Partiti e politici
Scuola, sanità, sicurezza: l’opposizione insegue i simboli
Dalla scuola di Valditara alla sanità del Lazio fino alla morte di Abderrahim Fakir, il potere sposta lo scontro sul terreno simbolico e trova un’opposizione che lo segue lì, senza mai riportarlo dove la partita si gioca davvero, sul terreno materiale e di classe.
Nel 133 a.C. Tiberio Sempronio Gracco, tribuno della plebe, riuscì a far mettere ai voti una legge su un principio che avrebbe dovuto essere pacifico. L’ager publicus, la terra che lo Stato romano aveva conquistato e teneva come demanio pubblico, poteva essere occupata da ciascun cittadino entro un tetto fissato da tempo: cinquecento iugeri. La nobilitas quel tetto l’aveva superato da generazioni, ammassando sull’ager publicus latifondi lavorati da schiavi, quelli che le guerre di conquista fornivano a basso prezzo. Contro quella terra a costo servile il piccolo coltivatore libero non poteva competere. Nel racconto delle fonti finiva per cedere il proprio fondo e scendere a Roma tra i nullatenenti. La lex Sempronia agraria chiedeva che il limite già in vigore valesse davvero e che la terra in eccesso tornasse allo Stato, ridistribuita in lotti di trenta iugeri ai contadini senza terra.
La forza della mossa stava nell’appoggiarsi a una regola che l’oligarchia riconosceva come propria. Chi possedeva più di quanto la legge consentiva era, per quella stessa legge, un abusivo. Nel discorso che Plutarco attribuisce a Tiberio Gracco la contraddizione prende una forma nuda: le fiere che vivono in Italia hanno ciascuna una tana in cui ripararsi, mentre chi combatte e muore per l’Italia possiede soltanto l’aria e la luce. I cittadini chiamati padroni del mondo non hanno una zolla che sia loro (Vita di Tiberio Gracco, 9).
Il Senato reagì come reagiscono i poteri messi davanti alla propria contraddizione. Fece opporre il veto da un tribuno collega, Marco Ottavio. Tiberio lo fece destituire dall’assemblea popolare, un atto privo di precedenti, poi fece approvare la legge. La commissione dei tresviri cominciò a misurare i confini dei latifondi e a espropriare il sovrappiù. Alle elezioni per il secondo tribunato una folla guidata dal pontefice massimo Scipione Nasica lo massacrò a bastonate sul Campidoglio insieme a centinaia dei suoi. Il corpo fu gettato nel Tevere.
Una logica quasi identica, molti secoli dopo, la ritroviamo in Inghilterra. Ottobre 1647, chiesa di Santa Maria a Putney, alle porte di Londra. L’esercito che aveva vinto la guerra civile contro Carlo I discute quale Stato costruire sulla vittoria. Da un lato i Grandees, i vertici, Oliver Cromwell e il genero Henry Ireton. Dall’altro i Levellers e il colonnello Thomas Rainsborough. Il punto che incendia la discussione è il diritto di voto. Ireton lo vuole riservato a chi possiede una proprietà stabile, una terra di valore fissato o un’attività commerciale corporativa, perché solo chi ha un interesse permanente nel paese può decidere del paese. Rainsborough gli oppone la contraddizione tra la guerra appena combattuta e la sua ricompensa: erano stati i soldati senza terra a vincere quel conflitto per il Parlamento. Ora si diceva loro che non avrebbero avuto voce nel governo per cui avevano rischiato la vita. La sua formula diceva che il più povero d’Inghilterra aveva una vita da vivere quanto il più grande e che nessuno era tenuto a obbedire a un governo che non aveva contribuito a scegliere.
Ireton non cedette. Difese la proprietà come unico titolo a decidere e chiuse, con Cromwell, i dibattiti prima che diventassero contagiosi per la truppa. I Levellers furono dispersi nei mesi successivi. Rainsborough venne allontanato dal centro politico e mandato all’assedio di Pontefract; nell’ottobre del 1648 quattro realisti lo uccisero a Doncaster mentre resisteva alla cattura. Al funerale la folla portava nastri verde mare, che diventarono il colore del movimento.
Le due opposizioni raccontate hanno in comune più della sconfitta. Combattevano sullo stesso terreno, la terra e la ricompensa materiale del lavoro e delle armi, rifiutando lo stesso principio, che aveva una forma antica e una fortuna lunghissima. Quando la plebe romana, secondo la tradizione, si ritirò sul monte Sacro nel 494 a.C., il patrizio Menenio Agrippa la convinse a rientrare con la favola dello stomaco e delle membra: le braccia e le gambe, stanche di lavorare per nutrire un ventre ozioso, smisero di alimentarlo e finirono per spegnersi insieme a lui, perché il corpo è uno solo. Livio ne parla nel secondo degli Ab urbe condita libri (II, 32). Shakespeare la rimette in bocca allo stesso Menenio nella prima scena del Coriolano, davanti alla plebe affamata sull’orlo della rivolta.
L’apologo si cita da secoli come lezione di concordia: siamo tutti membra di uno stesso corpo, il corpo vive solo se ogni parte serve il resto. Rovesciato, è lo strumento con cui chi comanda spaccia un conflitto di interessi reali per unità naturale. Se siamo un corpo solo, chi reclama la sua parte diventa la malattia da isolare.
La plebe quella favola l’ascoltò e rientrò in città. Il tribunato, la carica sacra e inviolabile che per la prima volta dava ai poveri il potere di fermare le decisioni del governo, nacque da un fatto più concreto. Ritirandosi sul monte Sacro aveva tolto alla città il proprio lavoro e le proprie armi. Senza di quelli i patrizi non producevano e non combattevano. Cedettero perché non potevano fare altro.
Gracco fu ucciso per aver preteso che una legge dei ricchi valesse contro i ricchi; Rainsborough, per aver chiesto che chi aveva vinto la guerra contasse quanto chi la terra la possedeva già. Nessuna delle due opposizioni vinse. Entrambe, però, avevano trovato il punto in cui il potere è davvero vulnerabile: la terra, il pane, il voto come posta concreta. In tutti e due i casi, il potere si difese uccidendo.
Un’opposizione che funzioni sa valutare le vulnerabilità. Gracco e Rainsborough scelsero un terreno su cui il potere non poteva vincere, perché il potere stesso si era messo in contraddizione con le proprie regole. L’opposizione italiana di oggi fa il contrario. Accetta ogni volta il terreno che le viene offerto, quasi sempre simbolico. Discute l’identità del corpo mentre il cibo continua a distribuirsi come prima.
Prendiamo la scuola. Giuseppe Valditara, ministro dell’Istruzione e del Merito, ha costruito due anni di azione quasi interamente sul piano disciplinare e identitario. Il voto in condotta che torna a pesare fino alla bocciatura (legge 150 del 2024), i giudizi sintetici alla primaria, il divieto del cellulare, l’arresto in flagranza e le multe fino a diecimila euro per chi aggredisce un insegnante. Poi le nuove Indicazioni nazionali: latino alle medie, Bibbia alle elementari, “educazione del cuore”, la storia ricondotta alla centralità dell’Occidente e della penisola, la geostoria ridimensionata.
Ogni misura è una bandiera piantata sul terreno dei valori: rispetto, merito, autorità, radici. Sul terreno materiale della scuola il ministero mette poco o niente. La dispersione che colpisce per prima i figli dei poveri e il Mezzogiorno, il precariato che ricomincia a ogni settembre, gli edifici che cadono a pezzi, le classi troppo piene, la scuola pubblica che conferma la posizione di partenza invece di correggerla. Contro tutto questo l’opposizione ha scelto di indignarsi per il latino e per la Bibbia, denunciando una scuola “nazionalista” e “degli anni Cinquanta”. Ma ha risposto al ministro sul suo stesso terreno, quello dei simboli, dove lui è forte e gioca la sua partita vincente. Del terreno materiale, di chi entra a scuola e di chi ne viene espulso, socialmente scartato, nella polemica non è rimasta traccia.
La sanità del Lazio mostra la stessa manovra in forma più nuda, perché qui il simbolo è un numero. Dal primo febbraio 2026 la Regione guidata da Francesco Rocca, che ha tenuto per sé la delega alla sanità, ha ridotto la validità delle ricette per le prime visite e gli esami, prima uguale per tutte a sei mesi, adesso scalata da dieci a centotrenta giorni secondo la priorità clinica. A luglio Rocca ha esibito il risultato. Nel primo semestre del 2026 il 91,6 per cento delle prime visite specialistiche è stato erogato entro i tempi della priorità, dato Agenas, molto sopra la media nazionale. Il numero è vero. Misura, però, soltanto ciò che il provvedimento ha ridisegnato, le prime visite prenotate dentro la finestra di priorità. Un controllo oncologico di follow-up non è una prima visita e non entra in quella percentuale. All’Istituto Regina Elena di Roma chi deve prenotarne uno lo trova disponibile da un anno all’altro, anche se ne ha necessità trimestrale o semestrale. La percentuale sale perché il denominatore è stato ristretto. Chi ha i soldi, intanto, ingrassa il privato e prenota altrove lo stesso esame in una settimana.
L’opposizione regionale ha parlato di “bluff” e di prossimità negata, con l’ex assessore Alessio D’Amato a contestare le cifre. La contraddizione più dura, ancora, è rimasta fuori. Un governo che rivendica l’ordine e l’efficienza costruisce il proprio successo statistico restringendo lo spazio in cui i cittadini possono ancora far valere il diritto alla cura. Il diritto resta scritto. La finestra per esercitarlo si è stretta al punto che quasi nessuno ci passa.
Il 19 luglio 2026, nel quartiere Pilastro di Bologna, Abderrahim Fakir muore a terra, tenuto a faccia in giù da due agenti, mentre grida aiuto e i soccorritori del 118 restano a guardare. Era arrivato in Italia a sette anni e non aveva ancora la cittadinanza. Intorno a quella morte c’è un’architettura giuridica costruita in due tempi dallo stesso governo. Il decreto sicurezza del 2025 ha alzato le pene per la resistenza a pubblico ufficiale e inasprito le sanzioni per cortei e occupazioni. Il provvedimento del febbraio 2026 ha introdotto il cosiddetto scudo penale, che tiene gli agenti fuori dal registro degli indagati quando il fatto appare compiuto nell’adempimento di un dovere. Il ministro dell’Interno ha assicurato che nel caso di Bologna quello scudo non si applica e l’inchiesta è aperta. La direzione politica resta leggibile a prescindere dal singolo fascicolo: lo Stato che si proclama forte lavora da due anni a mettere i propri agenti più al riparo dalla legge, negli stessi mesi in cui la Corte europea dei diritti dell’uomo condanna l’Italia per un altro uomo lasciato morire immobilizzato a faccia in giù, a Firenze nel 2014.
Di fronte a una contraddizione di questa forza, tra il principio di autorità che il governo invoca e la sottrazione dei suoi agenti al controllo, l’opposizione parlamentare ha chiesto un’informativa urgente al ministro. Basta. La piazza si è inginocchiata con il pugno alzato, come a Minneapolis nel 2020. La norma da rivoltare contro il potere c’era, l’articolo 13 della Costituzione sulla libertà personale, il principio per cui chi tiene un uomo in custodia ne risponde. Nessuno l’ha impugnata. Si è preferito il gesto, che commuove e non vincola.
Il governo intanto scrive le sue leggi, che entrano in Gazzetta Ufficiale e da lì cambiano la vita delle persone. L’opposizione si fa fotografare accanto a quelle persone. Poi le foto scadono e le leggi restano.
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