Bolla AI

Innovazione

Questa è la bolla che ci può salvare?

L’attesa della bolla dell’AI nasce dall’illusione che si possa tornare indietro. La produttività può tradursi in maggiori profitti e minori redditi da lavoro. Un eventuale rallentamento può servire a correggere politiche e redistribuzione, non a fermare il cambiamento.

5 Maggio 2026

L’attesa salvifica della bolla dell’AI

C’è un sentimento curioso che attraversa il dibattito sull’intelligenza artificiale (AI). Molti aspettano, quasi con speranza, che la cosiddetta “bolla” dell’AI scoppi. Come se questo evento potesse fermare tutto ciò che la politica e l’economia non riescono a fermare.

Negli ultimi mesi, si è diffusa l’idea che l’intelligenza artificiale stia mostrando segni di debolezza. La produttività non aumenta, i ricavi non crescono e i costi rimangono elevati. Per molti sia di fronte di nuovo al paradosso di Solow: vediamo la nuova tecnologia ovunque, tranne nelle statistiche sulla produttività.

È un’osservazione seria, ma la conclusione che spesso la accompagna merita di essere discussa. I critici dicono che la produttività non aumenta, ma cosa stiamo davvero osservando?

I ricavi non sono la produttività. E soprattutto non sono l’unico effetto della produttività. Un’impresa può introdurre nuove tecnologie, ridurre i costi e non aumentare il fatturato. Questo non significa che la tecnologia non funzioni. Significa che il suo effetto si manifesta altrove in primo luogo sui margini di profitto.

La trappola della produttività

Quando una tecnologia permette di fare di più nello stesso tempo, invece di lavorare meno, si alzano gli standard. Se prima producevi 100, ora ti viene chiesto di produrre almeno 200. Non si libera tempo: si intensifica il lavoro.

Il vantaggio competitivo iniziale tende a dissolversi rapidamente. Le tecnologie si diffondono, i concorrenti si adeguano e la maggiore capacità produttiva non si traduce necessariamente in maggiori vendite. Soprattutto se i mercati non crescono.

Il risultato è una situazione paradossale: più efficienza, stessi ricavi e margini più alti. La produttività c’è, ma non si vede dove ci aspetteremmo di vederla.

Il ritorno del paradosso

Il richiamo al paradosso di Solow è quindi corretto, ma va preso sul serio fino in fondo. Negli anni ’80 e ’90 quel paradosso non segnalava il fallimento dell’informatizzazione, ma il ritardo con cui le trasformazioni tecnologiche si traducono in cambiamenti misurabili.

Servono tempo, adattamenti organizzativi, cambiamenti nei modelli di business. Non è detto che oggi il processo sia identico, ma nemmeno che sia completamente differente. I limiti attuali ci possono essere, ma non comportano la fine del percorso delle nuove tecnologie, AI in testa.

Certo,  l’intelligenza artificiale presenta costi elevati, problemi aperti, limiti tecnici. Si discute di sostenibilità economica, di qualità dei dati, persino di possibili “muri” nello sviluppo. Ma i limiti non sono una novità nella storia dell’innovazione. Sono, semmai, la condizione attraverso cui l’innovazione si evolve. Più che segnali di arresto, sono segnali di transizione.

Non tutto il male viene per nuocere

Se una bolla dovesse finalmente crescere e scoppiare, non sarebbe una cosa indolore. Le crisi finanziarie hanno sempre un costo collettivo. Distruggono valore, comprimono investimenti, colpiscono lavoro e risparmi.

Eppure, proprio per questo, possono produrre un effetto collaterale importante: quello di rallentare la transizione. Un rallentamento non è una soluzione definitiva, ma può essere un’occasione. Può offrire il tempo necessario per intervenire dove finora si è arrivati in ritardo: politiche redistributive, regolazione del potere tecnologico, ridefinizione del rapporto tra lavoro e reddito. Un rallentamento non riuscirà a fermare l’AI, ma può servire, se sappiamo approfittarne, per renderla socialmente sostenibile e magari desiderabile.

Il vero nodo non è la tecnologia

Il rischio è di interpretare fenomeni economici complessi come se fossero un giudizio finale sulla tecnologia in sé. Qui non si tratta di verificare se l’AI funziona oppure no, ma piuttosto di fare in modo che costituisca un progresso per l’umanità anche in termini sociali di ridistribuzione del benessere economco.

Se la produttività aumenta senza ridurre il lavoro, se i margini crescono senza tradursi in aumenti del potere di acquisto di salari e stipendi o in termini di tempo liberato dal lavoro, allora il problema non ha nulla a che vedere con la tecnologia, ma con la politica e con delle visioni socio-economiche sempre meno adeguate alla nostra epoca.

Oltre la speranza del crollo

La speranza che una bolla possa scacciare l’”incubo” occupazionale e antropologico costituito dall’AI denota un’attitudine passiva e fatalista che immagina di arrestare le trasformazioni tecnologiche con le crisi economiche e finanziarie, mentre invece andrebbero guidate e indirizzate con opportuni strumenti fiscali, contributivi e di politica industriale.

Le trasformazioni tecnologiche lasciate a se stesse, come si è fatto finora, finiscono per concentrare ulteriormente denaro e potere in poche mani. Per questo non si deve aspettare che scoppi la bolla, ma iniziare a pensare a come preparare il dopo.

Se l’intelligenza artificiale può ridurre il lavoro necessario per produrre lo stesso quantitativo di beni, allora la sfida non è difendere la struttura produttiva attuale, ma ripensarla. Bisogna trasformare l’aumento di produttività in tempo libero, e non solo in profitti sempre maggiori per sempre meno beneficiari.

Se ci sarà, la bolla non ci libererà dall’AI, ma ci darà al massimo un “extra-time” per decidere come gestire al meglio le nuove tecnologie che riducono il lavoro umano.


Fabio Massimo Rampoldi è autore di Scritti di ALTER EGOnomia. AI e nuove tecnologie: un Alter Ego che lavora al posto nostro. Immodeste proposte per conservare il progresso e ridistribuire il benessere.

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