Italia
La cura di una persona anziana ha una geografia?
Distanze, tempi di percorrenza e organizzazione dei servizi disegnano una mappa del lavoro di cura familiare che le statistiche ufficiali rendono ormai leggibile, ma che le politiche pubbliche faticano ancora a riconoscere.
Chi ha accompagnato, almeno una volta, il proprio genitore anziano a una visita specialistica, chi ha atteso in auto il ritiro di un referto medico o ha incastrato tra la pausa pranzo e l’uscita dall’ufficio il passaggio in farmacia, conosce bene una verità che di rado entra nel dibattito pubblico: la cura di una persona anziana non si misura soltanto in ore, ma anche in chilometri, in coincidenze mancate e in sportelli aperti solo la mattina. Una vera odissea, insomma, che spesso si rivela fatale perché nella prevenzione e nella cura, il tempismo è un alleato prezioso. Dunque, l’assistenza a una persona anziana ha una geografia? È il punto di partenza necessario per comprendere perché, a parità di bisogno, il peso che grava su una famiglia cambia profondamente a seconda del luogo in cui quella famiglia vive.
Le aree interne e la distanza dai servizi
Gli ostacoli sono evidenti già a cominciare dalla classificazione che lo Stato utilizza per leggere le disuguaglianze di accesso, ossia la Strategia Nazionale per le aree interne. Quest’ultima individua i comuni che sono poli di servizi sanitari, scolastici e di trasporto, e colloca tutti gli altri in base al tempo medio necessario per raggiungerli su strada, distinguendo comuni di cintura, intermedi, periferici e ultraperiferici.
Secondo l’ultima indagine dell’Istat relativamente alla demografia delle aree interne, con la mappatura del ciclo 2021-2027 queste aree comprendono oltre quattromila comuni, il 48,5% del totale nazionale, e al 1° gennaio 2024 vi abitano circa 13 milioni e 300mila persone, all’incirca un quarto della popolazione italiana.
Nei comuni periferici e ultraperiferici, ovvero quelle zone in cui raggiungere un ospedale o un ambulatorio specialistico richiede i tempi più lunghi, all’inizio del 2024 si contavano rispettivamente 225 e 243 anziani ogni cento bambini sotto i quindici anni, e gli over 65 rappresentavano il 25,9% e il 26,8% dei residenti. Il risultato è un paradosso: lungo la dorsale appenninica, dove gli anziani sono di più, i servizi sono più lontani, e accorciare queste distanze tocca quasi sempre a chi li assiste.
Il caso dei comuni ultraperiferici del Mezzogiorno
Il caso più eloquente è quello dei comuni ultraperiferici del Mezzogiorno, un territorio delimitato proprio dal criterio della distanza e non da un confine amministrativo. Le proiezioni Istat non fanno ben sperare: entro il 2033 il 92,6% di questi comuni perderà abitanti, con un calo stimato dell’8,9% che nel 2043 arriverebbe al 18,1%. Dietro questi numeri c’è una dinamica precisa: tra il 2002 e il 2022 le aree interne dello Stivale hanno perso ben 160mila giovani laureati partiti verso i centri o verso l’estero, cioè proprio quella generazione che, restando, avrebbe potuto condividere la cura dei genitori.

Chi rimane, spesso una figlia che lavora nel capoluogo, si trova così a trasformare un controllo cardiologico da quaranta minuti in un impegno di mezza giornata, tra andata, attesa e ritorno, con un permesso da chiedere e un orario da recuperare. E se poi la figlia in questione è anche moglie e madre con figli piccoli, la problematica tempo diventa ancora più pesante da gestire. Se la tempestività nella prevenzione è tutto, capirete bene la vergogna di questo sistema pindarico, che sballottola anziani e i loro caregiver familiari da una parte all’altra dello Stivale.
Anche in città la cura si misura in chilometri
Sarebbe però un errore pensare che il problema riguardi soltanto la montagna o i piccoli borghi, dato che nelle città la geografia della cura esiste, ma assume la forma della dispersione anziché dell’isolamento: un ambulatorio dall’altra parte della città, un centro diurno raggiungibile con due cambi di autobus, un quartiere periferico privo di presìdi sanitari di prossimità producono un effetto simile, perché trasformano ogni bisogno in uno spostamento che qualcuno deve organizzare e, spesso, compiere di persona.
Per misurare la collocazione dei servizi a livello locale, la frequenza del trasporto pubblico e gli orari degli uffici il sistema Bes dei territori dell’Istat mette a disposizione, nell’edizione 2025, 67 indicatori di benessere per ciascuna delle 107 province e città metropolitane, in serie storica e consultabili tramite dashboard interattive, che incrociati con le mappe dei servizi pubblicate da Regioni e aziende sanitarie permettono di vedere ciò che le medie nazionali nascondono.
Un carico che pesa soprattutto sulle donne
Il report Istat Tempi di lavoro e disuguaglianze di genere in Italia, diffuso a fine settembre e costruito sull’indagine Uso del tempo, mostra che il divario tra donne e uomini nel lavoro familiare è sceso da 3 ore e 22 minuti al giorno nel 2003 a 2 ore e 27 minuti nel 2023, una riduzione reale ma lentissima, tanto che nel confronto europeo l’Italia registra il divario di genere più ampio sia nel lavoro familiare non retribuito, sia in quello retribuito. Il dato più rilevante per chi si occupa di anziani riguarda l’età di mezzo: tra i 45 e i 64 anni le donne dedicano al lavoro familiare quasi tre ore al giorno più degli uomini, proprio nella fase della vita in cui ai figli ancora presenti si sommano genitori che perdono autonomia.
Mettendo insieme le due fonti, la geografia della cura prende forma con chiarezza: ogni minuto di percorrenza aggiuntivo verso un ambulatorio o un centro diurno si somma a un carico già sbilanciato e finisce per gravare in misura sproporzionata sulle donne che lavorano. È qui che l’organizzazione del territorio smette di essere una questione urbanistica e diventa una questione di equità: un servizio collocato male, o raggiungibile solo in auto, produce ore di lavoro non pagato che nessun bilancio pubblico registra.
Ripensare dove e come curare
La risposta, allora, non può limitarsi ad aggiungere prestazioni, ma deve ripensare dove e come queste vengono erogate, portando assistenza domiciliare, telemedicina e punti di prossimità là dove i tempi di viaggio sono più lunghi, coordinando gli orari dei servizi con quelli del lavoro e assumendo i minuti di percorrenza come un indicatore di politica sociale a pieno titolo.
Fin quando la distanza resterà un problema delle famiglie e non delle istituzioni, la cura di una persona anziana continuerà ad avere una geografia che continuerà a coincidere con la mappa delle disuguaglianze.
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