Giornalismo
Gratteri, la rete e la morte della lettura
Il procuratore capo di Napoli ha detto “rete” invece di “riga”. La stampa si è lanciata nella polemica. Noi l’abbiamo compreso. Non per lui, ma per onestà intellettuale, che oggi pare mancare a gran parte dei nostri colleghi giornalisti.
Quando il procuratore capo di Napoli Nicola Gratteri ha detto durante un’intervista a una giornalista del Foglio “tireremo una rete”, nessuno tra i nostri colleghi ha avuto il dubbio elementare che, visto il contesto della frase, anticipata da un bel “faremo i conti” intendesse “tireremo una riga”. Nessuno ha fatto lo sforzo di andare oltre le parole e comprendere l’intenzione. E qui arriviamo al punto che riguarda davvero il nostro mestiere.
Questo fatto esemplare racchiude tutto quello che è diventata la stampa italiana negli ultimi anni: non un luogo dove si legge la realtà per capire, ma una trincea dove si interpreta per confermare la propria appartenenza tribale. E la cosa che colpisce non è tanto lo sbaglio di Gratteri—gli errori verbali capitano a chiunque, soprattutto quando si parla in diretta o in interviste—ma la totale assenza di quella funzione che dovrebbe essere elementare in un giornalista: la sintesi, la capacità di andare oltre la letteralità e comprendere l’intenzione. Questo non è accaduto. Perché? Perché siamo dentro a una polarizzazione così assoluta, così pervasiva, che ha trasformato i quotidiani da strumenti di informazione in loghi, in marchi di appartenenza ideologica. Il Foglio si comporta in un certo modo, la Repubblica in un altro, il Corriere in un altro ancora—non perché le loro redazioni siano costituzionalmente diverse, ma perché ognuno di questi brand deve difendere il suo pubblico, il suo posizionamento, il suo racconto della realtà.
Naturalmente tutto questo fa il paio con quella che è ormai una realtà palmare: siamo diventati tutti brand ambassador. Non giornalisti che lavorano per un giornale, ma rappresentanti di un’idea, di una fazione. Abbiamo—e qui parlo a nome dei colleghi immersi in questo meccanismo—l’obbligo di portare avanti le idee del nostro logo, di non contraddire la linea editoriale, di non fare l’errore capitale di leggere con serietà quello che dice l’avversario politico. Perché se lo facessimo, se andassimo oltre le parole per capire l’intenzione, se ci permettessimo la generosità intellettuale di dare il beneficio del dubbio, staremmo tradendo il marchio per cui lavoriamo. Questo è diventato il patto non detto. Non scritto, ma rispettato religiosamente.
La cosa interessante—e qui arriviamo a quello che accade quando questi meccanismi vengono un po’ svelati—è che Gratteri stesso, quando poi ha dovuto chiarire, si è trovato in una posizione imbarazzante. Non ha potuto semplicemente dire: “Ho commesso un lapsus, intendevo dire ‘tireremo una riga’ anziché ‘tireremo una rete’, niente di più niente di meno”. Sarebbe stato il gesto più nobile e più semplice. Avrebbe chiuso tutto in due secondi. Invece si è trovato costretto a una sorta di spiegazione contorta, come se ammettere di aver detto una cosa al posto di un’altra fosse un’ammissione di debolezza tale da richiedere un apparato difensivo intero. Questo accade perché il nostro ecosistema mediatico non perdona gli errori, non sa gestire le contraddizioni, non ammette che le persone possono dire cose sciocche senza che questo le delegittimi completamente. Gratteri avrebbe potuto dire: “Ho detto una stupidaggine, accade a tutti i parlanti quando mettono insieme le parole rapidamente”. Ma se lo avesse fatto sarebbe stato letto come una confessione di incapacità. Allora ha preferito spiegare, argomentare, fornire il contesto. Cioè: ha dovuto comportarsi come faremmo tutti noi se fossimo messi in una posizione dove un errore verbale rischia di scatenare una tempesta politica.
Noi comprendiamo che era un lapsus. Non lo facciamo per simpatia verso Gratteri. Non lo facciamo perché lo amiamo o perché siamo d’accordo con lui. Lo facciamo per onestà intellettuale, che è la cosa che manca oggi a larga parte dei nostri colleghi giornalisti, e questo è il vero problema.
Ed è pesante, di questi tempi nel nostro ecosistema politico giornalistico, essere disposti a comprendere e difendere persone di cui non condividi pensiero ed azione. È pesante dire: “Gratteri probabilmente ha commesso un errore verbale” quando tutti intorno a te si lanciano a urlare allo scandalo. È pesante dirlo quando sei consapevole che la tua generosità interpretativa sarà potenzialmente letta come una presa di posizione politica, come un’adesione a una fazione. È pesante dire una cosa sensata quando la sensatezza è diventata una cosa così rara da essere scambiata per partigianeria.
Quello che è accaduto è che la stampa italiana ha fatto quello che fa sempre: ha codificato la frase attraverso il velo della polarizzazione. Da una parte hanno visto una minaccia costituzionale. Dall’altra un’esagerazione mediatica. Nessuno ha semplicemente detto: “è un lapsus, il procuratore intendeva riga, passiamo oltre”. Nessuno ha avuto la semplicità di arrivarci. Perché la semplicità, oggi, non conviene. Non porta voti, non porta audience, non porta fedeltà del pubblico di tribù.
Noi, invece, riteniamo di aver compreso Gratteri. E non è stato facile. È in un certo senso stancante perché significa andare controcorrente rispetto al rumore che fanno tutti gli altri. Significa dire una cosa vera quando la verità è scomoda. Significa difendere, con generosità, qualcuno che non è dalla tua parte, solo perché l’onestà intellettuale lo richiede.
E qui sta la differenza reale tra noi e i nostri colleghi. Non è una differenza di intelligenza. Non è che loro non capiscono che era un lapsus. Molto probabilmente lo capiscono benissimo. Ma scegliere di dirlo significherebbe tradire il loro marchio, il loro pubblico, la loro posizione nel conflitto in corso. Significherebbe ammettere una debolezza nella propria narrazione: se Gratteri ha solo commesso un errore verbale, allora la polemica che abbiamo montato era pretestuosa. E nessuno ammette una cosa del genere.
Ecco perché quella che dovrebbe essere una funzione elementare del giornalismo—la capacità di interpretare le intenzioni, di andare oltre la letteralità, di comprendere anche quando non si è d’accordo—è diventata rara. Non perché i giornalisti siano stupidi. È perché operano dentro un sistema di incentivi ormai completamente deviato. Se leggi attentamente quello che dice l’avversario per capirlo davvero, se ammetti che ha un punto sensato, se riconosci che ha commesso un errore involontario anziché un atto intenzionale, comprometti la coesione della tua tribù redazionale. Non conviene. Perciò nessuno lo fa.
Noi lo facciamo. E ci è pesato. Perché capire significa talvolta dover dire cose che non piacciono a chi dovrebbe essere dalla tua parte, cose che saranno lette come tradimento. Significa difendere un procuratore non perché lo amiamo, ma perché l’onestà intellettuale lo richiede. E questo, oggi, è diventato un atto quasi rivoluzionario. Un atto che distingue chi fa ancora giornalismo da chi fa propaganda con l’intestazione di un giornale.
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