Giornalismo

Dalla provincia senza cantori ai luoghi senza colori

Come le controculture hanno perso il proprio habitat e anche il
colore è diventato un’estetica senza biografia.

26 Luglio 2026
«A Roma ci dividiamo in fasci, alternativi, b-boy e precisi». Quando, nel 1999, uscì nelle sale Come te nessuno mai di Gabriele Muccino, questa frase apriva un censimento visivo dell’adolescenza, nel quale anche – e soprattutto – gli abiti determinavano l’essenza stessa di chi li indossava. In quella tassonomia certamente imperfetta, i vestiti si facevano armatura politica e culturale, come una divisa identitaria fatta di codici analogici attraverso i quali ci si riconosceva a distanza, seduti magari sopra un muretto o dentro una piazza. A rileggerla oggi, quella scena appare come l’ultimo atto di un lungo processo storico, dove anche l’estetica era intesa come appartenenza, e il corpo come manifesto. Per decenni le controculture hanno utilizzato la superficie della pelle come il primo e più immediato campo di battaglia sociale, tramandando di generazione in generazione la convinzione che esistere significasse anche occupare fisicamente uno spazio.
Oggi quel movimento sembra aver perduto la propria spinta collettiva, e per comprenderne la mutazione bisogna partire proprio dai luoghi in cui quelle controculture nascevano e si scontravano. Se la Roma di Muccino celebrava i conflitti della metropoli, l’orizzonte che Andrea Ferrazzi fotografa nel suo editoriale per ItalyPost rivela la mappa di una provincia senza più sviluppo né cantori. Un paesaggio che restituisce la solitudine profonda di una terra rimasta orfana di voci, scivolata dentro quella che lui stesso definisce left-behindness — un sentirsi lasciati indietro, che nasce come esclusione territoriale ed economica e finisce per diventare un clima emotivo globale.
C’è un filo rosso però, che lega la metropoli privatizzata e la provincia isolata, ovvero la scomparsa dello spazio pubblico. Le piazze, i muretti e i giardini erano porti franchi gratuiti nei quali il tempo poteva ancora trascorrere senza l’obbligo di produrre o consumare, dove l’esistenza non doveva necessariamente esibire una ricevuta fiscale.
La contrazione di questi territori liberi ha tolto il cemento sotto i piedi alle comunità. Senza un habitat fisico in cui collidere, sfregiarsi e contagiarsi, le appartenenze hanno perso i corpi, si sono dissolte, lasciando le strade nude. In questo vuoto si è inserito il presente, e lo sradicamento fisico è stato inghiottito dal feed dei social network.
Il mondo digitale infatti, simula un’abbondanza di luoghi ed estetiche, ma è una saturazione artificiale, bidimensionale e priva di attrito. Quelli che un tempo erano stili di vita ancorati alla lotta di classe o al senso di quartiere oggi sono depoliticizzati, ridotti a semplici “core” — dal gorpcore al clean girl aesthetic. Microtrend stagionali da consumare in solitudine, scivolando solo su uno schermo. Così, come le piazze reali sono state sottratte alla comunità, i luoghi digitali diventano semplici scenografie intercambiabili, non più geografie da abitare e difendere, ma sfondi virtuali per un’estetica senza radici.
Forse, allora, le controculture hanno perso i loro colori perché la vita di prossimità, ruvida e locale, è stata semplicemente espulsa dalla storia. In un mondo che premia solo ciò che è spendibile ovunque e monetizzabile all’istante, piantare i piedi in un luogo e firmarlo con il proprio corpo non ha più valore.
Possiamo quindi affermare che il crollo delle controculture si salda perfettamente alla left-behindness di Ferrazzi, non una banale esclusione geografica, ma una vera e propria mutilazione dell’anima. Sfratati i corpi dalle strade e spenti i fuochi nelle piazze, non restano che territori muti e una generazione orfana che si illude di scegliere chi essere nel riflesso di uno schermo, mentre fuori, la realtà si spegne, in un silenzio che nessuno sembra aver più il coraggio di cantare.
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