Milano
Il futuro di Milano? Governare l’apertura (e accelerare il Paese)
Milano deve essere l’acceleratore dell’intero Paese, non solo del Nord produttivo. Ma serve visione: sulla mobilità, sull’affordability, sul ruolo istituzionale di una metropoli che va da Genova a Verona. O si sceglie la decrescita.
In un bel pezzo sul Corriere Economia, Dario Di Vico muove da due grandi eventi “freschi” che hanno visto Milano al centro per ribadirne il ruolo di città piattaforma per il Nord produttivo, artigiano, manifatturiero e innovativo, che deve necessariamente pensarsi al di là della cerchia dei Navigli. Sono molto d’accordo e mi permetto di andare oltre: Milano deve porsi esplicitamente l’obiettivo di essere l’acceleratore non solo del Nord produttivo, ma di tutto il Paese e attorno a questa visione, che parte dall’apertura ma va molto oltre, sciogliere molti dei nodi strutturali che aggrovigliano la narrazione della città da alcuni anni. O almeno provarci.
Da qualche mese, ho ripreso con grande gioia a girare l’Italia e la sua provincia, da ultimo per il mio libro ‘La società longeva’ e ho la sensazione sempre più evidente che molte delle questioni che rendevano fragile quel mosaico di biodiversità culturale e produttiva non siano nel tempo migliorate, tutt’altro. Restano una capacità produttiva e una vocazione al fare assolutamente straordinarie, ma accanto ad esse si consolidano criticità sempre più evidenti, e sempre meno risolvibili per via endogena. La provincia sta invecchiando molto rapidamente, a partire dai suoi imprenditori di punta, e non bene: soffre chiaramente fenomeni di spopolamento dei talenti che colpiscono anche nelle zone più ricche e si sta provincializzando, ossia perde contatto con le catene globali del valore, economico e culturale. A parte i pochi in grado di vivere e prosperare “a cavallo” tra il locale e il globale, tra le piacevolezze e il saper fare del territorio e la dinamica accelerata della metropoli, gli altri vivono un meccanismo progressivo e accelerato di insularizzazione: si sta nel proprio, quasi sempre gestendo il declino affinché sia il più possibile lento e dignitoso.
Milano, nella sua dimensione più larga, ariosa e di campo gravitazionale, non certo dei risibili confini comunali, è storicamente e necessariamente altro, e lo è sempre di più, in parte per meriti suoi, in parte per limiti altrui. Milano è rimasta, lo dico con dolore, l’unico vertice vivo del triangolo industriale, l’unica partecipante fissa alla Champions’ League delle metropoli globali, la principale destinataria dell’esodo interno di persone e capitali dalla provincia. È però anche, potenzialmente, il portale per tutto quello che va oltre i confini del nostro Paese, soprattutto per gli attributi, buoni o meno, della modernità: qui innovazione, estetica, finanza e sperimentazione culturale convivono, ultimamente piuttosto male, ma convivono. Lo fanno non perché Milano sia speciale, né tantomeno per caratteristiche della inesistente gens meneghina, ma perché è oggi, nella sua versione allargata, l’unica vera metropoli globale rimasta in questo bizzarro Paese (ché Roma è ormai altro).
Lo spiega magistralmente Di Vico nella chiusa del suo pezzo: “Ma forse il nodo più importante da aggredire nell’ottica della partecipazione riguarda i processi di innovazione. Le necessità del manifatturiero del Nord di competere sui mercati, di accelerare la digitalizzazione, di implementare l’Ai, di rinnovare il proprio vantaggio competitivo, sono tutte istanze che «chiamano» giocoforza Milano. La domanda è se la città sappia o meno rispondere. Quando si sentono voci che propongono «continuità» sulla finanziarizzazione immobiliare, e non invece puntare sull’innovazione, si ha proprio la sensazione che quelle risposte per ora manchino”.
Quando la discussione sul futuro di Milano e su chi lo governerà uscirà dal torpore tattico di questi mesi, ci si dovrà confrontare su questo, perché queste sono le famose “idee” che tutti vanno cercando: se e come si vuole permettere a Milano di giocare il proprio ruolo di metropoli globale contemporanea e occidentale. Oppure decidere che va bene essere una provincia più grande e gestire la decrescita.
Perché dentro questa cornice di senso c’è potenzialmente quasi tutto. Ci sono le scelte sulla mobilità, le metropoli globali occidentali nel 2026 prediligono tutte il trasporto pubblico e la bicicletta all’automobile, e ci sono le scelte sull’affordability, nessuna città può permettersi di perdere giovani, creativi e financo marginali, impoverendosi, perché gli appetiti della finanziarizzazione l’hanno resa inavvicinabile, è una cosa che va bene a Dubai e in altri posti dove le persone dabbene non mettono piede.
Dentro questa dialettica riporterei anche il senso, alto di visione e non meramente autorappresentativo, di alcune proposte recenti e “di sinistra” su Milano, dalla rimodulazione delle tasse sui più ricchi ai controlli sul prezzo degli immobili ai mercati pubblici calmierati: concentrare le risorse sulla modernizzazione “buona”, che necessita di mixité sociale e generazionale, un po’ a scapito della rendita, per garantire uno sviluppo più equilibrato e dunque potenzialmente più duraturo. Se Mamdani dovesse avere successo a New York di questo ne beneficeranno anche quelli che oggi frignano e minacciano di emigrare, ma si sa che la finanza rapace è un po’ come i pesci rossi, mangia finché ce n’è e poi scoppia, e sta al proprietario accorto del pesciolino dosare il mangime per tenerlo in vita.
È però evidente, nel gioco delle metropoli globali, che tu puoi chiedere di più ai tuoi residenti che più hanno, e che loro se ne possono andare da un’altra parte, a cuor leggero se sei stato solo un comodo incentivo fiscale, meno facilmente se sei quel motore di innovazione di cui parla Di Vico, perché andando altrove perderai valore e opportunità. Qui sta il senso della mia critica all’amministrazione in carica: non tanto essere stati troppo pro mercati, ma esserlo stati senza nulla in cambio, né estraendo valore, né creando quelle condizioni per agganciare i capitali alla città in modo da rendere loro più oneroso andarsene e da fare sgocciolare il beneficio verso un’idea di sviluppo. Ma per questo ci vogliono visione e coraggio, merci rare di questi tempi.
Visione e coraggio servono anche per dire, non ad una tavola lombarda, ma a Roma, che la Milano che ha senso è uno spazio integrato che va da Genova a Verona, passando per Torino e Bologna e che si deve fare spazio a questa necessità sovrascrivendo un’architettura istituzionale per cui Milano vale come … e meno di … (i nomi metteteli voi). Lo ha scritto da par suo Mattia Granata su questo giornale: “le città protagoniste dell’economia globale non lo sono sul piano istituzionale e politico. Finché questo divario non verrà colmato, il rischio è che ogni tentativo di riforma urbana — per quanto ambizioso — si scontri con gli stessi limiti strutturali”.
Se questo ruolo, e il se e come implementarlo, saranno al centro della prossima campagna elettorale, questa avrà un senso e chi lo farà avrà il mio voto; se invece sarà l’ennesimo “noi” contro “loro” incapace di uscire dalla tangenziale avremo perso altro tempo. Siamo abituati, ma un po’ sempre dispiace.
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