America
Senato USA. L’11 agosto anche il Minnesota sceglie i candidati al seggio lasciato open da Sen. Tina Smith
Primarie dall’esito non scontato per entrambi i partiti in Minnesota l’11 agosto. La contesa per il seggio “open” dopo il ritiro di Sen. Tina Flint Smith riguarda il modo con cui DEM e GOP possono ancora rappresentare uno Stato così particolare
L’11 agosto anche il Minnesota (dopo Kansas, Tennessee, Virginia e Michigan che lo faranno domani 4.8 e lo stesso giorno dei GOP in South Carolina) sceglierà i suoi candidati al Senato con le elezioni primarie.
Si tratta per entrambi i partiti di sfide dall’esito non scontato.
Anzi sono 2 tra le sfide più rilevanti per capire come sta cambiando la politica USA e come i partiti stiano lavorando, da un lato, a costruire nuove classi dirigenti e, dall’altro, a ricercare strade nuove per garantirsi continuità nella capacità di rappresentare comunità e stati dalle caratteristiche peculiari come il Minnesota.
Certo non sono primarie con l’importanza decisiva di quelle DEM in Michigan, il cui esito influirà direttamente sugli equilibri finali del Senato.
Le mie previsioni assegnano infatti il seggio senatoriale del Minnesota ai DEM.
Il Minnesota non vota per un repubblicano alla presidenza dal 1972 e Sen. Amy Klobuchar (2006) è stata rieletta per il quarto mandato nel 2024 (con quasi 16 punti di vantaggio).
Ma la continuità nasconde segnali di erosione. Kamala Harris, pur avendo il governatore Tim Walz come candidato alla vicepresidenza, ha battuto Donald Trump di poco più di quattro punti.
Le campagne e le piccole città tendono sempre di più verso il GOP e i DEM non possono permettersi di cullarsi nella tradizione.
Il ritiro di Sen. Tina Smith
Ne abbiamo già parlato. In carica dal 2017, a “soli” 68 anni ha scelto di lasciare la politica dopo vent’anni di impegno. Per dedicare più tempo al marito, ai figli, ai quattro nipoti e al padre anziano, ma soprattutto per accompagnare un passaggio generazionale verso nuovi leader pronti a raccoglierne il lavoro.
Progressista negli obiettivi, ma incline al lavoro bipartisan e attenta alle ricadute territoriali, la sua eredità è quella di una senatrice poco spettacolare ma legislativamente molto efficace, capace di collegare i problemi quotidiani del Minnesota alla politica di Washington.
Certo Sen. Tina Smith ha difeso con continuità il diritto all’aborto e ha svolto un ruolo importante nella legislazione federale sul clima e l’energia pulita, ma a questi temi ha aggiunto una particolare attenzione al costo dei farmaci e dell’insulina, alla salute mentale, alle comunità rurali, alle cooperative elettriche, alla diffusione della banda larga, e soprattutto ai rapporti con le nazioni native. Un impegno culminato nella sua legge del 2019, approvata in modo bipartisan nel 2020 (firmato da Donald Trump il 23 dicembre 2020 a sconfitta elettorale già maturata) che ha portato alla restituzione di terre alle comunità native, chiudendo una rivendicazione dei dirigenti tribali che durava dagli anni 50 del secolo scorso.
La tradizione del Democratic-Farmer-Labor
Del resto in Minnesota non ci si candida semplicemente per il partito DEM come in tutti gli altri Stati.
Sulla scheda dell’11 agosto le due candidate DEM si sfideranno come candidate del Democratic-Farmer-Labor (DFL) Party.
È il nome che il partito statale porta dal 1944, quando gli allora DEM si fusero con il Farmer-Labor Party, un movimento di agricoltori e sindacalisti e che aveva già governato lo Stato (contro il GOP e i DEM) e non voleva ridursi ad essere una filiale locale di Washington.
La vecchia Iron Range (la regione mineraria del Minnesota nord-orientale) si è progressivamente spostata verso il GOP, mentre il centro elettorale del DFL si è trasferito nelle Twin Cities (l’area metropolitana di Minneapolis e Saint Paul) e nei loro sobborghi più istruiti. Eppure, quel nome sopravvive.
Non è archeologia politica: conserva l’idea che un partito debba essere anche un’organizzazione, una rete di comunità, sindacati e militanti capace di scegliere i propri candidati e di rivendicare una voce autonoma rispetto alla leadership nazionale. È precisamente questa idea di partito che la primaria DEM mette alla prova martedì prossimo.
Due idee opposte di eleggibilità
Le due candidate DEM partono dalla stessa diagnosi: entrambe sanno che la storica coalizione del DFL ha perduto gran parte della rappresentanza territoriale evocata dal suo nome.
La terapia che propongono è opposta.
“Angie” Craig ritiene che la risposta sia ricostruire la coalizione verso il centro: conquistare moderati, indipendenti e una quota di elettori di Trump, soprattutto nei sobborghi e nelle aree rurali ancora contendibili.
“Peggy” Flanagan pensa invece che il partito abbia smesso di convincere quando ha attenuato il conflitto economico e ha cominciato a parlare con il linguaggio dei propri finanziatori. Per lei la strada verso le campagne non passa da una moderazione generica, ma da salari, sanità, lotta alla concentrazione del potere economico.
“Angie” Craig può esibire una prova elettorale concreta. Dal 2019 rappresenta il secondo distretto, un territorio che unisce i sobborghi meridionali delle Twin Cities ad aree agricole e che per anni è stato fra i più competitivi d’America. Nel 2024 lo ha vinto con 13 punti di margine.
54 anni, ex dirigente dell’industria dei dispositivi medici, prima madre dichiaratamente lesbica eletta al Congresso, presenta la propria biografia come la dimostrazione che pragmatismo e cambiamento sociale possono convivere. Il suo argomento è semplice: per opporsi a Trump bisogna prima vincere, e il Senato non si riconquista affidando seggi potenzialmente competitivi a candidati facilmente descrivibili come troppo a sinistra.
“Peggy” Flanagan offre una prova di natura diversa. 48 anni, vicegovernatrice per otto anni, membro della White Earth Nation (una delle comunità native riconosciute dal governo federale in Minnesota), è stata parte del governo che ha introdotto congedi familiari retribuiti, pasti scolastici gratuiti, protezioni per il diritto all’aborto e nuovi programmi per le famiglie. Se eletta, sarebbe la prima donna nativa americana al Senato. La sua candidatura non promette però soltanto rappresentanza o continuità amministrativa. Rifiuta i contributi dei corporate PAC, sostiene Medicare for All e si presenta come una combattente contro Trump e contro lo status quo economico. Il suo argomento è che la chiarezza mobilita più della cautela e che un partito non recupera fiducia fingendo che la politica sia soltanto una gara di rispettabilità centrista.
Definire Craig moderata e Flanagan progressista è dunque corretto ma è insufficiente. La loro vera disputa riguarda le strategie per essere candidati DEM “eleggibili” nel Minnesota del 2026.
Per Craig significa avere già persuaso elettori che non appartengono alla base DEM.
Per Flanagan significa dare alla base una ragione abbastanza forte per votare e, insieme, ricostruire una proposta politica ed economica capace di attraversare la nuova divisione fra metropoli e periferia.
Una conta i voti conquistati oltre il confine del partito; l’altra quelli che il partito rischia di perdere quando quel confine diventa indistinguibile.
Il partito e il mercato
Il modo in cui sono arrivate all’11 agosto rende il contrasto ancora più netto.
Flanagan ha conquistato l’endorsement del DFL attraverso il lungo sistema di caucus e convention. Nel Minnesota non è un rito ornamentale. Porta volontari, reti locali, riconoscimento e soprattutto una forma di legittimità storica: il partito organizzato ha scelto.
Craig, quando è apparso chiaro che la convention si sarebbe schierata con la rivale, ha rinunciato alla battaglia interna e ha scelto di rivolgersi direttamente agli elettori registrati per le primarie.
E’ una visione diversa del partito: le primarie, non le riunioni dei delegati, devono stabilire chi rappresenta il DFL; la capacità di vincere un’assemblea di attivisti non garantisce quella di reggere un’elezione statale.
Il conflitto fra le due candidate è così diventato anche un conflitto fra due corpi elettorali: quello ristretto, organizzato e ideologico delle convention e quello più ampio, più anziano e meno prevedibile che voterà l’11 agosto.
Se Flanagan ha dalla sua il partito statale (oltre ovviamente ai leader della sinistra DEM a cominciare da Sen. Bernie Sanders (VT-2006) e Sen. Elisabeth Warren (MA-2012) e Sen. Jeff Merkley (OR-2008)), Craig ha dalla sua il mercato politico nazionale.
Leader democratici (a cominciare da Pete Buttigieg, un possibile candidato alla Casa Bianca nel 2028), ben 7 senatori DEM in carica (tra cui membri della leadership come Sen. Tammy Baldwin (WI-2012) e Sen. Catherine Cortez Masto (NE-2016) e senatori influenti come Sen. Chris Coons (DE-2010) o capaci di vincere in stati “swing” come Sen. Elissa Stolkin (MI-202$), il leader DEM alla Camera, numerose organizzazioni sindacali e sociali la considerano la scelta più sicura.
La spesa indipendente a suo favore e contro Flanagan ha raggiunto dimensioni eccezionali per una primaria del Minnesota, gran parte attraverso strutture che rendono difficile risalire immediatamente ai finanziatori originari. Craig dispone inoltre di una raccolta diretta di fondi nettamente superiore.
Qui la sfida tocca il nervo più antico del DFL. Per un partito nato dalla diffidenza verso monopoli, concentrazioni economiche e poteri lontani, il denaro esterno non è soltanto una risorsa elettorale: è una questione identitaria.
Flanagan rappresenta ogni spot pro-Craig come la prova materiale della propria tesi, cioè che l’establishment preferisce una candidata più disponibile a convivere con il sistema dei grandi finanziatori. Craig replica che nessun purismo finanziario vale la perdita di un seggio e che organizzazioni progressiste sostengono a loro volta la rivale. Entrambe hanno una parte di ragione.
La differenza è che l’asimmetria è così grande da avere trasformato il finanziamento stesso nel messaggio della corsa.
ICE e frodi: le due vulnerabilità
Le questioni su cui ciascuna cerca di rendere ineleggibile l’altra sono quasi perfettamente speculari.
Flanagan critica Craig con l’immigrazione. Nel 2025 la deputata fu l’unica democratica della delegazione del Minnesota a sostenere una risoluzione di ringraziamento all’ICE. Dopo l’inasprimento delle operazioni federali nello Stato, quei voti sono il segnale di un nodo di fondo: fino a che punto si può collaborare con il potere che si promette di fermare?
Craig risponde con le frodi nei programmi pubblici avvenute durante il governo Walz-Flanagan. Il caso colpisce il punto debole di un’amministrazione che ha fatto dell’espansione dei servizi la propria bandiera e sostiene che i Repubblicani faranno di quei fallimenti il centro della campagna autunnale e Flanagan ne sarebbe il bersaglio più facile.
Le due offensive raccontano, ancora una volta, due concezioni opposte dell’eleggibilità. Craig teme che gli elettori moderati puniscano il disordine amministrativo e l’eccesso ideologico di cui Flanagan è parte. Flanagan teme che gli elettori democratici puniscano l’ambiguità morale e la disponibilità al compromesso con Trump.
Vedremo martedì cosa decideranno gli elettori del Minnesota.
La primaria repubblicana è lo specchio
Dall’altra parte della scheda, i Repubblicani stanno conducendo una battaglia sorprendentemente simile.
Michele Tafoya è la candidata costruita per l’elettorato generale: celebre per le sue telecronache della NFL, sostenuta dalla leadership nazionale, capace di raccogliere molto più denaro e potenzialmente competitiva nei sobborghi. Adam Schwarze è il candidato scelto dall’organizzazione statale: ex Navy SEAL, conservatore senza compromessi, fedele a Trump e vincitore dell’endorsement dopo sei scrutini alla convention. Royce White, già sconfitto nettamente da Sen. Amy Klobuchar nel 2024 e appesantito da controversie personali e dichiarazioni estremiste, conserva una base militante sufficiente soprattutto a complicare la raccolta di consensi degli altri candidati.
Anche qui il partito organizzato e la strategia nazionale indicano direzioni diverse. I delegati dello stato hanno scelto Schwarze proprio perché non vogliono che Washington decida per loro. Il NRSC e i grandi finanziatori guardano invece a Tafoya perché il Minnesota si conquista nei sobborghi, non nelle convention. Schwarze invoca una tradizione secondo cui l’endorsement repubblicano ha sempre resistito alle primarie senatorie. Tafoya oppone a quella tradizione una superiorità di notorietà e risorse finanziarie che raramente si sono viste in una sfida simile.
La contraddizione di Michele Tafoya è quella di molte candidature GOP di questi anni. Deve mostrarsi abbastanza vicina a Trump da sopravvivere alle primarie, ma abbastanza autonoma da non perdere gli elettori suburbani che il trumpismo ha allontanato. In passato aveva invitato Trump a non candidarsi di nuovo; oggi ne sostiene gran parte dell’agenda. Schwarze ha sicuramente un profilo più coerente di vicinanza al Presidente, ma proprio questa coerenza lo rende meno facilmente spendibile nella generale.
I Repubblicani devono decidere se la purezza dell’investitura di uno storico militante sia un vantaggio o un lusso che uno Stato ancora inclinato verso i Democratici non consente.
Quello che il Minnesota sceglie davvero
I sondaggi pubblici sono pochi, spesso commissionati da soggetti interessati e non autorizzano certezze.
“Peggy” Flanagan è data in vantaggio in diverse rilevazioni, mentre altre hanno descritto una corsa sostanzialmente alla pari. Michele Tafoya appare favorita fra i GOP, ma l’endorsement di Schwarze e la presenza di White rendono la partecipazione più importante di qualsiasi rilevazione statistica o previsione.
In entrambi i casi né le scelte (nette) del partito né l’afflusso di (molto) denaro sono riusciti a chiudere le rispettive competizioni.
Per novembre, continuo a contare questo seggio come un seggio conservato dai DEM, ma sicuramente l’esito dipenderà dall’incrocio dei vincitori nei due partiti.
Ma il significato dell’11 agosto precede i calcoli di novembre.
Il DFL deve decidere se la propria antica cultura organizzata possa ancora interpretare uno Stato la cui geografia sociale è cambiata, o se per vincere debba affidarsi a candidati capaci di aggirare quella cultura e rivolgersi direttamente all’elettorato più largo.
I Repubblicani affrontano la stessa domanda in forma rovesciata: se ascoltare gli attivisti che tengono vivo il partito o la dirigenza nazionale che vuole finalmente renderlo eleggibile statewide.
Le 2 primarie non stabiliranno semplicemente chi correrà per il Senato. Diranno se, nel Minnesota del 2026, un partito è ancora una comunità che investe un candidato o è ormai soprattutto una coalizione elettorale che seleziona la candidatura più competitiva.
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