Costume
Sei per caso in andropausa?
La menopausa ormai è diventata un argomento da salotto. Ma dell’andropausa non si dice niente? Un libro giallo (scritto da me) affronta l’argomento in un modo a dir poco insolito.
Ormai esistono libri, siti e profili social esclusivamente dedicati alla menopausa. Tutti ne parlano, in America la chiamano la Big M.
C’è un’intervista in cui Oprah Winfrey chiede a Michelle Obama: “Com’è andata la tua big M?”. Michelle Obama si rifiuta di risponderle e dice: “Non ne so niente, perché sto facendo la terapia sostitutiva”. Non voglio entrare nei dettagli ginecologici della Big M, ma bisogna notare che siccome la donna è ancora vista come “fattrice” (di figli), allora tutti ritengono che sia corretto parlare pubblicamente di cosa succede al suo corpo nel momento in cui non è più fertile. Aggiungo che nessuno si fa troppe domande sul fatto che dopo una certa età le donne non possono più procreare. Sappiamo tutti che la nostra specie produce cuccioli che hanno bisogno di molti anni di supervisione materna prima di diventare autonomi e quindi nessuno ritiene “ingiusto” che una donna a sessant’anni non possa più avere figli. Su questo siamo tutti d’accordo (tranne qualche spregiudicata clinica della “fertilità”).
Per tornare a Michelle Obama, personalmente mi piace che tagli corto sull’argomento, anche se ormai siamo sommersi da un’onda di persone che parlano di questa benedetta Big M. Mi è capitato recentemente di cliccare su un post di Instagram sugli inconvenienti del climaterio, e da allora sono letteralmente perseguitata dagli annunci che recitano: “Sei stanca di rapporti dolorosi?”, “Vuoi combattere la tua secchezza vaginale?”, “Soffri di perdite urinarie?”. Quest’ultimo post è collegato al tentativo di venderti una specie di ragnetto con un’antenna, da infilare indovinate dove, collegato a una app che ti permette di vedere le contrazioni dei muscoli pelvici su uno schermo, rappresentate eroicamente come una corsa a ostacoli. Una contrazione, e voilà, una signorina salta allegra l’ostacolo. Un’altra contrazione, ed ecco di nuovo il salto. Immagino che ci siano anche un traguardo da sorpassare, dei premi digitali (la medaglia al pavimento pelvico più performante della settimana) e altre diavolerie del genere.
Ma se proprio non è possibile fare a meno di parlare della Big M (e delle nostre pelvi), allora non sarebbe corretto parlare anche dell’andropausa? Ma che cos’è l’andropausa? Un po’ di stanchezza al mattino, un leggero mal di testa, un senso di noia collegato all’avanzare dell’età? No, signori miei, l’andropausa è un segreto tenuto accuratamente nascosto dagli uomini. Perchè, pane al pane, vino al vino, le donne (sessantenni) sanno di cosa stiamo parlando. L’andropausa è quel momento della vita del maschio in cui compaiono (in modo più o meno severo) i primi disturbi erettili.
Qui devo fare una parentesi, citando un testo pubblicato su PubMed (1): “Il ruolo evolutivo della disfunzione erettile”. Mi scuseranno i miei coetanei (non sono una bambina, lo ammetto), ma la “disfunzione erettile, oltre alla diminuzione della fertilità, rappresentano due meccanismi di sicurezza evolutivi che riducono la probabilità che un ovulo venga fecondato da spermatozoi geneticamente alterati provenienti da un uomo anziano o malato”. So che è orribile a dirsi, ma con l’avanzare dell’età, la qualità dello sperma e l’integrità del DNA dei gameti maschili tendono a peggiorare. L’andropausa ha quindi un ruolo biologico – preservare la qualità dei gameti usati nella fecondazione – anche se il sintomo viene tenuto celato dagli uomini, soprattutto nel dibattito pubblico, per dei motivi che ci potrebbe spiegare Sigmund Freud ma che sono lo stesso chiari a tutti.
So benissimo che sono stati inventati dei farmaci per ovviare agli inconvenienti dell’andropausa, ma le banche del seme accettano donazioni fino in genere i 35 anni, proprio per garantire una migliore qualità e quantità degli spermatozoi. Non voglio con ciò sostenere che bisognerebbe proibire l’uso del Viagra o del Cialis, ma la natura fa il suo corso, tanto per le donne quanto per gli uomini. Anche se sono assolutamente d’accordo sul fatto che gli uomini assumano liberamente lo stesso i farmaci contro la disfunzione erettile per divertirsi con la propria compagna, che magari (se ha la stessa età) ha saltato gli ostacoli con la app per imparare a contrarre i muscoli pelvici.
In genere, però, gli uomini non vogliono ammettere di usare questi farmaci. La frase che si sente più spesso, tra i maschi della mia età, è: “Io non li prendo!”, “Io non ne ho bisogno!”, e tutti sappiamo qual è il complemento oggetto mancante. E tutte (con la “e”) sappiamo che è quasi sempre una bugia (soprattutto passati i sessantacinque, settanta). Spesso gli uomini prendono questo genere di farmaci di nascosto dalla compagna, mentre ve ne sono altri che preferiscono non assumerli perché temono per la loro salute (in qualche caso pura ipocondria, in altri casi possono effettivamente provocare degli effetti collaterali sgradevoli o pericolosi in persone con patologie preesistenti).
Il problema è che se il sesso, a sessant’anni, viene ancora concepito come sesso penetrativo, e se la penetrazione non è più possibile e gli uomini non vogliono assumere i suddetti farmaci, il risultato è che preferiscono non fare più sesso. I matrimoni si spengono (sotto le coperte) e magari gli uomini si comprano una Honda 1000 e si fanno crescere un maschio pizzetto bianco e fanno le gite sul lago di Como con gli amici (con la “i”). Le donne conoscono bene questa reazione (e non ne parlano per salvare l’onore dei mariti invecchiati).
Orbene, dopo una così lunga premessa tra lo scientifico e il triviale, arrivo al punto: ho scritto un libro giallo in cui prendo in giro gli uomini per il loro segreto, mettendolo sulla pubblica piazza, esattamente come c’è già finita la menopausa. Oggi a me, domani a te. E’ arrivato il turno dei maschi, non risparmiati dalla più turpe dell’ironia. Uno scherzo da prete, insomma, in cui si diverte solo il prete (è questo il significato dell’espressione), anche se adesso a divertirsi saranno soprattutto le lettrici (donne, ah ah). Ma chissà che non ridano anche gli uomini, se sono anche solo dotati di un po’ di autoironia.
Ecco la storia: Margherita, investigatrice dilettante, sessantenne, impiegata al Tribunale di Milano, indaga insieme al suo vecchio amore, il pubblico Ministero Pietro Pecorari, su un omicidio a luci rossi. Un professore della Cattolica di Milano viene trovato impiccato nella sua stanza in università. Si è veramente ucciso? O è uno strano omicidio con uno sfondo erotico? Lo scopriremo leggendo.
Il libro si chiama “Il talento di Margherita“, è edito da Feltrinelli, e nessuno (dico nessuno, tanto meno Michele Rossi che me l’ha pubblicato) si è mai sognato di censurarmi una virgola. Mai stata così libera in vita mia di scrivere quello che mi pareva. Niente, neanche una parola tagliata via. Vabbè, uso un nome di penna, Viola Veloce, ma ho cominciato a usarlo 10 anni fa e non l’ho più abbandonato.
Margherita cerca anche un nuovo amore e quando lo trova (non a caso uno psichiatra), lui ammette subito di non avere più le performance della giovinezza, anche se non esclude di desiderare ancora una vita sessuale, seppur diversa da quella dei ventenni. In realtà le donne – a sessant’anni – vorrebbero sentirsi dire qualcosa del genere: ti desidero ancora ma non sono più John Holmes, accontentiamoci e divertiamoci lo stesso. E visto che vivremo più a lungo delle generazioni che ci hanno preceduto, bisognerà affrontare sinceramente questo argomento (dell’accontentarsi). Amen e così sia.
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