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Geopolitica

Cuba, sanzioni e diritti umani: il costo dell’isolamento

La visita a Cuba della relatrice ONU Alena Douhan riaccende il dibattito sugli effetti delle sanzioni. Restrizioni finanziarie, over-compliance e isolamento economico colpiscono salute, alimentazione, istruzione, cultura e sviluppo, aggravando il costo umano del blocco.

9 Settembre 2026

Mentre le tensioni geopolitiche spingono verso un uso sempre più frequente delle sanzioni economiche come strumento di politica estera, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite è diventato uno dei principali luoghi di discussione sulle loro conseguenze. In questo contesto, la relatrice speciale sulle ripercussioni negative delle misure coercitive unilaterali, Alena Douhan, ha effettuato una visita a Cuba nel novembre 2025. I risultati di quella missione saranno presentati alla 63ª sessione del Consiglio da Zaina Jallad. Più che un documento su un singolo caso nazionale, il rapporto propone una riflessione su una trasformazione più profonda: la trasformazione della finanza, del commercio e dell’accesso alla tecnologia in strumenti di pressione geopolitica, i cui effetti ricadono direttamente sulle popolazioni civili.

Nella narrazione dominante su Cuba, l’embargo statunitense viene solitamente presentato come una questione bilaterale: un conflitto storico tra Washington e L’Avana, ereditato dalla Guerra fredda e perpetuato per decenni dal confronto ideologico. Douhan propone una lettura diversa. Non si concentra sulle relazioni diplomatiche sui discorsi politici dei due governi. Esamina invece il modo in cui un intreccio di sanzioni, restrizioni finanziarie e meccanismi di conformità incide sulla vita quotidiana di undici milioni di persone.

La sua analisi arriva in un momento significativo. Il Consiglio per i diritti umani tiene la sua 63ª sessione in un contesto internazionale segnato dalla proliferazione delle sanzioni economiche, dal deterioramento del multilateralismo e dall’uso crescente degli strumenti finanziari come mezzi di pressione geopolitica. Negli ultimi anni, le misure coercitive unilaterali sono diventate una delle questioni più controverse all’interno del sistema internazionale di tutela dei diritti umani.

Douhan fa parte delle Procedure speciali del Consiglio per i diritti umani, un sistema di esperti indipendenti incaricato di indagare su situazioni tematiche o nazionali e di formulare raccomandazioni agli Stati. Il suo mandato si concentra specificamente sulle ripercussioni negative delle misure coercitive unilaterali sui diritti umani.

Dopo una visita ufficiale effettuata nel novembre 2025, durante la quale ha incontrato autorità, organizzazioni sociali, accademici, imprenditori, agenzie delle Nazioni Unite e rappresentanti diplomatici, la relatrice è giunta a una conclusione netta: le sanzioni statunitensi e il cosiddetto over-compliance, ovvero l’eccessivo zelo nella loro applicazione, producono effetti devastanti sulla popolazione cubana, soprattutto sui settori più vulnerabili.

L’originalità del suo approccio risiede proprio nello spostamento dell’attenzione dalle sanzioni formali a un fenomeno meno visibile. Secondo la sua analisi, il problema non risiede soltanto nelle norme stabilite dagli Stati Uniti, ma anche nel comportamento di banche, compagnie assicurative, imprese di trasporto, fornitori tecnologici e attori internazionali che, per timore di sanzioni secondarie o di multe milionarie, evitano qualsiasi rapporto con Cuba.

Durante i dibattiti tenutisi a Ginevra in occasione della presentazione del lavoro della relatrice, la vicepresidente dell’Unione degli scrittori e degli artisti di Cuba (UNEAC), Magda Resik Aguirre, insisteva proprio su questa dimensione quotidiana delle sanzioni. «A volte si parla di blocco e sembra che si trasformi in una frase logora. Tuttavia, il blocco è una realtà», affermava. A suo giudizio, le restrizioni non colpiscono soltanto le istituzioni statali, ma anche l’accesso ai medicinali, alla formazione artistica, agli scambi culturali e alle condizioni materiali di vita di milioni di persone.

Questo effetto a cascata attraversa praticamente tutti i settori dell’economia. Le difficoltà nell’importare alimenti, accedere a medicinali specializzati, riparare apparecchiature ospedaliere, acquistare carburante, effettuare trasferimenti bancari, sostenere programmi accademici o persino organizzare gli aiuti umanitari dopo le calamità naturali fanno parte di una stessa architettura di restrizioni, che si estende ben oltre le disposizioni formali dell’embargo.

L’aspetto più sorprendente è che molte di queste limitazioni si manifestano anche quando esistono esenzioni umanitarie. Secondo la relatrice, le licenze e le eccezioni previste da Washington risultano insufficienti o difficili da utilizzare a causa di procedure complesse, incertezza giuridica e timore, da parte degli operatori economici, di essere colpiti da future misure punitive.

La conseguenza è un’economia costretta a funzionare permanentemente in condizioni di emergenza. L’incertezza costante impedisce la pianificazione a lungo termine sia allo Stato sia alle imprese private e alle famiglie. Le decisioni economiche e sociali finiscono per essere adottate su orizzonti temporali sempre più brevi, condizionate dalla possibilità permanente di nuove restrizioni o interruzioni.

Da una prospettiva più ampia, questa lettura riflette un’evoluzione importante nel discorso delle Nazioni Unite. Per anni, le critiche all’embargo statunitense si sono concentrate soprattutto sulle sue ripercussioni economiche. Oggi il dibattito riguarda sempre più diritti concreti riconosciuti dal diritto internazionale: il diritto all’alimentazione, alla salute, all’istruzione, allo sviluppo, alla cooperazione internazionale e a una vita dignitosa.

La questione sanitaria occupa un posto di primo piano. Douhan documenta le difficoltà di accesso ai medicinali destinati al trattamento del cancro, delle malattie cardiovascolari e di altre patologie gravi. Descrive inoltre gli ostacoli alla riparazione delle apparecchiature mediche, all’acquisto di reagenti di laboratorio e al mantenimento della produzione farmaceutica nazionale. Il risultato è un sistema sanitario costretto a funzionare con risorse limitate e difficoltà tecniche sempre maggiori.

Per Marta Bonet de la Cruz, presidente dell’UNEAC, uno degli aspetti più significativi della valutazione realizzata dalle Nazioni Unite è proprio la sua capacità di mostrare come le sanzioni si ripercuotano su ambiti apparentemente lontani dalla politica internazionale. Come spiegava a Ginevra, le restrizioni raggiungono «lo sviluppo scientifico e tecnologico, lo sport, l’arte, la letteratura, la salute, l’istruzione e la vita dei bambini», offrendo una radiografia complessiva delle conseguenze sociali dell’isolamento economico.

Anche sul piano alimentare, la situazione appare legata a una combinazione di fattori: carenza energetica, difficoltà di importazione, inflazione e restrizioni finanziarie. L’insicurezza alimentare cessa così di essere una questione esclusivamente produttiva e diventa una conseguenza diretta delle difficoltà di accesso ai mercati, ai finanziamenti e alle catene logistiche.

Ma forse l’aspetto più politico dell’analisi emerge dalla sua valutazione giuridica. La relatrice sostiene che buona parte delle misure applicate contro Cuba non abbia fondamento nel diritto internazionale, violi i principi di uguaglianza sovrana e di non ingerenza e produca effetti extraterritoriali che colpiscono non solo Cuba, ma anche Stati terzi, organizzazioni internazionali e operatori umanitari.

Questa posizione non nasce dal nulla. Da decenni, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approva a larga maggioranza risoluzioni che chiedono la fine dell’embargo. Ciò che questa valutazione aggiunge è una dimensione più concreta e documentata, basata sull’osservazione diretta, su interviste e sull’analisi degli effetti cumulativi delle restrizioni sulla popolazione.

Dal punto di vista giuridico cubano, il valore del lavoro presentato al Consiglio risiede proprio in questo riconoscimento. José Alexis Ginarte Gato, presidente dell’Unione nazionale dei giuristi di Cuba, ritiene che il documento costituisca un elemento centrale, poiché sistematizza per la prima volta, attraverso un meccanismo delle Nazioni Unite dedicato ai diritti umani, le implicazioni giuridiche delle sanzioni e le collega esplicitamente agli obblighi stabiliti dalla Carta delle Nazioni Unite e da diversi strumenti internazionali sui diritti umani.

Al di del caso cubano, emerge una questione centrale per l’ordine internazionale contemporaneo: fino a che punto le sanzioni economiche possono essere considerate strumenti legittimi di politica estera quando i loro effetti finiscono per compromettere l’accesso ai medicinali, agli alimenti, all’istruzione o agli aiuti umanitari? La domanda assume particolare rilevanza in un’epoca caratterizzata dal ritorno delle rivalità geopolitiche e dall’uso crescente dell’economia come spazio di confronto.

Vista da questa prospettiva, Cuba cessa di essere soltanto un’eccezione storica. Diventa un caso paradigmatico di una tendenza più ampia: la trasformazione della finanza, del commercio e dei sistemi di pagamento in strumenti di pressione politica. La preoccupazione espressa da Douhan coincide inoltre con altri dibattiti presenti attualmente nel Consiglio per i diritti umani, dove diversi esperti hanno messo in guardia dall’uso dell’interdipendenza economica come meccanismo di coercizione internazionale.

In ultima analisi, il caso cubano pone una domanda che va ben oltre i Caraibi. È possibile sostenere un ordine internazionale fondato su norme comuni quando gli strumenti economici vengono utilizzati per isolare determinati Stati dal sistema finanziario, commerciale e tecnologico globale? La risposta continua a essere oggetto di disputa. Tuttavia, il dibattito aperto a Ginevra dimostra che la questione delle sanzioni non viene più discussa soltanto in termini diplomatici o strategici. È entrata a far parte di una riflessione più ampia sul rapporto tra potere, sovranità e diritti umani nel XXI secolo.

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