Benessere

La fragile promessa di bastare a sé stessi: come cambiano le relazioni tra autonomia e bisogno dell’altro

La ricerca Riding Solo documenta che oltre la coppia non c’è necessariamente l’autosufficienza, ma nuovi legami e altre forme di affidamento. Mentre in Italia le famiglie unipersonali diventano la tipologia più diffusa, la promessa dell’autonomia mostra la sua fragilità.

28 Settembre 2026

La relazione di coppia occupa un posto particolare nella costruzione della storia della nostra vita, è il luogo in cui possiamo trovare amore, desiderio e intimità, intorno a essa organizziamo inoltre una parte della nostra identità, del tempo e delle responsabilità. Farne parte significa stare dentro una storia condivisa e, spesso, diventare qualcosa di nuovo proprio dentro quella storia.

Una parte importante di ciò che siamo prende forma così. Le persone che amiamo modificano le nostre abitudini, ci avvicinano a esperienze che non avremmo cercato da soli, rendono visibili parti di noi ancora poco conosciute. Ci offrono uno sguardo nel quale possiamo riconoscerci e, in alcuni momenti, un luogo in cui affidarci. La relazione sentimentale non è soltanto una condizione anagrafica o un’organizzazione della quotidianità: può diventare uno spazio di trasformazione.

In psicologia si sono studiati a lungo questi processi di crescita e cambiamento soprattutto all’interno della coppia. Sappiamo molto di come un partner possa ampliare il senso di sé, favorire nuove esperienze e contribuire al benessere. Sappiamo meno di come la crescita personale prenda forma durante i periodi in cui non c’è una relazione romantica, anche se questi periodi occupano una parte sempre più estesa delle biografie di ognuno. Che cosa accade ai processi di espansione del sé quando un partner non c’è?

Da questa domanda parte Riding Solo: The Associations Between Singlehood Self-Expansion Potential, Self-Expansion Experiences, and Singlehood Outcomes  (ricerca di Elina Moreno, Yuthika Girme, Anastasiia Burik e Sarah Stanton), pubblicata recentemente su Personality and Social Psychology Bulletin. Lo studio osserva che cosa accade ai processi di espansione del sé quando un partner non c’è. La ricerca riprende la teoria dell’espansione del sé, sviluppata da Arthur ed Elaine Aron a partire dagli anni Ottanta. Secondo questa prospettiva, tendiamo ad ampliare la nostra identità attraverso esperienze, capacità e punti di vista nuovi. Le relazioni sentimentali sono una delle vie attraverso cui questo avviene: incontrando qualcuno entriamo anche in rapporto con una parte del suo mondo e, talvolta, scopriamo aspetti di noi che solo in quella relazione trovano spazio.

Le autrici dello studio introducono il concetto di singlehood self-expansion potential: la misura in cui una persona percepisce la propria vita da single come capace di offrirle future occasioni di novità e crescita. Il lavoro comprende tre studi preregistrati. Il primo ha seguito 130 persone single attraverso diari quotidiani, con 58 partecipanti in alcune analisi sulle esperienze di espansione. Il secondo ha coinvolto 146 persone reclutate in un’università canadese e seguite con rilevazioni settimanali. Il terzo è un esperimento online condotto su 324 persone single. I risultati principali sono coerenti nei primi due studi. Percepire maggiori possibilità di crescita durante la vita da single si associa, nello stesso periodo, a più esperienze di espansione del sé, maggiore soddisfazione per la propria condizione, migliore soddisfazione dei bisogni psicologici e maggiore soddisfazione di vita. Si associa inoltre a una minore paura di essere single. Le associazioni temporali, utili a osservare se una dimensione preceda l’altra, emergono in modo più ampio nel primo studio e più circoscritto nel secondo. L’esperimento, infine, non offre una prova causale dell’ipotesi principale: immaginare attività future nuove, invece che abituali, non modifica in modo significativo la percezione generale delle possibilità offerte dalla vita da single, anche se produce un umore più positivo e una maggiore esperienza immediata di espansione. La ricerca non stabilisce che considerare la vita da single un’opportunità produca benessere. È possibile che riconoscere più possibilità favorisca in sé la crescita, è altrettanto possibile che chi sta meglio riesca a vedere più possibilità di espansione del sé e crescita personale rispetto a chi riferisce un benessere più basso. Inoltre, conta anche il modo in cui si è arrivati a essere single. Una condizione scelta non equivale a una separazione subita, a una perdita o a una lunga ricerca di una relazione. Nelle analisi esplorative del secondo studio, vivere la propria condizione come involontaria si associa a una minore percezione delle sue possibilità di espansione. La stessa parola raccoglie esperienze psicologicamente molto diverse.

Uno dei risultati più interessanti riguarda il luogo in cui la crescita avviene. Molte delle esperienze descritte dai partecipanti si svolgono con amici e familiari. Riding Solo non racconta quindi persone che crescono in una condizione di isolamento. Mostra piuttosto che i processi osservati a lungo nella coppia possono prendere forma anche attraverso altri legami. Questo dato rende meno convincente una rappresentazione diventata frequente negli ultimi anni: quella della persona autonoma come qualcuno che ha imparato a bastare a sé stesso. È una rappresentazione nata anche come risposta a un modello precedente, nel quale la vita senza coppia veniva descritta soprattutto come mancanza. Ha restituito valore alla possibilità di vivere senza partner, ma ha finito talvolta per confondere la libertà con l’assenza di bisogno.

L’autonomia riguarda la possibilità di scegliere, separarsi, assumersi la responsabilità della propria vita e conservare uno spazio personale dentro le relazioni. L’autosufficienza promette qualcosa di diverso: non dover dipendere da nessuno. È una promessa fragile, perché una parte essenziale della vita prende forma proprio attraverso ciò che riceviamo dagli altri. Nessuno costruisce interamente da solo la propria identità. Impariamo a riconoscerci attraverso gli altri, regoliamo insieme molte emozioni, attraversiamo le perdite appoggiandoci a persone che rendono il dolore più sostenibile. In alcuni momenti abbiamo bisogno di essere ascoltati, in altri, di un aiuto concreto o della presenza di qualcuno che conosca la nostra storia.

Avere bisogno di vicinanza, cura, conferme o aiuto, e riconoscere questo bisogno, non dovrebbe finire nei parametri per diagnosticare difficoltà relazionali o disturbi di personalità. Se è vero che esistono relazioni che restringono la libertà e forme di dipendenza che producono sofferenza, esiste anche l’affidamento reciproco: poter contare su qualcuno continuando a rimanere sé stessi. Tra la fusione e il bastare a sé stessi si trova una parte ampia della vita relazionale, quella in cui autonomia e bisogno dell’altro non si escludono. Tuttavia, la salute psicologica viene talvolta fraintesa e raccontata come il momento in cui non abbiamo più bisogno degli altri. Invece, riguarda piuttosto la possibilità di riconoscere quel bisogno, dargli parole e non affidare a una sola persona l’intera responsabilità del proprio equilibrio. Una relazione può diventare soffocante quando non tollera la separazione, al tempo stesso l’autonomia può irrigidirsi quando non lascia spazio alla vulnerabilità. Tra queste due possibilità esiste l’interdipendenza: restare persone distinte sapendo che, in alcuni momenti, avremo bisogno di contare su qualcuno. Da questo punto di vista, la contrapposizione tra la dipendenza della coppia e la libertà della vita da single perde parte della sua forza. Entrambe le condizioni possono contenere gli estremi opposti come autonomia e chiusura, affidamento e paura, crescita e immobilità. La tensione tra autonomia e affidamento non appartiene soltanto alla psicologia individuale, ma prende forma dentro una società in cui periodi di vita senza partner e famiglie composte da una sola persona sono diventati più frequenti.

Nel biennio 2024-2025, il 37,1% delle famiglie italiane era composto da una sola persona, rispetto al 25,9% di vent’anni prima. Le persone che vivevano sole rappresentavano il 16,9% della popolazione ed erano in aumento in tutte le classi d’età, soprattutto in quelle centrali. I due dati descrivono realtà diverse e richiedono cautela: vivere soli non equivale a essere single, così come non avere un partner non significa necessariamente abitare da soli. L’invecchiamento contribuisce in modo importante alla crescita delle famiglie unipersonali. Nel 2023-2024 viveva da sola una persona su quattro tra i 65 e i 74 anni; tra gli ultrasettantacinquenni la quota raggiungeva il 39,7% e, dopo i 75 anni, una donna su due (50,4%) contro poco meno di un uomo su quattro (24,5%). Dietro questi numeri ci sono la maggiore longevità femminile e la vedovanza, insieme a separazioni, mobilità lavorativa, rinvio della convivenza e scelte personali. Cambiano anche le forme della coppia. Nel 2024 sono stati celebrati 173.272 matrimoni, il 5,9% in meno rispetto al 2023, mentre le libere unioni sono passate da circa 440 mila all’inizio del secolo a oltre 1,7 milioni nel 2023-2024. Il calo dei matrimoni dipende anche dalla riduzione della popolazione nelle età in cui più spesso ci si sposa e dal rinvio delle scelte familiari. Non può essere letto semplicemente come una rinuncia ai legami stabili.

Il bisogno di legami rimane, mentre cambiano la loro forma, la durata e le persone alle quali affidiamo sostegno e cura. L’affidamento reciproco ha risvolti concreti nella vita quotidiana: vivere con qualcuno significa spesso dividere costi, lavoro domestico, tempo e imprevisti. Chi abita da solo sostiene senza condividerle molte spese che non diminuiscono in proporzione al numero dei componenti: casa, utenze, connessione, elettrodomestici. Nel 2024 una famiglia composta da una sola persona ha speso in media 1.932 euro al mese, il 68% circa della spesa di una famiglia di due componenti e il 58% di quella di tre. Una persona sola non spende la metà di una coppia, perché abitazione, riscaldamento e molti beni durevoli non si dimezzano quando il reddito è uno solo. A questo si aggiunge l’assenza di un secondo reddito. Una perdita del lavoro, una malattia o una spesa urgente non possono essere assorbite dal guadagno o dalla presenza quotidiana di un altro adulto. Questo non rende tutte le persone sole economicamente fragili: proprietà della casa, patrimonio, età e posizione lavorativa producono differenze profonde. Un pensionato proprietario dell’abitazione, un lavoratore precario in affitto e un professionista con un reddito elevato non condividono la stessa esperienza. Gli strumenti di valutazione economica tengono conto di queste differenze. L’ISEE considera reddito, patrimonio e composizione del nucleo attraverso una scala di equivalenza, che esplicitamente considera le economie derivanti dalla convivenza. Non sarebbe corretto descrivere ogni politica familiare come una penalizzazione di chi vive solo: molte riguardano figli, disabilità e carichi di cura, situazioni che richiedono protezioni specifiche. Rimane fuori, tuttavia, una parte della protezione quotidiana che difficilmente entra nelle statistiche: accompagnare qualcuno a una visita, preparare un pasto durante una malattia, anticipare una spesa, occuparsi della casa dopo un intervento. Sono gesti piccoli solo in apparenza. Quando manca una persona disponibile a compierli, un bisogno ordinario può assumere rapidamente un peso diverso.

La coppia gode di un riconoscimento particolare anche perché ricopre spesso queste funzioni. Tuttavia, altri legami possono svolgere queste stesse funzioni con continuità senza avere la stessa visibilità. Nel 2005 Bella DePaulo e Wendy Morris hanno usato il termine singlism per descrivere stereotipi e trattamenti sfavorevoli associati allo status di single. Il concetto porta l’attenzione su un meccanismo frequente: quando una forma di vita diventa lo standard, quelle che se ne allontanano finiscono più facilmente per richiedere una spiegazione che le giustifichi.

Negli ultimi anni si è affermato anche il racconto opposto: stare da soli come segno di forza e indipendenza. Questo, da una parte, ha restituito valore a esperienze a lungo descritte soltanto come mancanza, ma allo stesso tempo può diventare una lettura parziale e superficiale di un fenomeno più ampio. Desiderare una relazione non significa essere o sentirsi incompleti, soffrire per la sua assenza non corrisponde necessariamente a una vulnerabilità da curare.

Riding Solo parte da una domanda sulla crescita personale durante la vita da single e conduce verso una questione più ampia. Molte delle esperienze descritte dai partecipanti avvengono insieme ad amici e familiari. Fuori dalla coppia non compare necessariamente un individuo che ha imparato a non avere bisogno degli altri: compaiono altri legami e altri modi di affidarsi.

I dati italiani descrivono una società in cui matrimonio, convivenza e vita solitaria possono occupare periodi diversi della stessa esistenza. Per qualcuno questa trasformazione apre possibilità, per qualcun altro espone fragilità che prima rimanevano assorbite dentro la famiglia. L’autonomia assume significati diversi quando incontra un reddito sufficiente o precario, una casa accessibile o costosa, una rete sociale solida o frammentata. La coppia rimane uno dei luoghi in cui possiamo essere trasformati dalla presenza di un’altra persona. Tuttavia, non è l’unico e non occupa tutte le fasi di una vita: amicizie, relazioni familiari e comunità partecipano anch’esse alla costruzione dell’identità e dell’appartenenza, anche se ricevono forme diverse di riconoscimento.

Una parte importante della nostra identità e del nostro senso di appartenenza si costruisce infatti fuori dalla coppia, nelle relazioni familiari, nelle amicizie e nei luoghi della vita condivisa. Alcuni di questi legami attraversano cambiamenti, perdite e passaggi decisivi e finiscono per accompagnarci per gran parte della vita. L’amicizia occupa da questo punto di vista una posizione particolare: può essere uno dei legami più stabili e intimi che abbiamo e rimane linguisticamente un gradino sotto. Diciamo ancora “solo un amico”. Anche la coppia risente della centralità che le abbiamo attribuito. Alla relazione sentimentale contemporanea chiediamo di rispondere a molti bisogni, dall’intimità al sostegno emotivo fino alla possibilità di crescere insieme. Una relazione può contenere moltissimo e, allo stesso tempo, esiste dentro una trama più ampia di legami e appartenenze attraverso cui continuiamo a costruire chi siamo.

Allora, autonomia e bisogno dell’altro non stanno forse agli estremi opposti della stessa linea, ma sono molto più interdipendenti di quanto raccontiamo: la sicurezza che riceviamo nelle relazioni non necessariamente ci rende meno liberi, sapere di poter contare su qualcuno permette di muoversi, di separarsi, di stare soli senza sentirsi abbandonati. Dall’altro lato, la promessa dell’autosufficienza mostra la sua fragilità quando incontra la vita reale. Nell’arco della nostra vita cambiano le persone alle quali ci affidiamo e i modi in cui lo facciamo, quello che resta stabile è il bisogno di trovare nelle relazioni uno spazio abbastanza sicuro da permetterci di essere distinti dall’altro senza essere soli.

Riconoscere quando abbiamo bisogno degli altri significa accettare una parte della nostra vulnerabilità, insieme alla dipendenza che ogni legame porta con sé. L’interdipendenza nasce anche dalla possibilità di avere bisogno dell’altro senza perdere la propria separatezza, e di essere autonomi senza dover diventare autosufficienti.

 

 

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