Storia

Chernobyl, mon amour

40 anni dopo la catastrofe, Chernobyl stava diventando una delle mete turistiche più gettonate d’Ucraina. Con la guerra è diventata un campo di battaglia. Ma nonostante mine e soldati, alcuni “stalkers” continuano a visitarla illegalmente: «Impossibile starle lontano»

3 Maggio 2026

Anton Yukhymenko la stagione dei pullman pieni come i sacchi sottovuoto con dentro i materassi dell’Ikea se la ricorda bene: «Ogni sabato riempivamo quattro bus, tutti diretti a Chernobyl. Ci saranno stati dentro almeno 400 turisti. Certo era complicato, ma bei tempi!». Soprattutto redditizi: «Guadagnavo bene, sì. É così che mi sono comprato sto Mercedes», mi dice accarezzando il volante della macchina, un SUV grande come un piccolo bulldozer. Abbiamo appena lasciato Kyiv. Direzione: Chernobyl, appunto. Siamo entrati in autostrada e abbiamo cento e rotti chilometri prima di arrivare a destinazione. E così Anton ha tempo di cominciare a raccontarmi la sua vita precedente.

Aria in scatola e gelati radioattivi

C’era una volta il turismo del disastro nucleare. Questa storia comincia, un po’ in sordina, più o meno 20 anni fa. Per il resto del mondo, Chernobyl faceva ancora paura solo a sentirla nominare. Tutti ricordavano il 26 aprile 1986: l’esplosione, i morti, la nube radioattiva che era andata a spasso per l’Europa: insomma il più grave incidente nucleare della storia. Invece ancora in pochi, fuori dall’Ucraina, sapevano che subito dopo la catastrofe, l’intera area attorno alla centrale era stata faticosamente “ripulita” dalle radiazioni. Un esercito di 600mila persone – sì, proprio sei con cinque zeri di fila: vigili del fuoco, soldati, anche civili – fece tutto l’umanamente possibile. Dopo poco più di un anno, tre quarti dei terreni che si temevano contaminati erano già tornati ad essere coltivati; una parte degli evacuati aveva fatto ritorno a casa. E intanto la centrale – sì, proprio la centrale di Chernobyl – aveva ripreso a funzionare.

Dieci e rotti anni dopo, il governo di Kyiv fece anche entrare i primissimi visitatori. «E così – mi racconta Anton – nel 2006 ci sono andato anch’io, come turista, per il ventesimo anniversario del disastro. Ero già un appassionato di Urbex (esplorazione di luoghi abbandonati, ndr) e rimasi impressionato. Nel giro di poco feci una piccola follia: lasciai il lavoro; aprii una società; e cominciai a organizzare i primi tour. All’epoca avevo pochi clienti, soprattutto russi. Poi sono arrivati polacchi e tedeschi». I numeri, però, piano piano cominciarono a decollare.

L’anno dei record è il 2019: il canale americano HBO fece uscire una serie dedicata a Chernobyl che incollò allo schermo milioni di persone;  l’idea di visitare la centrale cominciò a prendere anche negli Stati Uniti; e il numero dei visitatori, in un solo anno, toccò quota 100.000. Chernobyl stava diventando una vera e propria meta turistica a livello mondiale. Spuntarono pure i primi negozi di souvenir e paccottaglia varia: c’era – raccontava ai tempi il giornale inglese “The Guardian” – chi vendeva aria in scatola di Chernobyl; e chi gelati (fintamente) radioattivi. E insomma gli affari andavano e il soldo girava vorticoso, come una lavatrice in centrifuga. Ma cosa ci veniva a fare tutta sta gente in questo luogo di tragedia?

Il numero 5

Chernobyl – sulla carta, quando venne progettata nel 1966 – doveva diventare la centrale nucleare più grande del mondo. La costruzione iniziò nel 1972. Il primo reattore entrò in funzione nel 1977. Negli anni successivi, il secondo, il terzo e il quarto reattore seguirono a ruota. Nel 1986 – quando ci fu l’esplosione – Il quinto era pronto più o meno al 70%. «In teoria, dovevano finirlo di lì a poco. Non è mai successo», mi dice Anton. Quel che resta del reattore 5, oggi, sono i muri: giganteschi, grigi, a forma di tronco di cono. Dopo un paio d’ore di viaggio e un checkpoint dove i nostri documenti vengono fatti passare come il riso, finalmente ci parcheggiamo davanti. Due foto e poi decidiamo di andare a dare un’occhiata dentro.

«Quando c’è vento, qui fa un rumore assordante», mi dice Anton, dandomi una pacca sulla spalla. Oggi siamo fortunati: tira giusto un filo d’aria: il silenzio è quasi perfetto. Del resto intorno a noi non c’è anima viva: non un’auto, non una persona. Quarant’anni fa l’area in un raggio di 30 chilometri dalla centrale è stata dichiarata off limits e recintata: solo chi viene a lavorare, i soldati e pochi altri possono entrare nella ZEC, la “Zona di Esclusione di Chernobyl”, o come la chiamano tutti qui, la Zona – e basta.

L’unico rumore è il gracchiare, incessante dei corvi, che rimbalza e rimbomba sulle pareti del reattore. Guardiamo in alto. Il cosiddetto “coperchio” – insomma il tetto – non l’hanno mai più messo. Il naso all’in su, osserviamo il cielo: azzurrissimo.

Anton prende la sua macchina fotografica e si allontana, da solo, in cerca dell’angolo giusto. Il reattore numero 5 era una delle tappe obbligate nei suoi giri turistici. Del resto è un pezzo di storia di quello che doveva essere un gioiello di tecnologia sovietica ed è finito in un disastro da manuale. Ma non solo. «Questo è un vero paradiso per chi come me, è appassionato di fotografia industriale», mi spiega, mentre continua a scattare: «Ogni volta che vengo, rimango impressionato: cambia di poco la luce e ottieni immagini così differenti!».

La Pompei radioattiva

Ma non è pericoloso? «I punti dove il livello di radiazione è alto sono pochi e noi li evitiamo tutti. E poi abbiamo il nostro rilevatore di radiazioni», mi risponde Anton con un sorriso rassicurante. Però, appunto, le radiazioni ci sono ancora. Questo non faceva passare la voglia ai turisti? «Il rischio è minimo. E in realtà era anche il brivido, l’adrenalina quello che attirava tante persone». 

Ci siamo spostati per andare a Prypiat, la città più vicina alla centrale nucleare di Chernobyl: solo 3 chilometri. Quarant’anni fa ospitava 50mila persone malcontate; oggi zero. «Hanno provato a decontaminarla, ma era troppo: dovettero lasciare perdere. Ora è una città fantasma». Prypiat è morta il il 27 aprile 1986: all’alba, da Mosca arrivò l’ordine di evacuare: agli abitanti venne detto che sarebbe stato per 3 giorni e di portare con se giusto l’essenziale; a casa, in realtà, non tornarono più. Mobili, vestiti, libri, quaderni: tutto è rimasto come chi scappava dalle radiazioni lo lasciò quel giorno. Un po’ come a Pompei.

Anzi: tutto è rimasto com’era – o quasi.

La natura ha fatto la sua parte: in questi 40 anni, alberi e piante hanno piano piano mangiato strade, ingoiato lampioni, inghiottito palazzi. Gli uomini hanno fatto il resto. In ucraino si chiamano Мародери – Marodery. In italiano, diremmo semplicemente: saccheggiatori. E quello che hanno combinato è impressionante. La nostra prima tappa in città è la Casa della Cultura: due piani e non una singola porta o finestra rimasta al suo posto: «Hanno rubato tutto, anche l’impianto di riscaldamento», mi dice Anton, facendo strada, rilevatore di radiazioni in pugno. Il saccheggio, sistematico, è andato avanti per un bel pezzo: parliamo degli anni Novanta, subito dopo il collasso dell’Unione Sovietica: un periodo durissimo per l’Ucraina, in cui la gente era disposta a tutto pur di fare qualche quattrino, anche rubare e vendere un boiler magari radioattivo. A Kyiv si racconta – leggenda, realtà? – che i mercatini delle pulci fossero pieni di roba che veniva da case e auto di Chernobyl. «Comunque alla fine, il governo ci ha messo un freno.- mi spiega Anton -. Come? Hanno cominciato a prendere la roba rimasta e a seppellirla».

Selfie e graffiti

Superiamo una fontana diventata una palude ed entriamo camminando su pezzi di legno che un tempo dovevano essere parquet. La neve qui si sta ancora sciogliendo e l’acqua piove letteralmente dal soffitto. Saliamo al secondo piano: la vista dalla Casa della Cultura mi lascia a bocca aperta: c’è un palazzo con sopra una stella rossa che doveva ospitare qualche cavolo di ente dell’URSS; e poi cubi e cubi di cemento, i classici palazzoni sovietici, uno perfettamente identico all’altro; le strade attorno tutte perfettamente vuote. É il mondo perfettamente congelato a prima della caduta del muro di Berlino. Entriamo prima nella sala da ballo, poi in una palestra: i quadri svedesi sono ancora al loro posto; tutto il resto, anche in questo caso, è sparito. 

Anton Yukhymenko, interno della scuola numero 3 di Prypiat

Faccio per scattare una foto e noto prima una scritta su una parete, poi un’altra e un’altra ancora.

Guardo Anton un po’ incredulo. Ma lui annuisce: «Sì, sono date e nomi di turisti». Roman e Moro, chiunque fossero sono stati qui. Assieme a tanti altri. Che abbiano capito davvero dove fossero – cioè nell’epicentro di un disastro che costrinse migliaia e migliaia di persone via da casa e che ha causato negli anni un imprecisato numero di morti per cancro – è un altro discorso. 

«Chernobyl è un posto che può aiutare a capire il passato, a riflettere. Ma la verità è che non per tutti è così», mi dice Anton. «Molti – aggiunge – venivano qui giusto per farsi un selfie». Già, i selfie. Mentre Anton continua a raccontarmi piccoli e grandi orrori combinati dai turisti, mi viene in mente il titolo di un libro: «Avere o essere», che lo psicanalista tedesco Eric Fromm scrisse giusto una decina di anni prima dell’incidente di Chernobyl. Altri tempi. Nell’epoca dei social il dilemma mi pare essere un altro: apparire o essere. E essere interessa a ben pochi. Tutti gli altri si accontentano di essere stati da qualche parte, farci una foto o un video e caricarlo su qualche piattaforma: YouTube, TikTok, Instagram. Facebook ormai no, che è per vecchi.

Un parco divertimenti

Uno dei set preferiti per YouTuber e selficienti vari era il parco divertimenti di Prypiat. Ci arriviamo dopo un breve tragitto in macchina e anche qui ci accoglie un silenzio irreale: si sentono perfino le foglie, soffiate dal vento, grattare per terra.

Le autorità dovevano inaugurarlo per la festa dei lavoratori, il 1^ maggio del 1986: ma quel giorno, in città, non ci sarebbe stato più nessuno. A distanza di quattro decenni esatti, la ruota panoramica, gli autoscontri, la giostra sono ancora lì: un po’ arrugginiti, ma tutto sommato integri. Hanno resistito ai saccheggiatori e perfino alle orde di turisti. «Ma se noti – mi dice Anton – anche qui trovi pieno di graffiti…». Pure i classici cazzetti stilizzati. Ma ci sono stati visitatori che hanno fatto molto peggio di così: «Non nei miei tour – mi dice sempre Anton – ma io ne ho viste di tutti i colori. C’erano ragazzi che facevano parkour. Altri che rubavano oggetti, pure contaminati, per portarli a casa come souvenir. Tipo? Ah, elmetti usati dai pompieri, maschere a gas, di tutto. C’era pure chi era salito in cima al Duga…».

Il popolo degli Stalker

Il Duga è un radar gigante che si trova sempre nella ZEC. La forma ricorda una griglia per cucinare la carne, solo che è lungo poco meno di un chilometro ed è alto la bellezza di 150 metri. Serviva a intercettare missili nucleari tirati contro l’Unione Sovietica; ora è un colossale monumento alla paranoia che regnava durante la Guerra Fredda. Mi spiega Anton che a salirci sopra sono quelli che in Ucraina vengono chiamati gli “stalker”. Le molestie, in questo caso, c’entrano niente. Gli stalker sono quelli che vengono a visitare la Zona di Esclusione di Chernobyl senza permesso: insomma, illegalmente. 

Perché li chiamano stalker? I giornalisti per fare i colti, di solito, spiegano che il nome viene da un vecchio film russo di fantascienza del 1979 che si intitolava proprio così: “Stalker”. Come se sapessero davvero di cosa si parla. Ma è chiaro che i più si sono limitati a googolare e copincollare e basta: le frasi per spiegare la trama, negli articoli, si ripetono praticamente tutte uguali. Diciamo – per semplicità – che mai come in questo caso la vita pare avere imitato l’arte. Stalker – molti anni prima del disastro – racconta di una “zona” abbandonata, contaminata forse da un meteorite: sarebbe vietato entrare; ma alcuni, a rischio della vita, continuano ad andare lo stesso. In realtà è un film su Dio, il sacro, non sui pericoli della radioattività.

Comunque. 

Mentre in macchina ci dirigiamo appunto verso il Duga, Anton mi spiega che non tutti questi visitatori clandestini fanno cavolate tipo scalare radar e postare su TikTok dalla cima: «Ne conosco e sono gran persone. Alcuni, per esempio, sono appassionati di fotografia come me; e per scattare vogliono prima esplorare, entrare dentro i palazzi. Altri vengono qui illegalmente perché sono innamorati di questo posto e vogliono essere liberi: liberi di visitare, vedere quello che gli pare, stare tutto il tempo che gli va…». 

Cavalli e mine

«Guarda!». Anton punta il dito verso il suo finestrino: c’è un gruppo di cervi. Prypiat è ormai alle nostre spalle. «Qui – mi dice – mi capita spesso di incontrare anche volpi e lupi. Un paio di volte perfino linci». Già. Ho letto un mucchio di articoli a riguardo: da quando l’uomo si è levato dalle scatole, gli animali – nonostante le radiazioni – hanno preso sorprendentemente a moltiplicarsi. Chernobyl, da questo punto di vista, assomiglia sempre di più a una riserva naturale: ci sono perfino orsi. E poi cani: tanti, tantissimi cani randagi. Gli evacuati non avevano potuto portarsi via i loro animali da compagnia; ai soldati era stato dato l’ordine di abbatterli. I pronipoti dei sopravvissuti alla mattanza, però, sono ancora qui: oggi, secondo una ONG che si chiama Cleanfutures, sarebbero almeno 700.«Nella zona di esclusione – mi dice Anton – è stata anche introdotta una specie particolari di cavalli per vedere come reagivano alle radiazioni. Uno, però, è morto, saltando, su una mina».

La stagione delle armi

Già le mine. La zona di esclusione ne è piena, perché il tempo di selfie e souvenir è finito da un pezzo, alle 7 di un mattino non qualunque. Era il 24 febbraio 2022. Quel giorno Mosca iniziò quella che Putin battezzò “operazione militare speciale” e che gli ucraini preferiscono chiamare con una sola parola: invasione. Una delle prime cose che fecero i russi, all’inizio della guerra, fu prendere il controllo della centrale di Chernobyl che si trova sì a un paio d’ore a Nord di Kyiv, ma anche al confine con la Bielorussia, fida alleata di Mosca. L’occupazione durò più o meno un mese: tanto impiegò l’esercito ucraino per rispedire i soldati nemici a casa. Ma le tracce della loro presenza ancora rimangono. Nella Foresta Rossa, non lontano da Prypiat, ci sono i buchi delle loro trincee. Neppure la centrale è stata risparmiata: un drone, cadendo è finito dritto dritto dentro lo scudo che faceva da bara ai resti del reattore 4, quello esploso 40 anni fa: lo scudo serviva per non fare uscire le radiazioni; ora ripararlo – se e quando si riparerà mai – dovrebbe costare qualcosa come 500 milioni di euro.

La centrale nucleare di Chernobyl

«Prima della guerra – mi spiega Anton -, Zelensky diceva che Chernobyl era un magnete per i turisti; ora è diventata una barriera difensiva. Qui ci sono attrezzature per fermare gli shahed (i droni, ndr) che arrivano dalla Bielorussa e puntano su Kyiv». E ci sono pure un mucchio di pattuglie di soldati: gli unici essere umani che abbiamo incontrato in tutte queste ore nella ZEC. I turisti, invece, sono spariti e con loro pure il business che ci girava attorno. Anton, un po’ come tutti gli ucraini, si è dovuto reinventare una seconda vita: non porta più a spasso per Chernobyl greggi di turisti, ma giornalisti. «L’unica cosa che mi è rimasta di quegli anni – dice amaro mentre continuiamo a macinare chilometri – è la macchina: non riesco nemmeno a venderla perché consuma tantissimo e le persone, ovviamente, in questo momento preferiscono spendere i soldi in altro modo. I miei risparmi? Evaporati, purtroppo».

Nuvole di passaggio

Il paesaggio all’improvviso cambia. Stiamo attraversando un tratto di foresta in cui non un albero è rimasto intero: colpa di un incendio durato giorni, nel 2020. Il cielo ora è grigio come i monconi degli alberi bruciati che ci scorrono a fianco. E anche l’umore di Anton si guasta quando gli chiedo del futuro: «Questa guerra è imprevedibile: potrebbe durare ancora un anno, due o boh. La zona adesso è un’area militare; il turismo chissà se e quando riprenderà. Sicuramente, invece, il governo qui vuole costruire un deposito dove mettere tutte le scorie di tutte le centrali nucleari del paese. Io? – Anton sospira – Non so. Ora il mio stipendio è super basso. Forse dovrei entrare a far parte dell’esercito, ma è un biglietto di sola andata e c’è il rischio di essere ammazzati. Non vorrei questo per mia moglie e soprattutto per la mia bambina». Anton si volta a guardarmi: «Per una bambina è importante avere un padre, no?».

Per un po’ rimaniamo in silenzio. Poi all’improvviso ci fermiamo. «Scusa ma devo fare una foto». Anton scende dalla macchina e si pianta a gambe larghe, sul ciglio della strada. Inquadra la distesa di alberi morti. Chissà cosa ha visto – o cosa ci vede. Una raffica di scatti dopo, siamo di nuovo in viaggio: «Capisci perché ti dicevo che la zona è unica? Hai paesaggi post apocalittici, come questo; ma anche una natura che sta riprendendo il sopravvento; un’intera città abbandonata e praticamente nessun essere umano», mi dice, il sorriso improvvisamente tornato al suo posto.

Cappuccio a Chernobyl

Il Duga è l’ultima tappa del nostro viaggio attorno alla centrale. Il sole sta tramontando, rapido. Scattiamo le ultime foto, salutiamo con un cenno alcuni soldati che sono lì a montare la guardia e poi: via.

Il radar Duga

Ancora ci rimangono parecchie cose fare prima di uscire dalla ZEC. La prima tappa, sulla via del ritorno, è in quel pugno di case chiamato Chernobyl. Qui – a sedici chilometri dalla centrale – non è come a Prypiat. Ci sono uffici, negozi. C’è vita. E ci sono pure i primi controlli: i militari vogliono vedere cosa ho fotografato, per assicurarsi che io non abbia inquadrato obiettivi o informazioni sensibili. Esame superato. E per festeggiare ci andiamo a bere un cappuccio al Caffè “їж пий – Mangia e Bevi”. Svitlana, la barista, ci guarda incuriosita: siamo gli unici clienti che non portano una mimetica. Attacco bottone, con la mia solita faccia di bronzo. E lei, giovanissima, mi spiega che è molto contenta del suo lavoro nella Zona di Esclusione: «Sono qui da sei mesi. Se vorrei cambiare? Proprio no; mi piace regalare un sorriso ai soldati. E a loro piace il nostro bar: ci sono altri quattro o cinque posti per bere il caffè, ma vengono tutti qui». Scuoto la testa, stupito: io, ieri notte, pensando alle radiazioni avevo dormito con un occhio chiuso e uno aperto; lei invece non ha problemi a venire qui tutte le mattine. Anton – invece – stupito non lo è per niente: «Io ora ho 40 anni e 20 li ho praticamente dedicati a questo posto», mi dice sorseggiando un cappuccino e mordicchiando un pezzo del classico hot dog ucraino. Sei innamorato anche tu della Zona, come gli stalker di cui mi parlavi? «Per me a volte venire qui è anche una forma di fuga: dalla realtà, da me stesso…». Pausa: «La verità vera è che io non so se riuscirei a vivere senza poter tornare qui».

Sasha, lo stalker

E loro, gli stalker, riescono a stare lontani dalla Zona? O come Anton, continuano a venire? Per giorni, una volta tornato a casa da Chernobyl ci penso. Vorrei parlare con un di loro. Vorrei capire. Chiamo un amico appassionato di Urbex che vive in Inghilterra, che mi gira il contatto di un altro appassionato di Urbex, ma ucraino, che mi dice che sì: alcuni stalker forse continuano ad andare a Prypiat. Ottengo finalmente un contatto: Alexander – «ma tutti mi chiamano Sasha» – che ha 23 anni e che é stato nella ZEC tante volte. Ma legalmente, mai. Chattiamo qualche minuto su Telegram e fissiamo un appuntamento in centro a Kyiv per un’intervista. Alexander, quando l’incontro, è come un fiume in piena: «Noi stalker, in Ucraina, saremo almeno un centinaio tra chi è andato magari a Prypiat poche volte e chi cento. Non siamo tutti giovani, c’è anche gente di 50 anni. Perché non seguiamo le regole? É che io lo so come vengono trattati i turisti: come fossero un gregge di pecore. Arrivi in un posto con l’autobus e ti dicono: guarda questo, fai quello. E se volessi entrare in un palazzo? Ah, non puoi: è illegale. Salire su un tetto? Illegale! Tutto è illegale. E poi c’è il problema del tempo. Un turista ha poche ore per visitare la zona. Noi, gli stalker, come minimo restiamo lì 5 o 6 giorni». 

Tutte le strade che portano a Prypiat

Ma come si fa ad entrare nella Zona di esclusione, che in teoria è sorvegliatissima? Il sistema, mi spiega Sasha, è semplice e ben collaudato. Il punto di partenza di solito è Kyiv. Si chiama un “taxi” con un autista che sa esattamente dove andare: ci pensa lui a portare le persone dove ci sono buchi nella recinzione. Una volta dentro, le strade più battute per arrivare a Prypiat sono tre: o si attraversa la foresta; o si seguono i vecchi binari della ferrovia; o ancora si fa la strada asfaltata. Chilometri da fare a piedi, zaino in spalla: più o meno una cinquantina. Rischi: tanti. Soprattutto ora: «Prima della guerra, se i poliziotti ti beccavano, ti portavano nella città di Chernobyl, al commissariato. Ti identificavano, facevano delle pratiche e, se eri uno stalker, ti davano solo una multa, tipo 80 euro, e ti rispedivano a Kyiv. Adesso però è diverso: la Zona è diventata un’area militare. E se scappi non da un poliziotto, ma da un militare, possono spararti. E poi ci sono le mine». 

Pronto a tutto

Sasha sa esattamente di cosa parla. scrolla sul telefono e mi fa vedere la sua pagina Instagram @_ssrdzs_. In un reel ci sono lui e i suoi amici a spasso per la Zona. É di pochi mesi fa: ottobre 2025: «Il fatto è che non ci andavo da tempo ed ero fuori di me: dovevo tornare. Quindi mi sono detto: quel che sarà, sarà. Se fossi saltato su una mina o se mi avessero sparato, per me andava bene. Avevo solo bisogno di vedere la mia Pripyat».

La piscina, uno dei luoghi più iconici di Prypiat

Ma sapevi almeno dove erano le mine? «No. È un segreto. Non ti dirò nemmeno come siamo arrivati a Pripyat l’anno scorso, perché anche quello è un segreto. Quello che invece voglio dire a tutti è: non andateci, adesso. Quando la guerra sarà finita sarà diverso, ma ora non è una buona idea».

Le case degli stalker

Uno degli appartamenti usati dagli stalker a Prypiat

Gli stalker a Prypiat hanno i loro posti dove stare. Scelgono un palazzo, prendono tutti immobili buoni che riescono a trovare e li mettono in un appartamento: gli danno una pulita e il posto è okay per dormire. Per finire mettono sacchi della spazzatura sulle finestre: così se accendono la luce di notte, nessuno li vede. Il cibo lo portano con se nello zaino; per bere, invece, filtrano l’acqua che trovano. E per evitare di contaminarsi, hanno sempre con se di dei rilevatori di radiazioni: «Io – mi dice Sasha – non andrei mai nella zona, senza». Insomma: sono ben organizzati. Ma per fare cosa? 

Vandali, businessman ed esploratori

Uno dei murales realizzato dagli stalker nel reattore 5

Cosa si fa in una settimana a Prypiat? «Ci sono due tipi di stalkers. Ci sono i vandali: degli idioti che vanno là per fare graffiti, rompere cose. Non so perché, ma pensano che sia divertente. Ma questo, ovvio, non è per me: Chernobyl io la vedo come casa mia e tu non vai a fare certe cagate in casa tua». Quindi? «Io come tanti altri vado solo per esplorare e rilassarmi: bere un po’, fare festa. Voglio dire, prima della guerra c’erano persone che andavano lì per fare Capodanno e festeggiare i compleanni…». I compleanni? «Sì, qualcuno diceva: voglio festeggiare il mio compleanno in un villaggio tipo, non so, Karpylovka, e noi ci andavamo, preparavamo un barbecue, bevevamo qualcosa e ci divertivamo. Era normale. Dici di no? Quest’anno mi piacerebbe festeggiare il mio compleanno sempre nella Zona, ma penso che la situazione non sia abbastanza buona…».

Cimitero di maschere antigas – Prypiat, scuola numero 3

C’era però anche un terzo tipo di stalker: quelli che nella Zona si erano inventati un vero e proprio mestiere: quelli insomma che organizzavano escursioni illegali lì, in cambio di soldi. I clienti, mi spiega Sasha, erano tutti stranieri: «Di solito si facevano pagare 200 o 300 euro a testa. Ma questo includeva cibo e tutto il resto. Era tipo: dammi i soldi e risolvo io i problemi e arriverai a Pripyat al 100%. Queste persone potevano passare sette giorni a Pripyat; poi due o tre giorni di riposo a Kyiv; poi ripartivano con altre persone per un altro viaggio. Vivevano così. Avevano una specie di piano per tutto il mese. Era una roba normale: lo faceva anche un mio amico. Voglio dire: a volte l’ho fatto anch’io. Ma era solo per pagarmi il cibo e il taxi; non era davvero un’attività. Con la guerra, ovvio, è tutto finito». Ti pagavi le spese? «Ma sì! Gli affari non sono la cosa più importante nella mia vita; volevo solo avere i soldi per tornare là. Non riesco a immaginare la mia vita senza la Zona di Chernobyl. Per questo, dopo quattro anni di guerra, mi sono detto: non mi importa delle mine; non mi importa delle guardie militari; ho solo bisogno di tornare lì».

«Come quando c’è un incidente»

Asilo di Prypiat

E alla fine dopo oltre un’ora a parlare, mi rendo conto che però il vero nodo di tutta questa storia ancora non l’ho sciolto. Il mistero è intatto: perché la Zona attira a se tante persone? Sasha mi spiega che lui è cresciuto in un quartiere di Kyiv dove vivevano tantissimi sfollati di Prypiat; che aveva sentito tante di quelle storie sulla centrale; che fin da bambino aveva sentito il desiderio di andare là: «Per questo ho cominciato già a 11 anni a fare Urbex (esplorazione di luoghi abbandonati, ndr) e a 17 anni, quando alcuni amici mi hanno proposto il viaggio, sono andato a Prypiat». Dico: sì, va bene la curiosità, però: perché rischiare di ammalarsi per le radiazioni o addirittura morire? Perché addirittura andare là anche durante la guerra? Sasha aggrotta le sopracciglie, apre la bocca come per rispondere, ma poi si ferma. «È come quando succede un incidente», dice dopo un po’. Come sarebbe a dire un incidente? «Ma sì, stai semplicemente camminando, c’è un incidente d’auto e vedi che qualcuno muore. Molte persone si fermano a guardare perché è qualcosa, cazzo!, qualcosa che non va. È qualcosa di anormale, ma è interessante. Chernobyl è un po’ così: sono morte molte persone, è una tragedia. Ed è così sbagliato, ma tutti sentono il bisogno di vederlo». 

Festa e silenzio

Mentre Sasha parla, non posso fare a meno di pensare che c’è qualcosa che non torna: mi ha detto che lui e i suoi amici, lì, fanno festa: bevono, ascoltano musica. E glielo dico. Sasha sorride: «In effetti noi facciamo un gioco di parole nella nostra lingua e, invece di chiamarla “Zona di esclusione di Chernobyl”, la chiamiamo “Zona di riposo di Chernobyl”. Ed è vero che a volte facciamo festa, ma per la maggior parte del tempo non è così: percepiamo semplicemente l’atmosfera di questo posto… non so, non riesco a spiegarlo». E questa atmosfera ti fa stare meglio? « Sì. È come un’atmosfera di silenzio, un’atmosfera di riposo perché…». Sasha di nuovo si blocca. Alza gli occhi al cielo, quasi che lassù, da qualche parte, in un angolo di soffitto, ci fossero le parole giuste per spiegare tutte queste contraddizioni: «É come dopo, non so, una guerra nucleare: senza persone; gli edifici immersi nella foresta; tantissimi animali. Ed è così silenzioso. Prima della guerra facevamo festa lì, ma la maggior parte del tempo stavamo semplicemente tranquilli. Dormivamo nel nostro appartamento di notte e poi ci svegliavamo nel cuore della notte solo per andare sul tetto, fumare una sigaretta e ascoltare la città; senza musica, senza niente: solo ascoltare la città, guardare il reattore. Questo mi ricarica. Sì, è così: mi ricarica».

Uno spazio di libertà

L’intervista potrebbe finire così. Forse è finita così. Noi, però, andiamo avanti a parlare. Ma io, invece, di fare domande, provo a dare risposte.

Perché nella Zona ci sono stato. E quel che ho sentito – non tanto pensato, proprio istintivamente sentito – è questo: Anton e Sasha hanno ragione: è come se lì l’apocalisse, la “guerra nucleare”, ci fosse già stata. Questa catastrofe però non ha portato solo distruzione, ha anche creato qualcosa: ha partorito un luogo – la Zona – a modo suo unico; e in cui la vita scorre in modo diverso. E forse, a volte – forse, a volte – più libero. Per gli animali che possono scorrazzare indisturbati per la foresta e per le vie di Prypiat. Ma anche per le persone. Sasha annuisce: «Sì, esatto. È un posto dove puoi sentire di essere libero». Esito anch’io stavolta. Ma poi decido di essere sincero fino in fondo: la sensazione che ho avuto nella Zona è che tutto dipendesse solo da me e dalla mia guida, che però era una sorta di mio amico: eravamo noi a decidere cosa fare. Potevamo – e l’abbiamo fatto – entrare ovunque: scuole, piscina comunale, case. Era come se la città fosse tutta nostra. Sasha annuisce per un’ultima volta: «Noi stalkers stiamo come dando una seconda vita a Prypiat, credo». Forse ci siamo capiti. Almeno per quanto le parole possono spiegare. Almeno per quanto l’uomo si possa spiegare agli altri, ma anche a se stesso.

Proprio ora, mentre scrivo queste ultime righe, mi scorre davanti agli occhi un passaggio del film “Stalker”. Un personaggio – che noi conosciamo solo con il suo soprannome lo “scrittore” – prima di avventurarsi nella Zona, cerca di spiegare cosa lo spinge ad andare là e a rischiare la pelle. Cerca, ma non riesce: «Come potrei dare un nome esatto a quello che voglio? Come potrei sapere che in realtà non voglio quello che sto cercando? O che davvero non voglio quello che non voglio? Sono sottigliezze: basta dargli un nome e il loro significato scompare (…)»; per esempio: «La mia coscienza vuole la vittoria dei vegetariani nel mondo e il mio inconscio langue per una fetta di carne saporita. E io cosa voglio, io?»

E io e Anton e Sasha cosa volevamo davvero, quando siamo andati nella Zona? Ma ci siamo andati. E probabilmente, tutti e tre, finiremo per tornarci.

 

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