Giorgia Meloni

Partiti e politici

Crisi, elezioni anticipate senza vincitori, governo tecnico: ipotesi sull’anno che verrà

Giorgia Meloni tace. Interviene per solidarizzare con il Cardinal Pizzaballa, esalta il decreto sicurezza, ma di politica non parla. Forse sente, come tutti, la propria maggioranza che scricchiola.

29 Marzo 2026

Nei palazzi della politica e sui giornali serpeggia un fantasma, ed è il fantasma della crisi di governo, anticamera del voto anticipato. I giorni infatti passano e Giorgia Meloni tace. Dopo il video con gli uccellini, diffuso a sconfitta referendaria ormai certa, una settimana fa, interrompe il silenzio nel fine settimana, per accodarsi alla solidarietà espressa da tutti, proprio tutti, al Cardinal Pizzaballa, tenuto fuori dal Santo Sepolcro di Gerusalemme dalle autorità israeliane: lei che sulla guerra di Trump in Iran non aveva “abbastanza elementi” per dirsi d’accordo o in dissenso. Come a dire che quando in campo c’è l’amico Trump si tace, se ci sono l’amico Netanyahu e il Vaticano, in Italia, si sa, si sceglie il Vaticano, per non rischiare. Subito dopo interviene di nuovo, sui social, per dire che “il decreto sicurezza funziona”, alla faccia di “certa sinistra” sventolando il fermo preventivo di novantuno persone.

Un lungo divagare e parlar d’altro per non riferire in parlamento, cioè al Paese, della crisi tutta politica che si è aperta con la sconfitta nelle urne. Pensa, lei, di aver parlato coi fatti, dimissionando Delmastro, Bartolozzi e soprattutto Santanchè: sperando così di ripartire col piatto pulito, avendo eliminato dal suo campo la malapianta, avendo sottratto agli avversari, ai giornalisti, a “certa sinistra”, i pretesti per nuovi attacchi e critiche e i punti di frattura che possono allargarsi. Chissà se non sa, o non vuole credere, che gli incidenti che oggi non si immaginano sono dietro l’angolo, gli scandali possono spuntare dove non ce li si aspetta, i capri espiatori di ieri – da che mondo e mondo – sono bombe parlanti in giro per la città, cioè il contrario dell’antidoto ai problemi di domani.

Poi ci sono i sondaggi, tanto disprezzati e sempre compulsati. I primi del dopo-referendum potrebbero essere anche letti mentre si tira un sospiro di sollievo, nelle stanze frequentate da Giorgia Meloni, sua sorella, suo cognato e gli altri politicamente intimi. Il calo c’è, ovvio, ma niente di spaventoso. C’è un indicatore che va tenuto al centro dei pensieri, però: ed è la fiducia nella presidente del Consiglio. Cala di qualche punto, un calo abbastanza netto. Dentro a una china discendente lenta ma continua, che non è iniziata ieri. Bisogna solo capire se finirà domani o se, invece, una goccia dopo l’altra, questa fiducia fredda, quest’apatia di fondo, continuerà a mangiarsi pezzettini dell’Italia che a Meloni aveva dato fiducia, per convinzione, per assenza di alternative, per conformismo. Magari, chissà, se la discesa continua, potrebbe essere proprio lei a voler cercar la “bella morte”, a interrompere il dissanguamento e a far cadere il suo governo per provare ad andare a votare. Come? Certo, non è facile immaginarlo. Come si costruisce una dimissione, con quali pretesti, sulla base di quali sconfitte parlamentari, senza che queste segnino un punto sfavorevole in vista del voto? Il voto, già, e con quale legge elettorale? Quella attuale che, stante l’attuale perimetro delle coalizioni, e immaginando una situazione non sostanzialmente cambiata, in termini di consenso, consegnerebbe il Paese a un parlamento confuso e senza maggioranze? Oppure un’altra, quella di cui si parla da mesi, immaginata per dare stabilità ai governi sacrificando un altro po’ di rappresentanza?

Non sappiamo naturalmente il futuro, ma possiamo fare qualche ipotesi. Non sembra impossibile o irrealistico che alla fine la legislatura finisca prima del previsto. In teoria mancherebbe un anno abbondante, alla scadenza naturale, ma riempire quattrocento giorni in queste condizioni non è certo facile. Bisogna fronteggiare una recessione che gli osservatori di mezzo mondo vedono sempre più vicina. Il responsabile principale è uno, si chiama Donald Trump, e Meloni ha paura anche di dire che è biondo, perché a lui potrebbe non piacere. Una Confindustria finora umbratile e paziente se la prende col Governo che cambia le regole sugli incentivi. Altro segnale. L’obiettivo sarebbe appunto cambiare la legge elettorale pro domo propria. Ma se non si riesce, che si fa? Se si capisce – cosa probabile – che in questo finale di legislatura travagliato non ci sono le condizioni per mettersi d’accordo, mentre la crisi economica continua a mordere, si sale al Colle, magari dopo uno, due, cinque incidenti parlamentari, e si racconta la storia del “non son qui per vivacchiare, ma per cambiare il Paese”.

A quel punto, Sergio Mattarella dovrà verificare la possibilità di una sopravvivenza della legislatura, cioè di una maggioranza che sostenga un nuovo governo. In questo quadro, visti gli equilibri interni ai partiti e la vicinanza temporale del termine naturale della legislatura, è abbastanza improbabile che ci siano i numeri e la voglia. E quindi si potrebbe tornare a votare, magari, ancora una volta, come nel 2022, in autunno, lasciando “a chi verrà dopo” l’onere di fare una manovra di bilancio difficile. E chi verrà dopo? Chi lo sa. Ma non sembra improbabile immaginare, a sistema elettorale inalterato, che non ci siano i numeri per nessuno dei due campi larghi, in entrambi i rami del Parlamento, E quindi? Chi vorrà farà parte di un accordo per far partire la legislatura lo troverà. Con davanti cinque anni, non ci sono impegni e promesse solenni fatte in campagna elettorale che i parlamentari non siano in grado di interpretare, anche se le hanno fatto loro stessi. Poi saranno cinque anni importanti, nei quali inizierà il dopo Mattarella. Questa volta sarà vero ed è, in fondo, la vera posta in gioco.

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