Teatro

Se arriva il raggio bianco

19 Aprile 2026

Milano. Alcuni spettacoli quasi ti strattonano e ti spingono, senza tanti complimenti, a osservare l’umanità, a capire che cos’è per davvero nella sua basica, feroce verità. C’è in essi una dinamica efficace, diretta, persino ruvida di comunicazione, comprensione, emozione. È quanto vien fatto di pensare in margine a “Il raggio bianco” lo spettacolo che (dopo il debutto estivo a Borgio Varezzi e le tappe di febbraio e marzo a Genova e Torino) si è visto a Milano, sulla scena dell’ Elfo Puccini dal 7 al 12 aprile. Il testo è di Sergio Pierattini (attore e drammaturgo versatile e di larga fama), la regia è di Arturo Cirillo (una direzione che porta il testo di Pierattini dentro al proprio linguaggio e al proprio immaginario), in scena ci sono Milvia Marigliano, Linda Gennari, Raffaele Barca. Due attrici di rango e indiscutibile valore e un giovane attore cresciuto nella scuola del Teatro di Genova. Si tratta di una coproduzione dei Teatri Nazionali di Genova e Torino e questo aspetto va evidenziato in positivo perché è giusto e notevole che grandi teatri pubblici scelgano di scommettere su un testo della drammaturgia contemporanea. Come funziona in questo lavoro quella dinamica così percepibile di comunicazione, comprensione, emozione? Essa trae origine dal forte iato tra la basica, rassicurante normalità superficiale di una famiglia e la negatività che la avvelena e divora dall’interno. Da una parte un povero alloggio, con la carta da parati di gusto discutibile, i mobili vecchiotti, il divano letto mai usato in soggiorno, la tovaglia cerata a fiori sul tavolo e una madonnina d’ordinanza sopra la credenza. Un alloggio situato in una qualunque periferia di Milano (e chiaramente non è casuale la scelta di questa città). In questo caso la famiglia è costituita da una madre vedova, Anna (una Milvia Marigliano in gran spolvero e motore vero dello spettacolo) e una figlia, Giulia, che è diventata grande così, senza essersi “sistemata”, senza un lavoro, senza marito, senza figli (una Linda Gennari interprete seria e solida, come è nel suo stile d’attrice). Vivono un rapporto complesso, conflittuale, cementato da troppi reciproci non detti. La morte del marito/padre (anche lui un omino qualunque, senza qualità) è ancora una ferita aperta, visibilmente aperta in entrambe e in modo diverso. Dall’altra parte, ma contro e dentro tutto questo, c’è una realtà di sordida miseria morale e materiale: madre e figlia sono due ladre. Ladre: vivono rubando, entrano insieme nelle case delle persone anziane e via ad arraffare collane, collanine, bracciali, gioielli, suppellettili, cornici, qualsiasi cosa luccichi appena. Un professionismo criminale miserabile, ma anche notevole (almeno quello della madre, che non ammette incertezze e men che meno quelle insulse della figlia), con annessi gli inconvenienti del mestiere: qualche episodio d’inevitabile violenza, qualche limitazione a una quotidianità che pure si vorrebbe tranquilla (…. non si può più stare tranquilli come una volta, oggi le persone sono diffidenti…), l’impossibilità oltre a un certo limite di tempo di cambiar strada, di vivere normali relazioni e, viceversa, la possibilità, molto concreta, di finire in galera. Queste due dimensioni possono convivere e il drammaturgo le fa convivere perché sa che la vita, anche quella delle persone comuni, è complicata, talvolta persino paradossale, ma funziona così. Nel contemplare questa situazione, per quanto misera e deprimente, il pubblico si rilassa: ride, sorride, pensa, ricorda, associa pensieri, costruisce immagini, si gode il mestiere degli attori, la struttura dei personaggi (non del tutto risolta), la trama delle relazioni, la plasticità e la rotonda dicibilità del testo, l’efficacia del plot drammaturgico. Le due attrici gestiscono con sicurezza la pratica: Marigliano spesso (forse un po’ troppo spesso) inclinando al comico, Gennari curvandosi come può e come sa su un personaggio che non sembra esserle adatto. Poi lo smottamento di quel terreno comico e paradossale, arriva il perturbante: quel raggio bianco che prima si era palesato come desiderio o presenza in qualche modo metafisica, irrompe con la massiccia corporalità di un giovane uomo, con un’alterità che rompe il giocattolo e prima diffonde speranza, poi distrugge ogni sogno. Suona inaspettato il campanello, arriva il cugino Matteo (un Raffaele Barca che affronta con qualche fatica la gamma di sfumature, significati e cambiamenti che il suo personaggio implica), un bravo ragazzo che viene a Milano – anche lui da una non specificata provincia – per fare il concorso in Polizia. Il concorso: un altro mito italico, molto provinciale, molto piccolo borghese, di rassicurante normalità. Subito dopo ecco però la caduta dolorosa, l’ennesima e ultima, nel veleno della realtà che travolge ogni possibile equilibrio e fantasia di salvezza. Quel ragazzo – figlio di una sorella di Anna – prima disarma le due donne, addolcisce il ricordo di una antica lite tra sorelle, accarezza la normalità malata di quella famiglia, gioca con la zia, prende a sedurre Giulia e ci riesce promettendole un amore sano, vitale, sensuale, felicemente spudorato nel proporle un bellissimo viaggio in moto, una Guzzi come quella del padre defunto, e coraggioso anche nell’affrontare la miseria di quelle donne. Una miseria che, a poco a poco, rivela di conoscere bene, sorprendentemente bene, di condividere persino. L’esito sarà una catastrofe umana che qui è giusto non rivelare. Una commedia nera più che un dramma e lo spettacolo costruito da Cirillo così prova a realizzarla: valorizzando i punti di forza del congegno drammaturgico soprattutto con la potente vis comica di Marigliano, promuovendo la rotonda dicibilità della lingua e la comprensibilità dei dialoghi, indugiando sulla presenza riconoscibile e in qualche modo persino affettuosa del milieu popolare (culturale e linguistico) milanese della seconda metà del novecento. Alcune fragilità dello spettacolo restano certo percepibili: una sottile irresolutezza della regia nell’asciugare il testo e nel definire il carattere dei personaggi, l’assortimento del gruppo degli interpreti che singolarmente sono di valore, ma come gruppo fanno un po’ fatica a comunicare quella miseria strutturale che è la verità più profonda dei personaggi che devono incarnare, mentre talvolta sembrano soltanto attraversare. E tuttavia su tutto, tanto sugli aspetti positivi quanto sulle fragilità di cui si è detto, si impone un bel ritmo di scena, vivace e seducente, che rende complessivamente divertente e godibile questo allestimento

 

Il raggio bianco. Teatro Elfo Puccini (Sala Fassbinder) 7 – 12 aprile 2026. Di Sergio Pierattini, regia di Arturo Cirillo. Con Milvia Marigliano, Linda Gennari e Raffaele Barca. Scene di Dario Gessati, costumi di Gianluca Falaschi, Anna Missaglia. Musiche di Paolo Coletta, luci di Aldo Mantovani. Produzione Teatro Nazionale di Genova e Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale. Crediti fotografici di Federico Pitto.

 

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