Milano
Mentre voi condannate, loro scrivono il prossimo decreto
Dopo gli scontri del 17 ottobre il centrosinistra, dai leader nazionali all’ultimo consigliere di municipio, si è messo in fila per dissociarsi da cortei che non aveva convocato. Tutti a guardare il dito. La luna sono i decreti sicurezza.
Sabato 17 ottobre in Italia ci sono state due piazze. La prima, quella dei cortei contro il carovita convocati da una sigla di cui nessuno sembra conoscere l’origine, “Italia in piazza”, è finita in scontri a Milano, Torino e Bologna: bombe carta, vetrine sfondate, agenti feriti, arresti. La seconda, a Roma, ha portato in corteo con la CGIL più di centomila persone, secondo Landini, con Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli. Pacifica.
Il tempo di caricare i video e Giorgia Meloni aveva già assegnato i compiti alle opposizioni: condannate “senza ambiguità”, perché “ogni reticenza diventa giustificazione”. Il giorno dopo ha convocato un vertice sull’ordine pubblico. Il prossimo decreto è già in cantiere. E voi, cari amici del centrosinistra, ne state scrivendo la premessa.
Eravate lì?
Dico voi tutti: segretari e parlamentari, ma anche le centinaia di sindaci, assessori, consiglieri comunali e di municipio che nel giro di un pomeriggio hanno riempito i social di condanne. Diligenti, puntuali, possibilmente prima degli altri.
Io però vi chiedo: eravate lì? Erano i vostri figli? I vostri cugini? C’era il vostro partito, il vostro circolo, la vostra bandiera? Li avevate convocati voi, quei cortei? No. La piazza dei vostri partiti, quel giorno, era a Roma, ed è filata liscia. E allora di che cosa bisognava giustificarsi?
Dissociarsi da ciò che non si è organizzato non è responsabilità: è resa.
Politica, perché si accetta che sia la destra a stabilire chi deve discolparsi e di che cosa. Comunicativa, perché si conferma il suo racconto: la violenza è roba di sinistra, e la sinistra deve chiedere scusa.
So già l’obiezione: ma a sinistra c’è chi giustifica.
Certo. C’è Lorenzo Pacini, assessore del Pd al Municipio 1 di Milano e candidato alle primarie, che era in piazza, ha parlato di repressione “ingiustificata” e di solidarietà ai ragazzi manganellati, e non ha condannato. Salvini lo ha definito “delirante”, e una parte del centrosinistra si è subito messa in fila per dire che quelli come lui sono brutti e cattivi, mentre noi, a tavola, usiamo forchetta e coltello.
Benissimo. Ma non mi risulta che la stessa attenzione, la stessa indignazione, lo stesso processo pubblico siano mai stati riservati alla destra quando a fare le stesse cose erano i suoi.
Non vi risulta?
Facciamo un piccolo esercizio di memoria. Il 9 ottobre 2021 una piazza no vax assaltò la sede nazionale della CGIL a Roma. Tra gli assalitori c’erano Roberto Fiore e Giuliano Castellino, i vertici di Forza Nuova, arrestati quella sera stessa. Giorgia Meloni corse a dissociarsi, a fare autocritica, a prendere le distanze? Disse che era “violenza e squadrismo”, certo.
E poi aggiunse: “la matrice non la conosco“.
Non è un episodio. Per tutto il periodo del Covid questa destra reazionaria ha coperto politicamente le piazze no vax, anche quelle violente: ne ha cavalcato le parole d’ordine, ne ha accarezzato la rabbia, e una volta al governo le ha perfino legittimate con una bella commissione parlamentare d’inchiesta sulla pandemia, che già al momento dell’annuncio veniva descritta come una mano tesa alla galassia dei no pass. Eppure quella piazza era molto più vicina a lei di quanto quella di sabato lo sia a voi. Lei non si è giustificata di nulla.
Invece, quando suona il campanello di Palazzo Chigi, il centrosinistra comincia a salivare indignazione.
Perchè?
La colpa è dell’eterno presentismo di una politica che non rappresenta più nessuno. La politica è decaduta, le istituzioni sono state svuotate di potere, la democrazia arretra e a votare non va quasi più nessuno. E allora, non rappresentando nessuno, si prova a rappresentare tutti. Bisogna esserci su tutto, dire la propria su tutto, mostrarsi su tutto. Anche il caposcala deve far sapere al mondo quanto è responsabile: un post, una storia su Instagram, l’espressione grave sembrano dire “guardate come sono istituzionale!”.
E poi c’è il fatto che il centrosinistra vede solo se stesso e parla solo a se stesso (o forse solo al proprio ceto politico). Continuamente è impegnato in un dibattito tutto interno di divisioni reali o presunte, interpreta e legge qualsiasi fatto come una questione su cui marcare le distinzioni tra simili piuttosto che guardare cosa accade attorno.
Qualche dubbio
Allora, posto che le “piazze violente” non sono a voi attribuibili, e che quindi la presa di distanze che la destra pretende non serve e non è necessaria, perché non cominciamo a pensare a che cosa sta succedendo davvero in questo paese sul tema del dissenso.
Perché in questi giorni il dibattito è tutto sul dito. I violenti con il cappuccio. La sinistra che rinnega o che deve rinnegare fenomeni che erano suoi negli anni ’70.E intanto la luna attraversa il cielo senza che nessuno alzi gli occhi. La luna sono i decreti.
Mettiamo in fila i fatti. Appena arrivati al Governo il problema erano i Rave: dai 3 ai 6 anni di galera. Nel 2023 l’emergenza erano gli anarchici terroristi. Nel 2024 erano violenti gli studenti di Pisa: legnate finché non interviene il Quirinale. Nel 2025 il blocco stradale fatto con il proprio corpo è diventato reato, così ci siamo liberati degli attivisti ecologisti. A febbraio 2026, dopo Askatasuna, sono arrivati il fermo preventivo per chi va a un corteo, il divieto di manifestare e lo scudo penale per gli agenti. Dopo Bologna e la Val di Susa è arrivato il riconoscimento facciale. Ora Salvini vuole la cauzione per chi organizza i cortei, e Meloni ha già convocato il vertice. Ogni volta una piazza, ogni volta le immagini, ogni volta il ritorno annunciato degli anni di piombo, ogni volta una stretta.
Sette provvedimenti sulla sicurezza in tre anni e mezzo, e le piazze sono più violente di prima. Se quelle leggi funzionassero, sabato non avremmo visto quelle immagini. Ma forse il punto non è che funzionino. Il punto è che passino.
È così che un paese diventa una democratura: non con un colpo di Stato, ma con una piazza alla volta, mentre l’opposizione è impegnata a dissociarsi.
Che cosa bisognerebbe fare anche se un post costa meno fatica
Ecco allora che cosa dovrebbe fare chi ha un ruolo pubblico in opposizione, invece di un post indignato.
I parlamentari dovrebbero presentare interrogazioni al ministro dell’Interno, chiedere di ascoltare il capo della Polizia e i questori di Milano, Torino e Bologna, pretendere di vedere le disposizioni di servizio di sabato. I giornalisti dovrebbero ricostruire, video per video e minuto per minuto, quando sono partite le cariche, contro chi e su ordine di chi. I consiglieri comunali e di municipio dovrebbero chiedere al proprio sindaco, che siede nel Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, di venire in aula a riferire come sono state gestite le piazze della loro città.
E le domande da fare sono semplici.
Perché negli ultimi quattro anni le piazze sono improvvisamente diventate così violente? Studenti, ecologisti e anarchici in piazza ci andavano anche prima, con la stessa rabbia e spesso con gli stessi slogan. La Digos trattava il percorso, conosceva gli organizzatori, isolava chi cercava lo scontro. Lo scontro era l’eccezione. Oggi è la regola.
Coincidenza? Un’improvvisa mutazione genetica della gioventù italiana? Sarà colpa del “disagio giovanile”?
Perché a Bologna, a Torino, a Milano girano video e testimonianze di cariche contro cortei pacifici? Perché a Bologna, a luglio, è stato manganellato perfino un collaboratore dell’Espresso che si allontanava gridando “sono un giornalista”? Chi ordina quelle cariche? Con quali motivazioni? Sono cambiate le disposizioni che dal Viminale arrivano a Questure e Prefetture? E chi c’è dietro “Italia in piazza”?
Quando il sindaco Sala ha provato a sollevare la questione, il ministro Piantedosi l’ha liquidata come il riflesso di “una certa sinistra radical chic”. E gli altri? Muti.
Perché nessuno lo fa? Perché costa fatica, mentre la condanna a comando costa poco e fa sembrare forza di governo. Perché chi non ha un’analisi propria su piazze e sicurezza finisce per subire l’agenda altrui. E perché c’è una guerra tutta interna alla sinistra, dalle primarie alle liste, in cui la condanna serve a squalificare il rivale.
Il risultato
Se i manifestanti non vi piacciono se bloccano le strade per il clima, se tirano la vernice, se accendono un fumogeno, se alzano la bandiera sbagliata, se toccano un poliziotto. Non vi dovete preoccupare perché su quasi tutto questo è arrivato un reato nuovo o una pena più alta. Domani vedrete che ce ne saranno altri.
Ma la domanda diventa: allora come si può manifestare in questo paese? Come ve li immaginate queste proteste? Magari a casa, con un bel post su instagram o bell’hastag (tutti luoghi in cui pensate di essere forti… basta credeteci).
Facciamola semplice, in seconda persona. Ti siedi in mezzo alla strada durante un corteo: blocco stradale e resistenza a pubblico ufficiale. Magari lo fai per protestare contro il Ponte sullo Stretto…e sulla carta fino a sette anni di carcere. Vai in piazza con un casco o con un precedente: fermo preventivo fino a dodici ore. Attraversi una piazza il giorno di un corteo: il tuo volto viene registrato e, dal 30 settembre, può passare per il riconoscimento facciale. Il poliziotto che ti filma o che ti carica, invece, resta senza numero identificativo.
Il volto di chi manifesta va schedato, il numero di chi lo carica no. Vi sembra normale? Per intenderci: in Francia la Polizia ce l’ha sulla divisa, sul casco e ha le bodycam. Tutti elementi che non impediscono di l’uso della forza legittima dello Stato.
Nell’Italia della Meloni protestare pacificamente può voler dire galera. Oggi la protesta è già criminalizzata. Alla fine, chi spacca le vetrine e chi corre a condannarle giocano, senza saperlo, la stessa partita. I primi forniscono le immagini, i secondi il consenso. La destra incassa e la democrazia liberale muore.
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