America
Senato USA. I 9 Stati decisivi/6. Il denaro dei grandi finanziatori e l’impatto dell’accordo Trump-Putin
I DEM raccolgono più fondi, i candidati GOP hanno alle spalle grandi finanziatori e super PAC. Ma il denaro GOP è speso per difendere i propri seggi. L’accordo Trump-Putin sul gasolio russo apre nuove divisioni tra i senatori GOP. Il New Hampshire verso i DEM,
Mancano poco più di due settimane alle elezioni del 3 novembre e la battaglia per il controllo del Senato americano sta mettendo in evidenza una contraddizione sempre più marcata.
Le campagne sono diventate straordinariamente nazionali per risorse finanziarie, comunicazione e polarizzazione politica. Ma i risultati continuano a dipendere dalla capacità dei candidati di costruire coalizioni locali, interpretando interessi economici, identità politiche e tradizioni dei singoli Stati.
È una contraddizione che attraversa le nove competizioni decisive per il controllo del Senato. Nell’ultimo articolo avevo indicato quattro questioni decisive:
- le difficoltà dei candidati repubblicani nel rapporto con Trump e le sue politiche;
- il tentativo DEM di riconquistare consensi attraverso i temi economici, con proposte e linguaggi molto differenti nei differenti Stati;
- il peso delle identità politiche locali e delle caratteristiche personali dei candidati;
- la necessità del GOP di impegnare risorse crescenti per difendere Stati tradizionalmente repubblicani.
Le novità degli ultimi giorni confermano la rilevanza di queste quattro questioni, ma ne fanno emergere altre due.
La prima riguarda la crescente dipendenza delle campagne dalle organizzazioni finanziarie nazionali, che stanno assumendo un peso sempre maggiore rispetto ai comitati elettorali dei singoli candidati.
La seconda nasce dall’accordo tra Trump e Putin sul gasolio russo, che ha provocato una presa di distanza bipartisan al Senato e introdotto nuove contraddizioni nel rapporto tra i candidati repubblicani e il presidente.
Due fenomeni apparentemente distanti, ma accomunati da un interrogativo: quanto spazio rimane, in una politica sempre più dominata dai grandi centri di potere nazionali, per l’autonomia dei singoli candidati e per la rappresentanza degli interessi territoriali?
I Democratici raccolgono, i grandi finanziatori repubblicani spendono
I numeri sono impressionanti.
Secondo AdImpact, alla fine di settembre nelle nove competizioni senatoriali competitive erano già stati trasmessi oltre 935 milioni di dollari di messaggi pubblicitari.
I Repubblicani ne avevano finanziato circa il 60%, con un vantaggio di 188 milioni sui Democratici.
È un cambiamento rispetto ai precedenti tre cicli elettorali: dal 2020 in poi erano stati i DEM a sostenere la maggior parte degli investimenti pubblicitari nelle competizioni senatoriali più incerte. Quest’anno il rapporto si è rovesciato.
Ma il dato più interessante emerge distinguendo le risorse raccolte direttamente dai candidati dalle spese sostenute dalle organizzazioni esterne.
Secondo un’analisi del Washington Post del 16 ottobre, i candidati democratici raccolgono più fondi dei rispettivi avversari repubblicani in dodici delle tredici competizioni senatoriali più contese.
Sono invece i grandi finanziatori e i super PAC vicini al GOP a garantire la superiorità repubblicana nella spesa pubblicitaria.
Tra questi assume un ruolo particolarmente rilevante Elon Musk, che secondo il Washington Post ha contribuito con 369 milioni di dollari dall’inizio del 2025, destinandone 158 milioni nel solo settembre al Senate Leadership Fund, la principale organizzazione esterna vicina ai Repubblicani del Senato.
Le campagne dei candidati possono utilizzare direttamente i fondi raccolti per organizzazione, comunicazione e mobilitazione degli elettori. I super PAC possono invece ricevere contributi senza i limiti previsti per le donazioni dirette ai candidati, ma devono operare indipendentemente dalle loro campagne.
Ne deriva un sistema nel quale la forza finanziaria di un candidato dipende sempre più da organizzazioni e grandi finanziatori che non controlla direttamente.
Il Texas rappresenta il caso più evidente.
Ken Paxton beneficia di una quantità eccezionale di investimenti esterni: secondo AdImpact, oltre il 98% della pubblicità repubblicana trasmessa nello Stato entro settembre proveniva da organizzazioni indipendenti dalla sua campagna.
James Talarico ha invece costruito una capacità di raccolta diretta molto superiore a quella del rivale.
Due modelli di finanziamento differenti, che riflettono anche due modi diversi di organizzare la competizione politica.
Non a caso, negli ultimi giorni Talarico ha richiamato esplicitamente la vicenda biblica di Davide contro Golia, presentando la propria candidatura come la sfida di una campagna sostenuta dalla partecipazione popolare contro la straordinaria potenza finanziaria dei grandi donatori repubblicani.
È un’immagine coerente con il linguaggio religioso attraverso il quale cerca di contendere a Paxton il terreno dei valori cristiani, proponendone un’interpretazione fondata sulla solidarietà e sulla responsabilità sociale.
In Ohio, invece, la competizione tra Sherrod Brown e Jon Husted è diventata la campagna senatoriale più costosa del Paese.
Secondo AdImpact, al 16 ottobre gli investimenti pubblicitari già effettuati e quelli prenotati fino al voto raggiungono 422,6 milioni di dollari, superando persino i 324,7 milioni del Texas.
Nel solo terzo trimestre Brown ha raccolto direttamente 23,1 milioni di dollari, contro i 4,8 milioni di Husted. Ma il rapporto si rovescia considerando gli investimenti pubblicitari complessivi: 246,2 milioni a beneficio del repubblicano contro 176,5 milioni a sostegno di Brown, soprattutto grazie ai grandi finanziatori e ai super PAC.
È una rappresentazione particolarmente evidente del paradosso finanziario di queste elezioni.
Il fenomeno della dipendenza finanziaria dalle organizzazioni esterne è particolarmente evidente anche negli Stati meno popolosi.
In Alaska e Maine, secondo il Washington Post, l’80% della spesa pubblicitaria proviene da organizzazioni esterne alle campagne.
I candidati continuano a essere il volto locale della politica, ma una parte crescente delle risorse necessarie per sostenerli viene decisa e mobilitata altrove.
Il paradosso repubblicano: spendere di più per difendere di più
Questa trasformazione finanziaria ha una conseguenza politica immediata.
Il GOP dispone di risorse straordinarie, ma è costretto a distribuirle su un numero di competizioni più ampio di quanto fosse inizialmente previsto.
Texas, Iowa e Kansas sono gli esempi più significativi. Tre Stati nei quali il GOP poteva ragionevolmente immaginare campagne relativamente tranquille e che oggi richiedono investimenti consistenti, aggiuntivi rispetto a quelli necessari per difendere seggi già considerati competitivi, come Alaska, Maine e Ohio.
In Iowa, la candidatura democratica di Josh Turek ha reso competitiva una corsa nella quale Ashley Hinson partiva da una posizione favorevole. Le rilevazioni più recenti descrivono una sfida ravvicinata, nonostante Trump avesse conquistato lo Stato con un ampio margine nel 2024.
In Kansas, la situazione è ancora più significativa. Adam Hamilton, pastore metodista che ha costruito una candidatura capace di attrarre anche elettori repubblicani moderati, sta contendendo il seggio a Sen. Roger Marshall in uno Stato che non elegge un democratico al Senato da oltre novant’anni.
La competitività della candidatura di Hamilton trova una conferma particolarmente significativa nei dati finanziari del terzo trimestre: 9,9 milioni di dollari raccolti direttamente, contro appena 866.000 da Marshall. Un rapporto superiore a undici a uno, che contribuisce a spiegare perché le organizzazioni nazionali repubblicane siano state costrette a intervenire anche in uno Stato tradizionalmente considerato sicuro, mobilitando circa 14 milioni di dollari.
Nel Maine, invece, Sen. Susan Collins deve conservare quella coalizione trasversale che le ha consentito di essere rieletta anche quando lo Stato votava democratico alle presidenziali. Troy Jackson cerca di incrinarla contestando la sua effettiva indipendenza da Trump e collegando le politiche dell’amministrazione al costo della vita.
Tre situazioni differenti, accomunate da una stessa conseguenza: i Repubblicani sono costretti a mobilitare risorse crescenti non soltanto per conquistare nuovi seggi, ma per difendere coalizioni elettorali che fino a pochi mesi fa apparivano molto più solide.
Ogni dollaro destinato alla difesa di questi seggi non può essere impiegato per conquistarne uno democratico.
È il paradosso della strategia finanziaria repubblicana: disporre di risorse straordinarie, ma essere costretti a impiegarne una parte crescente per difendere territori che sembravano al sicuro.
La conferma più significativa arriva dalle decisioni degli stessi grandi finanziatori repubblicani. Il Senate Leadership Fund ha dovuto modificare sensibilmente il proprio piano di investimenti: rispetto ai 342 milioni di dollari inizialmente programmati in aprile, ha ridimensionato l’impegno in Georgia e North Carolina e aperto nuovi fronti in Kansas, South Carolina e Nebraska.
Tre Stati nei quali il GOP si trova ora costretto a mobilitare risorse per difendere seggi considerati relativamente sicuri.
Non siamo però soltanto di fronte a campagne sempre più costose: la distribuzione del denaro sta cambiando perché è cambiata la geografia delle opportunità e dei rischi elettorali.
Il Texas lo dimostra: nonostante le dimensioni eccezionali dell’intervento repubblicano, i sondaggi continuano a descrivere una competizione ravvicinata. Questo non significa che la pubblicità sia inefficace. Senza quegli investimenti, gli equilibri potrebbero essere diversi.
Significa però che il denaro non sostituisce la credibilità politica dei candidati e la loro capacità di costruire consenso.
Mentre le campagne diventano finanziariamente sempre più nazionali, i candidati cercano di convincere gli elettori della propria indipendenza da Washington e della capacità di rappresentare gli interessi dei rispettivi territori.
Il denaro nazionalizza la competizione. La costruzione del consenso continua a richiedere soprattutto radicamento locale.
Trump, Putin e il gasolio russo: una nuova frattura tra i Repubblicani
Un’altra novità degli ultimi giorni introduce un ulteriore elemento di tensione nelle campagne per il Senato, soprattutto negli Stati nei quali i candidati repubblicani cercano di conciliare il sostegno a Trump con la rivendicazione della propria indipendenza politica.
Il 9 ottobre il presidente americano ha raggiunto un accordo con Vladimir Putin per consentire la commercializzazione di gasolio russo sui mercati internazionali, attraverso un allentamento delle sanzioni. L’obiettivo dichiarato è aumentare l’offerta di carburante e contenere i prezzi dell’energia, cresciuti anche a causa della guerra con l’Iran.
La decisione ha provocato una reazione bipartisan al Senato.
Il 13 ottobre dodici senatori, sei democratici e sei repubblicani, hanno sottoscritto una lettera che chiede a Trump di ritirare l’accordo, giudicato dannoso per la sicurezza americana e favorevole al finanziamento della guerra russa contro l’Ucraina.
I firmatari contestano soprattutto la contraddizione tra l’intesa con Putin e la legge sulle sanzioni contro Russia e Iran, approvata dal Congresso con un ampio consenso bipartisan e firmata dallo stesso Trump appena un mese prima.
Sostengono inoltre che l’immissione del gasolio russo sui mercati internazionali produrrebbe benefici trascurabili sui prezzi americani, garantendo invece nuove entrate al Cremlino.
Non si limitano a esprimere una generica preoccupazione: chiedono esplicitamente al presidente di revocare l’autorizzazione alle esportazioni russe e di applicare le sanzioni previste dalla legge.
I sei Senatori repubblicani firmatari sono Susan Collins del Maine, Lisa Murkowski dell’Alaska, Mitch McConnell del Kentucky, John Cornyn del Texas, Thom Tillis della North Carolina e Alan Armstrong dell’Oklahoma.
Il linguaggio della lettera è particolarmente duro. L’accordo viene definito un regalo a un avversario degli Stati Uniti e un tradimento degli alleati.
Una presa di posizione che non riguarda soltanto la politica energetica, ma investe il rapporto con la Russia, la sicurezza nazionale e il ruolo del Congresso nella definizione della politica estera americana.
La controversia si è ulteriormente aggravata il 16 ottobre, quando Trump ha firmato un ordine esecutivo che sospende l’applicazione delle nuove sanzioni previste dalla legge, invocando l’interesse nazionale.
Si potrebbe notare che 4 dei Senatori firmatari sono ormai in uscita ma in tutti i loro stati si vota a novembre e in North Carolina la sconfitta GOP è sostanzialmente certa.
La frattura assume particolare rilevanza nelle competizioni più incerte.
Alaska: Sen. Sullivan tra Trump e Sen. Lisa Murkowski
In Alaska, dove il prezzo del gasolio incide pesantemente sulla pesca, sui trasporti e sulla vita delle comunità più isolate, l’accordo con Putin introduce una contraddizione con un significato particolarmente concreto.
Sen. Dan Sullivan ha criticato l’intesa senza tuttavia sottoscrivere la lettera bipartisan. La sua collega repubblicana Sen. Lisa Murkowski, che ha costruito parte della propria identità politica sull’indipendenza dal presidente, ha invece assunto una posizione molto più netta, allineandosi su questo tema alle critiche di Peltola.
Ne deriva un paradosso politico particolarmente interessante. Sen. Sullivan prende le distanze da Trump su una questione che tocca direttamente gli interessi energetici dello Stato e influenza pesantemente il bilancio dei suoi concittadini, ma pochi giorni dopo lo accoglie in Alaska per un comizio a sostegno della propria rielezione.
Sen. Lisa Murkowski, invece, critica apertamente l’accordo con Putin, e assume una posizione che può avere un significato anche nella competizione tra Sullivan e Peltola, con la quale Murkowski condivide una tradizione di attenzione agli interessi specifici dell’Alaska e rapporti politici che attraversano le appartenenze di partito.
Il confronto mostra quanto sia complesso, anche per un candidato sostenuto apertamente da Trump, conciliare la fedeltà al presidente con la difesa degli interessi territoriali e delle proprie posizioni di politica estera.
Maine: Sen. Susan Collins e la rivendicazione dell’indipendenza da Trump
Nel Maine, la sottoscrizione della lettera bipartisan offre invece a Sen. Susan Collins un’ulteriore occasione per mostrare agli elettori la propria distanza da Trump.
Prendere pubblicamente posizione contro un accordo del presidente con Putin le consente di richiamare la propria tradizione di autonomia politica e di collaborazione bipartisan.
La lettera rappresenta quindi un fatto concreto che Collins può utilizzare per rivendicare la propria autonomia.
Non è un caso che abbia dato particolare visibilità all’iniziativa, pubblicando sul proprio sito istituzionale sia la lettera del 13 ottobre sia una precedente dichiarazione bipartisan dell’11 ottobre contro l’importazione di gasolio russo.
Texas: una divisione che attraversa il GOP
Il significato politico della vicenda non si esaurisce però in Alaska e Maine.
In Texas, tra i firmatari figura anche Sen. John Cornyn, esponente di primo piano del GOP statale, sconfitto da Ken Paxton nelle primarie repubblicane.
La sua posizione rende visibile una divisione interna al partito che si aggiunge alle tensioni già emerse durante le primarie.
La questione potrebbe entrare nel confronto tra Talarico e Paxton, soprattutto sul rapporto con Trump e sulla politica energetica.
Per i candidati repubblicani delle competizioni più incerte si apre così una questione che potrebbe accompagnare le ultime due settimane di campagna: la politica estera, attraverso le sue conseguenze economiche e le divisioni che produce all’interno del GOP, può diventare un ulteriore terreno di confronto sulla credibilità e sull’indipendenza dei candidati repubblicani.
La mappa elettorale: New Hampshire più definito, Michigan ancora aperto
Le novità dell’ultima settimana non modificano le mie previsioni
Cinque dei nove battleground attribuiti ai Democratici — Alaska, Minnesota, New Hampshire, Ohio e Texas — tre ai Repubblicani — Iowa, Kansas e Maine — e il Michigan ancora senza assegnazione.
È però utile distinguere meglio i differenti gradi di incertezza.
Il New Hampshire presenta un quadro più definito.
Nel nostro precedente aggiornamento avevamo già attribuito il seggio a Chris Pappas, considerandolo quello democratico meno incerto tra i nove battleground.
Le rilevazioni disponibili confermano un vantaggio relativamente stabile.
La continuità dei risultati è significativa, soprattutto perché si manifesta nonostante la consistente pressione finanziaria repubblicana.
Sununu dispone di una buona reputazione personale e di una tradizione familiare profondamente radicata nella politica dello Stato. Ma deve confrontarsi con l’impopolarità di Trump presso una parte consistente degli elettori indipendenti.
Pappas, invece, può contare su un radicamento politico consolidato e su una capacità di raccolta finanziaria diretta superiore a quella del rivale.
Il Michigan rimane invece la competizione più difficile da interpretare.
Qui non è in discussione soltanto il rapporto tra i candidati e Trump, né la capacità dei Democratici di parlare alle preoccupazioni economiche degli elettori.
La campagna contro Abdul El-Sayed ha assunto un carattere sempre più personale, concentrandosi sulla sua identità religiosa, sulle posizioni verso Israele e su presunti rapporti familiari con ambienti riconducibili ai Fratelli Musulmani.
Il significato politico delle accuse è evidente: una parte della destra cerca di spostare il confronto dal programma economico di El-Sayed alla sua affidabilità personale e alla sua identità.
La risposta democratica non è priva di difficoltà. Le divisioni sulla questione israeliana rimangono profonde, anche all’interno della comunità ebraica del Michigan.
Il sostegno di Barack Obama e la collaborazione con la senatrice Elissa Slotkin mostrano il tentativo di ricomporre le diverse componenti del partito.
Ma la convergenza dei dirigenti democratici non garantisce automaticamente quella degli elettori.
La competizione tra El-Sayed e Mike Rogers rappresenta così una verifica particolarmente impegnativa della capacità democratica di tenere insieme una coalizione nella quale convivono progressisti, moderati, comunità arabo-americane, elettori ebrei e settori tradizionali del mondo del lavoro.
È questa complessità, più ancora dei piccoli scostamenti tra le rilevazioni, a spiegare perché nella nostra mappa il Michigan rimanga senza assegnazione.
Il quadro complessivo delle nostre previsioni resta dunque di 50 seggi democratici, 49 repubblicani e uno incerto.
Le ultime due settimane di campagna dovranno chiarire quanto peseranno le nuove questioni emerse.
Da un lato, la straordinaria concentrazione delle risorse finanziarie nelle mani dei grandi donatori e delle organizzazioni nazionali. Dall’altro, le contraddizioni che attraversano il Partito Repubblicano nel rapporto con Trump, rese ancora più evidenti dall’accordo con Putin.
Due fenomeni che riportano alla questione centrale di queste elezioni.
Il denaro arriva sempre più da pochi grandi centri di potere.
Ma i voti continuano a dover essere conquistati Stato per Stato.
Ed è nella tensione tra concentrazione delle risorse, fedeltà politica e autonomia delle coalizioni locali che si giocherà una parte decisiva della battaglia per il controllo del Senato.
Devi fare login per commentare
Accedi