Giustizia
Il paradosso della giustizia italiana: tra riforme di facciata e cancellerie vuote
Organico -30% e tribunali al collasso. La scelta del Governo di mandare a casa 1.500 precari dell’Ufficio per il Processo appare come l’ennesimo cortocircuito di una politica che privilegia l’ideologia all’efficienza materiale
Siamo di fronte a un Paese reale che si consuma ogni giorno tra i faldoni polverosi delle cancellerie, le aule d’udienza deserte e i decreti ingiuntivi che attendono mesi prima di essere firmati. E poi c’è un Paese legale, quello raccontato dai corridoi della politica romana, dove la “giustizia” si riduce troppo spesso a un terreno di scontro ideologico, fatto di riforme costituzionali, separazione delle carriere e riscritture del codice penale. Ma la macchina giudiziaria non cammina sulle gambe dei soli magistrati o sui proclami dei ministri; cammina sul lavoro silenzioso e quotidiano del personale amministrativo. Ed è proprio qui che il sistema Italia sta registrando il suo definitivo e strutturale collasso, nell’indifferenza, o peggio, nell’inerzia calcolata, dell’esecutivo nazionale.
I dati emersi nel corso dell’iniziativa pubblica “Un’altra idea di giustizia”, promossa dalla Fp Cgil a Firenze, non lasciano spazio a interpretazioni di comodo: descrivono un quadro drammatico. Il Dipartimento per l’Organizzazione Giudiziaria viaggia con una carenza media di personale che supera il 30% su base nazionale. Una voragine che in alcune sedi periferiche o specializzate tocca la soglia psicologica e gestionale del -50%. In parole povere, in molti uffici giudiziari italiani una sedia su due è vuota.
L’anatomia di un disastro organizzativo
Se si scende nel dettaglio delle singole figure professionali, la carenza si trasforma in un vero e proprio deserto delle competenze. Mancano all’appello 2.688 cancellieri esperti (pari a una scopertura del 45%) e 3.485 assistenti giudiziari (il 31%). Figure che rappresentano la spina dorsale di qualunque processo, civile o penale che sia. Senza cancellieri non si tengono le udienze, non si pubblicano le sentenze, non si notificano gli atti. Ma il vero capolavoro di mala gestione amministrativa si tocca con i funzionari contabili, la cui assenza strutturale sfiora l’85%, e con gli assistenti tecnici, che registrano una scopertura record del 98%. Come si possa pretendere di digitalizzare la macchina della giustizia, di spendere i fondi europei e di gestire i bilanci dei tribunali in queste condizioni resta un mistero che il Ministero di Via Arenula non sembra intenzionato a svelare.
La geografia di questa emergenza attraversa l’Italia intera, smentendo la retorica della divisione tra un Nord efficiente e un Sud in difficoltà. In Toscana, la Corte d’Appello è priva del 78% dei cancellieri esperti, mentre al Tribunale per i Minorenni questa figura è letteralmente estinta. In Emilia-Romagna, la Procura Generale lavora con soli 25 dipendenti sui 42 previsti, e il Tribunale per i Minorenni è dimezzato. Spostandosi a Ovest, nella Genova che dovrebbe correre, la Corte d’Appello lamenta il 50,8% di vuoto d’organico. Il “modello Milano”, tanto declamato, si scontra con un Tribunale a cui mancano 207 dipendenti su 593. Scendendo a Napoli, il distretto registra un -33,7% di cancellieri esperti negli uffici requirenti. Fino a toccare i paradossi del Veneto, dove l’ufficio del Giudice di Pace di Belluno vede l’80% delle scrivanie sguarnite.
Il cortocircuito del 30 giugno: competenze in fumo
In questo scenario da codice rosso, qualunque amministratore di buon senso cercherebbe di blindare e stabilizzare ogni singola risorsa umana a disposizione. Il Governo nazionale, invece, ha scelto una strada diversa. Il prossimo 30 giugno 2026 scadrà il contratto di migliaia di lavoratori assunti a tempo determinato nell’ambito dell’Ufficio per il Processo (UPP), una struttura nata sotto l’impulso del PNRR proprio per abbattere l’arretrato e modernizzare i flussi di lavoro. Di questi, ben 1.500 funzionari verranno semplicemente rimandati a casa.
Questa scelta rappresenta un duplice errore, politico ed economico. Da un lato, si disperde un patrimonio di professionalità che negli ultimi anni è stato formato, ha compreso i meccanismi interni degli uffici e ha contribuito in modo determinante a migliorare l’efficienza dei procedimenti, consentendo a molti tribunali di rispettare gli obiettivi di riduzione dei tempi imposti dall’Europa. Dall’altro, si privano i magistrati di una collaborazione diretta proprio mentre le riforme processuali richiedono un maggiore sforzo organizzativo. Il Governo manifesta l’intenzione di far evaporare questo modello organizzativo anziché renderlo strutturale nei ruoli organici del Ministero. Una decisione che sa di miopia burocratica: formare il personale con i soldi pubblici per poi regalarlo al mercato privato o alla disoccupazione, lasciando i tribunali nuovamente scoperti.
Le priorità capovolte della politica
Ciò che si contesta all’attuale gestione della giustizia non è la mancanza di iniziativa legislativa, bensì il capovolgimento delle priorità. Si investe un enorme capitale politico ed economico in riforme ordinamentali dal forte sapore propagandistico, utili a incendiare il dibattito sui talk-show, ma si lasciano marcire le fondamenta strutturali del sistema. La vera emergenza della giustizia italiana non si risolve riscrivendo i confini dei reati o separando le carriere dei magistrati, ma assumendo personale, adeguando gli stipendi, ammodernando un’edilizia giudiziaria spesso fatiscente e potenziando infrastrutture informatiche che tuttora si bloccano a giorni alterni.
Le richieste che salgono dai lavoratori e dai sindacati di categoria, a partire dalla Fp Cgil, sono chiare e pragmatiche: stabilizzazione immediata dei precari del PNRR senza sottoporli a ulteriori e defatiganti forche caudine concorsuali, inserimento definitivo del profilo professionale dell’Ufficio per il Processo nei ruoli dello Stato, e un piano straordinario di assunzioni per coprire quel 30% di vuoto che paralizza i diritti dei cittadini.
Finché un cittadino dovrà attendere anni per vedere riconosciuto un proprio sacrosanto diritto, o finché un’impresa estera rinuncerà a investire in Italia per timore di tempi biblici di risoluzione delle controversie, nessuna riforma costituzionale potrà dirsi riuscita. La giustizia è un servizio pubblico essenziale e, come la sanità o la scuola, vive di investimenti materiali e di capitale umano. Continuare a tagliare o a non rinnovare i contratti di chi fa funzionare la macchina, mentre si promettono rivoluzioni epocali sulla carta, non è solo una scelta politica discutibile; è un lusso che questo Paese, semplicemente, non può più permettersi.
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