliare dove c’è veramente bisogno è da tutti; tagliare dove fa male è da statisti. E mentre i medici fuggono all’estero e i precari della scuola aggiornano i curricula per fare i rider, i nostri ministri possono guardare con orgoglio ai loro affari e ai loro conti. I numeri quadrano. Le colonne delle entrate e delle uscite non hanno mai goduto di così ottima salute. Ringraziamo dunque questo governo per averci liberato dal peso di essere una società civile. Da oggi, tutti più ignoranti e più cagionevoli, ma con la fiera certezza che lo Stato ha risparmiato. E se proprio doveste sentirvi poco bene o assaliti da un dubbio amletico, fate un respiro profondo. Finché il respiro è gratis, s’intende.

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