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La festa di comunità dell’Irpinia: lo Sponz Im-Bosck di Vinicio Capossela tra reale e finzione letteraria
Nel gioco della finzione letteraria ho cambiato nome a Calitri trasformando questo paese per qualche giorno in ‘Im-not’, con questo artificio ho raccontato la quattordicesima edizione dello Sponz Im-Bosck di Vinicio Capossela.
Lo Sponz Fest è ormai una realtà consolidata di Calitri e dell’Irpinia. È arrivato, con quella che si è chiusa lo scorso 30 agosto, alla sua quattordicesima edizione. È stato definito più volte come una grande festa di comunità. E in questa maniera intendo trattarlo in questa recensione fuori dagli schemi. Perché lo Sponz Fest, sempre per la direzione artistica di Vinicio Capossela, negli ultimi anni ha avuto, a mio parere, anche il merito di contribuire a reinventare in una sorta di finzione letteraria alcuni dei luoghi più suggestivi del paese che fin dall’inizio ne è stato la casa. Questa reinvenzione ho cercato di assecondarla, immaginando per Calitri un nome di fantasia in assonanza con il titolo di queste edizione del Fest. Così, da Im-Bosck, Calitri per qualche giorno è diventata Im-not. Ho raccolto nove istantanee prima, durante e dopo lo Sponz Fest, e ne ho tratto una narrazione spero abbastanza coerente con l’animus dell’evento che ho cercato di raccontare, lo Sponz Im-Bosck di Vinicio Capossela.
Il prima
Tutto comincia con un treno, o meglio con i resti di una vecchia casa che, vista da dietro, sembra il vagone di un treno — uno di quelli arrivati in orario solo per miracolo, mentre fuori scende una pioggia come solo il male comanda. È questo il mio punto di approdo, il posto in cui mi puntello per qualche giorno nella fantasia di riavermi. Ogni volta che arrivo a Calitri, ogni mio primo giorno da queste parti, vengo qui, presso questi resti di una vecchia casa che sembra un vagone di un treno.
Queste rovine che attraggono da sempre la mia attenzione mi suggeriscono di giocare un po’ con la finzione letteraria. Calitri per qualche giorno sarà Im-not, un luogo immaginario, un luogo dell’assenza da intendere in tutti i modi possibili. Il nome suona volutamente strano, sembra fatto apposta per contenere tutte le negazioni possibili. Im-not, I’m not, non sono. Controllo una vecchia carta geografica cercando di capire dove mi sto muovendo, e penso che sono infinite le radici attraverso cui potrei definire le mie non-appartenenze. Il treno su cui ho viaggiato per arrivare fino qui, passa accanto a prati, boschi, paesi dal sapore lontano.
Im-not è terribilmente difficile da descrivere. Non è campagna e non è città, non è in alto e non è in basso. È l’esatto contrario della luna: non emette luce, ma vive di luce — luci complicate, funamboliche, articolate, e suoni che vengono dall’interno e dall’intorno. È un punto esatto all’incrocio dei venti, un luogo da cui tutto è partito e a cui tutto promette di fare ritorno. Case accatastate le une sulle altre, come in un presepe. Un luogo apparentemente inospitale in cui non conviene affatto fermarsi alle apparenze. Per arrivarvi si percorre una lunga strada lastricata che, passando in mezzo alle case, arriva fino al castello. Qui la notte è illuminata da una luna tutta sua, fatta di ricordi e di terre rare, sotto cui più volte mi sono sorpreso a canticchiare.
Nel corso della giornata Im-not segue direzioni diverse. Di giorno, Im-not sa trasformarsi e questa è sempre stata la sua vera salvezza e la sua vera identità. Qui strati che si accumulano su strati. Per comprenderne la natura basta sedersi al tavolino di un bar nell’ora più inospitale della giornata: è lì che esce fuori la sua vera essenza, tra chi consuma un liquore nonostante l’ora, chi fuma, chi parla come se parlare fosse l’unico orizzonte a cui approdare. Di notte, invece, Im-not diventa tutt’altro. Si camuffa, esegue trasformazioni, si mette i lustrini della luminaria. E per i vicoli delle strade antiche tutto diventa danza, e arrivano echi dell’est.
Il durante
Poi arriva il giorno dell’apertura, che lo Sponz Fest abbia inizio. Im-not non sembra avere mai sperimentato una vertigine simile, quella di una luna quasi piena su un pascone così popolato. Mai nessuno aveva osato fare spettacolo in questo luogo, e così anch’esso è stato reinventato. È come tornare al primo giorno: la gente arriva a piedi, dopo il concerto della banda e la cena di paese, e lo spiazzo sotto la piazza si popola di stranieri. I cancelli si aprono piano, e arrivano tutti, fino a notte fonda. Dal palco un radiodramma scritto apposta per queste edizione dello Sponz Fest racconta alcune figure archetipiche di Calitri. E come ricordo per un grande maestro scomparso, un gelso viene piantato a rinsaldare il legame tra due terre vicine e lontane.
Im-not, nei giorni deltlo Sponz Fes, è un luogo fatto di continue estensioni. Imboscandosi, si allarga fino a un luogo che di nome fa “Montecanto”. È lì che si stendono le luci e la carne a grigliare, che si arriva a colpi di polpacci, che si entra in una zona in cui ombre e luci giocano a rincorrersi. È lì che la fantasia diventa reale, che trovano rifugio tutti, gente di ogni età, compresi quattro bambini sorpresi a saltare dentro un parco di luna ragliante.
Maschere, voci, teatro popolare: Im-not si trasforma continuamente in tutto questo. Dalla salita del curvone fino al castello non c’è un punto che non risuoni della sua allegria. Anche nei negozi si commenta quel che accade: cosa è piaciuto, cosa si può migliorare. Da Montecanto la musica si espanda su tutto il paese. Un gruppo di ragazzi percorre il borgo dall’alto in basso, suonando una fisarmonica e un tamburello: è quella la vera anima della festa, l’incontro improvviso che rigenera ogni angolo del borgo.
Nel giorno dell’ultima danza, la geografia di Im-not non è mai stata così varia: bosco e abitato si uniscono senza soluzione di continuità, e per una notte i due spazi sembrano perfettamente fungibili. Dormire nel bosco è come dormire nel proprio letto. Il paese sperimenta una condizione di clandestinità e sospensione del tempo che torna, ciclicamente, una sola volta l’anno. La mattina dopo il concerto finale, molti tornano in paese per riprendere possesso della propria dimensione civica, con aria serafica, dopo essere stati cullati dalla musica e dalla brezza notturna, fino al rintocco di un’alba greca. E tutto può ricominciare, fino al prossimo giro di luna.
Il dopo
La domenica mattina, quella dopo la grande festa di chiusura, Im-not è avvolta da una calma surreale. Alle dieci sono ancora pochissime le persone che animano il corso principale. Una foglia si muove lenta, spinta dal vento di scirocco che ha accompagnato tutti i giorni della festa. Scende fino alla panetteria, nessun odore proviene dal forno, e tutto tace. Poi uno sbuffo di vento la solleva, la fa roteare più volte su se stessa: qualcuno sembra pilotarla con precisione. Torna a posarsi ai piedi del pannello di legno dell’edizione numero quattordici dello Sponz Fest. Un altro sbuffo la rianima, la porta su, fino a Montecanto, fino al punto esatto da cui per giorni è arrivata musica a coprire tutto il paese. E lì, nonostante il sole già alto, la foglia coglie una sola immagine, quella del sabato notte e decide di portarla con sé nelle sue nervature, prima di tornare a terra e allinearsi al silenzio generale della mattina.
Un paese che si reinventa senza cantieri
C’è un filo che lega Im-not (Calitri) a un’altra storia di rinascita, apparentemente lontanissima: quella di Castelnuovo d’Avane, il borgo minerario abbandonato in Toscana che sta tornando in vita grazie a un progetto da venti milioni di euro di fondi PNRR che ha portato alla creazione di musei, botteghe, un albergo diffuso, residenze per giovani e nomadi digitali. Sono due modelli diversi di rigenerazione, ma parlano la stessa lingua: quella secondo cui, nei piccoli paesi, la cultura non è un ornamento ma una sostanza, uno strumento di riscatto capace di trasformare una comunità in energia viva.
A Castelnuovo d’Avane la rinascita passa dai cantieri e dai fondi europei, con un cronoprogramma e una posa della prima pietra. A Calitri passa da qualcosa di più leggero e ripetibile: un festival che ogni anno rinomina i luoghi, li reinventa nell’immaginario collettivo, li restituisce a chi li abita con un nome nuovo e per qualche giorno, con un’identità doppia. Non servono venti milioni di euro per battezzare Montecanto, il bosco, per far diventare il pascone il palcoscenico del teatro popolare, per trasformare il tavolino di un bar nell’ora più inospitale della giornata nel luogo in cui un paese confessa la propria vera natura. Serve, semmai, la disponibilità di una comunità a lasciarsi raccontare e a raccontarsi in prima persona, come hanno fatto per anni gli organizzatori, gli artisti dello Sponz Fest e gli abitanti di Calitri.
È forse proprio per questo che ho scelto di chiamare Calitri per qualche giorno Im-not. Perché nei giorni d’agosto da me raccontati il paese, per affermare la propria identità più vera, ha bisogno di negarsi, di “imboscarsi”, di diventare per una settimana qualcos’altro — salvo poi, al calare del vento di scirocco e al posarsi dell’ultima foglia, tornare esattamente se stesso. Fino al prossimo grande giro di luna.
(Le nove istantanee di Im-not sono state pubblicate quotidianamente sul mio profilo Facebook durante i giorni dello Sponz Fest 2026.)
Credits foto di copertina: Chiara Lucarelli





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