Agricoltura
Olio d’oliva italiano: nel 2025 cala la produzione, prezzi più alti di Spagna e Grecia
Lo studio Mediobanca fotografa un settore tra scarsità produttiva (-7% la superficie coltivata), forte spinta internazionale e margini in difficoltà. A dicembre 2025 il valore medio si attestava a 7,58 euro al chilogrammo, contro 5,05 per l’olio greco, 4,54 per quello spagnolo
Il settore dell’olio d’oliva continua a rappresentare uno dei simboli dell’agroalimentare di Italia, ma i dati più recenti mostrano un comparto attraversato da tensioni profonde. L’aggiornamento dell’Area Studi di Mediobanca (L’industria dell’olio d’oliva in Italia, ed. 2026) evidenzia un sistema che cresce sui mercati internazionali ma fatica a sostenere la domanda interna e a garantire margini adeguati.
Il contesto globale è cambiato rapidamente. La campagna 2024-2025 ha segnato un record storico della produzione mondiale di olio d’oliva, salita a 3,6 milioni di tonnellate. La crescita è stata trainata soprattutto da Spagna, leader con il 36,1% del totale e una produzione in aumento del 51%, ma anche da Turchia (+109,3%), Tunisia (+54,5%) e Grecia (+42,9%). In questo scenario l’Italia si muove in controtendenza: la produzione nazionale è diminuita del 31,8%, dimezzando il peso del Paese sul totale mondiale dal 12,7% al 6,3 per cento.
Questa scarsità produttiva spiega perché l’extravergine italiano continui a mantenere un prezzo nettamente superiore ai concorrenti. A dicembre 2025 il valore medio si attestava a 7,58 euro al chilogrammo, contro 5,05 euro per l’olio greco, 4,54 per quello spagnolo e 3,68 per il tunisino. Il posizionamento premium rafforza l’immagine di qualità ma riduce la competitività in un mercato sempre più sensibile ai prezzi.
Nonostante il calo della produzione, l’Italia resta protagonista negli scambi internazionali. Nel 2024 l’export ha raggiunto i 2,8 miliardi di euro, posizionando il Paese al secondo posto mondiale. La domanda estera è fortemente concentrata: il 32,2% delle esportazioni è diretto verso gli Stati Uniti, seguiti da Germania con il 14% e da Francia con il 6,8%. Parallelamente, l’Italia rimane uno dei principali importatori mondiali, segnale evidente di una filiera che integra prodotto estero per soddisfare consumi e lavorazioni.
Il nodo centrale resta il deficit strutturale. La produzione prevista per la campagna 2025-2026 è di circa 300 mila tonnellate, mentre i consumi interni arrivano a 470 mila. Le importazioni superano così le esportazioni in volume, mantenendo la bilancia commerciale in negativo, sebbene il disavanzo si sia ridotto a 19 milioni di euro nel 2024.
Secondo il rapporto Mediobanca, anche sul piano agricolo emergono segnali di trasformazione. Negli ultimi dieci anni la superficie coltivata a olivi è diminuita del 7,1%. La leadership produttiva resta concentrata nel Sud: Puglia da sola genera il 45,1% dell’olio nazionale, seguita da Sicilia e Calabria. Il Mezzogiorno rimane il cuore della filiera, mentre cresce lentamente la coltivazione in Lombardia.
Sul mercato interno domina la grande distribuzione, che veicola circa il 70% dei consumi. Negli ultimi dodici mesi le vendite sono diminuite del 7,1% a valore ma sono cresciute del 12,6% a volume, segno evidente di una domanda molto sensibile alle variazioni di prezzo. Il calo del prezzo medio dell’extravergine, sceso del 18,1%, ha spinto i volumi ma compresso ulteriormente i margini.
Per l’industria dell’olio d’oliva, è proprio la redditività il punto più critico. Tra il 2015 e il 2024 le vendite dei principali produttori sono cresciute del 7% annuo e l’export del 9%, ma il margine operativo medio si è fermato al 2,6%, il più basso tra i comparti alimentari. Il settore investe più della media industriale, ma questi sforzi non si traducono ancora in profitti adeguati. L’olio italiano resta un’eccellenza globale, ma la sfida dei prossimi anni sarà trasformare questa reputazione in maggiore solidità industriale.

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