Economia
L’Unione Europea del Risparmio e degli Investimenti tra idealismo e pragmatismo
Il ruolo economico e sociale del risparmio in Europa come fattore endogeno di crescita
Maurizio Baravelli e Luciano Pilotti
1 – Risparmio degli europei e sviluppo economico
L’Unione Europea è stata costruita sulla base dei principi dell’economia liberale. Al centro è stato messo il mercato – il mercato unico europeo – come strumento di allocazione efficiente delle risorse. Un corretto confronto competitivo in tale mercato sarebbe derivato dalla convergenza delle normative nazionali verso una normativa comunitaria unitaria. Questa avrebbe favorito la mobilità interna di beni, capitali e persone in modo da realizzare il miglior uso delle risorse e una maggiore crescita economica e sociale dell’intera Unione.
Per facilitarne gli scambi nel mercato unico occorreva una moneta unica – l’euro – e una sua banca centrale nonché una vigilanza unica – la Bce – per una politica monetaria e una supervisione bancaria unitaria. Ciò avrebbe favorito l’integrazione finanziaria, la tutela della stabilità monetaria lasciando al mercato di funzionare secondo principi liberali.
Ma, come abbiamo tutti constatato, le cose non sono andate come previste. L’Unione economica e monetaria europea ha mostrato di essere fragile di fronte agli shock esterni, e l’euro ha vissuto periodi piuttosto travagliati. Gli squilibri interni sono rimasti per le mancate convergenze fiscali e finanziarie tra gli Stati membri comprese quelle strutturali e istituzionali. Pertanto, il mercato unico è ancora lungi dall’essere “unico” e soprattutto efficiente. L’ Unione bancaria europea è ancora incompleta, priva di un sistema di tutela comune dei depositi bancari, mentre resta da realizzare la c.d. Unione dei mercati dei capitali, volta a superare la frammentazione normativa e operativa delle borse valori europee.
La questione non è solo di efficienza funzionale ma anche strutturale. In Europa, la storica debolezza del mercato dei capitali è un fattore di debolezza nello sviluppo di un avanzato e robusto sistema industriale europeo. Esso si basa tuttora su costellazioni di PMI, figlie di un capitalismo familiare poco aperto ai finanziatori esterni e dipendente dalle banche per non cedere il controllo e di fatto bloccando la crescita dimensionale e il salto generazionale.
La Commissione europea, prendendo atto di questa situazione – vedi il Rapporti Draghi[1] – ha presentato (8 marzo 2025) una proposta per realizzare l’ “Unione del Risparmio e degli Investimenti” con l’obiettivo di migliorare il collegamento tra il risparmio e gli investimenti europei. Si tratta di offrire nuove opportunità di investimento ai risparmiatori e di aumentare al tempo stesso le possibilità di finanziamento per le imprese e rafforzando la competitività dell’UE.
Nel presente articolo commentiamo questo nuovo importante programma europeo. Senza la mobilitazione del risparmio privato interno, l’ UE non può finanziare le proprie priorità strategiche: la transizione verde, la difesa, l’innovazione e la competitività industriale. I fondi pubblici non sono sufficienti. Secondo il Rapporto Draghi, l’UE ha bisogno di 750–800 miliardi di investimenti aggiuntivi all’anno fino al 2030[2]. La UE ha un enorme potenziale di crescita ma deve superare ostacoli, oltre che finanziari, anche socio-culturali.
La nostra tesi è che l’Europa non può pensare di promuovere maggiormente il proprio risparmio privato verso il mercato dei capitali semplicemente creando nuovi strumenti finanziari e sostenendoli con incentivi fiscali. L’introduzione di “conti europei di risparmio e investimento” (SIA) con le connesse agevolazioni, può essere una misura utile, ma evidentemente non basta a modificare il funzionamento profondo di un’economia poco orientata agli investimenti in Borsa. A differenza di altri autori[3], che sottolineano i cambiamenti tecnici, secondo una visione finanziaria ingegneristica, in questo contributo sosteniamo che, alla base, occorre una trasformazione profonda di come deve essere concepito il ruolo sociale del risparmio, l’accettazione del rischio, il finanziamento del capitale delle imprese e soprattutto il ruolo del sistema finanziario nel collegare il risparmio agli investimenti che sostengono lo sviluppo, bilanciando fattori esogeni ed endogeni.
2 – Un’altra Unione: quella del risparmio e degli investimenti
Senza voler qui ripetere critiche al proliferare di “unioni europee” di vario genere che si sono poi dimostrate, alla prova dei fatti, inconsistenti, va riconosciuto che lo sviluppo di un robusto ed efficiente circuito europeo tra risparmio privato e investimenti produttivi è assolutamente indispensabile. L’Europa si trova ad affrontare importanti sfide che richiedono il contributo di fondi privati, perché quelli pubblici non bastano ( anche ricorrendo agli Eurobond): si pensi agli investimenti necessari per ridurre l’ attuale dipendenza energetica, per realizzare la transizione verde, la difesa militare, uno sviluppo tecnologico che è in forte ritardo. Ciò premesso, si deve prendere atto che gli europei, pur essendo grandi risparmiatori, gli italiani in testa, sono tradizionalmente avversi al rischio e preferiscono mantenere in forma liquida la maggior parte delle proprie disponibilità finanziarie. Infatti, le famiglie europee detengono attualmente oltre 10.000 miliardi di euro in conti correnti e depositi bancari che – si ritiene – potrebbero essere indirizzati nel mercato dei capitali. Si tratta di un “serbatoio inutilizzato” dell’economia europea di cui la Commissione vorrebbe mobilizzare una parte significativa per finanziare crescita, innovazione e competitività.
Si vorrebbe, in sostanza, un risparmiatore europeo simile a quello americano. Negli Stati Uniti il 70% del finanziamento delle imprese arriva dai mercati dei capitali e solo il 30% dal sistema bancario. I cittadini americani investono massicciamente in azioni, fondi, ETF, pensioni private, nella finanza per l’innovazione (venture capital, private equity). La UE vorrebbe un risparmiatore più orientato ai mercati, ma il contesto socio-economico e culturale europeo è molto diverso. Esso è dominato dalle banche mentre il mercato dei capitali è poco sviluppato, storicamente marginale nel finanziamento delle imprese e poco frequentato dai risparmiatori; le famiglie europee hanno una cultura del risparmio orientata alla sicurezza, legata alla liquidità e diffidente verso la volatilità degli investimenti[4].
Quanto alle imprese europee, come ricordato, sono in gran parte espressione di un capitalismo di tipo familiare, fortemente attente a mantenere il controllo societario e, quindi, poco orientate ad aprirsi ai finanziatori esterni. Questi fattori culturali, nel dibattito sull’ “Unione del risparmio e degli investimenti” non sono esplicitamente contemplati come problemi e ostacoli da superare dimenticando che economia e finanza sono componenti inscindibili dalla società.
Per tali motivi, la Commissione europea ha scelto un approccio “politico‑pedagogico” più che realmente trasformativo, proponendo l’introduzione de c.d. “conti di risparmio e investimento europei” (european savings and investment account- SIA). Questi però sono una soluzione parziale, pensata più per educare e orientare i risparmiatori che per mobilitare davvero i grandi flussi di capitale. Una soluzione semplificata che, comunque, mostra che la UE “fa qualcosa” per mobilitare il risparmio e rafforzare i mercati dei capitali.
Infatti, i conti di risparmio si rivolgono ai piccoli risparmiatori, del segmento retail, che rappresentano una quota minoritaria del risparmio finanziario privato europeo. Una strategia utile ma insufficiente perché il grosso del risparmio europeo è detenuto dai grandi risparmiatori oltre che dagli investitori istituzionali: fondi pensione, assicurazioni, fondi comuni, imprese. La maggior parte del risparmio privato europeo è nelle mani dei grandi risparmiatori dei segmenti affluent e private su cui l’Unione del Risparmio e degli Investimenti dovrebbe contare orientandolo versi gli investimenti europei ed evitando che prenda la strada in buona parte dei mercati esteri. Ogni anno circa 300 miliardi di euro di risparmio privato europeo escono dall’Europa per la maggiore attrattività dei mercati extra‑UE. In questo quadro, diventa centrale anche il ruolo dei consulenti finanziari, che rappresentano gli intermediari in grado di indirizzare i patrimoni più consistenti verso strumenti capaci di sostenere la crescita dell’economia europea.
3 – La montagna ha partorito un topolino?
I SIA sono prodotti finanziari ibridi che prevedono una componente di risparmio sicura (simile a un conto di risparmio o deposito e una componente di investimento (azioni, obbligazioni, fondi, ecc.). A differenza dei conti bancari tradizionali, essi permettono di generare rendimenti sia da interessi sia da performance dei mercati. In altri termini, il risparmiatore conserva sul conto le proprie disponibilità solo in parte in forma liquida perché il resto viene automaticamente investito in strumenti finanziari di capitale.
Analoghi prodotti sono già diffusi in Europa. Si tratta di piani di risparmio e investimento che prevedono strutture simili: il 50-80% viene investito in depositi e strumenti risparmio a basso rischio (che producono interessi), mentre il restante 50-20% in asset di investimento ( che hanno rendimenti di mercato). Al riguardo va precisato che l’obiettivo principale della raccomandazione della Commissione è quello di aumentare soprattutto gli investimenti azionari.
Tali conti sono concepiti come contenitori di investimento semplici, digitali, a basso costo, senza soglie minime, accessibili anche con piccoli importi (10 euro), con l’obiettivo politico di aumentare i rendimenti dei risparmi dei cittadini, convogliando capitale verso le imprese europee e promuovendo l’ innovazione e la crescita. Essi saranno messi a disposizione da fornitori autorizzati di servizi finanziari, banche e altri intermediari e potranno beneficiare di agevolazioni fiscali. Poiché si tratta di una misura sprovvista di efficacia giuridica vincolante, gli Stati membri la potranno adottare tenuto conto delle specificità proprie nazionali, come gli orientamenti di politica economica, le caratteristiche dei mercati del risparmio, le peculiarità dei sistemi fiscali, i margini di manovra della finanza pubblica e, soprattutto, l’esistenza o meno di strumenti già presenti e potenzialmente assimilabili.
Essendo pensati come prodotti semplici, standardizzati, i SIA sono destinati soprattutto al c.d. mass market, cioè ai piccoli risparmiatori, che in genere mantengono le proprie disponibilità sui conti correnti bancari e non hanno accesso alla consulenza evoluta. La strategia europea sui conti di risparmio e investimento nasce, quindi, con l’obiettivo politico di mobilitare il risparmio delle famiglie verso il mercato dei capitali, aumentando la loro fiducia e partecipazione.
L’Italia non ha ancora introdotto formalmente i nuovi conti di risparmio europei, ma la stessa Commissione (Raccomandazione UE 2025/2029) ha chiesto agli Stati membri di sviluppare un modello nazionale ispirato ai conti scandinavi (Investment Savings Account). Nel contesto italiano già esistono i PIR (piani di risparmio individuali) che dovranno essere soggetti a una verifica sulla loro compatibilità, considerato l’ impatto sul sistema fiscale, i margini di finanza pubblica e le caratteristiche del mercato del risparmio italiano.
Si sostiene che i risparmiatori europei dovrebbero essere interessati a questi nuovi conti europei. Tuttavia, se si guarda ai PIR italiani, questi non hanno avuto particolare successo, nonostante i maggiori potenziali rendimenti rispetto ai tassi percepiti sui depositi bancari (i c/c non sono remunerati). Nell’osservare, da parte di diversi autori, che il risparmiatore europeo gestisce i propri fondi in modo poco proficuo non solo per l’economia[5] ma che per se stesso, non si tiene conto che nei depositi e nei conti correnti bancari sono mantenute disponibilità monetarie in buona parte per motivi transazionali ma anche speculativi ( vedi aspettative inflazionistiche) per cui solo una parte è vero e proprio risparmio, ciò fondi derivanti da redditi sottratti durevolmente al consumo e che potrebbero essere investiti nel mercato dei capitali.
Tuttavia, va considerato che la crisi e la limitata crescita economica europea non incentivano il risparmiatore a investire nel capitale delle imprese europee: la quota di ricchezza finanziaria delle famiglie europee investita in azioni si è, comunque, sempre dimostrata storicamente bassa, stimata intorno al 15%-20% e una buona parte prende la strada degli investimenti azionari fuori dall’Europa, in particolare negli Usa dove l’economia è più dinamica, cresce maggiormente effetto dell’innovazione.
4 – Il ruolo della consulenza finanziaria
Se il problema è quello di aumentare i flussi di risparmio verso il mercato dei capitali, non si può ragionare solo in chiave politica. Che la Commissione si proponga di aumentare la partecipazione dei cittadini ai mercati e ridurre la financial exclusion è un obiettivo socialmente sostenibile soprattutto a favore dei risparmiatori con bassa alfabetizzazione finanziaria e che non hanno accesso a una consulenza personalizzata evoluta; tuttavia, il risparmio retail è solo una parte limitata del risparmio privato europeo, il grosso è quello che riguarda il private banking e il wealth management, cioè la clientela affluent o HNWI, la quale ha una maggiore capacità finanziaria e utilizza la consulenza finanziaria. Quindi, l’attenzione dovrebbe essere posta soprattutto sul risparmio europeo di “alta di gamma”, perché è proprio questo risparmio che prende la strada negli Stati Uniti invece di finanziare le imprese europee. Oggi meno del 15% di questi flussi è indirizzato all’ equity delle imprese europee.
Queste considerazioni richiamano l’attenzione sul ruolo delle banche e della consulenza finanziaria (compresa quella indipendente) nel business del private banking e del risparmio gestito. Vi è da chiedersi quanto le banche e gli altri intermediari siano effettivamente disponibili a sostenere la strategia europea dell’Unione del Risparmio e degli Investimenti tenuto conto che le regole del mercato unico europeo, che riguardano anche i capitali, sono quelle del liberismo. Mentre la consulenza indipendente è quella più incline a operare senza particolari condizionamenti anche, potremmo dire, riguardanti la sostenibilità sociale, e, quindi, tenendo conto solo all’interesse della propria clientela e delle migliori opportunità del mercato, le banche sono spesso accusate di conflitti di interesse perché consiglierebbero al cliente i prodotti che sono più remunerativi per loro stesse. Pertanto, non si può non vedere come l’Unione del Risparmio e degli Investimenti si trovi a richiedere una fattiva collaborazione da parte delle banche e degli altri intermediari, in particolare per la diffusione dei SIA tra la propria clientela.
Ma quale potrà essere l’effettivo interesse delle banche nel sostenere questa “strategia europea” considerando l’impatto sui propri modelli di business? Un aspetto di cui non si parla è la disintermediazione che le banche possono subire con la riduzione dei fondi sui depositi della clientela che decide investire in azioni; le banche si troverebbero con un calo della raccolta che imporrebbe una conseguente riduzione dei prestiti alle famiglie e alle imprese. La minore intermediazione creditizia sarebbe però compensata da una maggiore (inter)mediazione mobiliare, dato che le banche aumenterebbero la loro attività di collegamento tra risparmio e mercato dei capitali come stanno già facendo con lo sviluppo del business del risparmio gestito che, grazie ai ricavi da commessioni, ne incrementano i profitti. I SIA però sono conti che investono in titoli una parte della loro liquidità senza comportare le commissioni che percepiscono nel risparmio gestito.
Se le banche non è detto che conseguano dei benefici dalla gestione dei SIA, non diversi sono gli effetti indiretti, almeno transitori, sulle imprese richiedenti credito. La riallocazione del risparmio dalle banche ai mercati, riducendo i fondi prestabili dalle banche alle imprese, si traduce in sostanza in un razionamento creditizio soprattutto delle PMI. Queste si vedono costrette a rivolgersi ad altri intermediari o ad aumentare la propria capitalizzazione ricorrendo ai mercati. In questo caso, si avrebbe l’ effetto voluto di irrobustimento finanziario per la crescita e l’innovazione delle stesse imprese. Ma occorre che i mercati siano effettivamente accessibili alle PMI. Qui si evidenziano di nuovo importanti relazioni tra l’Unione del Mercato dei Capitali e l’Unione del Risparmio e degli Investimenti.
La questione è certamente più complessa di quanto possa sembrare rispetto la sola istituzione di nuovi prodotti finanziari europee, la cui composizione, un aspetto di grande rilevanza, è lasciata alla condotta delle banche ma seguendo i criteri fissati dalla UE.
Qui si apre una necessaria discussione: se questa Unione del Risparmio e degli Investimenti è stata pensata in linea con i principi liberali e di mercato della UE o se invece richiede per funzionare una serie di vincoli di tipo dirigistico nella composizione dei suddetti prodotti. Qui non saremmo più in un’economia europea liberale ma andremmo verso logiche dirigiste. Indubbiamente, non va escluso che, al di là degli incentivi fiscali a favore dei risparmiatori, qualche vincolo da rispettare da parte delle banche sia necessario. Ma si può andare oltre, considerando anche le misure che possono prendere le autorità di vigilanza sul sistema bancario e finanziario al fine di incentivarlo e indurlo alle nuove condotte.
5 – Risparmio, investimenti e cultura sociale
Non sono poche le perplessità che questo progetto possa avere successo. Intanto, va ricordato che l’Unione bancaria europea non ha ancora unificato le garanzie sui depositi, la Commissione europea sta insistendo per l’attuazione di questa misura e al tempo stesso sta sollecitando una maggiore concorrenza nel mercato dei depositi. Si tratta certamente di due aspetti rilevanti ma che tendono a rafforzare la tendenza degli europei a mantenere il risparmio liquido nei conti correnti bancari. Con l’aumento della concorrenza, le banche sono costrette a remunerarli (quando non sono remunerati) o a remunerarli a tassi maggiori. Maggiori garanzie e remunerazioni dei depositi non incentivano certamente i flussi di risparmio verso il mercato dei capitali vista la consolidata preferenza per la liquidità e l’avversione al rischio degli europei.
Ma vi è di più. Risparmio e investimenti sono rispettivamente l’offerta e la domanda di fondi, e il rendimento è il prezzo che equilibra domanda e offerta. Il mercato dei capitali europeo dovrebbe allocare le risorse verso gli usi più efficienti e produttivi. Ma l’ economia europea non cresce e le sue imprese stanno perdendo terreno sul piano competitivo a livello internazionale. Il risparmio va dove trova opportunità e oggi l’Europa ha poche grandi imprese quotate, il suo assetto produttivo si base su un sistema di PMI familiari, vi è poca innovazione scalabile e poca finanza per la crescita. Se non ci sono imprese europee “investibili”, il risparmio va all’estero. Se poi si guarda alla distinzione tra rendimento finanziario e rendimento sociale, che non è irrilevante sul piano qualitativo dello sviluppo – e c’entra con l’allocazione del risparmio europeo – la cultura non solo finanziaria ma anche sociale appare ancora più critica. Di tutto ciò però non si parla, o non si vede.
È del tutto evidente che un risparmiatore che decida di investire nei mercati dei capitali europei deve accettare un livello di rischio più elevato rispetto alla semplice detenzione di liquidità. Per questo motivo, in Europa deve realizzarsi un’evoluzione socio‑culturale profonda, affinché imprese, risparmiatori e banche sviluppino comportamenti nuovi e più coerenti con un’economia fondata anche sui mercati finanziari. Questa “nuova cultura del risparmio e degli investimenti” richiede un salto qualitativo: un cambiamento nelle abitudini, nelle percezioni del rischio, nelle modalità di finanziamento delle imprese e nel ruolo stesso delle banche. Si tratta però di un processo lento, complesso, e che appare a molto difficile, se non improbabile, nel breve periodo. Solo nel lungo termine, attraverso interventi strutturali e un’evoluzione culturale diffusa, sarà possibile modificare davvero il comportamento degli attori economici europei.
Certamente non si può pensare che la questione possa essere risolta semplicemente introducendo nuovi “conti di risparmio” destinati ai risparmiatori retail, nemmeno qualora fossero accompagnati da incentivi fiscali, ammesso che le finanze pubbliche degli Stati membri possano permetterselo. L’economia e la finanza, infatti, non sono separabili dalla società. Questa verità, troppo spesso dimenticata, emerge con chiarezza nell’attuale debolezza economica e finanziaria di un’Europa che ha scelto di costruire la propria unità partendo dal piano monetario e finanziario, trascurando però quello sociale e sociologico. Il risultato è un’Unione che dispone di strumenti tecnici avanzati, ma che non ha ancora sviluppato una cultura sociale del risparmio e dell’investimento coerente con un’economia basata sui mercati dei capitali e sulla sostenibilità[6]. Senza questo fondamento culturale condiviso, ogni tentativo di mobilitare il risparmio rischia di essere parziale, fragile e insufficiente.
6 – Verso un dirigismo inevitabile?
A questo punto vi è da chiedersi se l’Europa possa affidarsi al libero mercato del risparmio e degli investimenti oppure debba per forza ricorrere a forme di indirizzo pubblico, cioè a un certo grado di dirigismo? La risposta, alla luce delle condizioni attuali, è che un certo quantum di dirigismo sia inevitabile per guidare la convergenza di soggetti ed ecosistemi. Nei SIA non sarà il risparmiatore a scegliere liberamente ogni singolo titolo. La selezione dei titoli sarà affidata a intermediari autorizzati, che opereranno all’interno di un perimetro regolatorio definito dall’UE La Commissione stabilisce: quali categorie di strumenti possono entrare nei SIA, quali criteri devono rispettare (trasparenza, costi, rischio), quali obiettivi devono perseguire (investimenti europei, diversificazione, semplicità).
La Commissione non sceglie i singoli titoli, ma fissa il perimetro. Gli intermediari costruiscono i portafogli e sono loro a decidere quali titoli specifici inserire, scegliendo tra: fondi europei, ETF europei, obbligazioni corporate UE, titoli di Stato europei, azioni europee, strumenti per la transizione verde e digitale.
Questo sistema è dirigistico perché orienta il risparmio “dall’alto”. La Commissione parte da un presupposto: “Gli europei non investono abbastanza nei mercati dei capitali, quindi dobbiamo guidarli”. È una logica paternalistica. Si presume che il risparmiatore non sappia investire e si crea, quindi, un prodotto “protetto” per educarlo; si orienta così il suo comportamento verso ciò che l’UE ritiene utile. È un intervento pedagogico, non liberale. Per trattenere davvero il risparmio europeo in Europa e orientarlo verso gli investimenti comunitari per lo sviluppo e la competitività, occorre un cambiamento di sistema, non semplicemente offrire ai cittadini un ulteriore “conto di risparmio”.
I SIA possono avere una funzione utile, ma restano uno strumento marginale se il contesto strutturale non cambia. Il problema non è il prodotto in sé, ma l’ecosistema in cui dovrebbe operare. E questo vale anche per i grandi risparmiatori. Nel caso degli investitori istituzionali (fondi pensione, assicurazioni, fondi di investimento) occorrerebbe rivedere la normativa sulla loro asset allocation. Una questione non è affrontata dalla Commissione ma già oggi tali investitori sono soggetti a limiti di concentrazione e a obblighi di diversificazione. Quindi la UE ha già il potere di orientare la loro struttura. Tuttavia, imporre o incentivare una quota minima di investimenti in strumenti europei, riduce la libertà gestionale, può abbassare i rendimenti e rischia di mettere in discussione il libero mercato dei servizi finanziari.
D’altra parte, “libero mercato” non significa assenza di regole, bensì regole che rendono il mercato funzionale agli obiettivi di una politica del risparmio che sia di sostegno alla politica industriale europea. Occorre, quindi, un disegno coordinato e coerente affinché il mercato possa funzionare. Resta però la questione degli ostacoli culturali e sociali di non facile superamento.
Senza una trasformazione più profonda – culturale, istituzionale e finanziaria – il risparmio europeo continuerà a cercare opportunità all’estero. Solo intervenendo sul sistema (mercati più integrati, imprese più investibili, incentivi coerenti, ruolo attivo dei grandi investitori istituzionali) sarà possibile ridurre la necessità di ricorrere a strumenti dirigistici e costruire un vero mercato europeo del risparmio e degli investimenti.
7 – Incentivare il risparmio privato verso l’innovazione
L’Italia non cresce da decenni (ultimi 30 anni) ed è ultima nel ranking europeo di crescita del PIL mentre è prima per volume abnorme di debito pubblico. Tra le cause-effetto troviamo la più bassa ascensione sociale, la sempre più scarsa creazione di impresa e la debole dimensione di aziende troppo piccole per competere sul piano globale con i colossi di USA e Cina, in particolare nell’innovazione. Processi innescati da bassa innovazione pubblica e privata trascinata in larga prevalenza da portafogli produttivi a basso valore aggiunto. Gli impatti su tasso di occupazione femminile e giovanile sono di tipo regressivo, spingendo i giovani (in gran parte laureati) a emigrare e le donne con figli a rinunciare al lavoro. Dunque, producendosi diseguaglianze sociali e produttive oltre che tecnologiche rispetto a Paesi partner come Germania, Francia e Spagna e paradossalmente in presenza di un enorme volume di risparmio tesaurizzato negli oltre 1200 miliardi di euro di conti correnti bancari. Questo dato si accoppia con l’oltre 70% degli italiani proprietari di casa di abitazione.
Se gli italiani sono grandi risparmiatori, questa virtù non è valorizzata al fine della crescita dell’occupazione perché il circuito risparmio‑investimento manca di una governance efficace nella interconnessione sistemica tra fabbisogni delle imprese e scelte dei risparmiatori. Cosa manca? Da un lato, le banche dovrebbero assistere le imprese, specie le PMI, nell’accesso a forme più diversificate di finanziamento del capitale — oltre il credito tradizionale — contribuendo a migliorare la qualità informativa. Dall’altro, dovrebbero guidare i risparmiatori maggiormente verso decisioni di investimento nell’equity delle imprese, riducendo le asimmetrie informative e favorendo la canalizzazione del risparmio verso attività produttive. In questo modo, il sistema bancario diventa un nodo di coordinamento tra politiche pubbliche, mercati dei capitali e iniziativa privata, contribuendo alla formazione di un ecosistema più efficiente e coerente con gli obiettivi di crescita e che possa diventare sviluppo.
Oltre a questo approccio collaborativo, occorrono anche a misure pubbliche che prevedano incentivi fiscali sui guadagni di capitale per gli investimenti in fondi orientati all’ innovazione e all’occupazione: il che può stimolare il trasferimento di risparmi da impieghi a basso rendimento verso quelli a rendimento più alto anche se in parte più rischiosi. Per esempio, esenzioni fiscali temporanee o riduzioni delle aliquote su rendimenti derivanti da investimenti in specifici settori (innovazione, sostenibilità ESG, climate change, energie rinnovabili, ecc.). Le banche dovrebbero svolgere, auspicabilmente, un ruolo educativo, informando i risparmiatori sui vantaggi di investimenti in prodotti che sostengono l’innovazione delle imprese piuttosto che lasciare la ricchezza nei conti correnti. Ma anche qui si richiede un approccio collaborativo e, soprattutto, una forte sensibilità alla sostenibilità sociale.
In questa prospettiva di mobilitazione del risparmio privato, deve essere, però chiaro il quadro delle opportunità, cioè dei settori da sostenere. Le banche possono collaborare con il governo per sviluppare progetti industriali prioritari, garantendo una maggiore fiducia nei potenziali investimenti riducendo il costo del debito e il rapporto la rischio-rendimento. Gli investimenti in R&D dovrebbero essere incentivati, creando un ambiente favorevole all’innovazione diffondendo i benefici[7].
Dato il grande potenziale di risparmio privato in Italia, le banche possono svolgere un ruolo chiave nel trasformare questa risorsa in investimenti e impieghi produttivi se orientate a far crescere la foresta e la socio-biodiversità d’impresa oltre che bancaria per una crescita che si faccia sviluppo endogeno oltre che esogeno. L’ idea di incentivare, per esempio, le banche a investire in ETF che raggruppano aziende italiane etiche e sostenibili, potrebbe rappresentare un passo importante per promuovere la crescita economica in Italia riducendo le dipendenze energetiche e di innovazione tecnologica. Di fatto sbloccando il potenziale di un’economia più sostenibile e inclusiva. Una strategia integrata, che combina incentivi fiscali, educazione finanziaria e collaborazioni tra pubblico e privato, potrebbe non solo stimolare la crescita economica, ma anche migliorare la qualità della vita dei cittadini e ridurre le disuguaglianze promuovendo beni pubblici. La sfida è complessa, ma con un approccio sistemico, mirato e coordinato, è possibile generare un cambiamento significativo salvaguardando il modello sociale e competitivo europeo[8]
8 – Criticità dei fattori socio-economici di una politica europea del risparmio
Riassumendo, vi sono numerosi fattori strutturali e fattori culturali profondi da affrontare per realizzare un’ efficace politica del risparmio europeo: l’avversione al rischio delle famiglie; la fragilità della cultura manageriale e della delega; un mercato di Borsa poco dinamico e scarsamente attrattivo; una consulenza bancaria e finanziaria ancora troppo sbilanciata verso obiettivi e rendimenti di breve periodo e strumenti percepiti come sicuri dal cliente, più che verso il sostegno di investimenti innovativi con ritorni di medio-lungo termine.
Emerge anche una questione cruciale: perché le imprese italiane risultano così frenate verso la crescita proprio in una fase storica dominata da trasformazioni tecnologiche rapidissime, fondate sulla conoscenza, sulla digitalizzazione e sull’IA ? A oltre centovent’ anni dalla seconda rivoluzione industriale, il cambiamento non può più essere interpretato come semplice introduzione esterna di innovazioni, secondo il modello statunitense guidato dal mercato o quello cinese sostenuto dal Partito-Stato. L’innovazione oggi deve essere soprattutto diffusa, assorbita e reinterpretata all’interno di ecosistemi produttivi dinamici e adattivi[9].
Manca, in realtà, a livello nazionale ed europeo, un’ appropriata governance dei “sistemi di innovazione” che devono essere monitorati nell’ambito di modelli di partnership pubblico-privati[10]. La rapidità della trasformazione impone una forte capacità di circolazione delle informazioni e di generazione di nuova conoscenza, alimentando nuovi modelli di business, nuovi processi produttivi e una più elevata qualità dei prodotti e dei servizi. E, soprattutto, occorre aumentare la velocità di accumulazione di capitale innovativo.
In Italia e in Europa tali processi risultano troppo lenti. Ed è qui che emerge la necessità di una “regia” continentale flessibile e dinamica, capace di bilanciare fattori dirigistici di innesco con meccanismi di diffusione mercatistica dell’innovazione. Gli Stati Uniti dispongono di grandi mercati dei capitali e di fondi di investimento globali; la Cina utilizza una forte pianificazione strategica pubblica. L’Europa, invece, appare ancora sospesa tra idealismo regolativo e insufficiente capacità di coordinamento strategico.
Per questo è necessario costruire una vera visione continentale del risparmio come leva sociale dello sviluppo. Una visione capace di superare gli eccessi individualistici della sola logica del rendimento finanziario, promuovendo invece fiducia, cooperazione e condivisione dei benefici dello sviluppo. Il risparmio non può essere ridotto a semplice ricerca del massimo rendimento di breve termine, poiché esso incorpora anche aspettative di sicurezza collettiva, sostenibilità e qualità sociale dello sviluppo nel medio-lungo periodo, dunque impone fiducia del risparmiatore.
Tre appaiono gli elementi chiave.
Il primo riguarda la promozione di una cultura d’impresa e di governance più aperta, capace di favorire crescita dimensionale, managerializzazione, innovazione diffusa e apertura al capitale di rischio. I risparmiatori non investono nel capitale delle imprese se queste non offrono i loro titoli sul mercato e in modo attrattivo.
Il secondo riguarda la necessità di una maggiore tutela del risparmiatore negli investimenti in strumenti di capitale, in modo da ridurre la sua avversione al rischio; non bastano gli incentivi fiscali se l’atteggiamento verso il rischio frena l’ orientamento sistemico del risparmio verso gli investimenti in innovazione e poco liquidi, nonostante questi siano ad alto impatto economico e sociale (energia, digitale, IA , logistica, trasporti, istruzione, salute pubblica, difesa comune, manutenzione ambientale e valorizzazione dei territori).
Il terzo concerne l’assetto e il ruolo del sistema bancario, che dovrebbe essere mantenuto pluralista realizzando una maggiore complementarietà tra banche medio-piccole orientate ai territori e grandi banche capaci di sostenere investimenti infrastrutturali e strategici a scala europea. Le banche dovrebbero svolgere, oltre l’attività creditizia, funzioni di monitoraggio e accompagnamento delle imprese sul mercato dei capitali nel finanziamento dei progetti imprenditoriali. Ciò significa banche europee anche più orientate all’attività di investment banking.
Ma si può aggiungere un quarto elemento riguardante l’atteggiamento della Vigilanza sul sistema bancario e finanziario che deve favorirne l’evoluzione in modo che tale sistema si mantenga stabile sul piano finanziario ma orientato a sostenere la crescita economica, tutelando e valorizzando il risparmio a favore dell’innovazione e della crescita.
In sintesi, vanno date risposte ai seguenti “nodi strutturali”:
- a) imprese che non ampliano il loro capitale poco interessate allo sviluppo dimensionale e per cultura d’impresa;
- b) risparmiatori “scettici” e scarsamente propensi al rischio, ma anche non tutelati da una legislazione di garanzia, e non supportati da una formazione finanziaria e soprattutto da una educazione economica appropriata;
- c) banche disinteressate che procedono lungo strade consuete di intermediazione e poco socialmente orientate;
- d) Unione Europea inadeguata nell’offerta di progetti utili (finanziari, infrastrutturali, digitali, formativi) da proporre ai risparmiatori;
- e) “capitalismo familiare” che continua a resistere alle trasformazioni manageriali;
- f) formazione imprenditoriale da rilanciare per la nascita di popolazioni di start-up non più provenienti dalla tradizionale “experience on the job” prevalente nei modelli produttivi lineari e fossili del capitale materiale ( a rigiro lento) ma dagli incubatori d’impresa, delle università e centri di ricerca per allineare servizi e conoscenza al capitale immateriale, oggi anche con il contributo dell’AI;
- g) valorizzazione dei territori e delle loro vocazioni in una chiave federativa capace di consolidare coesione e condivisione sociale, verso una nuova divisone cognitiva del lavoro capacitato tra imprese, filiere e territori “oltre” la distrettualizzazione con logiche interfunzionali e transdisciplinari favorite da digitalizzazione diffusa e servitization.
Nel complesso occorre ricercare in Europa un punto di equilibrio dinamico tra un modello competitivo (flessibile e adattativo) e un modello dirigistico che porta poi al gigantismo (della lentezza e delle rigidità oligopolistiche) sfuggendo all’apparente conflitto tra modello USA e modello Cina. Soluzione dinamica compatibile (anche con campioni continentali) con il modello sociale europeo e di innovazione condivisa.
9 – Bibliografia
[1] [1] M. Draghi, The Future of European Competitiveness. Report to the European Commission, Commissione Europea, Bruxelles, 2024.
[2] Questa stima è stata recentemente rivista dallo stesso Draghi (discorso del 14 maggio 2026 ad Aquisgrana in occasione del conferimento del premio Carlo Magno) con gli impegni in materia di difesa a 1.200 miliardi di euro in media all’anno. La debolezza più forte dell’ Europa è la crescente divergenza della produttività rispetto agli Stati Uniti che potrebbe acuirsi per effetto della diffusione dell’AI per la quale è in forte ritardo.
[3] Vedi S. Caselli, Il futuro non attende. Perché l’Europa deve agire subito. Milano, Egea, 2024.
[4] Vedi M. Baravelli, “Quale capitalismo nel futuro dell’Europa?”, Quaderni di ricerca sull’artigianato, n.98, 2024.
[5] Vedi, per esempio, S. Caselli, op. cit.
[6] Cfr. L. Pilotti CA Rinolfi , Management e Governance dell’ambiente e valorizzazione delle risorse naturali e umane, Voll.1 e 2, 2022, Wolters Kluwer. Inoltre si veda: M. Baravelli, L. Pilotti, “Modelli di Corporate Governance, creazione di valore per gli stakeholder, benessere e sviluppo economico: il caso delle banche italiane”, in M. Baravelli, D. D’Amato, A. Ferrara, C. A.M. La Porta, L. Pilotti, S. Zapperi , Libro Bianco TOMO II, Servizi e Beni pubblici, Aracne Roma, 2025.
[7] Cfr. L. Pilotti, Produttività cognitiva e politiche industriali locali, EAI-Ediz Academiche Italiane, Berlin, 2017.
[8] Vedi L. Pilotti, Organizzazioni Emotive (Creative Intelligenti), Mc Graw Hill Italia, 2019.
[9] Cfr. L. Pilotti, L’Algoritmo AI che cambierà il mondo ?, Mc Graw Hill Italia, 2026.
[10] Cfr. M. Baravelli, Innovazione, finanza e sviluppo, Bancaria Editrice, 2017.
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