Macroeconomia

La moneta nell’era delle piattaforme: perché le stablecoin rappresentano una sfida per la sovranità monetaria

Le stablecoin non sono solo un’innovazione finanziaria: stanno ridefinendo il rapporto tra moneta, sovranità e potere economico. L’articolo analizza rischi e opportunità, confrontando le strategie di Stati Uniti, Unione europea e Cina nell’era della moneta digitale.

21 Luglio 2026

Per oltre un decennio il dibattito sulle criptovalute è stato quasi interamente assorbito da Bitcoin. Nato come progetto sperimentale sviluppato da una ristretta comunità di appassionati e ricercatori, la criptovaluta ha conosciuto una crescita esponenziale. In meno di 20 anni, si è trasformato da esperimento di nicchia in un asset detenuto da investitori istituzionali, grandi imprese e persino da alcuni governi.

Nei primi anni gli scambi avvenivano quasi esclusivamente attraverso transazioni dirette tra utenti e piccoli forum online. Con il tempo si sono sviluppate piattaforme sempre più strutturate, che hanno reso l’acquisto e la vendita più semplici e accessibili. Il processo di consolidamento del settore ha poi portato alla scomparsa o alla fusione di molti operatori minori, favorendo l’affermazione di un numero ristretto di exchange di grandi dimensioni (Birnbaum, 2025).

In questa evoluzione i media hanno svolto un ruolo determinante, contribuendo a plasmare il sentiment degli investitori e la percezione pubblica di Bitcoin. Diversi studi hanno infatti evidenziato che la copertura mediatica può influenzarne i rendimenti, alimentando dinamiche speculative e bolle finanziarie (Li et al., 2022). Queste evidenze trovano riscontro nella teoria della Narrative Economics di Robert Shiller, secondo cui non sono soltanto i dati economici a orientare i mercati, ma anche le narrazioni che si diffondono nella società. Le storie raccontate dai media influenzano le aspettative degli investitori, amplificano l’attenzione verso determinati fenomeni e possono alimentare meccanismi di retroazione tra notizie, sentiment e andamento dei prezzi (Shiller, 2020).

Proprio questa forte attenzione mediatica ha però contribuito a concentrare il dibattito pubblico e regolamentare quasi esclusivamente su Bitcoin. Nel frattempo, le stablecoin, cripto-attività progettate per mantenere un valore stabile rispetto a una valuta di riferimento, hanno conosciuto una crescita costante fino a diventare una componente centrale della finanza digitale. Oggi stanno progressivamente trasformando il modo in cui vengono effettuati pagamenti, trasferimenti internazionali e altre operazioni finanziarie, aprendo interrogativi che vanno oltre l’innovazione tecnologica e investono il rapporto tra moneta, potere economico e sovranità degli Stati.

Bitcoin e stablecoin: due fenomeni profondamente diversi

Sebbene vengano spesso ricondotti alla stessa categoria delle criptovalute, Bitcoin e stablecoin rispondono a logiche economiche differenti.

Bitcoin nasce come sistema decentralizzato con un’offerta rigidamente limitata e priva di un’autorità emittente. Queste caratteristiche, unite alle forti oscillazioni di prezzo, ne hanno favorito soprattutto l’utilizzo come investimento speculativo o riserva di valore piuttosto che come mezzo di pagamento.

Le stablecoin sono invece progettate per mantenere un valore stabile rispetto a un’attività di riferimento, nella maggior parte dei casi il dollaro statunitense (Adrian et al., 2025). Questa caratteristica le rende più idonee ai pagamenti, ai trasferimenti di denaro e agli scambi internazionali rispetto alle criptovalute tradizionali (Altavilla et al., 2026; Arner et al., 2020).

La distinzione non è soltanto tecnica, ma profondamente economica. Si passa infatti da un’attività a fini speculativi a uno strumento che può svolgere alcune delle funzioni tradizionalmente associate alla moneta e, per questo, competere con le valute ufficiali.

L’ascesa di Tether e il peso crescente delle stablecoin

L’evoluzione del mercato conferma questa trasformazione.

Negli ultimi anni le stablecoin hanno registrato una crescita estremamente rapida, fino a rappresentare uno dei segmenti più dinamici dell’intero ecosistema delle criptovalute. L’esempio più evidente è rappresentato da Tether (USDT), oggi la principale stablecoin a livello mondiale.

A giugno 2026 la sua capitalizzazione supera i 180 miliardi di dollari e rappresenta circa il 60% dell’intero mercato delle stablecoin, mentre il valore complessivo del settore oltrepassa ormai i 300 miliardi di dollari (DeFiLlama, 2026; Tether, 2026; Lagarde, 2026).

Numeri di questa portata mostrano come non si tratti più di un fenomeno di nicchia riservato agli operatori del settore crypto. Al contrario, le stablecoin stanno assumendo una dimensione sistemica, tale da attirare l’attenzione delle banche centrali, delle autorità di vigilanza e dei governi.

I dati pubblicati da Tether nel primo trimestre del 2026 mostrano inoltre un’organizzazione finanziaria di dimensioni considerevoli: circa 191,7 miliardi di dollari di attività, 183,5 miliardi di passività e oltre 141 miliardi investiti direttamente o indirettamente in titoli del Tesoro degli Stati Uniti (Tether, 2026).

Questa struttura patrimoniale evidenzia come Tether non operi come una banca commerciale tradizionale né come una banca centrale. Tuttavia, attraverso l’emissione di token digitali ancorati al dollaro, svolge una funzione che presenta caratteristiche sempre più vicine a quelle di un’infrastruttura monetaria privata.

Quando una moneta privata assume un ruolo pubblico

Finché una criptovaluta rimane un investimento finanziario, il suo impatto sul sistema monetario risulta limitato. Quando invece viene utilizzata per effettuare pagamenti, conservare liquidità o trasferire ricchezza tra soggetti economici, inizia a svolgere alcune delle funzioni tradizionalmente attribuite alla moneta.

Se questo processo raggiunge dimensioni significative, la questione non riguarda più soltanto il settore delle criptovalute, ma investe in modo diretto la politica monetaria.

Una stablecoin privata utilizzata da milioni di persone può infatti ridurre la domanda della valuta nazionale, modificare i flussi finanziari internazionali e trasferire parte delle funzioni normalmente esercitate dalle banche centrali verso operatori privati non soggetti agli stessi meccanismi di controllo democratico e istituzionale (Jordan, 2019; Adrian et al., 2025).

Giancarlo Giorgetti, Ministro dell’Economia e delle Finanze, ha sottolineato come la diffusione delle stablecoin denominate in dollari possa contribuire a rafforzare il ruolo internazionale della valuta statunitense, arrivando a riaffermarne il “signoraggio” su scala globale (Bertolino, 2025; Fubini, 2025).

La questione, dunque, non riguarda esclusivamente Tether o le altre stablecoin oggi esistenti. Riguarda piuttosto il modello monetario che queste rappresentano. Per la prima volta dalla nascita delle banche centrali moderne, soggetti privati stanno sviluppando strumenti digitali capaci di svolgere, almeno in parte, funzioni tradizionalmente riservate alla moneta pubblica.

Ed è proprio questo cambiamento a rendere necessario interrogarsi non soltanto sulle caratteristiche tecnologiche delle stablecoin, ma anche sul ruolo economico che esse possono assumere all’interno del sistema finanziario internazionale.

La moneta bancaria e il nuovo signoraggio delle stablecoin

Le stablecoin pongono interrogativi che vanno ben oltre l’innovazione tecnologica. Per comprenderne le implicazioni è necessario chiarire come nasce la moneta che utilizziamo ogni giorno.

Nell’immaginario collettivo il denaro coincide ancora con banconote e monete metalliche. In realtà, gran parte della moneta moderna è già digitale: stipendi, mutui, pagamenti tramite carte e bonifici si basano prevalentemente su depositi bancari e scritture contabili.

La digitalizzazione della moneta, quindi, non nasce con le criptovalute. La vera novità introdotta dalle stablecoin consiste piuttosto nella possibilità che una forma digitale di moneta venga emessa da soggetti privati esterni al sistema bancario tradizionale e alla banca centrale.

Il ruolo delle banche nell’economia reale

Pur essendo imprese private, le banche commerciali svolgono una funzione che va ben oltre la semplice gestione dei conti correnti. Esse operano all’interno di un’infrastruttura pubblica composta da banche centrali, autorità di vigilanza, sistemi di garanzia dei depositi e regole prudenziali.

Quando una banca concede un mutuo o finanzia un’impresa, non si limita a trasferire denaro già esistente. Attraverso il credito crea nuova moneta bancaria, ma questa creazione è subordinata a un processo di valutazione economica. L’intermediario analizza la solvibilità del debitore, la sostenibilità dell’investimento e la probabilità che il prestito venga restituito.

Questa funzione di selezione è uno degli elementi fondamentali dell’economia di mercato.

Una delle identità più note della macroeconomia afferma infatti che il risparmio deve trasformarsi in investimento:

S = I (Gramlich, 2004; Barsky et al., 2021).

Dietro questa semplice equazione si nasconde il ruolo essenziale svolto dalle banche. Esse raccolgono il risparmio delle famiglie e lo convogliano verso imprese, investimenti produttivi e acquisto di abitazioni, trasformando liquidità inattiva in crescita economica.

Naturalmente il sistema non è perfetto. La storia economica è ricca di crisi bancarie, bolle speculative ed errori nella concessione del credito. Tuttavia, il principio rimane invariato: la creazione della moneta bancaria è inserita in un quadro istituzionale finalizzato al finanziamento dell’economia reale e sottoposto a controlli pubblici.

Quando il risparmio prende una strada diversa

L’emergere delle stablecoin modifica almeno in parte questo meccanismo.

Quando un cittadino converte euro, pesos o lire turche in USDT, quella liquidità non entra necessariamente nel circuito del credito del Paese in cui vive. Le risorse confluiscono invece presso l’emittente della stablecoin, che le investe secondo una propria strategia finanziaria.

Nel caso di Tether, gran parte delle riserve è costituita da Treasury Bills e altri strumenti collegati al debito pubblico degli Stati Uniti (Tether, 2026).

Dal punto di vista del singolo utilizzatore, il vantaggio consiste nel detenere un’attività digitale stabile, facilmente trasferibile e ancorata al dollaro. Tuttavia, dal punto di vista macroeconomico, una quota crescente di risparmio può uscire dal circuito nazionale dell’intermediazione bancaria senza tradursi in nuovi prestiti alle imprese o alle famiglie del Paese di origine. Secondo Hoffman et al. (2025), ciò può aumentare il costo della raccolta per le banche, ridurre la loro capacità di concedere credito e, di conseguenza, comprimere gli investimenti e la produzione nell’economia reale.

Proprio questo aspetto rappresenta un punto tanto critico quanto ancora poco discusso del fenomeno.

La nascita di un nuovo signoraggio privato

L’altro elemento centrale riguarda il cosiddetto signoraggio, ovvero il beneficio economico derivante dall’emissione della moneta storicamente appartenuto allo Stato o alla banca.

Le stablecoin introducono una configurazione diversa.

Quando un investitore acquista USDT, Tether riceve dollari o attività equivalenti, emette il corrispondente token digitale e investe le riserve in strumenti finanziari remunerativi. Gli utenti ottengono una rappresentazione digitale del dollaro, mentre l’emittente incassa i rendimenti generati dagli asset detenuti a garanzia.

Con tassi d’interesse relativamente elevati, questo modello può diventare estremamente redditizio.

Nel primo trimestre del 2026 Tether ha dichiarato un utile netto superiore a un miliardo di dollari e un buffer patrimoniale di oltre otto miliardi (Tether International, S.A. de C.V., 2026). Si tratta di risultati che testimoniano come la gestione delle riserve sia ormai un’attività economica di dimensioni comparabili a quelle di importanti intermediari finanziari internazionali.

Non sorprende quindi che diversi studi abbiano iniziato ad analizzare l’impatto delle stablecoin persino sul mercato del debito pubblico statunitense. Le ricerche di Ante et al. (2025), ad esempio, suggeriscono che gli acquisti di Treasury Bills riconducibili agli emittenti di stablecoin possano contribuire, almeno in parte, a sostenere la domanda di titoli pubblici americani e a contenerne i rendimenti.

La geopolitica nascosta dietro una moneta digitale

Questa dinamica produce un effetto che va oltre il funzionamento dei mercati finanziari.

Ogni nuova stablecoin ancorata al dollaro può infatti accrescere la domanda di attività denominate nella valuta statunitense contribuendo a rafforzarne il ruolo internazionale. Allo stesso tempo, una quota crescente delle funzioni tradizionalmente associate alla moneta viene esercitata da emittenti privati anziché da istituzioni pubbliche.

Ne deriva un nuovo equilibrio. Gli Stati Uniti possono beneficiare di una maggiore domanda di dollari e di titoli del Tesoro, mentre il funzionamento del sistema monetario internazionale diventa sempre più dipendente da operatori privati globali che non rispondono agli stessi meccanismi di responsabilità istituzionale e democratica delle banche (Schnabel, 2026; Adrian et al., 2025).

La crescente rilevanza di soggetti privati nella gestione della moneta digitale solleva interrogativi che investono il ruolo delle istituzioni pubbliche. Se la moneta costituisce uno degli strumenti attraverso cui gli Stati esercitano la propria sovranità economica, fino a che punto tale funzione può essere delegata al mercato? E quale strategia stanno adottando le principali potenze economiche di fronte a questa trasformazione?

Le risposte offerte da Stati Uniti, Unione europea e Cina riflettono concezioni differenti sul rapporto tra innovazione, mercato e sovranità monetaria. Da questo confronto, prende avvio la terza e ultima parte dell’articolo.

 

 

L’Europa, gli Stati Uniti e la Cina: tre modelli di moneta digitale

Se le stablecoin stanno ridefinendo il rapporto tra tecnologia e moneta, la vera questione diventa capire come le principali economie mondiali intendano governare questa trasformazione.

La strategia americana: sostenere il dollaro attraverso il settore privato

Negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno adottato una strategia che, a prima vista, può apparire paradossale.

Con l’Executive Order del gennaio 2025, l’amministrazione Trump ha vietato alle agenzie federali di sviluppare o promuovere una Central Bank Digital Currency (CBDC), motivando la decisione con i possibili rischi per la privacy dei cittadini, la stabilità del sistema finanziario e la libertà economica (White House, 2025a).

Allo stesso tempo, però, il Congresso ha definito un quadro normativo favorevole allo sviluppo delle stablecoin attraverso il GENIUS Act, imponendo agli emittenti l’obbligo di detenere riserve costituite prevalentemente da dollari e titoli del Tesoro statunitensi (White House, 2025b; U.S. Department of the Treasury, 2026).

Questa scelta risponde a una logica precisa. Ogni volta che una stablecoin garantita da Treasury viene acquistata, aumenta la domanda sia di dollari sia di debito pubblico americano. In questo modo, il settore privato contribuisce a rafforzare il ruolo internazionale della valuta statunitense. È stato stimato che un incremento di circa 3,5 miliardi di dollari nelle stablecoin è associato a una riduzione dei rendimenti dei Treasury Bills a tre mesi fino a circa 5 punti base nell’arco di due settimane, suggerendo che la crescente domanda di riserve da parte degli emittenti possa contribuire a ridurre il costo di finanziamento del debito pubblico statunitense (Ahmed & Aldasoro, 2025).

Alcuni studiosi hanno definito questa strategia una forma di “crypto-mercantilismo” (Monnet, 2025): utilizzare l’innovazione finanziaria privata come strumento per consolidare l’egemonia monetaria del dollaro senza affidare alla banca centrale il compito di emettere una CBDC.

La sfida europea: autonomia strategica e infrastrutture di pagamento

L’Unione europea affronta il problema da una prospettiva differente.

Negli ultimi anni è emersa con crescente chiarezza una forte dipendenza dell’Europa dalle infrastrutture di pagamento controllate da operatori esterni. Secondo la Banca Centrale Europea, nel 2022 circa il 61% delle transazioni con carta nell’Eurozona è stato elaborato attraverso circuiti internazionali e tredici Paesi non disponevano più di uno schema nazionale di pagamento (ECB, 2025a).

Questa dipendenza non riguarda soltanto le commissioni applicate ai pagamenti.

Ogni transazione genera dati economici, produce ricavi e contribuisce a rafforzare il potere di mercato delle piattaforme che gestiscono le infrastrutture finanziarie. Quando tali infrastrutture sono controllate da imprese estere, una parte del valore creato nell’economia europea viene trasferita fuori dall’Unione.

Philip Lane ha più volte collegato questo tema al concetto di autonomia strategica europea, sottolineando come il controllo delle infrastrutture di pagamento rappresenti ormai un elemento fondamentale della sovranità economica (Lane, 2025). Analoghe considerazioni emergono nei lavori di Beretta e Neuberger (2025), secondo cui l’euro digitale potrebbe contribuire a rafforzare l’indipendenza finanziaria dell’Unione.

In questa direzione si collocano anche iniziative come la European Payments Initiative (EPI) e il sistema Wero, nati con l’obiettivo di costruire un’infrastruttura di pagamento paneuropea capace di ridurre la dipendenza da operatori extraeuropei (European Payments Initiative, 2025; Wero, 2025).

L’euro digitale come infrastruttura pubblica

In questo contesto si inserisce il progetto dell’euro digitale.

Anche se l’euro è già oggi prevalentemente utilizzato in forma digitale, la vera novità di una CBDC retail consiste nella possibilità per cittadini e imprese di detenere direttamente una forma digitale di moneta emessa dalla banca centrale.

L’obiettivo dichiarato della BCE non è sostituire il sistema bancario né eliminare gli strumenti di pagamento privati. L’intenzione è quella di garantire che continui a esistere una forma di moneta pubblica universalmente accettata, sicura e indipendente dalle grandi piattaforme tecnologiche (ECB, 2025b; Cipollone, 2025; Lane, 2025).

Tuttavia, se i cittadini trasferissero una quota eccessiva dei propri depositi verso la banca centrale, le banche commerciali potrebbero disporre di minori risorse da destinare al credito, con possibili effetti sul finanziamento dell’economia reale. Per questo motivo il progetto europeo prevede un modello ibrido, nel quale la BCE emette la moneta digitale mentre la distribuzione continua ad avvenire attraverso intermediari finanziari regolati, con limiti alla detenzione individuale e adeguate garanzie in materia di privacy (ECB, 2026).

Il dibattito teorico: tra Fisher e il sistema bancario moderno

L’introduzione di una valuta digitale pubblica riporta al centro un dibattito economico che affonda le proprie radici nella prima metà del Novecento.

Dopo la crisi del 1929, Irving Fisher e altri economisti della Scuola di Chicago sostennero che il sistema della riserva frazionaria attribuisse alle banche commerciali un potere eccessivo nella creazione della moneta (Fisher, 1936; Benes & Kumhof, 2012). Secondo questa impostazione, una maggiore quota dell’emissione monetaria avrebbe dovuto essere affidata direttamente allo Stato.

Tuttavia, il sistema bancario contemporaneo svolge una funzione che va oltre la semplice creazione della moneta. Come evidenziato da Diamond (1984) e da Stiglitz e Weiss (1981), la valutazione del merito creditizio richiede informazioni decentralizzate, esperienza e capacità di assumere rischio. Affidare integralmente questa funzione alla banca centrale potrebbe ridurre l’efficienza nell’allocazione del capitale e limitare gli incentivi all’innovazione.

Per questa ragione, numerosi economisti ritengono che la priorità non sia sostituire il sistema bancario, bensì preservare un ruolo della moneta pubblica nell’economia digitale, evitando che il futuro dei pagamenti venga monopolizzato da grandi piattaforme private o da emittenti globali di stablecoin (Lambert et al., 2023; Lane, 2025).

La Cina e il controllo della moneta digitale

A differenza di Stati Uniti e in modo più deciso e pragmatico rispetto l’ Europa, Pechino ha limitato l’utilizzo delle criptovalute private e sviluppato lo yuan digitale come unica rappresentazione della valuta nazionale in formato digitale. Nel 2026 le autorità cinesi hanno inoltre rafforzato le restrizioni nei confronti delle stablecoin non autorizzate denominate in renminbi, ribadendo che soltanto la banca centrale può emettere moneta digitale nazionale (Reuters, 2026; PYMNTS, 2026).

Pur suscitando preoccupazioni in termini di privacy e controllo statale, questo modello evidenzia un principio che anche le economie occidentali stanno riscoprendo: la sovranità monetaria dipende sempre più dal controllo delle infrastrutture digitali attraverso cui la moneta viene emessa, trasferita e utilizzata.

Conclusioni

Il dibattito sulle stablecoin non riguarda soltanto il futuro delle criptovalute. Riguarda, più in generale, il ruolo che gli Stati intendono conservare nella gestione della moneta nel XXI secolo.

Le stablecoin offrono vantaggi concreti: rendono più efficienti i pagamenti internazionali, riducono i costi di trasferimento e possono rappresentare una valida alternativa nelle economie caratterizzate da elevata inflazione o instabilità finanziaria. Ignorare questi benefici sarebbe un errore.

Allo stesso tempo, la loro diffusione pone interrogativi che nessuna banca centrale può permettersi di trascurare. Se una quota crescente della moneta digitale viene emessa da imprese private globali, anche funzioni tradizionalmente pubbliche rischiano di spostarsi verso operatori di mercato.

Per l’Europa, la sfida consiste nel conciliare innovazione e autonomia strategica. L’euro digitale non rappresenta soltanto un nuovo strumento di pagamento, ma la possibilità di preservare una presenza della moneta pubblica nell’economia digitale senza compromettere il ruolo delle banche nel finanziamento di famiglie e imprese.

In definitiva, la questione non è scegliere tra moneta pubblica e moneta privata, ma definire un equilibrio istituzionale capace di sfruttare l’innovazione tecnologica senza rinunciare alla sovranità monetaria. Nel prossimo decennio, la competizione tra dollaro, euro e yuan sarà importante, ma potrebbe non essere quella decisiva. La vera sfida riguarderà piuttosto il rapporto tra istituzioni pubbliche e grandi operatori privati nella gestione della moneta digitale. È da questo equilibrio che dipenderà una parte significativa dell’assetto economico e geopolitico del XXI secolo.

 

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