Letteratura

I corti circuiti dell’arte

Come si scrive e come si legge la poesia?

24 Gennaio 2026

Si è artisti solo al prezzo di sentire ciò che tutti i non artisti chiamano “forma” come contenuto, come “la cosa stessa”. Con ciò ci si ritrova certo in un mondo capovolto: perché ormai il contenuto diventa qualcosa di meramente formale – compresa la nostra vita.

Nietzsche, Frammenti Postumi Novembre 1887 – Marzo 1888, 11, 3, Nizza 14 novembre 1887. Traduzione di Sossio Giametta, Milano, Adelphi, 1970.

Un post assai stimolante di Julian Zhara, su Facebook, mi ha suggerito una serie di riflessioni, e mi ha fatto ricordare un frammento prezioso di Nietzsche, che qui copio come esergo. Ecco invece qui di seguito le mie riflessioni.

L’incomprensione di che cosa debba essere una poesia non è inadeguatezza che riguardi solo la poesia, ma esiste anche per il romanzo, per la saggistica, per tutta la letteratura, direi anzi per tutto ciò che richiede l’uso dell’intelligenza e, soprattutto, della parola, ma inoltre la si riscontra anche in tutti gli altri campi dell’arte e del sapere, è un’incomprensione che la si coglie per la musica, per la scienza, perfino per la tecnolgia, come se la comptenza fosse un ostacolo all’effettiva comprensione del reale, di cui ci basterebbe l’esperienza a comprenderlo: un Allevi, pertanto, sarà sempre più gradito di un Filidei; un divulgatore superficiale e approssimativo o addirittura un ciarlatano sarà ritenuto più attendibile di uno scienziato; all’occasione, siamo tutti virologi, tutti sessuologi, tutti critici musicali, tutti letterati, e così via, tutti esperti insomma di vaccini e tutti conoscitori – ça va sans dire – di che cosa sia e che cosa non sia arte. Quanti, davanti a un Mondrian o, peggio! dio ne scampi, a un Burri, esclamano: ma lo so fare anche io, oppure ma questo non è arte? Il bello, o il brutto, della faccenda è che lo sappiamo da sempre, ma c’illudiamo tuttavia che ci sia stata un’evoluzione del gusto, ci diciamo di essere capaci di cambiare le cose, di riuscire a suscitare maggiore consapevolezza e serietà di confronto. Ma è proprio così? Il povero Terenzio – siamo nel II secolo avanti Cristo – faceva implorare sulla scena dal grande attore Ambivio Turpione il pubblico perché non lasciasse le gradinate per inseguire il primo mangiafuoco o il primo giocoliere che strillasse le proprie prodezze. Inutile! La folla inseguiva il giocoliere o il mangiafuoco abbandonando le gradinate, e Turpione sciorinava le astuzie di Pseudolo alle pietre del teatro vuoto. Nessuno, oggi, sa niente di quel giocoliere e di quel mangiafuoco, e leggiamo in compenso edizioni critiche delle commedie di Terenzio, perfino un grande filosofo come Spinoza si misurò con la limpidezza dei suoi versi e fece l’attore, ad Amsterdam, recitando l’Andria e recitandola in latino, per il piacere di far conoscere una visione ancora attuale dell’uomo: “homo sum, nihil humani alienum puto”, dice un personaggio di Terenzio, che potremmo tradurre con “sono un uomo e niente di ciò che è umano lo ritengo estraneo”: è in nuce, già il succo della sua Ethica, nella quale cerca la regola che regola l’universo. Ma è invece umano, nonostante Spinoza, anche nella cultura, il predominio inesorabile di una legge dell’economia già riconosciuta da Adam Smith: che la moneta cattiva caccia sempre quella buona. Una legge che travalica i confini dell’economia. Un cattivo maestro avrà sempre più discepoli di quello in gamba. Del resto, in conclusione, i poeti sarebbero poeti, i musicisti musicisti, gli scienziati scienziati, se non s’illudessero sulla superiorità della ricerca, dello studio, rispetto alla facilità accattivante della usuale e banale seduzione?

Terenzio

Un aneddoto della vita di Debussy potrebbe, chi sa, chiarire in che consista questa spaccatura, probabilmente inevitabile, tra il fare dell’arte e la percezione diffusa che invece si ha, tra il pubblico, tra i lettori, di che cosa sia arte. L’uscita del primo libro dei Preludi ottenne un insperato quanto immenso successo, una vendita mai vista per un compositore contemporaneo, anche se ancora, alla fine dell’ottocento e all’inizio del novecento, era l’arte contemporanea ad attirare il pubblico: le avanguardie, che proprio in quel periodo prendono un atteggiamento aggressivo, finiranno invece per allontanare il pubblico dall’arte contemporanea. Intendiamoci, l’arte nuova ha sempre suscitato diffidenza. Papa Giovanni XXII, in una bolla, giudica la nuova musica dell’Ars Nova, “rumore”, non musica. La solita critica dei reazionari a tutto ciò che a loro pare inconsueto. Di solito, però, ai compositori troppo originali, come per esempio a Beethoven e perfino a Mozart, si rimproverava di scrivere musica troppo dotta, troppo difficile, non di non essere arte, e l’arte perciò continuava a essere, per tutti, ancora quella del proprio tempo. Il successo dei Preludi di Debussy lo dimostra. Intanto Debussy stava componendo una seconda serie. L’editore Durand gli faceva fretta, sperando in un rinnovato successo. Debussy ritardava invece la consegna del manoscritto adducendo il pretesto che c’erano ancora particolari che non gli piacevano, soluzioni formali che non lo convincevano. L’editore, spazientito, gli ribatté: “Ma chi se ne accorge?” Debussy, secco, gli rispose: “Io”. Ecco, sta qui la spaccatura, che prende forma proprio all’epoca di Debussy: la comunicazione si accontenta del consenso, equipara il successo al valore, mentre invece la scrittura pretende rigore, chiarezza d’intenti e di esecuzione. Non può che nascerne un conflitto tra chi scrive e chi legge.

Claude Debussy

Nell’opinione diffusa, infatti, la poesia non si distingue dalla confessione privata, la musica dall’intonazione di melodie seducenti, e ritmi accattivanti che raffigurano stati dell’animo. Non che in sé la richiesta sia sbagliata, ma è una richiesta che in realtà non chiede affatto solo belle melodie, ritmi attraenti, bensì pretende melodie che assomiglino a quelle che sono già piaciute, ritmi simili a quelli che hanno già colpito la fantasia e soprattutto il “cuore” dell’ascoltatore. A mio avviso il problema, o la situazione, sono assai complessi: la torre d’avorio del poeta e del musicista da una parte e la banalità piacevole del fruitore dall’altra sono gli estremi, l’esagerazione di qualcosa che ha invece molte facce.. Basta leggere i libri di poesia che si pubblicano oggi in Italia. Quasi tutti scadenti, versi scritti in un poetese di scarso spessore, corrivo, modellato su ciò che i più s’immaginano che debba essere la poesia. E non si tratta nemmeno di adeguarsi o no a modelli di scrittura inattuali, poeti famosi che siano o avanguardie esplosive. Questi autopromossi poeti, anzi, pensano di essere attualissimi, e in un certo senso hanno ragione, perché piacciono, trovano consenso, perché, come i loro lettori, quando ci sono, pensano che la poesia debba consistere nello sfogo leggibile, comprensibile delle proprie emozioni. E trovano editori compiacenti, anche perché molte pubblicazioni le paga lo stesso autore. Devo dire che in altre lingue il fenomeno è meno vasto che in Italia, c’è meno spazzatura: la selezione editoriale è più severa. Ma in altri paesi, in Polonia, per esempio, in Grecia, negli USA, tra questi, esiste ancora la lettura pubblica di poesie, frequentatissima e applauditissima, esiste, già a scuola, la lettura delle avanguardie, esiste un teatro d’avanguardia seguitissimo: in Polonia, per esempio, nasce un teatro d’avanguardia che poi si è diffuso in tutta l’Europa. E così pure in Lituania. Gli italiani, forse, non se ne sono accorti. Ma i francesi, gli inglesi, i greci, gli spagnoli sì. Posso testimoniarlo di persona. Allora, dov’è il problema? Premesso che la spaccatura tra il facile consenso e la difficoltà di seguire invece una scrittura più consapevole è sempre esistito e continuerà ad esistere, c’è alla base un problema educativo. Vale a dire che è a scuola, fin dalle primarie, che si deve far conoscere che cosa sia la poesia, e in quanti modi la si è scritta e la si possa scrivere, la si scriva. Insistere appunto sulla scrittura, sulla pluralità delle scritture, non sui contenuti emotivi, far capire già al bambino che non è importante che cosa dire ma come dire ciò che si vuole dire. Il che cosa deva essere la premessa, non l’oggetto principale della ricerca, perché se non hai niente da dire, allora tanto vale che stai zitto. È il come che fa la scrittura, la poesia, non il che cosa si dice, o meglio: il come si dice ciò che si vuole dire. Si dà per scontato che se scrivi hai qualcosa da dire. Da noi, in genere, ma le eccezioni non mancano, non si educa il bambino a percepire l’importanza dello stile, del modo di dire le cose. Un tempo anche in Italia a scuola s’insegnava la Retorica, ho ancora i libri sui quali mia madre la studiava. Ogni arte ha una tecnica, un complesso di istruzioni per l’uso. L’idea che tutto venga dal sentimento è un’idea ridicolmente romantica, l’idea appunto che produce gli Arminio. Inoltre è essenziale introdurre alla lettura dei poeti, fare leggere molto, se possibile anche in molte lingue, e molti poeti, vanno fatti cioè leggere i poeti, molti poeti, di tutte le lingue. Via via anche i più ardui, i più difficili. Esistono antologie che aiutano a trovarli. Anche di poeti tedeschi, francesi, di lingua spagnola, cinesi. Ma per restare in Italia, per esempio, quest’anno, il 2026, fanno 30 anni da quell’11 febbraio del 1996 in cui Amelia Rosselli si tolse la vita: in apertura la foto. Ecco: sono poesie sulle quali esercitare l’intelligenza del ragazzo. L’intelligenza, non la sensibilità, la sensibilità verrà fuori quando l’intelligenza avrà sciolto i nodi della poesia difficile, quando anzi avrà scoperto in quanti modi la poesia può dire ciò che la sensibilità le suggerisce. Leggere, leggere, leggere. È l’imperativo categorico per capire ciò che si legge. Non mi stancherò mai di consigliarlo. E, se possibile, leggere in più lingue. La stessa Rosselli scriveva in tre lingue, l’inglese, il francese e l’italiano e la sua vera lingua madre non era l’italiano, ma l’inglese. Mi fermo qui, ma è su questo che c’è moltissimo da indagare: sull’importanza, anzi sulla necessità di leggere molto, e di conoscere più lingue. per aprirsi al mondo. Ogni lingua è una visione del mondo. Non esistono lingue brutte, esistono lingue che guardano al mondo ciascuna in modo diverso. Il nostro Parlamento, che a volte non si accorge di sfidare il ridicolo, quando si decise d’introdurre anche nelle scuole primarie l’apprendimento di un’altra lingua, si chiese se non fosse troppo presto. Troppo presto? Ma è proprio da bambini che s’imparano meglio e prima le lingue! Quando avevo 7 anni la mia famiglia si trasferì in Argentina: dopo due mesi parlavo spagnolo. Mia cognata è scozzese. I miei nipoti a 6 anni parlavano già correntemente l’italiano e l’inglese. Mentre ascende al Paradiso, nella Commedia, Dante si volta indietro e vede la terra come una piccola sfera. Gli sembra solo un’aiuola. E la chiama “l’aiuola che ci fa tanto feroci”. Ecco, mai perdere il senso dei limiti, e pertanto scavalcarli, uscirne, saltare la siepe che recinge il proprio giardino, e guardare fuori. Sempre più fuori. Ascoltare le voci, tutte le voci, tutte le lingue.

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