Italia

25 Aprile ieri, oggi e i giorni che verranno

25 Aprile 2026

Al di là della retorica nella narrazione pubblica e nel dibattito spesso polarizzato tra le parti politiche anche sulla memoria storica del paese, sono in molti a chiedersi quale sia il senso della celebrazioni del 25 aprile nel tempo delle guerre totali , di una logica di forza e violenza che appaiono incontenibili e cosa sia rimasto di una promessa di un ordine secondo il diritto e della speranza che dopo Auschwitz e i conflitti mondiali, costati 100 milioni di morti, le generazioni future non avrebbero più vissuto l’esperienza della guerra.

 

Tuttavia mai come oggi il 25 Aprile non è solo momento commemorativo della Resistenza e di quanti italiani e soldati alleati ( 100mila morti in gran parte angloamericani) persero la loro vita nella lotta in italia contro il nazifascismo, ma è diventato categoria politica che riunisce temi e domande fondanti eppure rese problematiche alla luce delle diverse culture e sensibilità maturate in ottant’anni di democrazia e di pace: il diritto di resistenza a un potere oppressivo, all’invasione della propria patria, la legittimità dell’insurrezione contro una dittatura, il rapporto tra lotta armata e un progetto in vista di un ordine di pace e di ripudio della guerra.

 

La Resistenza, nata dopo lo sfaldamento di fatto del Regno di Italia l’8 settembre 1943, assunse la forma di una guerra su un territorio già occupato da una potenza militare straniera e da un regime collaborazionista (la repubblica sociale italiana) ma nello stesso tempo si iscrisse anche in un orizzonte politico costituzionale: quello che vedrà come tappe successive il 2 giugno 1946 con il referendum istituzionale di scelta e fondazione della Repubblica e nel 1947 l’Assemblea Costituente e l’entrata in vigore della Costituzione Repubblicana il primo gennaio del 1948.

 

Tre anni quelli che vanno dal 1945 al 1948 che hanno costituito politicamente e giuridicamente la nascita di quella “Grundnorm”, quella Norma fondamentale, fondativa di cui parlava il giurista Hans Kelsen : il presupposto di un potere ( un Assemblea Costituente ) autorizzato a scrivere ed introdurre norme vincolanti per una Nazione e una Comunità.

In questo senso, la Resistenza italiana è stata anche paradigma politico, cioè la trasformazione di un movimento di resistenza in un processo di ricostruzione democratica di una nazione.

Il 2 giugno è stata la scelta istituzionale e il punto di partenza del processo costituente: il momento in cui, dopo la guerra, il popolo scelse liberamente la propria forma di Stato,  un’assemblea rappresentativa e decise di dare alla propria vittoria una cornice normativa condivisa.

Il 1948 ne è stato il compimento: la Costituzione come punto di riferimento etico‑giuridico, che tenta di trasformare le vittorie e i traumi del passato in una struttura di suffragio universale, di diritto, di garanzie e di limiti al potere.

Una domanda che molti ambienti della società civile  e di una parte di narrazione mainstream si pongono con posizionamenti e coinvolgimenti differenti, e’ se questo ricordo della Liberazione oggi possa diventare una chiave per leggere anche alcuni dei conflitti come l’Ucraina e la guerra israelopalestinese (seppur diversi per cause, genesi e prospettive ) e leggerli sotto l’ottica del diritto di un popolo a rifiutare l’occupazione, l’invasione, la dittatura interna, la violenza sistematica.

 

Un principio riconosciuto in molte fonti del diritto internazionale e dalle Nazioni Unite, almeno in linea di principio, come diritto all’autodeterminazione dei popoli e come legittimità della resistenza contro dominazioni di ogni tipo.
Un processo che richiede però prima di tutto di destoricizzare almeno parzialmente il concetto, riconducendolo a un principio etico politico generale.

La memoria del periodo dall’8 settembre allo sbarco in Normandia, dal 25 aprile al 8 Maggio 1945 con la caduta di Berlino e la capitolazione della Germania nazista, non è solo memoria della fine del più grave e genocida conflitto nella storia contemporanea: è il ricordo di un principio morale e politico che la guerra mondiale stessa aveva cancellato, ma che la Resistenza e poi il processo costituente hanno restituito al centro della vita politica:

– il principio che la libertà di un popolo non è negoziabile; che la resistenza e la difesa di un popolo e di una nazione aggredita ed invasa è un diritto, il principio che la pace non è solo la cessazione degli atti di guerra, ma la costruzione di una convivenza  fondata su diritti, libertà,  pace e istituzioni democratiche.

Celebrare il 25 aprile, il 2 giugno e la Costituzione del 1948, oggi, significa dunque anche prendere posizione sulla geopolitica mondiale.

In questo senso, molti hanno parlato di “resistenza ucraina” come di un fenomeno che, pur diverso nella forma (stato moderno, esercito regolare, coalizione internazionale, guerra ibrida, uso intensivo di tecnologie ) mantiene un nucleo comune con la Resistenza italiana ed europea degli anni 40 del novecento ; un popolo che rifiuta la logica dell’annessione, della “sfera di influenza” e della “sottomissione necessaria” e una scelta politica collettiva di combattere, pur conoscendo e pagandone il prezzo in termini di morti, distruzione e divisione interna.

La differenza rilevante è che la Resistenza italiana fu in buona misura guerriglia irregolare ( via via strutturatasi e organizzata ) in un contesto di guerra civile e di sfaldamento interno del proprio regime autoritario, mentre la resistenza ucraina si svolge nel quadro di uno stato compiutamente democratico,membro della comunità internazionale, strumenti politico giuridici sviluppati.

Queste differenze mostrano che la Resistenza italiana non è un “modello”, ma può essere un riferimento etico politico: il punto di riferimento è il principio di resistenza al dominio, non l’identità politica, culturale di un particolare schieramento.

Uno dei contributi più fecondi che la memoria attuale del 25 aprile può offrire è proprio il movimento storico che portò dal 25 aprile al 2 giugno e alla Costituzione del 1948.

In questo schema, il momento della resistenza tra il 1943 e il 1945 è stata l’affermazione del diritto di un popolo a non essere sottomesso, a reagire all’aggressione, alla difesa, al sostegno di eserciti alleati, a provare a negoziare da posizione di forza.

Il 2 giugno e poi il processo costituente del 1947/48, invece, è stato il momento della costruzione politica: la possibilità di trasformare la vittoria militare in una cornice costituzionale, in istituzioni democratiche, in un patto sociale e giuridico tra le diverse parti.

Provando a leggerne i conflitti contemporanei, questo schema suggerisce che riconoscere il diritto di resistenza è un passaggio politico e morale, in linea con il principio di autodeterminazione dei popoli presente in molte elaborazioni del diritto internazionale, ma è altrettanto importante chiedersi come la fine di un conflitto potrà tradursi nell’affermazione o nel ritorno ad un ordine istituzionale stabile, inclusivo, garantista.

In questo senso,ad esempio, il processo di adesione dell’ Ucraina all’Unione Europea rimane l’obiettivo e la migliore garanzia per sostenere la resistenza all’aggressione russa , una pace giusta e la tenuta delle istituzioni democratiche del paese.

Questo porta ad una riflessione più ampia sul diritto di resistenza e sul principio di autodeterminazione dei popoli nel contesto dell’ordine internazionale contemporaneo . Riconoscere questo principio significa, politicamente, in primo luogo rifiutare la tesi che la vittoria del più forte sia l’unica legge internazionale e reintrodurre, sebbene in modo cauto, il tema della giustizia politica nel dibattito sulla guerra contemporanea.

In secondo luogo, la Resistenza italiana, conclusasi con la scelta del 2 giugno e la Costituzione repubblicana, mostra che resistere non puo’ essere solo un fine in sé, ma un passaggio verso un ordine politico costituzionale democratico.

A ben vedere , se non fosse per il livello di violenza di massa e massacri annichilenti che hanno caratterizzato la guerra israelo palestinese a Gaza dal 7 ottobre 2023 arrivata ad un punto di lacerazione che sarà difficilmente ricomponibile dalla prossima generazione, le stessi riflessioni potrebbero svilupparsi in Palestina, soprattutto nelle sue aree occupate dal 1967 da Israele.

Il conflitto non è solo un fronte di “guerra convenzionale”, ma anche un conflitto di occupazione e di diritto all’autodeterminazione.
Qui si può leggere il principio di resistenza a un’occupazione prolungata, a colonizzazione di insediamenti, a limiti alla libertà di movimento e di governo, e alla pretesa di assorbire con la forza de facto un territorio e un popolo in uno altro Stato guida.

Non è possibile identificare il 25 aprile con una singola forma di resistenza (armata, civile, di protesta, diplomatica), ma il nodo etico è lo stesso:
anche se il contesto politico Israelo-Palestinese in un conflitto ormai secolare è profondamente carico di controversie, ha un popolo il diritto di rifiutare l’occupazione e di rivendicare uno spazio politico autonomo, con proprie istituzioni, senza essere ridotto a “problema di sicurezza” permanente?

Ma ammesso e non concesso che si apra un periodo di stabilizzazione non armata, può la fine di una occupazione o un armistizio aprire un processo costituente palestinese, istituzioni democratiche, e un quadro di diritti, invece che lasciare il campo a nuove forme di autoritarismo, divisioni interne, o subordinazione ad attori esterni?

Pesa la recente eredità di vicende in corso in alcuni stati dell’area travolti dalla guerra, dalla Libia all’Iraq alla Siria dove la proliferazione di attori, interessi esterni, violenze settarie e terrorismi internazionali ha reso difficile parlare di un unico progetto politico condiviso e dove il “dopo guerra” non appare come un processo di pacificazione e limitazione del potere, ma spesso come riassestamento di poteri autoritari o di nuove oligarchie.

La Resistenza italiana ci ricorda che la libertà di un popolo non è un dono, ma è stato esito di un processo storicamente dato, di una lotta e di una vittoria anche militare, ma senza un passaggio di una progressiva maturazione costituzionale e un incarnarsi nella democrazia politica, è un processo che rischia di cristallizzarsi e retrocedere. Per questo la memoria storica non serve ad idealizzare il passato, ma ad orientare in modo più consapevole e responsabile la politica del presente.

 

E per questo, ritornando a Kyiv, leggere la resistenza ucraina nel più grave conflitto dell’Europa contemporanea alla luce di questo schema, significa non solo sostenerla e riconoscerne la sua legittimità, ma anche assumersi la responsabilita’ di pensare a che tipo di ordine pacifico ne scaturirà , per questo il ruolo e la disponibilità a condividerne gli oneri da parte delle democrazie, dei suoi corpi intermedi, degli stati e dei popoli dell’Unione Europea sarà fondamentale.

 

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