Calcio
Bambole, non c’è una lira
I debiti crescenti dei club di Serie A e il fallimento azzurro sembrano storie diverse.
Ma il nodo è comune: il calcio italiano fatica a costruire il proprio futuro.
Mancano pochi giorni all’apertura del mercato estivo della Serie A.
Champagne e adrenalina.
Le società studiano rinforzi, i procuratori lavorano, i giornali riportano le trattative.
Quest’anno, però, aleggia una sensazione diversa.
Che sa di estratto conto.
Di plusvalenza, per la precisione.
La plusvalenza è il profitto che una società realizza vendendo un giocatore a un prezzo superiore al suo “valore residuo a bilancio”.
Detta così sembra una faccenda quasi semplice.
Quasi.
Perché una plusvalenza non cade dal cielo.
Dietro quel guadagno c’è un lavoro collettivo fatto di relazioni, chilometri e intuizioni.
E soprattutto di rischio.
Perché un giocatore va scoperto prima degli altri, pagato e aspettato.
Va mandato in campo quando è ancora incompleto.
E per aspettarlo serve una società solida, con una visione capace di reggere errori e impazienze.
Se poi il giocatore cresce, il bilancio ringrazia.
Se non cresce, resta il problema.
Il grande colpo può arrivare da un campionato minore.
Ma il passaggio più solido resta quello interno: vivai, Under, Primavera.
Risorse interne su cui il calcio italiano dice di voler scommettere.
A parole.
Il problema, allora, va oltre la contabilità.
Il nodo è produttivo.
Se non costruisci giocatori, addio plusvalenze.
E non hai nemmeno una Nazionale da mandare serenamente in giro per il mondo.
E così in Italia non solo i club, ma la Nazionale stessa non sembra particolarmente in forma: spiaggiata sul divano a guardare il Curaçao ai Mondiali.
Mentre sogna le effervescenze del mercato.
Che tanto i sogni non costano nulla.
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