Letteratura
Operai, amore e fabbrica ne “I due sogni”, di Luca Lezziero
Perduti anni Settanta, il Nord delle fabbriche, tra amore, lavoro e dure scelte. Il bellissimo raccolto di Luca Lezziero, vincitore della sesta edizione del premio “Guido Rossa”
Luca Lezziero – I due sogni – LiberEtà, Roma 2026
La bellezza del racconto lungo di Luca Lezziero consiste anzitutto nella precisione con cui lo scrittore osserva fatti, luoghi e ambienti: la fabbrica dell’hinterland milanese, gli interni piccolo-borghesi, la provincia lombarda, gli spazi sociali rigidamente separati di un’Italia che, all’inizio degli anni Settanta, è ancora lontana dal passaggio dalla società industriale-operaia a quella del benessere diffuso, del terziario e della Information Technology: la nostra. A tal proposito il racconto mi ha ricordato le atmosfere di Delitto d’amore, la pellicola di Comencini del 1974, girata tra Cinisello, Bovisa e Pioltello, ma a parti rovesciate: Nullo (Giuliano Gemma) lombardo e la teròna è Carmela (Stefania Sandrelli). Stesso Nord stesse fabbriche, e un operaismo filmico militante.
A questa capacità di messa a fuoco si aggiunge una voce narrante assai presente, capace di indirizzare il lettore, di «impaesarlo» dentro la storia e insieme di accompagnare l’esposizione con acute osservazioni psicologiche e sociali, una più bella dell’altra, tutte ficcanti e appropriate.
Ma il vero motore de I due sogni è una scommessa narrativa semplicissima e insieme assai fertile: mettere una giovane milanese, Gigliola, davanti alla scelta fra due uomini che rappresentano due possibilità radicalmente diverse della vita. Da una parte Augusto, operaio meridionale, bellissimo, istintivo, sensuale «un Alain Delon più scuro e più sfaccimm», un autentico animale erotico della catena di montaggio; dall’altra Flavio Vicini, ingegnere lombardo di modeste origini provinciali, che ha riscattato il proprio destino familiare attraverso la laurea e parla un italiano artefatto e inamidato, ridicolo, che però offre a Gigliola la prospettiva della rispettabilità, della sicurezza economica, dell’ascesa sociale. Ma dietro i due uomini c’è un terzo protagonista, assai più grande di loro: il Nord.
È proprio questo l’elemento dirimente del racconto. Il padre di Augusto lo comprenderà perfettamente quando, parlando al figlio ormai innamorato, gli dirà: «Solo una cosa devi capire, Augusto. Se quando verrà il momento sceglierà te oppure il Nord». E poi, quasi a trasformare la vicenda sentimentale in una legge storica: «O te o il Nord. Solo questo conta».
Il racconto diventa così una sorta di Gedankenexperiment, un esperimento mentale, o se si preferisce un pari, una scommessa o se si vuole ancora (perdonatemi) un what if «cosa succederebbe se» si ponesse una donna davanti a un bivio nel quale istinto e ragione, desiderio e calcolo, amore e promozione sociale fossero costretti a contendersi la stessa persona? È questa sfida a innervare l’intera narrazione, a darle coesione e soprattutto a tenere il lettore inchiodato in una condizione di partecipazione ansiosa: non solo «chi sceglierà?», ma anche «che cosa peserà davvero nella sua scelta?».
Augusto, dicevo, è il primo dei due poli. È bello, «bellissimo. Smisuratamente e inenarrabilmente bello», ma, sporco e sudato, appartiene soprattutto alla fabbrica, alle presse «tra frastuoni laceranti e fredde luci al neon». È anche lo sciupafemmine della leggenda operaia, lo sfaccimm che ha conquistato donne ovunque, nei bagni del reparto come nei parchi e negli appartamenti dell’hinterland. Lezziero, però, non si accontenta del cliché: anzi, osserva ironicamente che «spesso i cliché sono proprio le vittime a volerli ribadire con entusiasmo». Perché Augusto, dietro la virilità esibita, possiede una sensibilità non comune, una capacità empatica che lo distingue dagli altri uomini della fabbrica. Il narratore lo definisce infatti un «maschio atipico nella geografia di quella fabbrica anni Settanta»: proprio questa sua capacità di intuire desideri, disagio e timidezza costituisce una parte essenziale del suo fascino.
Gigliola appartiene invece alla palazzina degli impiegati, dunque all’altro lato della fabbrica e della gerarchia sociale. È elegante, impeccabile, già «impiegata dentro prima ancora di esserlo fuori». Eppure è attratta da Augusto, al quale si avvicina rompendo una distanza di classe che per gli altri appare quasi naturale. Per la prima volta l’operaio non si sente considerato soltanto come il seduttore della fabbrica: comprende che Gigliola vuole conoscere lui, non il suo personaggio. E per altro verso «Lei fin da subito non era stata un nome da aggiungere alle sue conquiste, era una donna che Augusto voleva conoscere»: parlare con lei, entrare nel suo mondo, raccontarle del proprio.
Il primo appuntamento, tuttavia, è già una piccola lezione di differenze sociali: una città vicina da raggiungere in treno, in scompartimenti separati, con ogni cautela possibile, e una passeggiata che non approda neppure a un bacio. Augusto, il tombeur de femmes, paradossalmente, ne esce già mezzo innamorato.
Flavio, l’ingegnere nordico, entra invece in scena offrendo a Gigliola ciò che Augusto non può offrirle: il mondo della rispettabilità e del reddito alto. La scena del pranzo al lussuoso ristorante «Le Robinie» è una delle meglio riuscite del racconto. I camerieri, i garçons, sono descritti come «sacri custodi» del locale, autorizzati a stabilire chi possa accedere a quel mondo «con quella protervia soddisfatta di tutti i semplici al servizio dei ricchi»; il brusìo sommesso e le «tenui risate della gente che conta» diventano la colonna sonora di una società osservata con occhio insieme realistico e ironico.
Qui Lezziero è particolarmente sottile. Gigliola non è semplicemente sedotta dal lusso: è sedotta dalla possibilità di appartenervi. Quel pranzo è una «plastica rappresentazione di cosa significasse diventare borghesi» e la giovane vi entra come «stordita da un gas potentissimo». Le posate, le forme del servizio, il modo stesso di rivolgersi a Flavio — il lei sussiegoso e formale mantenuto per tutto il pranzo da parte di lui — assumono il significato di veri e propri segnali di distinzione. È una finezza che accompagna costantemente l’esposizione degli eventi: Lezziero non si limita a raccontare ciò che i personaggi fanno, ma cerca di mostrare ciò che quelle azioni significano nella loro coscienza. Perdonatemi ancora, ma io ci ho visto lucidi tratti flaubertiani: il colpo di gong del Maestro.
E infatti Gigliola, mentre assapora la nuova dimensione, non smette di confrontarla con Augusto. Con lui non c’erano state quelle distanze: «Altro che “tu” o “lei”, addirittura un primo battibecco, un accenno di litigio da quasi fidanzati alla prima uscita». La sua esitazione nasce precisamente da qui. Le due esperienze sono entrambe autentiche, ma parlano lingue diverse. Una promette il desiderio; l’altra la rispettabilità.
Lezziero traduce questa contraddizione in una bella immagine psicologica: Gigliola sembra diventare «uno strano animale a due teste», attraversato da messaggi contraddittori. Da una parte la donna fredda e calcolatrice che costruisce la propria nuova vita borghese; dall’altra la donna romantica che si abbandona a un amore fatto di «puro istinto, sensazioni, desideri». E la sua incapacità di decidere diventa quasi una strategia esistenziale: «lasciare e riprendere Augusto mille volte, sposare e ripudiare Flavio altrettante volte, per poi arrendersi e lasciarsi trasportare dal momento e fare quello che in fin dei conti le riusciva sempre così bene: rimandare».
Finché Flavio pronuncia le tre parole che fanno saltare l’equilibrio: «Vuoi sposarmi, Gigliola?». La proposta chiude la parentesi del gioco e costringe la protagonista a trasformare una possibilità in una scelta. Sua madre, quando viene informata, sembra aver già deciso per lei: entro l’estate saranno marito e moglie. Gigliola dapprima si lascia travolgere dalla prospettiva della promozione sociale: immagina se stessa come «signora Vicini», moglie dell’ingegnere. «Troppa era la forza delle convenzioni, della rispettabilità e della promozione sociale che la attendevano», osserva il narratore, e per un momento il corpo stesso sembra obbedire alla parte che la società ha preparato per lei.
Ma lo splendido racconto non si esaurisce nella sociologia. La finezza di Lezziero sta proprio nel fatto che l’indagine sociale trova il proprio completamento nello scavo psicologico. Augusto non è soltanto l’operaio meridionale e Flavio non è soltanto l’ingegnere spettrito nordico: entrambi sono uomini fragili, ciascuno a suo modo; e Gigliola non è semplicemente una giovane donna che deve scegliere fra amore e interesse. È una coscienza lacerata.
Il momento decisivo arriva quando la costruzione faticosamente edificata da Gigliola comincia a crollare. Lezziero ricorre qui a un procedimento quasi cinematografico: il narratore osserva da lontano un uomo e una donna che litigano nel piazzale della fabbrica, ne coglie prima soltanto le sagome, poi si avvicina, ascolta frammenti del dialogo, quindi si allontana nuovamente, fino a rivelare che quella donna è Gigliola. Il procedimento è da sceneggiatore consumato: il campo si restringe e si allarga, la distanza modifica progressivamente il significato della scena, finché ciò che sembrava un episodio qualsiasi si rivela essere il centro segreto della vicenda.
Gigliola, davanti alla sofferenza di Augusto, comprende allora ciò che il lusso di Flavio non era riuscito a cancellare: si era innamorata non soltanto del volto bellissimo dell’operaio, ma della sua sensibilità, della sua fragilità, della sua capacità di comprendere gli altri. È il punto in cui il desiderio torna a imporsi sul calcolo.
Quando finalmente decide di confessare ai genitori la propria scelta non conforme, la reazione della madre è violentissima. Lo schiaffo e quelle parole in dialetto, «Ti te fet propri nient», condensano un’intera storia familiare: il sacrificio dei genitori, la loro faticosa emancipazione, il desiderio di vedere nella figlia il compimento di quella scalata sociale. Gigliola, scegliendo Augusto, non sta dunque soltanto rifiutando un uomo: sembra tradire un progetto di vita costruito prima ancora che lei nascesse.
È qui che I due sogni acquista il suo significato più ampio del titolo (ma quello dato da Lezziero era proprio più sobriamente e pertinentemente La scelta a cui il suo racconto ha dovuto rinunciare per duplicazione con altro concorrente), I due sogni dicevo non sono semplicemente i due uomini fra i quali Gigliola è chiamata a scegliere: sono due immagini dell’esistenza, due promesse di felicità, due forme di futuro. Da una parte il desiderio, la vitalità o meglio quella carica libidica che usualmente e genericamente chiamiamo amore e persino la precarietà ma la sicurezza dell’eros; dall’altra il Nord, la sicurezza economica, il riconoscimento sociale, la rispettabilità conquistata a prezzo di una rinuncia.
Lezziero riesce a raccontare questa materia senza trasformarla in una tesi sociologica, perché la include nei corpi, nei dialoghi, nei gesti, negli ambienti e soprattutto nelle esitazioni della protagonista. È questo, a mio avviso, il pregio maggiore del racconto: una storia sentimentale apparentemente semplice diventa progressivamente una piccola anatomia dell’Italia degli anni Settanta, quando la distanza fra Nord e Sud, fra fabbrica e palazzina, fra lavoro manuale e lavoro intellettuale non era ancora soltanto una differenza economica, ma una vera differenza antropologica.
Il finale di questo piccolo gioiello narrativo, naturalmente, non va raccontato. La disciplina del no spoiler, in questo caso, è più che mai opportuna: la soluzione della partita appartiene al lettore. Gli si può soltanto dire che I due sogni, vincitore della sesta edizione del “Premio Guido Rossa”, è un racconto lungo costruito con intelligenza narrativa, finezza psicologica e un notevole senso della scena, e che va letto necessariamente nelle singole molecole delle superbe frasi narrative o esplicative che qui talora ho evocato. E che vale la pena arrivare fino a quella piazza dell’hinterland milanese dove Gigliola ha dato appuntamento ad Augusto per scoprire, finalmente, quale dei due sogni riuscirà a sopravvivere.
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