Giornalismo
The Vanity Fair of investigative journalism
Il giornalismo d’inchiesta nasce come un esercizio rigoroso, quasi benedettino, di pazienza e scetticismo. È un metodo che richiede la scomparsa dell’ego a favore del dato, l’eclissi del cercatore di fronte alla verità cercata
Niente è più devastante per una funzione sacra quanto la sua caricatura. Soprattutto quando si trasforma, come titolò William Makepeace Thackeray, in una Vanity Fair. Se il secolo scorso ci ha insegnato qualcosa sul declino delle istituzioni occidentali, è che il pericolo maggiore non proviene quasi mai dagli attacchi frontali dei loro nemici dichiarati, bensì dalla lenta, impercettibile degradazione della disciplina interna ad opera dei suoi stessi sacerdoti.
Il giornalismo d’inchiesta nasce come un esercizio rigoroso, quasi benedettino, di pazienza e scetticismo. È un metodo che richiede la scomparsa dell’ego a favore del dato, l’eclissi del cercatore di fronte alla verità cercata. Quando invece l’inchiesta cessa di essere un metodo d’indagine e si trasforma in una performance, il meccanismo si inceppa irrimediabilmente. La vicenda di Sigfrido Ranucci, e la deriva di un certo modo di intendere il racconto d’inchiesta nel servizio pubblico, merita di essere letta non con le categorie della politica di parte, ma con quelle della semiotica del declino.
Accade infatti che, quando l’esibizione del sé e il narcisismo della denuncia prendono il sopravvento sul rigore della verifica, la professione stessa ne esca mortificata. La vanità non è qui un semplice vizio privato o un vezzo caratteriale: è una distorsione epistemologica. Quando il giornalista smette di essere il tramite neutrale tra i fatti e il pubblico e diventa l’eroe centrale di un romanzo d’avventura, in cui ogni sospetto è una certezza e ogni avversario un demone, l’inchiesta perde la sua natura di servizio pubblico e scivola nel teatro della persuasione.
Ciò che si consuma in questa dinamica non è la gloria del reporter, ma la svalutazione della moneta dell’informazione. La ricerca spasmodica della sensazione, il compiacimento per la battuta a effetto, l’uso disinvolto delle narrazioni a tesi finiscono per erodere la sola risorsa di cui il giornalismo vive: la credibilità. Una volta trasformata l’inchiesta in uno spettacolo di parte, si offre la migliore delle giustificazioni proprio a quel Potere che si pretendeva di svelare, il quale può finalmente liquidare ogni sgradita verità come un mero atto di propaganda avversaria.
L’errore tragico di questa impostazione è la confusione tra il coraggio e il presenzialismo. Il vero giornalismo d’inchiesta non ha bisogno di martiri da palcoscenico né di sacerdoti della verità rivelata; ha bisogno di archivisti ostinati, di cacciatori di riscontri, di menti capaci di sollevare il dubbio anche contro le proprie stesse convinzioni. Quando la vanità sostituisce il metodo, non si combatte il potere: lo si imita, con la sola differenza che il pulpito è televisivo. E a fare le spese di questa catastrofe dell’ego restano, macerie tra le macerie, i fatti.
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