Cronaca
Le vetrine rotte di Milano e i giovani dalle speranze infrante
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In Italia si parla poco di giovani. I motivi, credo, sono diversi. Il nostro è un paese incatenato al suo passato. Un passato straordinario, ma a volte pesante e pericoloso come una macina appesa al collo. Domina spesso la nostalgia per il passato prossimo (gli eccitanti anni ’80, gli splendidi anni ’60), però anche il passato remoto e remotissimo ha i suoi estimatori: in Veneto c’è chi rimpiange le glorie della Serenissima, spazzata via da Napoleone e ceduta all’Austria con il trattato di Campoformio; in Trentino e nella Venezia Giulia ho visto ritratti di Francesco Giuseppe appesi alle pareti di luoghi peraltro rispettabilissimi; in Sicilia ho conosciuto gente che si sperticava in elogi per Federico II, «quando c’era lo Svevo caro lei»; nella capitale i cantori delle glorie di Roma abbondano, alle volte convinti (sic) che i romani contemporanei siano lontani discendenti dai centurioni. E non parliamo poi dei nostalgici del Ventennio, o dei neo-borbonici…
Tanto passatismo immaginario non stupisce, in un paese dove l’età media sfiora il mezzo secolo e dove l’analfabetismo di ritorno galoppa. Siamo immersi in una specie di carnevale ucronico, dove ognuno sogna il “bel tempo che fu” più di suo gusto, ma in pochissimi si degnano di leggere un testo scientifico scritto da uno storico vero. Un paese che non riesce a immaginare il futuro, perché tanto nessun futuro potrà essere all’altezza del passato (e del resto l’ultima volta che l’Italia ha cercato di emulare i suoi presunti antenati in toga e calcei non è andata molto bene…)
Venezia non tornerà mai a essere una potenza finanziaria e talassocratica, Roma non sarà mai più caput mundi, Torino ha finito i suoi giorni di company town di una delle più importanti aziende d’Europa, gli Svevi in Sicilia non torneranno. Gli italiani dovrebbero immaginare un futuro affrancato dal suo passato, ma non ce la fanno. Per loro il futuro è grigio, quando non è nero. Umanamente è anche comprensibile: un’economia stagnante da un quarto di secolo, un contesto geopolitico sempre più minaccioso, una classe politica peculiare (il genio dei nostri politici è prospettare rivoluzioni che non arriveranno mai) non inducono all’ottimismo.
E ai pochi giovani in circolazione cosa dicono i genitori, i nonni, i professori e i guru in TV? Che l’Italia un futuro proprio non ce l’ha. Che si deve emigrare. Via, via dall’Italia, ovunque l’erba è più verde: a Londra, a Berlino, a Dubai, in Spagna, negli Stati Uniti, a Singapore, in Australia, ovunque ma non in Italia. Ma i giovani cretini non sono. Molti di loro sanno che per loro emigrare non sarà né facile né indolore. Per vivere da expats in qualche magione a Miami o Barcellona o Dubai bisogna laurearsi bene, parlare le lingue, avere gli agganci giusti, essere belli e smart.
Gli italiani di seconda generazione sanno come sa di sale lo pane altrui. La figlia di business lawyer invece sa che può farcela, con l’impegno, lo studio e magari la giusta spintarella. Chi è nato nell’hinterland milanese, ed è figlio di operai o netturbini o badanti, e magari non è un asso in algebra o non ha il colore della pelle giusto, parla male inglese, in tasca ha pochi spicci e non ha mai visto un cavallo o sciato in vita sua, quante probabilità ha di andare nell’università privata che forgia la classe dirigente, laurearsi in matematica finanziaria e lavorare in una mega-banca a Londra? E anche se con immani sacrifici si riuscisse a laureare, sveglia alle cinque del mattino e la notte a studiare per anni… chi gli garantisce che l’IA non cancellerà il suo lavoro nel 2031? La sostituzione che terrorizza molti diciassettenni non è quella etnica ma quella tecnologica.
Magari i ragazzi dell’hinterland decifrano male il mondo, probabilmente sono troppo viziati, senz’altro sono stati ingozzati per anni con le menzognere promesse della ricchezza smodata e del successo facile, però sono ancora in grado di serbare un po’ di rancore. E appunto non sono cretini. Non sono una massa amorfa, arruolabile in un partito. Casomai sono uno sciame, per citare il filosofo Byung-chul Han. Gli adolescenti che hanno devastato Milano sono la personificazione dello sciame. Si coordinano in pochi minuti sui social media, si aggregano per qualche ora, si vendicano un po’ e cercano di farla franca.
È giusto che i giovani che hanno distrutto vetrine, saccheggiato negozi o – peggio ancora – scagliato oggetti contro le forze dell’ordine paghino per i reati commessi? Certamente sì. La legge è legge, ci mancherebbe. Ma nel caso di un tredicenne o di un sedicenne la giustizia non può davvero prescindere dalla rieducazione. A gran parte della gioventù italiana è stata tolta la speranza; questo non vale come attenuanti generiche?
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