Immigrazione

Il Sudafrica caccia gli stranieri. E questo ci riguarda da vicino.

Migliaia di immigrati lasciano il Sudafrica per un ultimatum xenofobo senza valore legale. Centotrent’anni fa, nelle saline di Aigues-Mortes, una folla francese linciava gli operai italiani con gli stessi argomenti che oggi colpiscono malawiani e congolesi.

1 Luglio 2026

A Durban, sulla costa orientale del Sudafrica, c’era un drive in ora trasformato in parcheggio. Da qualche giorno è il piazzale da cui ogni sera partono gli autobus per il Malawi, il Mozambico, lo Zimbabwe, la Repubblica Democratica del Congo. In questi giorni, tutti pieni zeppi. Poco distante, in un campo, si sono accampati più di tremila malawiani in attesa del rimpatrio, centinaia di bambini con loro.

Se ne dovevano andare prima di martedì 30 giugno, scadenza di un ultimatum privo di qualsiasi valore legale. A fissarlo è stato un cartello di gruppi xenofobi, una ventina in tutto, guidati da un movimento che si chiama March and March e che si dichiara apolitico pur avendo legami con l’entourage dell’ex presidente Jacob Zuma. Hanno fatto circolare opuscoli e materiale online in cui si sosteneva, falsamente, che dopo quella data gli stranieri senza documenti sarebbero stati arrestati ed espulsi. La data non esisteva in nessuna legge. Ha funzionato lo stesso, perché nei mesi scorsi quei gruppi avevano già fatto ronde negli insediamenti informali, minacciato chi non se ne andava, ucciso almeno cinque persone. Il numero è quasi certamente più alto: cinque mozambicani solo a Mossel Bay, una serie di attacchi a negozi etiopi nel Gauteng che il ministero degli Esteri sudafricano preferisce derubricare a criminalità comune.

Mohamed Hawa, insegnante malawiano di quarant’anni, ha raccontato a Le Monde che uno sconosciuto si è presentato a casa sua intimandogli di partire. Marjolain Mabako, rifugiato congolese che vive in Sudafrica da ventidue anni, ha detto a France24 che considera meno pericoloso tornare nella sua regione della Repubblica Democratica del Congo, in mano ai ribelli, che restare dov’è.

I gruppi attribuiscono agli stranieri ogni difficoltà economica del paese. Gli immigrati regolari sono circa tre milioni, il cinque per cento della popolazione, arrivati soprattutto dai paesi africani vicini più poveri. La disoccupazione ufficiale supera il trenta per cento, quella giovanile il sessanta. Il presidente Cyril Ramaphosa ha condannato il vigilantismo, poi ha annunciato ispezioni più dure sui datori di lavoro che assumono irregolari, misura letta da tutti come una concessione al movimento. Da inizio giugno il governo ha eseguito ottomila espulsioni. Erano già passate da cinquantottomila nel 2024-2025 a quasi centodiecimila a marzo 2026. Il 4 novembre ci sono le elezioni municipali, la xenofobia è uno dei temi centrali della campagna.

Allora e adesso, la violenza serve a qualcuno. A Durban serve alla politica. Si vota tra pochi mesi, March and March riempie le piazze, i media danno spazio alle sue rivendicazioni. Un presidente che a parole modera nel frattempo intensifica le espulsioni e ordina ispezioni. La guerra tra poveri viene costruita, tollerata, aizzata da chi ne ricava un dividendo elettorale.

Niente di nuovo, per il Sudafrica. Nel 2008 un’ondata simile uccise sessantadue persone, molte bruciate vive col necklacing, la tecnica delle esecuzioni sommarie dell’apartheid. Poi il 2015, il 2019, il 2021. Il paese che ha sconfitto il regime razziale pratica oggi, a intervalli regolari, pogrom contro altri africani. Molti di quei migranti vengono dai frontline states, gli stati che durante la lotta anti-apartheid ospitarono in esilio i militanti dell’African National Congress. Il direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus ha parlato di tradimento verso le nazioni che sostennero quella lotta.

Tutto questo ci coinvolge pesantemente, perché sappiamo benissimo cosa vuol dire, sulla pelle, anche se fingiamo di ignorarlo.

Evitiamo i soliti esempi.

Il 16 e il 17 agosto 1893, nelle saline di Aigues-Mortes, in Camargue, una folla francese linciò gli operai stagionali italiani che lavoravano alla raccolta del sale. Erano per lo più piemontesi, reclutati dai caporali per la stagione, preferiti dai padroni della Compagnie des Salins du Midi perché costavano meno dei locali e non avanzavano rivendicazioni. Paga miserabile, lavoro durissimo nelle vasche tra esalazioni venefiche, concorrenza feroce per quei posti in un’estate di crisi economica e disoccupazione.

Cominciò per una sciocchezza: un operaio italiano che lavava un indumento nell’acqua potabile, bene prezioso e razionato, una rissa tra squadre. Quel primo giorno non ci furono morti. Durante la notte, però, tra le baracche cominciò a circolare la voce che un francese fosse stato accoltellato dagli italiani.

Falsa. Bastò.

La mattina dopo una folla di centinaia di persone si radunò in piazza gridando “morte agli italiani” e cantando la Marsigliese. Inseguì i piemontesi nelle saline e fin dentro le paludi. I gendarmi tentarono di scortarli alla stazione: durante il tragitto la caccia riprese. Il bilancio ufficiale fu di otto-dieci morti e oltre cinquanta feriti, ma il conteggio reale è rimasto indeterminato, perché l’emigrazione stagionale sfuggiva alle anagrafi e si parlò di corpi fatti sparire nelle paludi. Alcune ricostruzioni salgono a decine di vittime.

Il sindaco di Aigues-Mortes, Maurice Terras, invece di calmare gli animi cavalcò la rivolta: fece affiggere un manifesto in cui annunciava soddisfatto che la Compagnia aveva licenziato gli italiani e che dall’indomani il lavoro sarebbe stato aperto ai francesi. Lo si costrinse alle dimissioni soltanto su pressione del governo italiano. Al processo, celebrato ad Angoulême nel dicembre 1893, gli imputati furono assolti nonostante le prove. In Italia la notizia scatenò manifestazioni anti-francesi; a Roma la folla tentò più volte di assaltare l’ambasciata di Francia.

In Francia il massacro fu presto dimenticato. In Italia sopravvive come ammonimento occasionale, spesso tirato in ballo a sproposito e con numeri inverosimili. Quel che è documentato resta: una folla che dà la caccia a degli operai perché stranieri, un sindaco che se ne compiace, una giuria che assolve.

Gli ingredienti sono gli stessi di Durban. Una voce falsa che incendia, là un omicidio mai avvenuto, qui una scadenza mai esistita. Lavoratori poveri aizzati contro lavoratori più poveri, con i padroni e la crisi sullo sfondo a tenere bassi i salari e alta la rabbia. Un’autorità che invoca la calma in pubblico e in privato asseconda la piazza, il sindaco-sceriffo della Camargue e il presidente che concede le ispezioni. E un conteggio dei morti negato o minimizzato: allora i corpi nelle paludi, oggi le vittime derubricate a criminalità comune.

In quell’estate del 1893 erano già partiti, o stavano partendo, milioni di italiani. Sei milioni in quella generazione, verso le Americhe, la Francia, la Svizzera, il Belgio, la Germania, in cerca di un salario che in patria non c’era. I linciati delle saline erano loro: contadini piemontesi che avevano attraversato le Alpi per battere il sale a cottimo. Erano gli stranieri che rubavano il lavoro, gli sporchi, i pericolosi, quelli di cui sui giornali francesi si scriveva che presto avrebbero trattato la Francia come un paese conquistato. Gli stessi argomenti, quasi parola per parola, che oggi i gruppi di Durban usano contro i malawiani e i congolesi.

Straniero è una posizione. La occupa chi è travolto dalla crisi per primo: l’italiano nella Camargue del 1893, il congolese nel Sudafrica del 2026. Marjolain Mabako, ventidue anni a Durban, ha calcolato che gli conviene tornare in una regione in mano ai ribelli. Un secolo prima, dei contadini del Piemonte avevano calcolato che convenisse andare a respirare le esalazioni delle saline. Partendo, gli uni e gli altri sapevano di andare verso un posto dove qualcuno li avrebbe chiamati stranieri.

Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.