Governo
Il bufalo e la locomotiva
Nel marzo 2026 l’Italia nega Sigonella agli Stati Uniti e si affretta a chiamarlo cavillo tecnico. Nel 1985 Craxi lo stesso strappo lo rivendicò in Parlamento. La differenza tra i due no racconta cosa resta della sovranità dopo un anno di corteggiamento a Trump.
Il 19 giugno, Donald Trump viene intervistato per telefono da un giornalista di La7; la cornice è la trasmissione L’aria che tira. Il presidente racconta che al G7 di Évian Giorgia Meloni gli ha fatto pena, che lo aveva supplicato per una foto e, dice, gliel’aveva concessa perché gli dispiaceva vederla così. Il giorno dopo, su Truth, il racconto viene arricchito: la premier avrebbe chiesto la foto ancora e ancora, perché in Italia andrebbe male nei sondaggi e dopo la vittoria americana sull’Iran vorrebbe tornare amica, per far risalire i numeri. No grazie, conclude.
Conviene partire da qui, dal corteggiato che scatta la foto della corteggiatrice alla gogna. Il finale spiega l’inizio. E l’inizio è durato un anno.
Per dodici mesi Meloni ha fatto dell’amicizia con Trump il perno della propria collocazione internazionale. È stata l’unica leader di un governo dell’Unione Europea presente a Capitol Hill per l’insediamento del 19 gennaio 2025. È volata in Florida e partecipato alle cene, si è offerta come ponte tra l’Europa e la Casa Bianca, si è isolata con lui sulle panchine di legno dei resort dove si tenevano i vertici. Il 23 gennaio 2026, rispondendo a una domanda dopo un incontro con il cancelliere tedesco Merz, è arrivata a dire: Spero che potremo dare il Nobel per la pace a Trump.
A fronte di questo, il bilancio di ciò che l’Italia ha portato a casa è difficile da compilare. Nessuna esenzione dai dazi che vada oltre le promesse verbali. Nessun ruolo nel Board of Peace per Gaza, dove Roma resta osservatrice dopo aver chiesto invano di riscriverne lo statuto.
Intendiamoci: meglio così per questo aspetto.
Ad ogni modo, la collocazione internazionale è stata ridotta a una posa accanto all’uomo più potente del mondo.
L’uomo più potente del mondo fa però unicamente i propri interessi, senza aver mai guardato quelli italiani.
In mezzo a questo anno, c’è un episodio che la premier non ha mai voluto leggere come politico ed è la chiave di tutto il resto.
Tra il 27 e il 28 marzo 2026 l’Italia ha negato agli Stati Uniti l’uso della base di Sigonella. Alcuni caccia americani in configurazione da combattimento, diretti verso il Medio Oriente per le operazioni contro l’Iran, avevano comunicato il piano di volo a vertici militari italiani quando erano già in aria, senza chiedere l’autorizzazione preventiva. Il ministro della Difesa Guido Crosetto, avvisato nella notte dal capo di Stato maggiore Portolano, verificato che non si trattava di voli logistici ordinari, ha detto no.
Quello che conta qui è il modo in cui il governo ha raccontato quel no nell’istante stesso in cui lo ha pronunciato. Palazzo Chigi ha diffuso una nota: nessuna frizione con Washington, la linea non è cambiata, i trattati vengono rispettati. Crosetto ha fissato la cornice con una formula: un ministro deve solo far rispettare gli accordi, terzium non datur. Dall’altra parte dell’Atlantico, la Casa Bianca ha confermato puntualmente la versione italiana: fonti del Pentagono hanno riferito all’ANSA che l’Italia rispetta i trattati e continua a garantire accesso, basi e diritti di sorvolo. Un no che entrambe le parti si sono affrettate, dunque, a derubricare come disguido procedurale.
Da subito, in molti hanno richiamato il precedente: Sigonella è già stata teatro dell’unico vero strappo tra Roma e Washington nel dopoguerra. Quel braccio di ferro è oggi il monumento della dignità nazionale italiana. Guardato da vicino, però, il monumento racconta una storia diversa da quella che la sua mitizzazione lascia intendere.
Ottobre 1985. Un commando del Fronte per la Liberazione della Palestina sequestra la nave da crociera italiana Achille Lauro e uccide un passeggero americano, Leon Klinghoffer. Dopo una trattativa che coinvolge Italia, OLP, Egitto e Stati Uniti, i dirottatori salgono su un aereo egiziano diretto a Tunisi. Reagan lo fa intercettare da caccia decollati dalla portaerei Saratoga e costringe il velivolo ad atterrare a Sigonella. Sulla pista i marines della Delta Force, agli ordini del tenente colonnello Oliver North, circondano l’aereo con le armi spianate per prelevare i palestinesi. I carabinieri italiani li circondano a loro volta. Due cordoni armati contrapposti attorno a un Boeing, nel cuore della notte, su suolo italiano.
Craxi, al telefono, rifiuta a Reagan la consegna dei terroristi: i fatti sono avvenuti su una nave italiana, li processa l’Italia. La crisi rientra solo con il ritiro della Delta Force. Pochi giorni dopo, Craxi va in Parlamento e racconta al Paese le sue ragioni in una seduta tesissima, ottenendo perfino l’appoggio del Partito Comunista, all’opposizione. Lo scontro viene narrato in pubblico e rivendicato come atto di sovranità. È questo gesto, prima ancora del suo merito, a fondare la leggenda.
La leggenda però dimentica la coda. Nella primavera del 1986 il segretario di Stato americano George Shultz scrive a Reagan che i rapporti con Craxi sono eccellenti, che l’episodio dell’Achille Lauro è ormai cosa del passato. Aggiunge che l’Italia ha consentito l’uso di Sigonella per le operazioni di supporto nel Golfo della Sirte. La notte dei due cordoni armati era durata una notte. Il gesto di sovranità per eccellenza venne seguito, nel giro di pochi mesi, dal rientro nei ranghi.
Tornando da Sigonella 1985 a Sigonella 2026, la differenza salta agli occhi, come tra il bufalo e la locomotiva: nel gesto più che nel risultato finale. Craxi cercò lo strappo e lo difese alla luce del sole, ne fece materia di un discorso parlamentare, trasformò un incidente in una rivendicazione di giurisdizione nazionale. Il governo Meloni ha compiuto il proprio no e nello stesso istante ne ha negato la natura politica, lo ha confinato nella burocrazia degli accordi, ha telefonato a Washington per rassicurare che non era successo niente. Craxi pretese che lo strappo si vedesse; Meloni ha lavorato perché il suo passasse inosservato.
Le condizioni che resero possibile il gesto di Craxi non erano create soltanto dalla sua statura personale. Si trattava di un sistema politico in cui la collocazione atlantica non coincideva con la dipendenza da un singolo presidente americano, in cui un capo di governo poteva permettersi uno strappo perché la sua legittimità non riposava sull’amicizia con la Casa Bianca. O almeno non solo. Meloni quel margine non ce l’ha, perché se l’è tolto da sola. Un anno di corteggiamento ha reso il no di Sigonella impronunciabile come scelta politica: dirlo apertamente avrebbe significato ammettere che l’amicizia su cui si è costruita la propria immagine internazionale aveva un costo e un limite. Più comodo chiamarlo cavillo tecnico.
Resta la telefonata del 19 giugno, con cui questo pezzo è cominciato. Trump che racconta la premier in ginocchio per una foto, lei che si dice francamente allibita e replica che la sua popolarità non lo riguarda. A chi si chiede come si sia arrivati fin qui, basta rileggere la frase del 23 gennaio. Tra l’auspicio di un Nobel per la pace concesso a chi non aveva ancora portato nessuna pace e la suola in faccia raccontata in diretta televisiva sono passati meno di cinque mesi.
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