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Intelligenza Artificiale: come distinguere il valore dal rumore
Nel 2026 l’IA è “agentica”: è come avere dei veri e propri colleghi autonomi, sebbene non in carne e ossa. Ma il 2026 è anche l’anno dell’AI Slop, contenuti spazzatura che inquinano il web. La soluzione è l’umano come filtro di qualità e come giudizio finale.
Siamo ufficialmente nel 2026 e la sensazione di dover sopravvivere all’Intelligenza Artificiale è comprensibile. Se nel 2023-2024 l’IA era prevalentemente un chatbot con cui chiacchierare (con tutte le problematiche del caso), oggi è diventata “agentica”: sistemi autonomi che non si limitano a rispondere, ma pianificano ed eseguono task complessi per noi (vedi anche qui e qui).
Per questo, forse è più opportuno parlare di autonomizzazione che automatizzazione, perché con l’IA è possibile spostare “pezzi di autonomia dalle persone ai sistemi”.
In pratica, l’IA agentica rappresenta il salto evolutivo rispetto al recente passato: se i vecchi modelli (come i primi GPT o Claude) erano come dei bibliotecari molto colti che rispondevano a domande, l’IA agentica è come un collega operativo che ha il permesso di agire per tuo conto.
Tuttavia, il 2026 è anche l’anno dell’AI Slop (in pratica l’equivalente di quello che era lo spam negli anni 2000): viene usato per indicare tutti quei contenuti generati dall’IA in modo massivo, con scarsa o nulla supervisione umana, e pubblicati sul web senza preoccuparsi della loro utilità o correttezza (e no, i Simpson non hanno previsto tutto, quindi lo spirito critico non deve mai abbandonarci).
Per dirla con Simon Wilson è slop quando un contenuto è generato senza nessuna alcuna cura e propinato con la forza anche a chi non l’ha richiesto: il rischio maggiore potrebbe essere l’inquinamento del pozzo dei dati e cioè essere sommersi da contenuti di bassa qualità, coi quali verranno addestrate le future intelligenze artificiali degradando il livello dell’informazione.
Ma se a fare la differenza è la cura e l’impegno messi nella generazione dei contenuti, allora è possibile che, imparando non solo a sopravvivere ma anche a usare bene l’IA si possono generare contenuti di maggiore qualità, con un fattore umano ancora determinante
Questo rende necessario lo sviluppo della capacità di ciascuno di noi di essere quanto meno l’ultimo filtro di qualità, senza fidarsi mai ciecamente del pilota automatico e identificando tempestivamente i bias e le inesattezze.
Quindi, l’IA va usata come primo passaggio, per non avere il foglio bianco, non come ultimo step creativo: all’Intelligenza Artificiale la bozza (o le decisioni ripetitive) all’essere umano il controllo qualità definitivo.
Il rischio non è che le macchine inizino a pensare come noi, ma che noi smettiamo di pensare delegando tutto a una macchina senza anima: in fondo, l’IA agentica potrebbe non essere una minaccia alla nostra creatività, ma è di sicuro un test per la nostra capacità di giudizio, evitando che il nostro cervello vada in polpette.
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