Letteratura
Matteo Marchesini e il Decennio del panottico
Critica culturale di un decennio italiano 2015-2025
Matteo Marchesini — Il decennio del panottico. Diario in pubblico 2015-2025 — Editoriale Scientifica, Napoli 2026
Non è facile rendere conto di un testo denso come questo di Matteo Marchesini. Chi scrive, avendo attraversato proprio il decennio qui osservato anche in sua compagnia nei social, può testimoniare come l’autore sia tra gli intellettuali più vigili — talvolta persino insonni — del panorama contemporaneo, e certamente tra i più preparati. Nulla sembra sfuggirgli nell’ambito della sua disciplina privilegiata: la critica culturale (Kulturkritik) ad ampio spettro che spazia dalla letteratura alla saggistica, dalla critica delle idee all’osservazione dei comportamenti collettivi, nelle loro tensioni tra élite intellettuali e masse di lettori-elettori.
Chi abbia incrociato i suoi scritti in rete — tra social, ebook e residualmente nei “vecchi” parallelepidi chiamati libri — nei saggi come Casa di carte (2019) e nell’introduzione strabiliante a Saggisti italiani del Novecento (2025), (al netto dei romanzi e delle raccolte poetiche) non può che restare colpito dalla padronanza dei temi e dalla limpida eleganza dello stile.
Data la ricchezza del volume, ci si limita qui a una ricognizione “a volo d’aquila”, rinviando il lettore alla verifica diretta delle sezioni: Media, Società politica, Lavoratori culturali, Letteratura, Tornare al cinema, Coccodrilli e ritratti.
Lo stile è volutamente diseguale: accanto ai “pezzi duri” convivono freddure e passaggi leggeri, quasi che Marchesini si conceda ai formati brevi dei social come un tempo Arbasino al gusto del rap giovanilesco.
Seguono le mie note random.
Sui social si vive sotto lo sguardo — spesso malevolo — di tutti; chi vi espone opinioni articolate impara presto ad anticipare obiezioni di ogni tipo. Ne deriva una scrittura più sottile e dialettica, ma anche una dipendenza dallo sguardo altrui che limita la libertà individuale.
Emblematica la definizione di Bourdieu: «il sociologo più dotato di immaginazione tra gli accademici, il più accademico tra i sociologi dotati di immaginazione».
Acuto il ritratto di Gadda: «visse come un milanese, pensò come un romano, scrisse come un fiorentino». E ancora: «Il rischio della verità e dell’errore […] è scomparso in confezioni di storytelling fungibili». La narrativa contemporanea appare spesso prigioniera di schemi prevedibili e fraintendimenti reciproci tra testo e pubblico; la rappresentazione della mediocrità viene scambiata per intelligenza critica, rivelando piuttosto un imbarazzo davanti allo specchio sociale. Non a caso, tra i pochi a sottrarsi a questo meccanismo, Marchesini indica Piersanti e Severini.
Il libro offre una diagnosi severa del presente: saturazione tecnologica, perdita del senso di verità, crisi dell’autenticità. I media trasformano la realtà in spettacolo e caricatura; la comunicazione pubblica scivola in un linguaggio burocratico, eufemistico, spesso vuoto. L’ironia si indebolisce, mentre l’umorismo diventa sospetto o marginale.
Sul piano politico e storico, domina una semplificazione moralistica: la memoria collettiva si impoverisce, ridotta a slogan o giudizi sommari. Le tecnologie visive e digitali favoriscono reazioni emotive immediate e superficiali, alimentando una percezione distorta del reale.
Marchesini insiste anche su una contraddizione diffusa: la tendenza a ridurre l’individuo a oggetto determinato mentre si moltiplicano richieste di responsabilità e punizione. Il risultato è una quotidiana schizofrenia morale.
La crisi della critica deriva anche dalla perdita di solidi sistemi filosofici e dall’adozione di teorie superficiali. La vera critica — suggerisce implicitamente l’autore — richiede profondità storica e indipendenza di giudizio. Al contrario, l’accademia e il mercato editoriale tendono a produrre etichette, mode e conformismo.
La produzione contemporanea privilegia narrazioni commerciali e stereotipate; la letteratura rischia di ridursi a prodotto, mentre l’autenticità si rifugia in opere marginali e poco visibili. Analoghe derive si riscontrano nel cinema, spesso prigioniero di formule ripetitive e spiegazioni didascaliche.
La politica italiana appare segnata da perdita di credibilità e da un uso strumentale delle ideologie; gli intellettuali, a loro volta, tendono al conformismo, rinunciando a una critica autentica.
Nelle sezioni finali emergono figure e controfigure — da Fortini a Eliot, da Vattimo a Napolitano — osservate con uno sguardo disincantato che ne mette in luce ambiguità e strategie. Memorabile anche il ricordo di Massimo Bordin, voce capace di restituire misura e complessità al rapporto tra giustizia e potere.
Il grande giornalista aveva un modo unico di scegliere i tempi e i toni delle evocazioni e degli accostamenti. Insegnava così, con l’esempio quotidiano, che l’intelligenza consiste prima di tutto nel senso delle proporzioni, nell’adeguatezza tra contesto e stile.
Il decennio del panottico è, nel suo insieme, un esercizio di vigilanza critica sul presente: un’analisi delle trasformazioni mediatiche e culturali che hanno ridefinito il rapporto tra individuo, linguaggio e realtà. Ne emerge un quadro segnato da conformismo, spettacolarizzazione e perdita di profondità, ma il libro è attraversato da una scrittura che, proprio nella sua lucidità, tenta di opporre resistenza a tutto ciò.
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