Formazione
Inchingolo: Buon Primo Maggio a chi vede nel digitale uno strumento di welfare ed equità sociale
Il digitale è il terreno su cui si gioca la partita dell’uguaglianza sociale e della crescita professionale delle persone. Se non governata, però, rischia di trasformarsi in un fattore di esclusione. Ne abbiamo parlato con Alessandro Inchingolo, formatore e Presidente IDPASS.
In occasione di questo Primo Maggio, la celebrazione del lavoro non può prescindere da una riflessione profonda sulla società digitale e sulla transizione in atto. Il digitale, infatti, non è solo terra di opportunità tecnologiche: se non governata, l’innovazione rischia di trasformarsi nel più potente dei fattori di esclusione. Verso i giovani, gli anziani, le persone fragili. Verso gli ultimi.
Il rischio più imminente è che la transizione digitale accentui i divari sociali esistenti. Mentre una parte della popolazione naviga tra servizi in cloud e smart working, le persone “vulnerabili” (coloro che vivono in condizioni di marginalità economica o geografica) rischiano di restare intrappolate in un nuovo analfabetismo funzionale.
Basti pensare che, secondo i dati del Digital Economy and Society Index (DESI), esiste ancora una correlazione diretta tra basso reddito e scarse competenze digitali. E senza un intervento strutturale, la digitalizzazione dei servizi pubblici (dalla sanità alla previdenza) rischia di diventare una barriera architettonica invisibile, che nega diritti fondamentali a chi non possiede i mezzi tecnici o culturali per accedervi.
Tutelare i vulnerabili: dai giovani agli anziani
Alla base di un’innovazione democratica c’è il concetto per cui il digitale debba essere un’infrastruttura di prossimità, non di distanziamento. Soprattutto tra le generazioni.
Le statistiche ISTAT evidenziano come, nonostante un aumento dell’uso di internet tra gli over 65, la capacità di completare autonomamente procedure amministrative complesse resti limitata.
E se per gli anziani il problema è l’accesso, per i giovani la sfida è la tutela. La sovraesposizione ai dati e la precarietà delle tutele nel mondo del lavoro digitale (si pensi alla gig economy) rendono i più giovani vulnerabili a nuove forme di sfruttamento algoritmico.
Proteggere i vulnerabili significa garantire che i dati personali non diventino strumenti di discriminazione, ma scudi a difesa della propria dignità professionale. Il digitale deve servire a far emergere il talento, non a tracciare la fragilità.
Analizziamo i dati: le riflessioni di Alessandro Inchingolo, Presidente IDPASS (Referente Internazionale per le Competenze Digitali)
I dati aggregati da IDPASS – referente internazionale per le competenze digitali e professionali di cittadini, studenti e lavoratori – delineano una mappa della disuguaglianza digitale che si aggrava drasticamente nelle aree a basso reddito e in via di sviluppo, dove i numeri descrivono una realtà di isolamento sistematico.
Mentre nei paesi sviluppati la penetrazione della banda larga supera l’85%, nei contesti di crisi questa percentuale scende drasticamente sotto il 25%.
Il divario, però, non è solo infrastrutturale, ma anche economico: nei territori fragili 1 GB di dati può arrivare a costare oltre il 20% del reddito mensile, rendendo la connessione un bene inaccessibile per la maggioranza. A questo si aggiunge un profondo divario di genere: nelle zone colpite da instabilità, le donne hanno fino al 40% di probabilità in meno di essere connesse rispetto agli uomini.
A questo proposito, Inchingolo – formatore ed esperto di transizione digitale afferma: «per i giovani e gli adulti residenti in territori instabili, l’acquisizione di competenze digitali non è solo un percorso formativo, ma l’unica via per immaginare un futuro svincolato dai limiti geografici della guerra. Tuttavia, l’erogazione di corsi generici non è più una risposta adeguata alle necessità del mercato globale».
Continua: «Per generare un reale impatto sulla comunità fornire alle persone un orientamento strategico nel lungo periodo e, soprattutto, delle credenziali certificate certificate. Vale a dire, competenze tecniche che siano validate da standard internazionali e che possano diventare un mezzo per muoversi nel mondo, soprattutto per chi vive in contesti marginalizzati».
Standardizzare le competenze per accelerare la mobilità internazionale
Il cuore della visione di Inchingolo risiede nella standardizzazione delle competenze. In un mercato del lavoro globale, ricercare e adottare un linguaggio comune per la certificazione delle abilità è il principale volano per la mobilità internazionale.
Fare riferimento a standard di competenze internazionali e protocolli digitali sicuri significa permettere alle persone di muoversi liberamente – anche oltre i confini nazionali – portando con sé il proprio “capitale professionale” senza il rischio di dequalificazione.
Ricerche del World Economic Forum suggeriscono che entro il 2030 oltre un miliardo di persone avranno bisogno di riqualificazione (reskilling). In questo contesto, il digitale come strumento di certificazione diventa un garante di equità: permette a chiunque, ovunque si trovi, di dimostrare il proprio valore in modo oggettivo e inoppugnabile.
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