Questioni di genere
Una donna può permettersi di non essere esemplare?
Alle donne adulte si chiede di essere competenti, gradevoli e sempre all’altezza. I casi di Elly Schlein e Sanna Marin mostrano come anche l’aspetto e la vita privata possano diventare prove da superare. Ma una donna può sbagliare senza rappresentare tutte le altre?
Le donne che hanno cambiato il mondo non hanno mai avuto bisogno di mostrare nulla se non la loro intelligenza, diceva Rita Levi-Montalcini. E oggi? Una donna adulta può essere competente senza essere sempre rassicurante? E’ lecito per le donne prendere una decisione “fuori dall’ordinario”, rispondere male ogni tanto, cambiare idea come cambia il vento, mostrare stanchezza quando le forze vengono meno, senza che tutto questo diventi la misura del suo valore? Spesso, accanto a ciò che fanno le donne, la gente valuta come lo fanno: con quale tono rispondono, con quale espressione reagiscono ad una richiesta e con quanta disponibilità verso gli altri.
Una professionista è costantemente sotto un grande occhio che la osserva e deve rispondere del proprio lavoro, una politica delle proprie scelte: perché, per molte donne, alla responsabilità si aggiunge la richiesta di essere un esempio? È un incarico che nessuno conferisce ufficialmente, ma che pesa su ogni gesto. Per una donna non basta fare bene per veder riconosciuto il proprio valore, ma deve anche dimostrare che si può occupare quel posto nel modo giusto.
La competenza con le buone maniere
Nel linguaggio del lavoro e della politica, le qualità richieste a una donna sembrano non avere limite, semplicemente perché deve essere preparata, ma non apparire arrogante; autorevole, ma non fredda; determinata, ma capace di mettere tutti a proprio agio. Parole come “divisiva” o “spigolosa” possono descrivere un comportamento reale nel contesto lavorativo e sociale, ma bisogna chiedersi quando entrano nella conversazione: dopo una decisione sbagliata, oppure nel momento in cui una donna smette di rendere gradevole il proprio dissenso?
Il caso di Elly Schlein è emblematico proprio perché permette di osservare il percorso che può fare una notizia, quando protagonista del racconto è una donna e per di più una politica di spicco. Nell’aprile 2023, in una lunga intervista a Vogue Italia, la segretaria del Partito democratico parlò di politica, diritti, clima e partecipazione.
A una domanda sull’abbigliamento la segretaria del PD rispose anche di seguire i consigli di un’armocromista...apriti cielo! Non l’avesse mai detto: quel breve passaggio occupò una parte notevole del dibattito pubblico sull’intervista, come osservò all’epoca RaiNews. Si poteva discutere della sua scelta di parlare a una rivista di moda, o delle sue posizioni politiche, ma il rapporto tra le molte risposte date e il dettaglio diventato notizia rivela quanto facilmente l’immagine di una donna possa prendere il posto delle sue idee, accendendo una miccia di pregiudizi senza fine.
Fermiamoci un attimo a pensare: agli uomini viene mai chiesto conto del loro aspetto, del perché quella mattina hanno un bottone mancante alla camicia o perché si presentino a lavoro con i capelli scompigliati? Non pervenuto. Per una donna, la cura dell’immagine può essere letta tanto come requisito quanto come colpa: se la trascura, non è abbastanza adeguata; se ne parla, rischia di sembrare frivola. In entrambi i casi, la conversazione si allontana da ciò che pensa e da ciò che fa.
Quando anche il tempo libero diventa una prova
Altro caso guida è quanto accaduto nell’agosto 2022, quando circolarono video privati nei quali Sanna Marin, allora prima ministra finlandese, ballava con degli amici.
Alle immagini seguirono polemiche e sospetti sull’uso di droghe. Marin si sottopose a un test, che risultò negativo, e spiegò di essere stata in grado di svolgere i propri compiti. Per quanto sia legittimo verificare che chi guida un governo possa esercitare le sue funzioni, lo è altrettanto interrogarsi su ciò che accade quando, accanto a quella verifica, il ballo in sé diventa materia di giudizio sul carattere e sull’idoneità di una persona.
Schlein e Marin non rappresentano tutte le donne, né la loro notorietà rende identiche esperienze molto diverse ma palesano un meccanismo del linguaggio pubblico. Una risposta sull’abbigliamento può oscurare decine di risposte sulla politica; una serata privata può chiamare in causa l’idea che abbiamo della serietà. E allora, immancabile nel gossip spicciolo, parte la domanda: “È il tipo di donna che dovrebbe stare lì?”.
L’elogio che diventa un obbligo
L’esemplarità spesso assume la forma di un complimento che elogia la donna “che riesce a fare tutto”, la dirigente “sempre presente”, la madre “instancabile”, la professionista che “non perde mai il sorriso”. Tutte formule affettuose, talvolta sincere, però a lungo andare possono cristallizzare uno standard femminile che non ammette deviazioni. Chi è stata lodata per la sua capacità di reggere ogni cosa avrà più difficoltà a dire che qualcosa non riesce a farlo, o che semplicemente non vuole farlo.
Anche “è un modello per tutte” può diventare un peso a lungo andare tanto da non riuscire più a dire di “no” anche quando lo vorrebbe fortemente. Una donna che arriva in una posizione di responsabilità non è soltanto una persona con idee e limiti propri: le viene chiesto di rappresentare una possibilità collettiva. I suoi successi sembrano dimostrare che le altre possono farcela; i suoi errori rischiano di essere letti come la prova contraria. Così un risultato, invece di ampliare la libertà delle donne, può restringere quella di chi lo ha ottenuto.
Questo non significa negare il valore dei riferimenti pubblici. Vedere una donna in un luogo da cui le donne sono state a lungo escluse conta, ma va fatta distinzione tra riconoscere il significato di una presenza e pretendere che quella persona sia irreprensibile, perché c’è una distanza enorme. Una donna può aprire una strada e, nello stesso tempo, fare scelte discutibili, avere un carattere difficile o non desiderare di piacere a tutti.
Il diritto delle donne a non essere perfette
Una donna adulta può sentirsi tenuta a spiegare a lungo un rifiuto, ad ammorbidire una critica, a ringraziare prima di dissentire. Sono gesti che appartengono alla buona convivenza quando nascono da una scelta reciproca, ma diventano un vincolo quando la libertà di essere diretti è distribuita in modo diseguale. Se per essere ascoltata, devo prima assicurarmi di non risultare scomoda, una parte della mia attenzione non va più a ciò che devo dire: va alla gestione della reazione altrui.
C’è poi una differenza tra assumersi la responsabilità di un errore ed essere definite da quell’errore. Perché, se è lecito contestare una decisione politica, un comportamento professionale, un’affermazione pubblica, allora deve esserlo anche chiederne le spiegazioni e, quando serve, le conseguenze. Una critica è più precisa se riguarda il fatto, la sua gravità e i suoi effetti. Diventa meno utile quando trasforma un episodio in una diagnosi sulla natura di una donna: non abbastanza materna, misurata, riconoscente, seria. Quelle parole raccontano spesso le nostre aspettative su quella persona più di quanto chiariscano ciò che è accaduto.
Una pari opportunità ancora incompleta si misura proprio dall’avere accesso a un ruolo; poterlo abitare senza dover essere un’eccezione impeccabile è un’altra forma di libertà. Ogni donna, pur avendo accesso ad un ruolo, dovrebbe avere la serenità di poter essere generose senza essere sempre disponibili, o di avere convinzioni ferme senza doverle confezionare come una gentile concessione.
Finché a una donna si chiederà di essere impeccabile per risultare credibile, ogni errore sembrerà parlare a nome di tutte le altre.
La parità di genere si raggiungerà pienamente quando una donna potrà sbagliare, senza diventare la prova che le donne non sono all’altezza.
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