Storia
Il fascismo nacque a sinistra? Una verità storica da comprendere
Il fascismo di San Sepolcro nacque come movimento rivoluzionario influenzato dal sindacalismo, dal socialismo radicale e dal sorelismo. Solo dopo la conquista del potere si trasformò nella dittatura nazionalista e autoritaria fondata sul culto di Mussolini.
Il cosiddetto fascismo san sepolcrino, nato con la fondazione dei Fasci italiani di combattimento il 23 marzo 1919, rappresenta una fase storica e ideologica profondamente diversa dal regime fascista consolidatosi tra il 1924 e il 1943. Il primo fascismo non era ancora il sistema autoritario, conservatore e nazionalista che avrebbe dominato l’Italia sotto la dittatura personale di Benito Mussolini, ma un movimento rivoluzionario e composito, influenzato dal sindacalismo rivoluzionario, dal socialismo radicale, dal nazionalismo interventista e dal pensiero di Georges Sorel.
Il fascismo delle origini condivideva infatti numerosi elementi con il socialismo rivoluzionario. Una delle principali affinità era l’anticlericalismo. Il programma di San Sepolcro conteneva posizioni fortemente ostili al potere della Chiesa cattolica, considerata una forza conservatrice legata all’ordine tradizionale e al vecchio assetto liberale. Tra le proposte vi erano la confisca dei beni ecclesiastici e la revisione dei privilegi del clero. Questo atteggiamento derivava direttamente dalla cultura socialista e repubblicana dell’epoca, che vedeva nella Chiesa un ostacolo all’emancipazione politica e sociale delle masse popolari. È significativo che molti dei primi fascisti provenissero dall’area socialista, repubblicana o sindacalista rivoluzionaria, ambienti nei quali l’anticlericalismo costituiva un tratto identitario fondamentale.
Un secondo elemento di forte continuità con il socialismo rivoluzionario era la critica radicale al liberalismo. Il fascismo san sepolcrino considerava lo Stato liberale italiano incapace di rappresentare realmente il popolo e responsabile della corruzione parlamentare, delle disuguaglianze sociali e della debolezza nazionale. In questo senso, la critica fascista al liberalismo aveva molte somiglianze con quella marxista e leninista: entrambe le correnti vedevano il parlamentarismo liberale come una maschera del dominio delle élite economiche borghesi. Anche per il primo fascismo, la democrazia parlamentare appariva un sistema decadente, incapace di mobilitare le energie profonde della nazione e destinato a essere superato da una forma politica più organica e rivoluzionaria.
Vi era inoltre, almeno nella fase originaria, una certa esaltazione della classe operaia e del lavoro produttivo come fondamento della nuova società. Il fascismo san sepolcrino cercava di presentarsi come movimento delle “classi produttive”, contrapposte tanto alla borghesia parassitaria quanto al vecchio ceto politico liberale. Pur rifiutando il marxismo ortodosso e la lotta di classe internazionale, esso riconosceva alla massa dei lavoratori un ruolo centrale nella trasformazione politica dello Stato. Non a caso il programma del 1919 proponeva forme di partecipazione operaia alla gestione delle imprese, imposte straordinarie sul capitale e misure sociali avanzate per l’epoca.
Questa impostazione derivava in larga misura dal sindacalismo rivoluzionario, che concepiva il proletariato non soltanto come una classe economica, ma come una forza morale e politica capace di rigenerare la nazione attraverso l’azione diretta. Il fascismo delle origini sostituiva però gradualmente il concetto marxista di “classe” con quello di “nazione”: la classe operaia non veniva vista come soggetto di una rivoluzione internazionale, ma come componente fondamentale di una comunità nazionale unita dalla guerra, dal lavoro e dal sacrificio collettivo.
Anche sotto il profilo metodologico, il fascismo san sepolcrino mostrava alcune similitudini con il leninismo. Entrambi i movimenti concepivano la politica come mobilitazione totale delle masse e ritenevano inevitabile il ricorso alla violenza rivoluzionaria per abbattere il vecchio ordine liberale. Come i bolscevichi guidati da Vladimir Lenin, i fascisti delle origini attribuivano grande importanza al mito dell’azione, alla disciplina militante e alla costruzione di un movimento politico combattente. L’ammirazione di Mussolini per la capacità dei bolscevichi di conquistare e consolidare il potere era nota, anche se il fascismo rifiutava il materialismo storico e l’internazionalismo proletario.
In questo quadro assume importanza anche il pensiero di Gustave Le Bon, autore de La psicologia delle folle. Le Bon sosteneva che le masse erano mosse più da immagini, simboli, emozioni e miti collettivi che da ragionamenti razionali. Il suo pensiero influenzò profondamente i movimenti politici di massa del Novecento, compreso il fascismo. Mussolini comprese il valore politico della mobilitazione emotiva delle folle, dell’uso della propaganda, dei rituali collettivi e della figura carismatica del capo. Il fascismo san sepolcrino, nella sua fase movimentista e rivoluzionaria, utilizzava già questi strumenti per creare una comunità politica fondata sull’identificazione emotiva e sull’azione collettiva.
Il ruolo del pensiero di Sorel fu decisivo nel creare questo terreno comune. Il sorelismo esaltava la funzione mobilitante del mito rivoluzionario e vedeva nella violenza un mezzo di rigenerazione morale dei popoli. Il primo fascismo assimilò queste idee, reinterpretandole in chiave nazionalista e interventista. Per questo il fascismo san sepolcrino può essere visto come una forma di socialismo nazionale rivoluzionario, che recuperava alcuni metodi e alcuni temi della sinistra radicale, svuotandoli però della prospettiva internazionalista marxista.
Questa fase iniziale differisce profondamente dal fascismo di regime instaurato dopo la Marcia su Roma. Una volta consolidato il potere, il fascismo abbandonò gran parte delle sue componenti rivoluzionarie e sociali per trasformarsi in una dittatura personale centrata sul culto del Duce. Dopo il 1925, Mussolini costruì un sistema politico nel quale il partito, lo Stato e la società vennero progressivamente subordinati alla sua figura carismatica. Il fascismo non fu più un movimento rivoluzionario aperto a diverse correnti, ma un regime autoritario gerarchico fondato sul mito del capo.
Anche molte delle caratteristiche originarie vennero attenuate o rovesciate. L’anticlericalismo lasciò spazio alla conciliazione con la Chiesa attraverso i Patti Lateranensi; le spinte social-rivoluzionarie furono neutralizzate nel sistema corporativo; l’esaltazione della classe operaia fu sostituita dal mito dell’unità nazionale sotto l’autorità dello Stato. Il fascismo di governo divenne quindi un regime conservatore e nazionalista, sempre più legato agli interessi della monarchia, degli industriali e degli apparati tradizionali dello Stato italiano.
Si può dunque sostenere che il fascismo san sepolcrino conservasse forti affinità con il socialismo rivoluzionario e, in parte, con il leninismo: anticlericalismo, antiliberalismo, mobilitazione delle masse lavoratrici, culto dell’azione rivoluzionaria e concezione militante della politica. Tuttavia, queste influenze vennero progressivamente trasformate e subordinate a una visione nazionalista e autoritaria culminata nella dittatura personale di Mussolini. La differenza tra il fascismo delle origini e il regime fascista non consiste quindi in una rottura assoluta, ma nel passaggio da un movimento rivoluzionario, ideologicamente fluido e socialmente radicale a uno Stato totalitario centrato sul mito del Duce e sulla stabilizzazione del potere.
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