Mondo
Il “tetto di ghiaccio” del mondo Nepal-Tibet crolla sotto il peso del “circolo vizioso” clima-nazionalismi
La palla delle emissioni di Co2 unisce tragicamente ghiacciai, mari e territori del mondo nel “circolo vizioso” clima-migrazioni-guerre-costi-nazionalismi in un processo auto-cumulativo senza fine.
Un “circolo vizioso” autocumulativo sembra avvolgere il mondo in modo inesorabile e senza fine: dal climate change alle migrazioni alle guerre ai costi (umani e sociali) fino ai nazionalismi e all’erosione della democrazia scavata da populismi irresponsabili. Partendo dalla tragedia di ieri sul confine tra Nepal e Tibet, dai suoi 5100 metri un ghiacciaio himalayano è crollato con oltre 10 milioni di metri cubi di ghiaccio scaricandosi sul fondo valle con migliaia di tonnellate di detriti che hanno spazzato tutto ciò che incontrava sul suo cammino tragico misto ad acqua e fango lungo il fiume rinforzato da una valle stretta con il costruito sulle sue rive. Migliaia di persone esposte nelle fragilità di un territorio impervio e inospitale, eppure, di immensa bellezza travolte dalla forza distruttiva della natura, ma provocata dall’agire irresponsabile dell’uomo. Certo come avviene da tempo anche nei ghiacciai d’Europa seppure ad altitudini più basse e destinati tutti in pochi decenni alla scomparsa se non ritroveremo la via e lo spirito dell’Accordo sul Clima di Parigi 2015. Perché le cause sono note e si chiamano: riscaldamento globale di natura antropica dovuta alle emissioni di Co2. I negazionisti non hanno più alibi se non nelle giaculatorie su fantasiosi “fenomeni ricorrenti”, perché densità, frequenza e dimensione dello scioglimento dei ghiacci che si ritrova poi nell’innalzamento degli oceani e loro surriscaldamento – influenzando i cicli della pioggia che portano alla siccità in un punto e ad inondazioni in un altro con puntuali eventi “estremi” – sono le impronte digitali dei colpevoli. Tra questi, l’inazione della politica guidata dal semplice consenso di breve e al gioco social di “annunci di annunci” che non reagisce nemmeno di fronte ai costi di questi “eventi estremi” ormai del tutto seriali traguardando agli ultimi 50 anni. Una politica che non sa più progettare e programmare per il lungo periodo e le prossime generazioni, ma semplicemente autoconservarsi. I ghiacciai sono il nostro testamento civile, l’archivio di ciò che eravamo e ciò che siamo e nel loro scioglimento perdiamo questa storia scritta nel ghiaccio da millenni oltre che svuotare la riserva d’acqua che custodiscono anche come iniettori del ciclo delle piogge per noi vitali. La loro scomparsa trascina con sé un lascito di vittime e produce un impatto umano e sociale catastrofico avendo registrato solo nell’ ultimo decennio una perdita del ghiaccio Himalayano del 40% con punte anche del 50%, in linea con le perdite dei ghiacciai europei innescandone la forte instabilità, accentuata da una estate rovente e forse più calda rispetto al 2022 e 2024. In un tempo brevissimo stiamo assistendo ad impatti catastrofici. Noti gli esempi recenti, dalla Marmolada del 2022, al distacco del ghiacciaio svizzero sul villaggio di Blatten del 2025 e sui rischi di distacco incombenti del ghiacciaio Weisshorn, visto il continuo innalzamento dello zero termico oggi attorno ai 4500 metri in Europa che immerge la Terra in un pallone di gas serra spesso e denso che si somma alla riduzione dello strato di ozono da CFC ( che trattiene più raggi UV), ed entrambi con origini antropiche. Peraltro, un prezzo umano e sociale che pagano oggi popolazioni del Nepal e Tibet cinese tra le più povere del mondo e che registrano emissioni pari a meno di 2-3 tonnellate di Co2 pro-capite contro i 3 milioni di tonnellate pro-capite di un cittadino americano o europeo. Motivo che porta le COP di United Nations annuali a chiedere in continuo “compensazioni” ai paesi industrializzati e ai produttori di petrolio delle economie fossili e lineari da parte dei paesi più poveri che pagano il prezzo più alto di un riscaldamento che non producono e dovendo usare fonti fossili. Esiti evidenti del climate change anche negli impatti sociali visti i ritardi disastrosi sulla crescita e sulle diseguaglianze di coloro che possono permettersi case condizionate rispetto a chi è costretto a lavorare all’aperto e con conseguenze differenziate anche sulla salute. Infatti, gli effetti del climate change sono chiari negli impatti diretti su agricoltura ed edilizia, come quelli indiretti sulla manifattura in Occidente come per le recenti “bombe di calore” anche per gli effetti su produttività ed efficienza, che in Europa porta ad una stima dei costi ( da afa, siccità, investimenti e occupati persi) per danni superiori ai 50 mil.di di euro (Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, 2026). Con 35000 vittime in Germania, Spagna e Francia e che con l’ Italia e pochi altri paesi si potrebbe salire oltre i 62000 del 2024 (Guardian, 2026). Saldandosi poi questi danni nel circolo vizioso tra prezzi dei beni e dell’energia riverberati dopo lo shock dell’ invasione russa dell’ Ucraina del 2021 e mai più discesi soprattutto dopo il secondo shock di questi ultimi mesi caotici del trumpismo dai dazi e del blocco di Hormuz con l’ attacco USA all’Iran per fermarne il programma nucleare e indebolirne l’economia petrolifera, pur senza effetti. Nel caso italiano, in particolare, lo vediamo nella “rincorsa affannosa” del Governo al sostegno di breve periodo e occasionale dei prezzi alla pompa (riducendo di “spiccioli” le accise e dunque degli incassi dello Stato), mentre servirebbero misure strutturali di spinta alle rinnovabili, come fatto dalla Spagna che è cresciuta più della media europea con l’ Italia molto sotto quella media e con una crescita asfittica dello 0,5 su 2026, nonostante il supporto robusto del PNRR. Alimentando l’elettrificazione da rinnovabili di case e trasporti e possibilmente delle imprese per arrivare all’indipendenza energetica entro i prossimi 10 anni avendo colpevolmente perso tempo in questa legislatura pure irta di criticità internazionali e non avendo ancora disaccoppiato prezzi di elettricità e gas. Cioè di fatto non avendo reagito alla crisi di 4 anni fa ed essendo intervenuti solo con misure tampone e non strutturali volando basso risucchiati a ridosso del “negazionismo climatico” di Trump – Maga. Configurando cosi l’attuale stallo geopolitico con la “consegna” di un’arma globale potentissima di controllo dei mari (con 1/3 del transito globale di merci e petrolio) ai Pasdaran che passa per Hormuz e condizionando ora anche la via del Mar Rosso con gli Houti sullo stretto di Bad el-Mandeb.
Evidente allora che la auto-cumulatività tra crisi climatica-migrazioni-guerre-costi-nazionalismi di una crescita sempre più stentata di società bloccate compreso l’impoverimento dei ceti medi e gli effetti della “bomba demografica e migratoria” produce una maionese geopolitica globale “impazzita”. Infatti, stentiamo a vedere soluzioni sostenibili e responsabili vista anche la scarsità e povertà di leadership nella mancata consapevolezza che nessuno può salvarsi da solo come pensano invece molti nazionalisti “nostrani” nascosti nelle (finte) timidezze antieuropee e nei vocianti sovranismi populisti, tra cui molti europei e americani. Soluzioni che tuttavia potranno emergere solo riprendendo la via di un robusto multilateralismo e del dialogo tra paesi ricchi e poveri condannati sulla stessa barca del climate change e sotto la stessa serra di Co2 per ora frequentati con coraggio solo da Leone XIV e che lega oggi gli esiti terribili sul confine Nepal-Tibet a quelli americani ed europei, cinesi e russi e a molti altri, connettendo Occidente e Oriente. Speriamo uniti oggi almeno negli aiuti urgenti a popolazioni stremate e in prossimità dell’inverno nella più impervia area del pianeta.
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