Diritti

Chi ha paura del reato di misoginia in Brasile? Il disegno di legge che divide politica e opinione pubblica

Il Brasile valuta di rendere la misoginia un reato, equiparandola al razzismo. Il disegno di legge divide politica e opinione pubblica tra timori per la libertà di espressione e necessità di contrastare la violenza di genere.

10 Aprile 2026

Il 24 marzo il Senato brasiliano ha approvato un progetto legislativo per rendere la misoginia un reato. La proposta integrerebbe la legge 7.716/1989 in materia di discriminazione sulla base della razza, dell’etnia, della provenienza o della religione, aggiungendo anche la fattispecie della discriminazione sulla base del genere. La misoginia verrebbe così equiparata al razzismo. Offese e ingiurie motivate dal genere potranno essere punite con reclusione dai 2 ai 5 anni, più una multa.

Autrice del progetto è la senatrice Ana Paula Lobato, dello stato del Maranhão, che nel suo discorso davanti al Senato ha dichiarato: “Il tempo dell’intimidazione è finito. Non accetteremo più che le umiliazioni vengano chiamate scherzi, né che i discorsi che incitano all’odio siano considerati opinioni personali”.

La proposta è stata approvata all’unanimità al Senato e ora dovrà essere discussa alla Camera dei deputati dove si prospetta uno scontro ben più acceso. Scontro già iniziato nelle settimane scorse sui social, e che si è ulteriormente infiammato dopo che il presidente della Camera Hugo Motta ha deciso di posticipare la votazione a dopo le elezioni politiche, che si terranno a ottobre di quest’anno.

Non si potrà più dire niente?

Uno degli aspetti al centro del dibattito è la scarsa precisione del provvedimento. La misoginia viene identificata nel testo come qualsiasi comportamento o espressione che manifesti odio, disprezzo o avversione nei confronti delle donne, senza però specificare quali comportamenti potranno effettivamente essere puniti.

Una definizione così ampia è subito finita nel mirino dei detrattori (appartenenti per lo più alla destra bolsonarista, sebbene il senatore Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente e suo probabile erede politico, abbia votato a favore della legge) che sostengono che il provvedimento rappresenti una minaccia per la libertà di espressione.

I social media hanno amplificato anche i timori più infondati. Interrompere una donna che parla sarà considerato misoginia? E non essere d’accordo con lei?

L’applicazione della legge dipenderà dall’analisi caso per caso fatta dal giudice. Tuttavia, come ha messo bene in luce Nathalie Malveiro, Pubblico ministero dello Stato di São Paulo, ciò che la legge criminalizza sono discorsi e atteggiamenti che disumanizzano e svalorizzano le donne, che incentivano odio e violenza basati sul genere e che esprimono l’idea della superiorità maschile. Non sono dunque in discussione le mere opinioni, ma le azioni che da quelle opinioni vengono guidate.

Secondo Malveiro le reazioni negative non sono diverse da quelle che trentasette anni fa accolsero la legge contro il razzismo.

“Oggi quante persone si sentirebbero di giustificare una battuta o un commento denigratorio contro una persona nera con la scusa della libertà di espressione? Poche. Lo stesso accadrà, col tempo, con i commenti sessisti” ha affermato.

Le chiese evangeliche e la manosfera

Il nodo forse più interessante della questione è come interagirà la legge, qualora dovesse passare, con la sfera della libertà religiosa. Negli ultimi decenni in Brasile si è assistito a una crescita esponenziale (anche nella politica) di istanze evangeliche che propongono una visione molto conservatrice della figura femminile e delle divisione dei ruoli di genere.

Cosa succederà se un pastore dichiarasse dal pulpito che le mogli devono sottomettersi alla volontà dei mariti? Un’affermazione del genere, che sottintende l’idea della superiorità maschile, potrebbe configurare il reato di misoginia?

Anche in questo caso dipenderà tutto dipenderà dall’interpretazione del giudice, che dovrà valutare le ragioni del pastore e identificare eventuali moventi di odio contro le donne, ma secondo Malveiro potrebbe diventare un’occasione per rimettere in discussione pubblicamente parte del maschilismo propugnato dai gruppi evangelici.

Oltre alle chiese, però, è sicuramente internet il terreno più fertile per la proliferazione di discorsi e atteggiamenti misogini.

Secondo i dati del centro di ricerca NetLab e dell’Università Federale di Rio de Janeiro, solo su YouTube sono presenti 123 canali che condividono contenuti misogini. I video pubblicati sono circa 130 mila e gli utenti iscritti oltre 23 milioni.

La pervasività della misoginia online nel sottobosco di forum e canali antifemministi (la cosiddetta manosfera) è un fenomeno che può avere effetti sociali di lungo termine. Diverse ricerche mostrano che i contenuti che coltivano l’odio contro le donne e istigano all’utilizzo della violenza stanno rapidamente spostando l’atteggiamento dei maschi (anche giovanissimi) verso le donne e le ragazze.

Parole e discorsi basati sull’idea della superiorità maschile e sulla convinzione che le disparità (di potere, sociali ed economiche) tra uomini e donne siano giuste e “naturali” non rimangono confinati alla sfera digitale, ma hanno un impatto sulle azioni nella vita quotidiana.

La piramide della cultura misogina

La violenza di genere non inizia con il femminicidio. La decisione di uccidere una donna in quanto donna nasce e si sviluppa in un contesto culturale che trascende i singoli episodi.

È ciò che la teoria femminista identifica come “cultura dello stupro”, ovvero quell’insieme di atteggiamenti e comportamenti che indirettamente normalizzano e incoraggiano la violenza contro le donne. A partire proprio dall’uso delle parole: perché le parole hanno il potere di definire il modo in cui pensiamo e agiamo.

Fonte: Action Aid

Alla base della piramide della cultura dello stupro ci sono le battute e gli insulti sessisti, i commenti sui corpi, le chiacchiere da spogliatoio, le molestie verbali, il catcalling. Atteggiamenti spesso considerati normali, se non addirittura goliardici, ma che alimentano altri comportamenti violenti perché rinforzano l’idea che le donne siano inferiori, che valgano meno degli uomini e che si possa fare di loro ciò che meglio si crede.

Una legge può bastare?

Combattere la cultura dello stupro è soprattutto una questione educativa ed è evidente che la legge, da sola, non basta.

Tuttavia, come hanno dimostrato altre esperienze come quella del Regno Unito, i provvedimenti legislativi contribuiscono a riportare il problema al centro del dibattito pubblico e, indirettamente, a stimolare il cambio culturale.

Rendere la misoginia un reato significa riconoscere che il problema è strutturale, che le parole hanno un peso, che un commento sessista non può più essere giustificato con “era solo una battuta”. Significa togliere i discorsi d’odio dalla sfera della normalità e avere uno strumento in più per obbligare chi li diffonde a rispondere delle proprie azioni. Significa anche responsabilizzare la collettività, perché se di fronte a uno “scherzo” si può far finta di nulla, è più difficile ignorare a cuor leggero un reato.

Le reazioni negative al disegno di legge mostrano quanto sia necessario questo percorso culturale ed educativo, e di quanto sia difficile scardinare vecchi modelli di pensiero. Se il disegno di legge brasiliano venisse approvato potrebbe avere un impatto anche a sul piano internazionale e diventare un modello perché altri Paesi possano impegnarsi più seriamente nella lotta alla violenza contro le donne.

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