Partiti e politici

Giovani in piazza, chi semina vento…

La rabbia dei giovani e la sinistra che predica la “coesione sociale”.

25 Ottobre 2026

Nei giorni scorsi il dibattito politico si è concentrato sulle manifestazioni dei giovani in tutta Italia e sugli assalti ai negozi nel centro di Milano il 17-18 ottobre. Una volta tanto, invece di ascoltare gli aggiornamenti sul grado di empatia tra i leader del campo largo o le frescacce di Tajani, temi di cui ha senso discutere. Evviva.

I fatti

Un paio di settimane prima del 17 ottobre sul web cominciano ad apparire appelli a manifestare. Ci sono elenchi di piazze e orari. La grafica è fatta perlopiù con l’IA. Gli account Tik Tok e Telegram sono anonimi, gli appelli firmati da sigle generiche (Noi il popolo, Gen Z Revolution, Movimento 17 Ottobre, Italia in Piazza), spesso vi campeggia la bandiera italiana: un repertorio che rimanda a iconografie e linguaggi difficili da classificare, ma che ricordano più i gilet gialli o i forconi che i tradizionali gruppi di destra e di sinistra. Ciascuno ha la sua “piattaforma”. Contropiano, che domenica ha pubblicato un articolo interessante ed equilibrato, riproduce un Manifesto che parla di “Lavoro sicuro, futuro sicuro, basta morti sul lavoro e giovani in fuga” e “Basta stipendi da fame incapaci di coprire il costante aumento del costo della vita”. In generale attorno a temi comuni – carovita e carobenzina su tutti – ognuno crea la sua “piattaforma” e vede nella scadenza del 17 ciò crede. Spuntano post e gruppi analoghi che riguardano la manifestazione nazonale degli studenti del 16, di cui ho scritto già altrove (‘Studenti, l’ombra della guerra in piazza’, Roma Report, 19 ottobre).

Incuriosito seguo gli sviluppi su internet e l’8 ottobre su Tik Tok mi imbatto in un codice QR che porta al link di invito al gruppo Telegram, “Rete studenti in lotta – 16 ottobre”. Mi iscrivo. L’immagine dell’account è un pugno chiuso con un megafono sullo sfondo, iconografia decisamente più familiare. Alepaolo, la id che ha creato il gruppo, scrive: “La scuola crolla, noi ce la riprendiamo! Ci vediamo in piazza e nelle scuole il 16 Ottobre. L’obiettivo di questo gruppo è organizzare proteste, scioperi e occupazioni a livello studentesco in tutte le città d’Italia. Organizziamoci insieme per farlo”. Collegata c’è anche una community formata da 20 chat, una per regione, per prendere contatti e organizzarsi a livello locale, ma gli iscritti sono pochissimi: io entro in quella del Lazio, ma arriverà a sì e no a una decina di membri, post zero. La chat generale, invece, ha alcune centinaia di iscritti, che chiedono informazioni elementari – Come si fa a occupare? Come ci si organizza per il 16? – senza ottenere risposte (e infatti c’è chi si lamenta ed esce). A quel punto comincia il cazzeggio: compaiono post di ogni tipo, chi se la prende con gli studenti che “devastano” le scuole, chi con gli immigrati, uno pubblica la foto della tomba di Vittorio Emanuele II, qualcuno chiede agli amministratori “bannate sti fasci!”, altri timidamente comunicano che la loro scuola verrà occupata o elencano gli istituti che già lo sono nella loro città, un militante del Partito Comunista Rivoluzionario pubblica un volantino. Una confusione che alla fine sembra non produrre alcunché, ma dà un’idea di quel che può succedere se si usa internet, in questo caso maldestramente, per organizzare gli studenti, che d’altra parte hanno già le proprie strutture organizzate.

Il 17 a Milano, Torino e Bologna e in altre città le cose vanno diversamente, alcune migliaia di persone effettivamente arrivano nei luoghi indicati con striscioni contro il carovita e altri slogan. A Milano, dove si sono radunate circa 5 mila persone, la polizia, con cui poi tutti solidarizzeranno a prescindere, secondo alcune testimonianze, circonda i manifestanti e li attacca, provocando la reazione dei manifestanti. In una chat di cui faccio parte un giornalista parla di adulti mescolati agli adolescenti, che tirano bottiglie e sampietrini e di fronte a un tesserino dell’ordine e qualche domanda si dileguano. Tutte cose da verificare, ma, ci dice l’esperienza, plausibili. A Milano, secondo altre testimonianze che mi sono state riferite, sabato e domenica gli organizzatori si trovano ad affrontare da una parte tentativi (falliti) di infiltrazione dell’estrema destra, dall’altra, soprattutto la domenica, l’arrivo di centinaia di giovani delle periferie, molti minorenni, alcuni di origine straniera, che si scontrano con la polizia e danno l’assalto ai grandi magazzini che ha fatto scandalo.

Nei giorni successivi sui social circolano diverse testimonianze di chi era in piazza, che, pur prese con le dovute cautele, nel complesso contribuiscono a farci un’idea della situazione. Una ragazza della provincia di Bologna, sui vent’anni, istruttrice di boxe, racconta di aver organizzato con altri la piazza di Bologna. Poi però è andata a Milano: “Ho avuto problemi con la polizia e volevo vedere gli scontri, che erano previsti, mentre a Bologna l’idea era che sarebbe filato tutto liscio”. Si porta il passamontagna, perché, spiega, avendo dei precedenti non vuol correre rischi, ma alla fine si trova in mezzo agli scontri e viene fermata. Sul suo account Tik Tok pubblica anche lo screenshot con la ricevuta della sua tessera di Futuro Nazionale, a conferma di quanto sia grande la confusione sotto il cielo. Un ragazzo della provincia di Monza, anche lui sui vent’anni, sempre su Tik Tok, racconta di essere stato fermato e tenuto in cella fino all’una e mezza di notte. Si presenta così: “House & techno dancer, commentatore seriale, Free Palestine, Reposting the Truth, Uniamoci per tutto e per tutti”. Nelle ultime settimane ha ampiamente pubblicizzato la manifestazione del 17. Tra i suoi post una locandina con in alto, a caratteri cubitali, “17 ottobre. Scendiamo in Piazza! Per l’Italia, per i nostri diritti, vogliamo un paese unito!”, sotto, creata con l’IA, una piazza affollata con al centro quattro sindaci con le fasce tricolori e alcuni poliziotti e la scritta “Lo Stato”, intorno altri sei spezzoni di un’ipotetica manifestazione – vigili del fuoco, personale sanitario, gilet gialli, Gen Z, dipendenti pubblici, agricoltori. In calce il programma: “per la sicurezza di tutti, per una sanità pubblica efficiente, per uno Stato giusto e vicino ai cittadini (sopra un berretto da poliziotto), per il lavoro e la dignità di tutti, per un’agricoltura sostenibile e strategica, per un’Italia unita, non divisa”. Un altro, intervistato da Radio Popolare, dice di essere andato in piazza per motivi seri, non per fare casino, cita il problema dei salari. “Ci rimproverano di aver rotto le vetrine. Ma cosa dovevamo fare per farci ascoltare? Mandare una mail chiedendo salari migliori e di essere trattati meglio?”

Dopo il 17 ottobre altri post di account anonimi cominciano a riversare in rete nuovi appelli a manifestare, in particolare sabato 24. Uno di questi, nome account un punto interrogativo rovesciato, rimanda a Gen Z Revolution, il 20 novembre, giornata internazionale di lotta del movimento studentesco, con appuntamenti fissati in tutta Europa (in Italia Roma e Milano). Un altro annuncia “Mobilitazione nazionale sabato 24 ottobre 2026. Tutte le grandi città in movimento!”, seguono le piazze (ma senza orario), lo slogan “tutti insieme più forti”, il tricolore, la firma “Noi il popolo”. “Italia in Piazza” invece, dopo gli scontri e le vetrine rotte, annuncia una “pausa di riflessione”. Lunedì appare su Instagram la pagina “Movimento 17 Ottobre”, subito rilanciata dai media come la pagina ufficiale di un nuovo soggetto politico, che annuncia, in un linguaggio decisamente più strutturato e familiare, una mobilitazione permanente in otto città e una strategia in 5 punti per “prendere in mano il nostro futuro”. È la logica del web: c’è spazio per tutti e il confine tra virtuale e reale è evanescente. Sabato il ministero degli interni annuncia di aver fermato il titolare della pagina – giornalista e ricercatore, proPal di origine marocchina, antifascista, perfetta incarnazione del pericolo islamocomunista di cui parla Salvini. Sarebbe il cervello del movimento. E infatti senza di lui ma grazie alla pubblicità del governo le piazze si moltiplicano e stavolta si riempiono soprattutto di ragazzi, in gran parte gli stessi del 16 ottobre. A Roma occupano il Colosseo, poi bloccano la zona intorno a Termini e la polizia reagisce sparando con gli idranti su una folla di gente con le mani alzate e su un’ambulanza intervenuta per soccorrere un manifestante. Qui però vetrine rotte non ce n’erano.

Destra/“sinistra”, il solito teatrino

Subito dopo l’assalto al salotto buono di Milano inizia il solito teatrino. La destra annuncia misure draconiane e accusa il centrosinistra di “giustificare i violenti”. Vannacci, ci mette il carico da 90: proiettili di gomma e cani per disperdere i manifestanti violenti. “Li andremo a prendere a uno a uno” (ne sarà contenta la sua iscritta). Crosetto evoca la guerra ibrida: dietro ai “maranza” l’ombra del Cremlino. Il campo largo dà un colpo al cerchio e uno alla botte: condanna le “violenze” dei manifestanti ma non quelle della polizia, critica la gestione dell’ordine pubblico da parte del governo, ma aggiunge che la repressione non basta. La CGIL organizza un presidio davanti alla Scala: “Milano non vuole la violenza. Per una città del dialogo e dell’impegno, perché nessuno si senta senza futuro”. L’ANPI condanna le violenze, è solidale con le forze dell’ordine “ma guai se ci si limitasse a questo”. Beppe Sala si dice soddisfatto dei 500 parà inviatigli dal governo. Per Mattarella, vice di D’Alema nei 78 giorni di bombardamento anche italiano sulla Jugoslavia (almeno 2mila vittime civili), ma con una spiccata sensibilità per i vetri rotti, la violenza è “inaccettabile”. Alla Scala, riunito tutto il campo largo milanese con CGIL, ANPI ecc., il conto dei partecipanti è impietoso: per Il Manifesto, che certo non è ostile, sono 400.

Che dire? Da almeno due anni in tutto il mondo i giovani insorgono contro una società che chiede loro di rassegnarsi a vivere peggio dei genitori – lavoro precario e sottopagato, il miraggio di una casa e infine una pensione da fame – e in Europa anche di prepararsi ad andare in guerra per difendere la “democrazia”: i primi a muoversi sono stati gli studenti serbi, a cui si sono aggiunti tedeschi, francesi, spagnoli, belgi, albanesi, anche gli italiani.

Come in ogni processo sociale complesso dentro un trend più generale spesso emergono fenomeni particolari, come quello dei riot e dei casseur, che magari non ci piacciono. Ma se per anni concentri migliaia di giovani nei quartieri ghetto alla periferia di Milano abbandonati a se stessi, privi di servizi e dove le scuole cadono a pezzi, e offri loro lavori saltuari, incerti e sottopagati e se la politica della giunta di centrosinistra è fare della città un eventificio in cui per essere figo devi avere le Nike e il giubbotto firmato, c’è un’elevata probabilità che un giorno alcuni decidano di irrompere nella città vetrina (e anche di rompere qualche vetrina) e prendersi con la forza ciò che lavorando non potranno mai permettersi. Certo, dirà qualcuno, invece di rompere le vetrine potrebbero studiare di più, vincere una borsa alla Bocconi, diventare un manager che guadagnare abbastanza per andare alla Fashion Week. Oppure iscriversi ai Giovani Democratici e chiedere a Sala una verifica di maggioranza sulle politiche del centrosinistra per le periferie. Soprattutto dovrebbero pentirsi, perché a causa loro soci e azionisti di Footlocker, Feltrinelli, Levi’s, Under Armour, Carrefour dovranno decurtare dai propri dividendi il conto del vetraio (ora, grazie alla Meloni, potranno rivalersi sui genitori). Non lo hanno fatto e ne subiranno le conseguenze sperimentando il rigore della legge e le prediche di ex fascisti, esecratori della violenza col carro armato in garage, parrucconi di “sinistra” fautori della coesione sociale.

I gruppi dirigenti della “sinistra” politica e sociale, invece di provare a incanalare la sacrosanta rabbia delle nuove generazioni verso forme di lotta efficaci, di cercare una sintesi tra giovani proletari e sottoproletari delle periferie e quei figli della borghesia che comunque hanno deciso di criticare un modello sociale in putrefazione, si dimostrano ancora una volta subalterni. Condannano la violenza dei più deboli verso i più forti (e solidarizzano con chi pratica la violenza dei più forti sui più deboli), predicano la “coesione sociale” tra chi è oppresso e che lo opprime, provano ad accreditarsi agli occhi delle classi dominanti come un blocco politico-sociale capace di garantire l’ordine meglio della destra (cioè di fare le stesse cose in modo più efficiente) e così facendo la rafforzano. Ma tra oppressi e oppressori non c’è coesione possibile. Senza rompere con la subalternità alle classi dominanti, in Italia come nel resto d’Europa, i giovani che oggi riempiono le piazze non avranno altra risposta che lacrimogeni e belle parole. Bisogna decidere da che parte stare.

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