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Senato USA. Alaska Peltola (DEM) davanti a Sen. Sullivan (GOP) Uno Stato rosso decisivo per il controllo del Senato
Le primarie no-partisan dell’Alaska (voto su un’unica scheda e i 4 più votati ammessi alle elezioni generali) del 18 agosto confermano che l’Alaska sarà uno degli Stati decisivi per il controllo del Senato. La strategia di Mary Peltola sembra quella giusta per provare a vincere.
Ci sono primarie che scelgono i candidati, altre che “nominano” il futuro Senatore e primarie che cambiano la geografia di un’elezione.
Quelle dell’Alaska del 18 agosto appartengono alla terza categoria.
A scrutinio ormai pressoché completato — la certificazione ufficiale è prevista per il 31 agosto — Mary Peltola, ex deputata democratica, ha raccolto circa il 48% dei voti, precedendo nettamente il senatore repubblicano Sen. Dan Sullivan, fermo intorno al 43%.
Cinque punti non fanno di Peltola la favorita per novembre.
L’affluenza alle elezioni generali sarà molto più alta e diversa sarà la composizione dell’elettorato. Ma il risultato conferma quello che i sondaggi suggerivano già da qualche mese: l’Alaska è un vero Toss Up. E non un Toss Up qualsiasi.
La mia ultima fotografia del Senato era GOP 48 – DEM 46, lasciando solo sei seggi ancora da conquistare: Alaska, Maine, Ohio e Texas, oggi repubblicani; Georgia e Michigan, oggi democratici.
L’Alaska è, dunque, uno degli Stati nei quali si decide chi controllerà il Senato dal gennaio 2027.
La domanda interessante è allora un’altra. Come può una democratica essere competitiva, e arrivare addirittura davanti al senatore repubblicano nelle primarie, in uno Stato che Donald Trump appena due anni fa ha vinto di oltre tredici punti?
Per rispondere bisogna partire dall’Alaska, prima ancora che da Mary Peltola.
È uno Stato grande più di cinque volte l’Italia nel quale vivono appena 740 mila persone. Quasi quattro alaskani su dieci abitano nell’area di Anchorage; fuori dai pochi centri maggiori comincia un territorio fatto di distanze enormi, piccole comunità e villaggi alcuni dei quali raggiungibili soltanto in aereo o via mare.
Anche la composizione etnica è particolare. Gli American Indian e Alaska Native rappresentano oltre il 15% della popolazione considerando soltanto chi si identifica esclusivamente con queste comunità, e una quota sensibilmente maggiore includendo le identità multirazziali.
Poi ci sono petrolio e gas, pesca commerciale, miniere, turismo. E c’è Washington.
Qui nasce uno dei grandi paradossi della politica dell’Alaska.
La diffidenza verso il governo federale è profondamente radicata, soprattutto quando Washington pretende di stabilire come debbano essere utilizzati petrolio, gas, miniere, foreste e acque dello Stato.
Contemporaneamente, però, il governo federale è essenziale per la sua economia. Le installazioni militari, gli investimenti pubblici e il ruolo strategico dell’Artico hanno un peso enorme, destinato semmai a crescere con la competizione americana con Russia e Cina.
Tenere Washington abbastanza lontana da impedirle di comandare sull’Alaska e abbastanza vicina da ottenerne risorse e attenzione è quasi una costante della politica dello Stato.
A questo si aggiunge una questione molto più quotidiana: vivere in Alaska costa.
Le distanze e i trasporti rendono più cari alimentari, carburante, materiali da costruzione e servizi. Housing, sanità, energia e collegamenti diventano problemi particolarmente pesanti nelle comunità rurali. Non sorprende che il costo della vita sia diventato uno dei temi centrali della campagna.
È dentro questa società che va interpretata la candidata DEM Mary Peltola.
Ha 53 anni, è Yup’ik, è cresciuta nell’Alaska occidentale, ha rappresentato Bethel per dieci anni nella legislatura statale ed è stata executive director della Kuskokwim River Inter-Tribal Fish Commission, un’organizzazione che riunisce 33 tribù indigene dell’Alaska e rappresenta le comunità native nella gestione e tutela delle risorse ittiche – in particolare del salmone, essenziale per alimentazione, economia e cultura locali – e collabora e negozia con le autorità statali e federali sulle politiche di pesca. Ha pescato commercialmente e nel 2022 è diventata la prima Alaska Native eletta al Congresso.
Ma la caratteristica politicamente più importante della sua biografia è un’altra: Mary Peltola ha costruito un’identità che nasce dal territorio prima che dal partito.
Quando nel 2022 conquistò il seggio alla Camera lasciato vacante dalla morte di Don Young trovò una formula elettorale quasi perfetta: Fish. Family. Freedom.
La pesca non era un espediente comunicativo. Significava lavoro, sussistenza, salmoni, comunità Native. Family significava comunità e qualità della vita. Freedom le consentiva invece di appropriarsi di una parola normalmente appartenente al vocabolario repubblicano.
Peltola è pro-choice in materia di aborto, ma è anche molto più vicina della maggioranza dei democratici nazionali alla cultura delle armi.
È favorevole allo sviluppo delle risorse energetiche dello Stato e ha sostenuto il controverso Willow Project, il grande progetto di estrazione petrolifera in Alaska che prevede nuovi pozzi e infrastrutture con l’obiettivo di produrre fino a circa 180.000 barili di petrolio al giorno.
Un progetto fortemente contestato dai DEM per l’impatto climatico e ambientale e invece esplicitamente sostenuto da Mary Peltola – insieme ai due senatori GOP Sen. Lisa Murkowski (2002) e Sen. Dan Sullivan (2014) – che mostra tutta la distanza esistente fra il suo profilo e quello del Democratic Party nazionale sui temi energetici.
Sulla pesca propone invece una linea dura contro pesca industriale a strascico e le c.d. “catture accidentali”, trasformando la difesa dei salmoni e delle comunità costiere contemporaneamente in una questione economica, ambientale e identitaria.
È quindi difficile applicarle la normale caricatura repubblicana del democratico del Lower 48 (così in Alaska si definiscono i 48 stati continentali USA): gun control, ambientalismo, stop alle trivellazioni e imposizioni di Washington.
Peltola semplicemente non corrisponde al personaggio.
Nel 2026 ha aggiunto a questa identità un linguaggio più apertamente economico. Parla di costo della vita, attacca corporations e grandi interessi economici esterni allo Stato, propone di vietare lo stock trading ai membri del Congresso e insiste sulla necessità che una quota maggiore della ricchezza prodotta dalle risorse dell’Alaska rimanga in Alaska.
Anche uno degli episodi apparentemente minori delle ultime settimane aiuta a capire la strategia. Pochi giorni prima delle primarie Kamala Harris aveva promosso Peltola attraverso un appello di fundraising.
La risposta della sua campagna fu immediata: Mary non cercava endorsement da nessuno del Lower 48.
Il messaggio è esplicito: «la nostra politica la decidiamo qui, non a Washington o nel resto degli Stati Uniti».
Non è una stravaganza e neppure una rottura con il Democratic Party. È strategia.
Harris ha perso l’Alaska di tredici punti. Sullivan ha tutto l’interesse a trasformare l’elezione in una scelta fra Trump e i Democratici nazionali. Peltola vuole fare esattamente il contrario: impedire che sulla scheda ci siano idealmente un repubblicano e una democratica e fare in modo che gli elettori vedano semplicemente Sen. Dan Sullivan e Mary Peltola.
O, ancora meglio, due modi differenti di difendere l’Alaska.
Ed è qui che bisogna evitare di sopravvalutare il risultato delle primarie.
Perché Sen. Dan Sullivan non è Sarah Palin.
Ha 61 anni, è nato in Ohio, ha studiato ad Harvard e Georgetown, ha lavorato nell’amministrazione di George W. Bush e, prima di arrivare al Senato nel 2015, è stato Attorney General dell’Alaska e Commissioner of Natural Resources.
Alle spalle ha inoltre trent’anni nei Marines, fino al grado di colonnello della Reserve. Nel 2020 è stato rieletto con quasi il 54%.
Il suo profilo mette insieme alcuni dei caratteri più profondi del repubblicanesimo alaskano: sicurezza nazionale, militari, petrolio e gas, sviluppo delle risorse naturali e conservatorismo fiscale.
Ma Sullivan dispone soprattutto di qualcosa che Peltola non può avere: la seniority. Dopo dodici anni al Senato può sostenere di conoscere Washington e di avere accumulato abbastanza potere per utilizzarlo a vantaggio dell’Alaska. Rivendica gli investimenti nella Coast Guard e nelle installazioni militari, la crescente attenzione alla sicurezza dell’Artico, le infrastrutture e la riapertura delle terre federali allo sfruttamento delle risorse energetiche e minerarie.
Il suo messaggio è, in fondo, il rovescio speculare di quello di Peltola.
Lei dice: mandatemi a Washington perché Washington non diventi più importante dell’Alaska.
Lui dice: rimandatemi a Washington perché ho ormai abbastanza forza per lavorare bene per l’Alaska.
Sullivan è anche più complesso dell’immagine di un semplice candidato MAGA. È un conservatore tradizionale, molto più internazionalista e interventista di una parte della nuova destra trumpiana. Ma oggi è pienamente integrato nel GOP di Trump e il presidente lo ha sostenuto.
Fra Trump e Peltola si inserisce però una terza figura, che non comparirà sulla scheda ma potrebbe contribuire a decidere il risultato: Sen. Lisa Murkowski.
L’altra senatrice repubblicana dell’Alaska rappresenta probabilmente meglio di chiunque altro l’anomalia politica dello Stato. Repubblicana ma fieramente indipendente dal proprio partito, pro-choice, favorevole allo sviluppo energetico, pragmatica e ripetutamente capace di rompere con Trump, Murkowski ha costruito in oltre vent’anni un personal vote che attraversa i tradizionali confini politici.
Nel 2010 perse addirittura le primarie repubblicane e riuscì ugualmente a farsi rieleggere attraverso una straordinaria write-in campaign.
Nel 2022 Trump provò nuovamente a eliminarla sostenendo Kelly Tshibaka. Sen. Murkowski sopravvisse ancora.
La sua coalizione comprende repubblicani moderati, indipendenti, Native voters e una parte dell’elettorato democratico.
Ed è precisamente questo il segmento che Peltola e Sullivan si contendono.
Murkowski e Peltola si conoscono dai tempi della legislatura statale e nel 2022 arrivarono a un inconsueto cross-endorsement: Murkowski indicò Peltola come propria prima scelta per la Camera e Peltola sostenne Murkowski per il Senato.
Nel 2024 la senatrice repubblicana sostenne nuovamente Peltola contro Nick Begich.
Questa volta, però, ha scelto Sullivan, rivendicando i dodici anni di collaborazione fra i due senatori e l’efficacia dell’attuale delegazione nel portare risultati all’Alaska.
Per Sullivan è un endorsement forse ancora più prezioso di quello di Trump.
Il presidente consolida il voto repubblicano. Murkowski può invece parlargli proprio di quegli elettori moderati, indipendenti o anti-Trump dei quali ha bisogno per impedire a Peltola di costruire una maggioranza trasversale.
Ma qui nasce un paradosso.
L’elettore Murkowski assomiglia moltissimo all’elettore che Peltola deve conquistare: poco interessato alla disciplina partitica, molto sensibile all’identità dell’Alaska, disponibile a dividere il proprio voto fra democratici e repubblicani e spesso insofferente alla nazionalizzazione della politica.
E Peltola sembra aver deciso di rendere esplicita proprio questa battaglia.
La sera delle primarie ha sostenuto che oggi nella delegazione congressuale dell’Alaska c’è una sola persona realmente disposta a mettere lo Stato davanti al partito: Sen. Lisa Murkowski.
L’attacco implicito era a Sullivan, accusato di non avere contrastato Trump sui tagli all’occupazione federale e a Medicaid.
È una mossa politicamente molto interessante: la candidata democratica cerca apertamente di presentarsi come l’erede della cultura politica della senatrice repubblicana che, questa volta, sostiene il suo avversario.
Quanto del personal vote di Murkowski seguirà il suo endorsement e quanto rimarrà disponibile per Peltola è probabilmente una delle domande decisive di novembre.
Anche perché il particolare sistema elettorale dell’Alaska rende questa permeabilità fra gli elettorati ancora più importante.
Qui non esistono primarie separate fra democratici e repubblicani. Tutti i candidati compaiono sulla stessa scheda e i primi quattro accedono alle elezioni generali. A novembre entra poi in funzione il ranked-choice voting: gli elettori possono ordinare i candidati e, se nessuno supera il 50% con le prime preferenze, l’ultimo viene eliminato e i suoi voti trasferiti alla scelta successiva indicata sulla scheda.
È un sistema che premia non soltanto chi riesce a essere la prima scelta di molti elettori, ma anche chi non viene respinto dagli elettori degli altri candidati.
Peltola lo sa meglio di chiunque altro.
Nel 2022, nella special election per il seggio alla Camera aperta dalla morte di Don Young, si trovò contro Sarah Palin e Nick Begich. Mentre i due repubblicani combattevano fra loro, Peltola condusse una campagna positiva e territoriale. Quando Begich venne eliminato, una quota consistente dei suoi elettori preferì Peltola a Palin e la democratica vinse 51,5 a 48,5.
Il ranked-choice fu decisivo, ma non le regalò la vittoria. Premiò una caratteristica politica reale: Peltola riusciva a essere accettabile anche per una parte di elettori che non avrebbe mai votato per un normale candidato democratico nazionale.
Nel 2024 perse invece contro Nick Begich.
Questa volta il compito è ancora più difficile, perché Sullivan non è Palin: è meno polarizzante, ha alle spalle due mandati in Senato, un forte profilo militare e una lunga esperienza sulle questioni energetiche dello Stato.
Ma il 18 agosto ha confermato che il personal vote di Peltola non è scomparso.
La primaria ha prodotto anche una delle storie più curiose dell’intero ciclo elettorale. Fra i candidati in corsa per uno dei quattro posti di novembre c’è infatti Daniel J. Sullivan Jr., pensionato ed ex insegnante, che non ha alcuna parentela con il senatore ma porta quasi esattamente il suo stesso nome. Ha raccolto circa il 2,4% dei voti ed è ormai sostanzialmente certo della qualificazione. Il quarto posto, invece, resta ancora da definire mentre vengono completati gli ultimi conteggi.
I repubblicani sostengono che quella dell’omonimo sia una candidatura costruita per confondere gli elettori; lui nega. La vicenda è finita nei tribunali e persino Trump ha dovuto precisare ai propri sostenitori di votare per Dan S. Sullivan.
Ma in una corsa potenzialmente decisa da pochissimi punti diventerà interessante osservare dove finiranno le sue preferenze dopo l’eliminazione.
Nel frattempo, la campagna ha definitivamente smesso di assomigliare a una piccola elezione di frontiera.
I dati ufficiali disponibili al 29 luglio mostrano Peltola con 18,5 milioni di dollari raccolti nel 2026. Sullivan ha raccolto circa 9,1 milioni nel ciclo 2025-26, ai quali si aggiungevano le risorse già disponibili all’inizio del periodo; soprattutto disponeva ancora di circa 7,3 milioni di cash on hand, contro poco più di 4,6 milioni della sfidante. Il Senate Leadership Fund repubblicano ha inoltre portato a 17 milioni di dollari il proprio investimento programmato nello Stato.
Sono cifre impressionanti per un elettorato di appena 740 mila persone. Ma Washington non sta spendendo decine di milioni in Alaska per curiosità. Lo fa perché questo seggio può decidere il Senato.
E la campagna è già diventata dura.
I repubblicani cercano di demolire precisamente il principale punto di forza di Peltola: l’indipendenza dal Democratic Party nazionale. Il messaggio è semplice: dice Alaska First, ma a Washington vota con la sinistra. Peltola risponde cercando di legare Sullivan alle corporations e agli interessi economici esterni.
Si è arrivati persino a Jeffrey Epstein, con entrambe le campagne impegnate a suggerire legami compromettenti dell’avversario.
Fish. Family. Freedom, insomma. Ma dentro una campagna da decine di milioni di dollari.
Anche i sondaggi raccontano una gara aperta. La media RealClearPolling disponibile al 28 agosto colloca Peltola al 49% e Sullivan al 47%.
Non abbastanza per proclamare una favorita.
Abbastanza per dire che un incumbent repubblicano in uno Stato vinto da Trump di tredici punti è realmente in pericolo.
Sullivan deve soprattutto riportare a casa l’elettorato repubblicano dello Stato. Peltola deve fare qualcosa di più difficile: tenere insieme il voto democratico, ottenere margini molto forti fra gli Alaska Native e nelle comunità rurali, essere competitiva ad Anchorage e conquistare abbastanza indipendenti e repubblicani moderati da compensare il vantaggio strutturale del GOP.
La buona notizia per lei è che lo ha già fatto.
La cattiva è che nel 2022 il candidato repubblicano decisivo era Sarah Palin. Nel 2026 è Sen. Dan Sullivan.
Per questo continuo a considerare l’Alaska una corsa quasi perfettamente equilibrata. Ma che pesa enormemente nell’aritmetica nazionale.
L’Alaska non è, infatti, marginale nella strategia democratica, al contrario è quasi un passaggio obbligato verso la maggioranza.
Ma questa corsa racconta qualcosa di interessante anche oltre l’aritmetica del Senato.
Abdul El-Sayed in Michigan rappresenta una risposta progressista e populista, che prova prima a mobilitare un elettorato ideologicamente più netto e poi ad allargarlo.
Peltola compie quasi l’esperimento opposto. Cerca di de-nazionalizzare l’elezione.
Non vuole convincere gli elettori dell’Alaska a diventare democratici.
Vuole convincerli che, almeno quando scelgono il proprio senatore, essere democratici o repubblicani venga dopo essere alaskani.
Il Democratic Party nazionale può raccogliere denaro per lei, investire milioni nello Stato e sperare che sia proprio Peltola a consegnargli il cinquantunesimo seggio.
Ma farebbe probabilmente meglio a rimanere fuori dalla fotografia.
Perché il vero terreno sul quale si confrontano Peltola e Sullivan è quello che Sen. Lisa Murkowski occupa con pieno successo da oltre vent’anni: l’idea che in Alaska il partito venga dopo lo Stato.
Sullivan sostiene di poter difendere meglio quell’interesse grazie al potere accumulato a Washington e alla sintonia con un presidente repubblicano. Peltola sostiene che sia proprio la sua indipendenza dai partiti nazionali a renderla più adatta a farlo.
E Murkowski, scegliendo Sullivan dopo avere sostenuto due volte Peltola, finisce quasi involontariamente per incarnare la domanda decisiva dell’elezione: chi rappresenta oggi meglio l’“Alaska First”?
La risposta arriverà il 3 novembre.
E potrebbe non decidere soltanto chi sarà il prossimo senatore dell’Alaska. Potrebbe decidere chi controllerà il Senato degli Stati Uniti.
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