America
Trump e le Sette Montagne
Come il fondamentalismo evangelico americano ha esportato in Uganda la sua visione omofoba. E come sta cercando di fare lo stesso negli Stati Uniti di Trump.
L’Uganda è uno dei Paesi africani con maggiore presenza di cristiani: l’85% della popolazione appartiene a qualche confessione cristiana, un dato che nella vecchia Europa viene eguagliato solo dai Paesi dell’Est, come la cattolicissima Polonia o la Romania ortodossa, mentre negli altri Paesi – quelli comunemente considerati più sviluppati – la percentuale di credenti scende sensibilmente, e spesso si tratta di credenti non praticanti.
L’Uganda è anche un paese in cui essere omosessuali può costare la vita. Nel 2023 il Parlamento ugandese ha approvato l’Anti-Homosexuality Act1, una legge che prevede pene severe, fino alla condanna a morte, per il reato di omosessualità. Nello specifico, si può essere condannati al carcere a vita per la semplice pratica dell’omosessualità, mentre la pena di morte è prevista per casi di omosessualità aggravata, quali ad esempio rapporti con minori, con persone vulnerabili o con trasmissione di malattie nell’ambito di relazioni omosessuali. E naturalmente gli stessi atti, compiuti con persone di un altro sesso, non sono puniti allo stesso modo. Punita è anche la promozione dell’omosessualità, ad esempio diffondendo, anche attraverso Internet, materiale LGBT o facendo parte di un’organizzazione che difende i diritti delle persone omosessuali. In questo caso la legge è magnanima: la punizione non può superare i venti anni di carcere.
Alla legge attuale si è giunti attraverso un lungo processo, nel quale importante è stato il ruolo degli evangelici statunitensi. Nel marzo del 2009 si è tenuta a Kampala una conferenza dal titolo Exposing the Truth Behind Homosexuality and the Homosexual Agenda (Svelare la verità dietro l’omosessualità e l’agenda omosessuale), con la presenza del pastore evangelico Scott Lively e di esperti di rieducazione delle persone gay legati all’organizzazione Exodus International. Autore di The Pink Swastika: Homosexuality in the Nazi Party, un libro in cui sostiene che i vertici del nazismo erano rappresentati da omosessuali, Lively è anche presidente di Abiding Truth Ministries, una organizzazione di opposizione ai diritti LGBT ed è stato candidato repubblicano alle elezioni del 2018. La conferenza di Kampala presentava l’omosessualità come una minaccia sociale e come parte di una presunta agenda gay globale che si propone di diffondere l’omosessualità attraverso l’educazione sessuale nelle scuole o l’azione di ONG: più o meno ciò che la destra italiana chiama gender. Diversi pastori ugandesi e leader religiosi parteciparono all’evento e nei mesi successivi iniziarono a promuovere campagne pubbliche molto aggressive contro le persone LGBT. Il risultato fu la presentazione, quello stesso anno, dell’Anti‑Homosexuality Bill, di cui la legge attuale è l’esito finale dopo un percorso travagliato. A proporlo fu David Bahati, un politico ugandese di fede cristiana evangelica associato a The Fellowship, il network statunitense di politici cristiani che ogni anno organizza a Washington, D.C., il National Prayer Breakfast, la colazione annuale di preghiera a cui partecipano il presidente degli Stati Uniti, membri del Congresso, leader religiosi e delegazioni politiche provenienti da molti paesi del mondo. L’ultimo incontro si tenuto il mese scorso, il 5 febbraio. Trump è stato presentato dalla telepredicatrice Paula White-Cain2, sua consigliera spirituale di cui anche i giornali italiani si sono occupati per un rito propiziatorio che a noi appare assai bizzarro, ma che è abbastanza normale nel contesto del cristianesimo evangelico americano3.
Proviamo a guardare dietro la scena di Paula White-Caine che come un’ossessa ripete, martellando col braccio destro: “colpisci, colpisci, colpisci!”, o quella anche più surreale dei pastori evangelici che nello studio ovale pregano per Trump tenendogli una mano sulla spalla4: “Torniamo a essere una nazione sotto Dio, indivisibile, con libertà e giustizia per tutti” (e il pensiero va al Libro di Giobbe, 12.24: “Toglie [Dio] il senno ai capi del paese”). Nella testa di Paula White-Caine, come del defunto Charlie Kirk, c’è l’idea del Mandato delle Sette Montagne (Seven Mountain Mandate, 7M), diffusa in certi ambienti carismatici e neopentecostali statunitensi (che naturalmente non esauriscono la complessa realtà del cristianesimo americano, e nemmeno di quello evangelico). In breve, i cristiani devono preparare il ritorno di Cristo prendendo il controllo su sette sfere: religione, famiglia, istruzione, governo, media, arti e intrattenimento, economia. Si direbbe gramscianamente una strategia per raggiungere l’egemonia. E dietro questa strategia pratico-politica c’è, ancora, il dominionism, il fondamentalismo cristiano-evangelico nella sua forma più pura e più violenta, le cui origini sono nel libro The Institutes of Biblical Law (1972) del teologo americano di origine armena Rousas John Rushdoony. Tanto voluminosa è l’opera, quanto semplice l’idea: la Bibbia contiene la Legge, e la legge va applicata, senza sconti e senza mediazioni. Se nella Bibbia c’è scritto che l’omosessualità è peccato, allora l’omosessualità è peccato. E se la Legge dice che questo peccato dev’essere punito con la morte, allora va punito con la morte. E così altri gravi peccati come l’adulterio, la blasfemia o l’apostasia. Rushdoony è anche uno dei riferimenti dell’homeschooling cristiano: perché le scuole sono un veicolo di valori progressisti e di visioni inaccettabili per un cristiano, come l’evoluzionismo; e sono dunque contro la Legge di Dio.
Questo il fine. Il Mandato delle Sette Montagne è il mezzo. Infiltrarsi gradualmente nei gangli vitali della società e dello stesso Stato, acquisire influenza e un passo dopo l’altro imporre i valori cristiani all’intera società americana. A giudicare dalle scene cui stiamo assistendo in questi ultimi, disgraziati mesi, è una strategia vincente. E se non sarà contrastata porterà in breve alla fine della democrazia negli Stati Uniti e alla nascita di qualcosa di molto simile all’Uganda cristiana, in cui essere omosessuali si paga con la morte.
Nell’immagine: Donald Trump al National Prayer Breakfast del 2020. Wikimedia Commons.
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