Cinema
Pawel Pawlikowski alla Festa del Cinema di Roma: la Masterclass
Il regista polacco Pawel Pawlikowski è arrivato tardi al successo internazionale, nel 2015, quando Ida vinse l’Oscar come miglior film straniero. Venerdì 16 ottobre abbiamo assistito alla sua Masterclass alla Festa del Cinema di Roma.
Il regista polacco Pawel Pawlikowski è arrivato tardi al successo internazionale, nel 2015, quando Ida vinse l’Oscar come miglior film straniero. Prima la sua carriera era fatta di documentari girati in Inghilterra e di film poco fortunati, anche se apprezzati dalla critica. Dal 2013 ha firmato tre capolavori, diventando uno dei miei registi preferiti. Venerdì 16 ottobre abbiamo assistito alla sua Masterclass alla Festa del Cinema di Roma.
Un cittadino del mondo
Nicola Marzano ha condotto un’intervista che ripercorre la carriera del maestro polacco, inevitabilmente intrecciata alla sua vita. Ne esce un ritratto quasi intimo della sua idea di arte, nata dal documentario e culminata nell’estetica dei tre film girati in Polonia in bianco e nero: Ida, Cold War e l’ultimo, Fatherland, appena uscito nelle sale. Alla base c’è una curiosità totale per la vita e le sue storie, che lo porta a osservare la realtà per quello che è, a cercarne il meglio e solo dopo ad assemblare tutto in un racconto compiuto.
La sua storia familiare riflette il suo sguardo sul mondo. Nato in Polonia nel 1957, a 14 anni si è trasferito in Inghilterra, poi per cinque anni in Germania, prima di tornare nel Regno Unito. Ha vissuto a tratti anche in Italia e in Francia, e da bambino ha imparato il russo nelle scuole polacche, restando affascinato da quella cultura.
Ammette che ogni trasferimento è stato un privilegio e un problema insieme, perché ogni volta doveva imparare una nuova lingua. Era faticoso, ma gli permetteva di cambiare prospettiva, perché la società è incorporata nel linguaggio.
L’esperienza alla BBC
Prima della BBC ha girato alcuni cortometraggi che oggi non si trovano più, e sorride dicendo che è una fortuna. Non ha frequentato una scuola di cinema: ha iniziato a usare la telecamera a Oxford, per poi farsi le ossa nella TV pubblica. Descrive la BBC degli anni ‘80 come un ambiente libero e aperto, che gli ha dato modo di applicare la sua sensibilità e le sue idee.
Il documentario più importante, con cui vinse un Emmy, è From Moscow to Pietushki, nato dalla lettura del libro di un autore russo allora sconosciuto. Venedikt Erofeev non era nemmeno un vero dissidente, perché il regime sovietico faticava a conoscerlo, ma la sua opera circolava tra i polacchi emigrati in Inghilterra. Pawlikowski se ne innamorò, e il libro divenne il preferito anche di suo padre. Racconta un viaggio selvaggio e poetico da Mosca alla piccola cittadina di Pietushki, in cui un poeta alcolizzato viaggia nel tempo, nella storia e nella letteratura.
Girare un documentario su un libro non era semplice. Pawlikowski voleva mettere su pellicola il poeta insieme ai luoghi e ai personaggi dell’opera. Per fortuna l’autore era ancora vivo all’inizio delle riprese, anche se provato dalla malattia e in grado di parlare solo con un laringofono. Per rappresentarne il genio, il regista ha usato il libro come base per creare un mondo di immagini, suoni e musiche: non un documentario tradizionale, ma qualcosa che catturasse il senso delle cose in modo poetico.
Ammette di non aver saputo davvero cosa fosse un documentario, e per questo di non aver girato in modo convenzionale: filmava ciò che lo interessava, perché era impaziente e arrogante. Non gli importava il senso complessivo, ma la realtà in sé. Solo alla fine metteva tutto insieme.
Last Resort, il primo film
Marzano ricorda poi il primo vero film del regista, Last Resort. Pawlikowski voleva raccontare la storia di una madre e di un figlio russi che arrivano in Inghilterra, proprio come lui. Immaginò un film sull’esilio ambientato di fronte al mare, con la fotografia dei luoghi al centro e un budget di appena 270.000 sterline. La crisi migratoria era ancora lontana e anche la sua poetica era acerba: la macchina da presa si muoveva molto, mostrando volti nervosi e inquadrature larghe.
Girava in modo ancora grezzo e arrogante, e oggi, riguardandolo, rabbrividisce. Anche la sceneggiatura era superficiale, appena venti pagine, mentre oggi dichiara di essere molto più preciso. Trovare gli attori non fu facile. Ad un certo punto, pensava di aver scelto madre e figlio, ma poi capì che la madre aveva semplicemente preso in prestito un bambino, che si rivelò un attore brillante.
La strada verso Ida
Il percorso verso Ida è stato lento. Tra il 2000 e il 2013 ha realizzato un paio di film, tra cui uno a Parigi (La Femme du Vème), senza particolare successo. Ha attraversato anche una crisi, ma voleva portare a termine il progetto, ispirato alla vita reale: aveva saputo di un prete che scopriva di avere origini ebraiche e di una donna a Oxford che si rivelò essere stata una procuratrice sovietica durante le purghe staliniane.
Nel film la procuratrice è interpretata dalla brava attrice teatrale Agata Kulesza, mentre Ida, la suora che scopre le proprie origini ebraiche, è Agata Trzebuchowska. Priva di esperienza cinematografica, ebbe la parte più semplice da recitare, mentre le espressioni più complesse spettavano alla procuratrice. In seguito non ebbe ruoli rilevanti.
Dal punto di vista stilistico, voleva un film più fotografico che cinematografico, con una tensione precisa e pose studiate. Il ritorno nei luoghi della sua infanzia, in Polonia, gli diede ispirazione. La cinepresa non doveva muoversi, ma ebbe dissensi con il direttore della fotografia, che lasciò il progetto. Chiese allora al cameraman di sostituirlo per qualche giorno, in attesa di un nuovo direttore. Non c’era nessuno disponibile e gli piaceva lavorare con lui: era Lukasz Zal, che ha poi lavorato agli altri film di Pawlikowski e con altri registi (l’ultimo è Hamnet di Chloé Zhao).
Girare il film è stato per il regista quasi una rinascita. Si sentiva a casa in Polonia e vendette l’appartamento di Oxford per comprarne uno a Varsavia. Il successo di Ida fu inatteso: un film a piccolo budget, in bianco e nero, in formato 4:3 e con attori sconosciuti. Non pensava che qualcuno lo notasse, invece vinse premi e diventò popolare all’estero.
Cold War e Fatherland
Quell’anno in Polonia si votava e i partiti di destra lo attaccarono come film anti-polacco. In realtà pochissimi cittadini lo avevano visto: ai politici non interessava il film, ma creare un nemico. È lo stesso meccanismo, aggiunge, che Benjamin Netanyahu sta applicando al documentario Naza. Purtroppo la destra vinse le elezioni, ma precisa: “non per colpa di Ida”.
Cold War, uscito nel 2018, è diventato parte di una trilogia che non era stata pensata come tale. I tre film si assomigliano nell’aspetto, ma l’autore non aveva in mente un filo logico: voleva solo raccontare storie. Cold War è in parte autobiografico e si basa a grandi linee sulla storia dei suoi genitori, per i quali la musica era fondamentale: si trovarono e si persero più volte e alla fine si suicidarono insieme.
Anche Fatherland trae ispirazione da una storia reale, stavolta di persone famose: la famiglia dello scrittore tedesco Thomas Mann. La “trilogia” è nata facendo ciò che gli piaceva, mettendo al primo posto la macchina da presa e cominciando a girare; solo dopo i puntini si sono uniti. Ammette di fare poco montaggio, e quel poco lo fa durante le riprese, perché per lui è fondamentale verificare subito se ogni scena e inquadratura funzionano. Oggi, le sue scene sono semplici e logiche, senza orpelli né inquadrature nervose.
Le conclusioni
Conclude affermando che il mondo è complicato e che vuole mostrarlo nel modo più semplice possibile, per renderlo comprensibile alla gente comune. È il suo stile, ma ce ne sono tanti altri: adora il cinema ceco degli anni ‘60, quello di Miloš Forman, ma non sente il bisogno di imitarlo. L’importante è avere qualcosa da dire e trovare un modo per esprimerlo, ognuno a modo suo.
Quando usciamo, ci soffermiamo sul tappeto rosso della Festa del cinema, proprio all’interno della sala Cavea dell’Auditorium Parco della Musica. Scorgiamo la sfilata dedicata al film tedesco Eurotrash, con l’incantevole Luna Wedler, attrice svizzera che abbiamo recentemente visto in Silent Friend.
Foto di Hua WANG






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