Musica

Arrivarci per contrarietà

Guccini fa parte del mio metabolismo; gli devo una parte consistente del mio vocabolario, fisico ed emotivo. Nonostante ce l’abbia cantato, ‘bisogna saper scegliere in tempo/ non arrivarci per contrarietà’, ci arrivo quando la polvere è posata: per contrarietà.

28 Agosto 2026

Mi ha fatto il torto di morire mentre ero in viaggio verso il mio mare, un estate in cui mi ero imposto una tregua dal mondo fuori. Nessun pc con me. Lo sguardo doveva allungarsi all’orizzonte, oltre lo schermo. Giusto lo smartphone, ma dosato come merita una droga.

Non avrei scritto. Solo accumulato.

Ora sono qui, nella routine dello scriba e non me lo perdonerei, se tacessi. Nonostante ce l’abbia cantato, ‘bisogna saper scegliere in tempo/ non arrivarci per contrarietà’, io ci arrivo adesso, per contrarietà: quando non frega più una mazza a nessuno, quando l’algoritmo ti schifa.

Nel giorno della sua morte non avevo un santino, foto o incontro, da sponsorizzare, ma lo avrei comunque risparmiato, l’omino di turno in posa con il suo eroe, mentore, maestro, e altri abusi di senso. Ci arrivo quando la polvere è posata, quando il fresco defunto riesumato alla gloria, e dato in pasto al compiacimento dei minuscoli, è tornato a tacere.

Da minuscolo, sono stato geloso: Francesco Guccini fa parte del mio metabolismo; gli devo una parte consistente del mio vocabolario, fisico ed emotivo. Ho riempito racconti, romanzi, editoriali, conversazioni, delle sue parole.

Lo citavo perché mi veniva naturale, circolava nel mio profundis e nel mio immaginario. Lo citavo, e continuerò a farlo, perché non avrei potuto dire con la stessa potenza, così esatto e breve. Perché non avevamo nemmeno l’età per guidare un Garelli 50 e ci chiudevamo nella stanzetta di Mauro, con Dario, e ascoltavamo Folk beat n.1. Un titolo anonimo, Guccini si firmava solo Francesco, nome diviso da un accapo, Fran e Cesco, anticipando i due frammenti soprannome che spopolano tra i brothers. Il carattere delle lettere richiama quello degli spaghetti western.

L’America. Sognata. Stravolta. Inseguita. Da fermo.

Di fianco, la foto di lui, seduto, di profilo, la chitarra a riposo in penombra, il viso avvolto dal fumo di una sigaretta. Brutta? Una copertina fatta in casa. Lievito madre.

Eravamo già, senza saperlo, acrobati della malinconia.

Tempo due giorni e sapevamo a memoria Il Sociale e l’Antisociale: disprezzavamo il primo, flirtavamo orgogliosi con il secondo, del quale ci ingrifava la strofa “Non mi piaccion le gran dame, preferisco le mondane, perché ad essere sincere son le sole”. Le gran dame erano fuori dalla nostra orbita, le mondane non sapevamo ancora bene chi fossero: se le sgualdrine, sostantivo che sminuiva e insinuava, o semplicemente donne che amano la bella vita: in entrambi i casi, ci facevano sangue. All’opposto, ‘Voglio però ricordarti com’eri, pensare che ancora vivi…’, strofa finale di quella morte assurda, la cantavamo lui, come un prolungato Amen, o come un coro ubriaco, nonostante non avessimo ancora goduto del vino rosso, spirito santo del nostro (da lì a poco anche nostro, senza cedimenti). La canzone del bambino nel vento (Auschwitz), l’ascoltavamo invece muti e attenti, come una lezione. Annoiandoci anche un po’, ma non l’avremmo mai confessato. La musica era funzionale, utile per cantarla: cantare prevede, comprende, anche un coro, un massaggio interiore, che il solo dire, declamare, non raggiunge. Tanto c’erano gli Stones e gli Zeppelin, a scalpitare, ad arrangiare visioni e adrenalina. Guccini era un amicone che la sapeva lunga, e col quale ti mettevi a cuccia. Anche se, con Statale 17, il viaggio fermentava, dentro quel talkin blues elementare e convinto, quella strada che sapeva di polvere, e così lunga da far tutta.

Ed è stata lunga la strada che abbiamo fatto insieme, lui ignaro, io puntuale, con la vetta emotiva di Signora Bovary: il Culodritto, che sa ancora a memoria la mia prima figlia, ‘Presto ti accorgerai com’è facile farsi un’inutile software di scienza/ E vedrai che confuso problema è adoprare la propria esperienza’. Non è stato inutile il software di scienza che l’ha laureata, ma rimane confusa sull’uso della sua esperienza, come io ancora con la mia. Van Loon e Keaton sono stati per qualche tempo le persone a cui ho voluto più bene, misteriosi e fraterni. Della Signora Bovary trattengo la gente ‘che si frantuma in un fiato/ senza soffrire, senza capire’, anime che da allora mi è parso di riconoscere.

E i minuti lunghi come il sudore.

I brividi, il languore, gli stessi di certo cinema francese che mi stava traviando, li ho provati quando ha soffiato il suo vento di Scirocco. ‘Tu dietro al vetro di un bar impersonale/ seduto a un tavolo da poeta francese/ con la tua solita faccia aperta ai dubbi/ e un po’ di rosso routine dentro al bicchiere…’ Mi ci sono specchiato spesso in questa immagine, forse con presunzione. ‘Ma lei arrivò affrettata danzando nella rosa/ di un abito di percalle che le fasciava i fianchi’.  Eccola l’apparizione! E dovetti scoprire cosa fosse il percalle, per riuscire a vederla meglio. E poi di lei non si sa dove sia finita, di lui che ‘divide la vita tra il lavoro, versi inutili e la routine di un bicchiere’. Tutto avvolto da una struggente milonga argentina, colonna sonora di un amore impossibile, che più tardi diventerà verde e scritta per Paolo Conte, per la sua sensibilità, per le sue scarpe lucidate. Considero entrambe le canzoni scritte per me, per la mia sensibilità che ha lucidato soltanto, costretto, gli anfibi, nell’anno di servizio militare.

Ho smesso di viaggiare con lui dopo Cyrano. Una spada e un naso che infilzano le miserie elencate. ‘Non voglio rassegnarmi ad essere cattivo/ Tu sola puoi salvarmi, tu sola e te lo scrivo’ è il verso che tengo in tasca, di un testo nel quale il grande cantautore, poeta e cantore, cede al ritmo filastrocca.

Ma aveva già elargito una miniera d’oro. Potevo allontanarmi. Con un sacchetto di pepite.

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