“Non so lavorare, m’affumico il cervello con la pipa, passeggio, la notte, intorno al mio letto, faccio penosi calcoli con le dita, a tutti domando la stessa cosa; mi sono rimasti solamente due pensieri: uno scintillante come il sole, e uno nero come la morte.
E il primo è che tu sei la più dolce, bella, intelligente, candida ragazza del mondo, e il secondo che sei tanto giovane, e io no.“
È il gennaio del 1942. Chi scrive è Vitaliano Brancati.
La destinataria della lettera è una giovanissima attrice, Anna Proclemer, destinata, pochi anni dopo, a diventare la moglie dello scrittore e la madre di sua figlia.
Leggo le frasi sopra citate in un libro, “Lettere da un matrimonio” che ho trovato in un negozio a pochi passi da casa che vende libri usati
Non è un romanzo, è la raccolta delle lettere che i due si sono scambiati dal 1942 al 1954.
Lui, scrittore siciliano già affermato, 35enne, disincantato, bisognoso di silenzio e libri. Lei, studentessa di 18 anni di Roma che sogna il teatro e che presto diventerà una delle più grandi attrici italiane.
Si sono conosciuti nel ’41, costruendo negli anni un equilibrio fragilissimo fatto di incontri e di lontananze.
Lui insegna a Caltanissetta, poi a Roma, lei è spesso in tournée.
Si scrivono in continuazione.
La loro è una storia molto particolare, come dice il sottotitolo: Uno scrittore e un’attrice protagonisti di una pudica e tormentata storia d’amore
Lui è geloso in modo ossessivo, lo ammette lui stesso, e cerca di giustificarlo con la sua “sicilianità”. Nelle lettere lamenta insonnie, disturbi fisici legati alla mancanza di lei, e una forte insofferenza per il mondo del teatro e del cinema: Tu hai bisogno del palcoscenico e dei teatri di posa, io di silenzio, tranquillità, finestre e scaffali e soprattutto, quando lavoro, di non mescolarmi a troupes volgari rumorose e pretenziose, che parlano di arte, psicologia, soldi, fotografie, Shakespeare, coerenza del personaggio o pederastia con un linguaggio che fa accapponare la pelle. Preferisco mille volte parlare con un pescatore o con una cuoca”.
Lei si barcamena tra amore e senso di colpa.
Vuole la libertà, il palcoscenico. A un certo punto del libro lei evoca un ricordo: quello di una sera a Milano con lei sotto la pioggia in piazza della Scala che si sente improvvisamente felice per il lavoro che l’aspetta, e subito dopo si vergogna perché capisce che “ciò che per lui era solitudine per me era libertà”.
Nel mezzo c’è la nascita della figlia Antonia nel ’47, che acuisce la distanza: lui fa il padre a tempo pieno ma usa anche la bambina, inconsciamente, come pedina nel loro gioco affettivo.
Il libro è stato pubblicato nel 1978, molti anni dopo la morte di Brancati, da Anna che vi ha aggiunto alcuni commenti a distanza disincantati e senza veli, che lo rendono una sorta di liberazione personale.
Colpisce la fine della storia.
Scrive Anna Proclemer:
Non avrei mai creduto possibile interrompere il nostro legame. Fu una rivelazione improvvisa che mi sconvolse. Niente era cambiato nei sentimenti di B. E anche i miei erano sempre gli stessi. Ma c’era una cosa che era lievitata in me inavvertita e segreta e che pretendeva di essere riconosciuta, la mia maturità. Avevo trent’anni e dovevo cominciare a scoprire chi ero. Per fare questo avevo bisogno di essere sola, di andare alla ricerca della giovinezza che non avevo avuto. Avevo bisogno di libertà, di irresponsabilità, di indipendenza, per diventare finalmente responsabile e cosciente.
La storia che ci consegna questo epistolario non ha un lieto fine – nel ’53, quando comprano casa insieme a Roma, il matrimonio è già finito e lo scrittore morirà improvvisamente solo un anno dopo – ma è ben scritta e ci consegna l’immagine di due persone diversissime che si amano e si sentono legate l’una all’altra senza mai davvero capirsi.
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