Italia
Il rito è morto?
Abbiamo confuso la ricorrenza con il desiderio
Quando il simbolo si svuota, resta solo il calendario. Ci sono riti che si ripetono e riti che si scelgono. I primi stanno sul calendario. I secondi nella carne. La differenza non è sottile. È tutto.
Abbiamo bisogno di riti per sentirci ancora dentro qualcosa. Ma spesso non ce ne accorgiamo. Ci aggrappiamo alle feste, alle cene comandate, agli anniversari da rispettare. Pensiamo che basti una torta, una fotografia, una fila di frasi da dire. Ma un rito senza desiderio è solo rumore. E un augurio senza sguardo è una finta.
Ci siamo convinti che celebrare basti. Ma celebrare senza amare è liturgia vuota. E desiderare senza agire è malinconia.
I riti veri sono pochi. Ma restano. Non si fanno perché si deve. Si fanno perché si vuole. Perché qualcuno ci manca. Perché qualcuno ci muove. Perché il tempo ha bisogno di essere abitato, non soltanto contato.
Chi desidera davvero non ha bisogno del calendario. Ha bisogno di una voce. Di un gesto. Di una chiamata inaspettata. Di una presenza che non sia dovuta.
Un figlio che torna a casa senza avvisare. Un padre che prepara il pranzo anche se nessuno gliel’ha chiesto. Una mano sulla spalla, senza parole. Un fiore su una tomba qualunque giorno, non quel giorno. Questi sono i riti veri. Non si celebrano. Accadono.
Abbiamo perso il senso del sacro. E insieme, quello della laicità. Abbiamo trasformato il simbolo in sequenza. Il desiderio in ricorrenza. Abbiamo fatto dell’amore un promemoria. E ci siamo illusi che bastasse.
Non stiamo parlando solo del rito religioso. Ma anche di quello civile. Di quei gesti pubblici che dovrebbero unire, e invece si svuotano nel cerimoniale. Una scuola che inaugura con un taglio di nastro e nessuno che ascolti i ragazzi. Un funerale di Stato dove tutto è previsto, ma nessuno piange. Un discorso istituzionale in cui nessuno crede più. Il rito, quando è reale, unisce senza obbligare. Dice “Io ti vedo”. E se nessuno ti vede, nessuna festa ha senso.
Il desiderio non è solo passione. È memoria attiva. È impegno. È costruzione. E senza desiderio, ogni rito si spegne nella forma.
Forse è ora di smettere di ripetere. E tornare a scegliere. Perché solo chi desidera, può celebrare davvero.
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