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Quando volevo essere ebrea

Dal ricordo della Shoah ai kibbutz degli anni Ottanta, fino alla guerra di Gaza: la storia di una ragazza che avrebbe voluto essere ebrea e oggi si interroga sulla crisi morale di Israele e sul rischio che le vittime di ieri smarriscano le lezioni della propria storia.

6 Giugno 2026

Sono nata nel 1958 e ricordo che quando i miei genitori si incontravano con i loro amici o arrivavano i nonni in visita a casa nostra, l’argomento di cui parlavano tutti era sempre la Seconda guerra mondiale. Mia madre, che era di Bologna, ci raccontava di quanto avessero paura di “Pippo”, dei piccoli aerei degli alleati che sorvolavano la cittadina di notte e sganciavano bombe e razzi incendiari su una Bologna ancora occupata dai nazisti.

I miei genitori si ricordavano ancora con orrore dei Sabati fascisti, in cui erano costretti a mettersi in divisa e fare ginnastica per ore in stadi incendiati dal sole, senza bere e senza poter dire: “Oggi non ne ho voglia, vado a casa”. Le altre storie che ci venivano ripetute all’infinito riguardavano un amico ebreo della mia famiglia che era riuscito a salvarsi dalla più famosa retata dei nazisti nel 1943 a Bologna, retata in cui però aveva perso i genitori e la sorella. La pena che esprimeva mia madre per quell’uomo era immensa e nel ‘56 gli aveva chiesto di fare da testimone al suo matrimonio.  Lui le aveva regalato una piccola collana di perle che lei sosteneva essere il dono più prezioso mai ricevuto nella vita.

Aggiungo che sia nella famiglia di mio padre che in quella di mia madre non c’era stato un solo iscritto al partito fascista. E mia madre ricordava spesso qualcuno dei suoi parenti che era stato costretto a bere l’olio di ricino fino a quasi morirne. Essere stata una bambina durante il fascismo l’aveva fatta diventare un po’ paranoica anche da adulta. Aveva sempre paura di essere spiata, anche al telefono, ma non ci ha mai invitato ad essere conformisti, bastava solo sapeva che per il non conformismo si pagano dei prezzi molto alti.

Ritengo un privilegio essere cresciuta in una famiglia dove, anche se non c’erano partigiani nelle nostre fila, non era stato difficile imparare a detestare i fascisti, i nazisti, gli antisemiti. In casa ci sentivamo profondamente amici degli ebrei e provavamo tutti una grande ammirazione per Primo Levi, un uomo gentilissimo che aveva sofferto ma non aveva permesso che la sofferenza lo facesse diventare un uomo cattivo.

Poi, quando sono cresciuta, ho cominciato a leggere i grandi autori della letteratura ebraica mondiale, tra cui Bernard Malamud, autore oggi quasi dimenticato, che cantava l’orgoglio di essere una vittima, perché la posizione della vittima è l’unica dignitosa, quella del carnefice è invece sempre esecrabile.

Malamud arrivava addirittura a dire: «Se l’ebreo è l’uomo che soffre, allora tutti noi siamo ebrei», che voleva dire che quando siamo capaci di soffrire, perché riconosciamo di essere vulnerabili e fragili, chiunque sia in grado di affrontare a testa alta la sofferenza è ebreo. Siamo uniti, siamo tutti uguali quando sopportiamo il peso della sciagura con dignità. Ringrazio ancora Malamud per le sue lezioni di moralità che hanno segnato la mia generazione di lettori, perché noi allora la sera leggevamo e non andavamo in giro a farci gli spritz con gli amici (abitudine, quella di leggere invece di bere, tra l’altro anche molto salutare).

E poi c’erano i film di Woody Allen dove ridevamo tutti del suo sentirsi continuamente inadeguato, un piccolo uomo insicuro che però avrebbe voluto piacere a chiunque. Di Zelig avevamo imparato a memoria le battute del film e ce le facevamo tra di noi, ma eravamo impazziti anche per il “Dittatore dello Stato libero di Bananas”, in cui gli riconoscevamo un’incredibile intelligenza nel prendere in giro i castristi di allora, che sembravano meno cattivi dei sovietici, ma non per questo sembravano meno cretini.

Ecco, in quegli anni, avrei voluto essere ebrea, avrei voluto far parte di quell’élite intellettuale in cui ci si poteva prendere il lusso di difendere la propria dignità scrivendo libri bellissimi, ma anche di praticare un anticonformismo dissacrante, in cui il primo a essere dissacrato era proprio l’autore che difendeva il diritto alla satira, anche di se stessi, perché la prima cosa a essere vietata quando si instaura un regime totalitario è proprio la satira. Nessuno può ridere del potere. Vieni messo a morte se ti fai beffe di un dittatore. Woody Allen era coraggioso, nonostante facesse sempre la parte dello sfigato.

La mia generazione è stata quindi pro-israeliana, perché a nessuno passava neanche per la testa di proibire l’esistenza di uno stato che sarebbe stata la garanzia ultima contro un altro possibile genocidio. Tutti tenevamo per Israele nelle guerre che vennero scatenate dai paesi arabi confinanti. Israele era uno stato rifugio dove gli ebrei avrebbero potuto sottrarsi a nuove persecuzioni, nel caso fosse successo di nuovo qualcosa di mostruoso come l’Olocausto. Ed era stato proprio con questo spirito che ero andata a fare la volontaria in un kibbutz israeliano, un kibbutz laico, fondato da europei, soprattutto da ebrei russi, fondamentalmente dei kolchoziani, perché i primi kibbutz erano stati costruiti sul modello del kolchoz.

Non esisteva la proprietà privata e quando ero arrivata mi avevano spiegato che in quel momento stavano discutendo animatamente del fatto che qualcuno di loro potesse comprarsi una macchina. Tutte le macchine del kibbutz erano infatti di proprietà collettiva degli abitanti del kibbutz e i figli dei kibbutznikim venivano cresciuti in una comunità, una specie di asilo nido permanente, dove i bambini venivano portati pochi giorni dopo la loro nascita. I genitori potevano vederli solo per qualche ora al giorno e quando ero arrivata in Israele, all’inizio degli anni ‘80, stava entrando in crisi anche questo modello di educazione, nel senso che le famiglie reclamavano il diritto di poter abitare insieme ai loro figli.

I kibbutz laici israeliani erano insomma l’esperimento sociale più vicino al comunismo che fosse mai stato praticato in un paese non comunista. Noi volontari – soprattutto europei e americani – venivamo accolti da un vecchio ebreo russo che ci distribuiva i vestiti che avremmo dovuto usare durante il lavoro e poi invitava chi di noi era interessato a sentire dei dischi di Beethoven e altri autori classici nella casetta in cui abitava.

La colazione, il pranzo e la cena venivano consumati in una grande mensa al centro del kibbutz dove i volontari e gli abitanti del kibbutz mangiavano tutti insieme. La cucina non era un granché, ricordo una sera in cui ci venne servita una pasta condita con zucchero e cacao, ma nessuno si lamentava, anzi era divertente assistere alle sperimentazioni dei cuochi.

Certo, si notavano anche allora delle clamorose stonature. Nel kibbutz venivano a lavorare anche dei palestinesi che arrivavano la mattina con la faccia mesta, non potevano mangiare in mensa con noi e se ne ritornavano la sera a casa loro. Avevano l’aria dei cani bastonati e quando ero andata a visitare la zona araba di Gerusalemme, tutti raccontavano qualche storia triste di amici e parenti che erano stati buttati fuori da casa loro. La parte araba di Gerusalemme non era per questo un paradiso, anzi avevo rischiato di essere violentata una sera che passavo da sola in una via, ma non mi ero spaventata e avevo preso a calci il tipo che mi aveva assalito. Alla fine era scappato via lui per la paura.

E poi c’erano i mitra. Tutti i giovani israeliani avevano un Uzi a tracolla se erano vestiti da soldato perché in Israele la naja dura tre anni ed è obbligatoria, ma molti riservisti tenevano in casa il loro mitra. Ricordo che mi ero anche fatta fare una foto a casa di un ragazzo israeliano in cui in cui tenevo in mano il suo Uzi e facevo finta di sparare.

Ecco, se devo dire la verità, molti di quei giovani soldati o riservisti, perché in Israele puoi rimanere a disposizione dell’esercito anche fino a 50 anni se hai delle competenze particolari, erano molto simpatici e tutti dicevano che era facilissimo ricevere un invito per passare qualche giorno a casa loro. Ero stata invitata anch’io a casa di uno di questi ragazzi e ricordo il clima festoso dei pranzi in cui mangiavamo un’insalata meravigliosa, molto simile a quella greca, in un clima di assoluta distensione e simpatia.

C’era un altro particolare, chiamiamolo così, che mi aveva stupito: i giovani israeliani si facevano le canne, ma non come in Italia dove con una cannetta si fumava in quattro o cinque. Gli israeliani tiravano a sballarsi in un modo eccessivo e preoccupante. Molti usavano le pipe ad acqua e ricordo che mi meravigliava il modo che avevano di respirare l’hascisc così profondamente che se l’avessi fatto anch’io, sarei morta. Non avevo capito perché girasse così tanto hascisc in Israele, se era perché era facile procurarselo o se il livello di stress di tutti quei soldati pronti a partire per la guerra era così alto da dover essere tenuto a bada con un tranquillante, com’è appunto l’hashish.

Però, se passi metà della giornata inebetito, non ti viene voglia di leggere “La montagna incantata” che mi ero portata dietro in Israele come lettura estiva, anche se avevo capito che non avrei potuto condividere con nessuno (di giovane) i miei pensieri sul libro di Thomas Mann.

Avevo infatti notato che i ragazzi nati in Israele non avevano fatto nessuna delle buone letture di noi europei e secondo me non avevano la minima idea di chi fossero Primo Levi o Malamud. Avevo l’impressione che molti dei giovani che incontravo fossero molto diversi dagli ebrei europei e americani che avevo conosciuto attraverso i libri. Erano cresciuti in un paese giovane, militarizzato e continuamente in allerta, e spesso sembravano interessati ad altro più che alla letteratura che aveva formato la mia generazione. Mi offendeva poi la loro mania di chiedermi se ero ebrea. Intanto mi sembrava una domanda stupida, perché mi chiamo Maria Pia, ma loro non parlavano una lingua romanza e non sapevano che Maria è il nome della Madonna e Pia vuol dire Santa e di conseguenza non erano capaci di riconoscere a colpo d’occhio il mio nome da cattolica apostolica romana.

Forse, non avevano neanche l’idea di cosa fosse una lingua romanza e chissà se sapevano chi erano i latini. Tutti i ragazzi che avevo conosciuto in Israele avevano frequentato il liceo o comunque una scuola superiore, ma era facile capire che la loro formazione culturale era molto diversa da quella che avevo ricevuto in Europa, anche se in molti mi avevano raccontato che gli studenti veramente eccellenti non facevano subito il servizio militare ma venivano spediti all’università.

Sapevamo già allora che le università israeliane erano eccellenti e si dedicavano alla formazione di una élite soprattutto di scienziati che doveva diventare una delle migliori del mondo. Ma da europea qual ero, avevo l’impressione che la scuola e soprattutto il servizio militare contribuissero a costruire una forte identità nazionale, talvolta a scapito dello spirito critico che associavo alla tradizione intellettuale ebraica che ammiravo. A diciott’anni i giovani Sabra partivano infatti per fare tre anni di militare, tranne i pochissimi fortunati che accedevano alle università. Sabra significa fico d’India, parola che allora veniva usata per indicare la nuova generazione di cittadini nati in Israele, spinosi fuori con un fico d’India, cioè capaci di difendersi, ma dolci dentro, una volta superate le spine.

I Sabra che avevo conosciuto non assomigliavano neanche alla lontana al kolchoziano che ci aveva accolti in Kibbutz e che si dava da fare per trovare qualcuno che fosse disposto ad ascoltare con lui un disco di Beethoven. Avevo poi la sensazione che molti dei giovani cresciuti in quel contesto sviluppassero un atteggiamento di diffidenza o superiorità verso gli arabi, alimentato da un conflitto che sembrava non finire mai.

Da allora sono passati quarant’anni e oltre il 75% della popolazione ebraica israeliana è ormai nata nel Paese. Non ricorderò di quali crudeltà sono stati capaci l’esercito e i militari israeliani quando hanno confinato una popolazione di due milioni e mezzo di persone in pochi chilometri quadrati a Gaza, dopo averli privati di cibo, acqua, elettricità, cure mediche, farmaci, vaccini ma anche della scuola, dimostrando di non avere nessuna pietà per le vittime. Vittime non solo di Israele ma anche di Hamas, perché non so quanti siano i profughi contenti di essere confinati nelle tende con l’obiettivo (da parte di Hamas) di mostrare al mondo che Israele è uno stato-carogna, mentre Israele sostiene ufficialmente di voler creare delle “zone-cuscinetto”, deserte, così da non venire più minacciata dai suoi vicini.

Nel frattempo, la guerra si è estesa al Libano e all’Iran, continuano le persecuzioni e le deportazioni di cittadini della Cisgiordania da parte dell’esercito e dei coloni estremisti, responsabili di violenze e intimidazioni contro la popolazione palestinese. Nelle tende del Sud di Gaza si sta consumando un genocidio, anche se a fuoco lento, perché le privazioni decimeranno lentamente gli abitanti e quelli che sopravvivranno vorranno solo una cosa: legarsi alla vita una cintura di esplosivo e farsi esplodere da qualche parte in Israele.

What Went Wrong?”, l’ultimo libro di Omer Bartov, studioso di genocidi (Bartov è nato in Israele e poi è partito per gli Stati Uniti), tradotto in italiano con il titolo: “Nell’abisso. Dal sionismo al genocidio” si fa queste domande. Com’è possibile che Israele nata sulle ceneri della Shoah, stato rifugio dove gli ebrei avrebbero trovato una casa se fosse di nuovo successo che qualcuno li perseguitasse, abbia perso la sua bussola morale, disumanizzato e resi degni di persecuzioni i palestinesi, per i quali è anche stato costruito un sistema carcerario che non fa invidia a quello iraniano? Lascio a chi lo vorrà la lettura del libro e delle tesi di Bartov.

Ma la sconfitta morale di Israele, che uccide e donne bambini con la pretesa che le sue bombe siano “intelligenti”, è ormai sotto gli occhi di tutti. Nessuno prova simpatia per i persecutori, anche perché è impossibile trovare delle buone ragioni per giustificare la tortura, la detenzione, l’uccisione di innocenti. I bambini non sono di Hamas, anzi Hamas è il loro peggiore nemico, ma senza la pace, la scuola, il cibo, le cure mediche, come si potrà spezzare il ciclo di odio che si è instaurato?

Nessuno dotato di un minimo senso comune può credere all’equazione secondo la quale chi oggi è contro le politiche di Israele è di conseguenza un’antisemita, anche se non escludo il rischio che la nuovissima generazione di occidentali che non ha ascoltato come me i racconti sull’Olocausto, possa effettivamente identificare Israele come un aggressore colonialista e identificare l’ebraismo con un soldato armato che si aggira con un mitra tra le macerie di Gaza.

Ma sono gli stessi israeliani i primi a criticare l’operato del loro governo, penso all’organizzazione B’Tselem, che parla apertamente del “Nostro genocidio”, e cioè al genocidio perpetrato dagli israeliani, e alle tante manifestazioni di piazza che si tengono in Israele contro questi abomini di guerre, torture, uccisioni a fuoco lento. Mi sorprende che molte delle organizzazioni rappresentative dell’ebraismo occidentale non esprimano il proprio dissenso verso le politiche del governo Netanyahu, pur sapendo che al loro interno esistono sensibilità e opinioni molto diverse. Questo silenzio rischia di essere interpretato dall’opinione pubblica come una forma di acquiescenza, anche quando probabilmente non lo è.

Certo, anche in Occidente esistono comunità dissenzienti di ebrei, come per esempio in Italia “Mai indifferenti. Voci ebraiche per la pace”, che hanno manifestato senza problemi il 25 aprile 2026 (nessuno di loro sventolava bandiere israeliane, americane o del regno dei Pahlavi). Da parte mia continuo a difendere il diritto di esistere di Israele, ma ritengo che la comunità internazionale la debba costringere a porre fine alla guerra e al genocidio. L’Europa sta cominciando faticosamente a muoversi, applicando sanzioni ad alcuni dei coloni israeliani che appartengono a movimenti di estrema destra. Per loro è previsto il congelamento dei beni in Europa e il divieto di ingresso sul nostro territorio.

La Francia e la Svezia si stanno facendo promotrici di misure commerciali contro i prodotti delle colonie israeliane nei Territori palestinesi occupati, ma non c’è la maggioranza per approvarle vista anche l’opposizione dell’Italia.

Non credo che sarà possibile salvare qualche vita anche approvando queste misure, ma l’unica cosa di cui possiamo essere certi di sicuro è la sconfitta morale di Israele per i prossimi decenni a venire. Nessuno potrà dimenticare che il paese ha mostrato un lato orribile e sanguinario al mondo intero, rovinando per sempre la sua reputazione e portandosi dietro, all’inferno, la grande empatia che tutti provavamo per il popolo della Shoah. Temo che le politiche dell’attuale governo israeliano possano alimentare nuove forme di ostilità verso gli ebrei nel mondo, un esito tragico e ingiusto che colpirebbe persone che non hanno alcuna responsabilità nelle decisioni prese dal governo israeliano.

Non esisteranno neanche più timide studentesse che avrebbero voluto essere ebree come i loro idoli letterari e morali, perchè per molti è diventato difficile conciliare il sostegno al diritto di esistere di Israele con le immagini di sofferenza provenienti da Gaza. Se Israele l’avesse voluto, il 7 Ottobre avrebbe potuto diventare il Secondo Olocausto e il mondo intero avrebbe potuto chiedere la cacciata di Hamas dai territori dov’era germinata la sua dittatura e dai paesi che ospitavano i suoi leader. Ci saremmo riuniti intorno a un popolo che veniva colpito ancora una volta. Adesso sarà molto difficile tornare indietro.

 

 

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