Cronaca

Hanno trovato il colpevole. Ma siamo sicuri che sia lui?

Youssef Siher sarebbe il “terrorista” che ha organizzato le rivolte dei giovani in Italia. Ma trovare un colpevole serve per non rispondere alla domanda che la politica dovrebbe farsi. Chi rappresenta oggi i ragazzi che scendono in piazza? Certo non più i partiti tradizionali.

26 Ottobre 2026

Sbatti il mostro in prima pagina. Si chiama Youssef Siher, ha trent’anni, italiano di seconda generazione, di origini marocchine, musulmano. Sarebbe lui ad avere organizzato le rivolte del 17 e 18 ottobre che hanno trasformato il centro di Milano in un campo di battaglia. Negozi saccheggiati, vetrine buttate giù e ragazzi che correvano per le strade portandosi via le scarpe della Nike e qualsiasi altra cosa riuscivano ad afferrare.

La polizia ha fermato Youssef Siher il 24 ottobre e la Procura di Milano gli contesta reati molto gravi: istigazione a delinquere, violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche e altri reati legati al terrorismo e all’eversione. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si è congratulato con gli investigatori. Anche Guido Crosetto è intervenuto, osservando che Siher non sarebbe affatto un emarginato, ma una persona che ha frequentato le élite italiane (alle quali evidentemente Crosetto non ha accesso) e ha avuto importanti opportunità professionali. Quasi a voler sottolineare quanto sia sorprendente che un giovane con una simile istruzione possa venir coinvolto in una vicenda del genere.

In effetti, il curriculum di Siher è piuttosto interessante. Laureato in Comunicazione e con un master in Scienze politiche all’Università Statale di Milano, parla quattro lingue e si è occupato soprattutto di Medio Oriente e Islam politico. Nel 2024 ha svolto uno stage presso l’ISPI, l’Istituto per gli studi di politica internazionale. Ha collaborato con il Fatto Quotidiano, è un giornalista freelance ed è stato tra i fondatori dell’associazione degli studenti musulmani della Statale di Milano. Ha partecipato anche ad attività di solidarietà per la Palestina. Insomma, non esattamente il profilo che ci si aspetterebbe per il capo di una banda di saccheggiatori che hanno rotto con la forza le vetrine di Decathlon in piazza Cairoli per rubare delle biciclette.

Ma c’è un particolare che mi sembra molto più interessante della sua biografia. La pagina Instagram «Movimento 17 ottobre», di cui Siher sarebbe stato uno degli amministratori insieme alla moglie, viene aperta DOPO le prime manifestazioni del 17 ottobre. Secondo la ricostruzione pubblicata da Repubblica, la pagina viene aperta a nome del movimento il 18 ottobre. Nel giro di pochi giorni la pagina raccoglie circa 50.000 follower, ma Youssef pubblica solo dei post in cui si proclama la volontà di continuare a manifestare e si lanciano slogan come: “Non ci rappresenta nessuno”.

Viene da farsi una domanda: non potrebbe essere che Youssef abbia cercato di mettersi alla testa di un movimento nato spontaneamente? Bisogna essere precisi. Gli investigatori sostengono che Siher e sua moglie amministrassero i canali social dai quali sono partite indicazioni per le successive manifestazioni del 24 ottobre, poi impedite dall’intervento della polizia. Le accuse non riguardano dunque soltanto la pubblicazione di opinioni politiche.

Ma una cosa è organizzare una manifestazione o istigare qualcuno a commettere reati. Un’altra è essere l’ideatore di una rivolta che si è già verificata, e che ha coinvolto ragazzi che non necessariamente si conoscevano o appartenevano alla stessa organizzazione.

A convocare le prime proteste, secondo le ricostruzioni giornalistiche, era stata una sigla chiamata «Italia in piazza», che non sembrava avere legami riconoscibili con i partiti, i sindacati o le organizzazioni politiche tradizionali. Le convocazioni erano circolate attraverso chat, gruppi di studenti e social network. Le rivendicazioni riguardavano il carovita, i salari, la difficoltà di trovare un lavoro e di permettersi una casa.

Oggi invece si sostiene che dietro le proteste ci sia un estremista islamico, come titola Libero: «Non è disagio, è Islam. La mente delle rivolte: è un ex collaboratore di Travaglio». Perchè dobbiamo pensare che ci debba essere un “colpevole” che ha convinto i ragazzi a protestare? Certo, alle proteste sono seguiti i saccheggi. E ormai proteste e saccheggi sono diventati un unicum  gravato solo di colpevole criminalità. Ma il punto, a mio parere, è proprio questo: siamo talmente abituati a pensare che dietro una manifestazione debba esserci un partito, un sindacato o un’organizzazione, da non riuscire più a immaginare una mobilitazione che nasca senza una direzione politica. Eppure la storia ci insegna che può accadere, anzi che è accaduto molte volte.

Infatti, nell’ottobre del 2026 non si è manifestato soltanto in Italia. In Francia centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza contro il carovita, la crisi dei servizi pubblici e le condizioni della scuola. Le stime oscillano fra 550.000 e 800.000 partecipanti. La grande maggioranza ha manifestato pacificamente, ma in molte città si sono verificati scontri, incendi e saccheggi, come poi è successo in Italia, e ci sono stati circa 1.200 fermi.

Le manifestazioni erano iniziate con le proteste degli studenti francesi e si sono poi allargate ad altri gruppi di ragazzi che hanno dato il via all’ondata di distruzione e saccheggi. Le immagini hanno fatto il giro dei social network, soprattutto TikTok, dove per ore si sono susseguite dirette e riprese delle devastazioni. Alcuni ragazzi trasmettevano gli scontri in tempo reale, altri rilanciavano i video. Le proteste sono diventate anche uno spettacolo mediatico, riprodotto milioni di volte sugli schermi dei telefoni.

Poi, il 24 ottobre, è arrivata anche la Spagna. A Barcellona, centinaia di giovani si sono radunati in Plaça de Catalunya dopo una convocazione circolata soprattutto su TikTok. Il risultato è stato simile a quello che abbiamo visto altrove: scontri con la polizia, incendi, negozi saccheggiati. Secondo l’agenzia EFE, sono state arrestate 128 persone, di cui 72 minorenni. Ventitré negozi sono stati danneggiati e i vigili del fuoco sono intervenuti su 33 incendi. È interessante che la mobilitazione spagnola si richiamasse esplicitamente alle proteste degli studenti francesi. Non sappiamo se esistano rapporti organizzativi tra i gruppi che hanno partecipato alle diverse manifestazioni. Ma sappiamo che i ragazzi guardano quello che succede negli altri paesi, ne riprendono gli slogan e i comportamenti.

Il meccanismo è sempre lo stesso. Una protesta nasce in un paese, viene ripresa dai social, acquista visibilità e diventa un modello che altri possono imitare. Non occorre un’organizzazione internazionale, né un comitato centrale che impartisca ordini. Quello che occorre è che le condizioni sociali siano abbastanza simili da produrre una reazione altrettanto simile. La spontaneità, naturalmente, non significa che ogni singola azione sia improvvisata. Possono esserci gruppi che si organizzano per compiere saccheggi, persone che incitano alla violenza, altri che cercano semplicemente di approfittare della confusione. Ma perché una mobilitazione si diffonda in paesi diversi è necessario qualcosa di più di una chat. È necessario che trovi un terreno favorevole.

Viene spontaneo a questo punto pensare al Sessantotto. Anche allora le proteste attraversarono le frontiere, dagli Stati Uniti alla Francia, dall’Italia alla Germania, dal Messico al Giappone. Anche allora i giovani contestavano le istituzioni tradizionali e non si riconoscevano nei partiti che pretendevano di rappresentarli. E anche allora, almeno in molti casi, furono le mobilitazioni a precedere la nascita delle organizzazioni politiche che successivamente cercarono di guidarle.

In Italia le prime occupazioni universitarie cominciarono nel 1967. Lotta Continua e Potere Operaio nacquero come organizzazioni nel 1969. In mezzo c’era stata un’esplosione di contestazione che nessun gruppo politico poteva vantarsi di avere interamente progettato. Ma c’è una differenza importante rispetto alle rivolte dell’ottobre del 2026. Il Sessantotto era un movimento fortemente ideologico. Gli studenti volevano cambiare la società, contestavano l’autorità, il capitalismo, la famiglia tradizionale, l’università e i rapporti di potere. Discutevano di Marx, di rivoluzione, di imperialismo. Oggi non siamo di fronte a qualcosa di simile.

I ragazzi che saccheggiano i negozi non stanno contestando la società dei consumi. Semmai vogliono appropriarsi dei prodotti che la società dei consumi ha trasformato in oggetti del desiderio. Si potrebbe dire che il saccheggio sia una conseguenza implicita delle promesse di consumo non mantenute. Sei figo solo se indossi un paio di Nike (autentiche). Ma poi non ti permetto di comparartele perché sei uno sfigato che non può ambire a nessuna pretesa di ascesa sociale. Non voglio dire che rubare un paio di scarpe sia di per sé un atto politico. Ma il fatto che il saccheggio avvenga all’interno di una rivolta collettiva merita qualche riflessione.

Ecco, direi che il riferimento storico più appropriato non sia il Sessantotto, ma quello delle rivolte delle banlieues francesi. Il 27 ottobre 2005, a Clichy-sous-Bois, alla periferia di Parigi, due ragazzi di quindici e diciassette anni, Bouna Traoré e Zyed Benna, morirono folgorati dopo essersi rifugiati in una cabina elettrica per sfuggire a un controllo della polizia. La loro morte provocò una rivolta che si estese progressivamente ad altre periferie francesi e poi a molte altre città. Per tre settimane vennero incendiate migliaia di automobili, distrutti edifici e affrontate le forze dell’ordine. Il governo francese arrivò a proclamare lo stato d’emergenza.

Chi aveva organizzato quelle rivolte? Nessuno, nel senso tradizionale del termine. Non esisteva una direzione nazionale, un partito o un leader capace di decidere quello che sarebbe successo in centinaia di quartieri. C’erano invece giovani che vivevano condizioni sociali simili. Molti erano figli o nipoti di immigrati, cittadini francesi, nati e cresciuti in Francia, che si sentivano esclusi dalla società alla quale formalmente appartenevano.

Era sufficiente che in un quartiere scoppiasse una rivolta perché altri ragazzi, in altre città, decidessero di fare la stessa cosa. All’epoca non esistevano ancora gli strumenti di diffusione di massa che oggi mettono in comunicazione milioni di giovani attraverso TikTok e Instagram. Ma il meccanismo sociale era sorprendentemente simile. Le rivolte del 2005 sono state oggetto di numerosi studi sociologici. Una ricerca pubblicata nel 2007 sulla Rassegna Italiana di Sociologia, condotta da Vincenzo Cicchelli, Olivier Galland, Jacques de Maillard e Séverine Misset attraverso interviste a giovani e adulti di Aulnay-sous-Bois, ha messo in evidenza una serie di fattori: segregazione urbana, difficoltà lavorative, discriminazione, rapporti conflittuali con la polizia e dinamiche di gruppo.

Non si trattava semplicemente di un conflitto razziale, né di una rivolta religiosa. Il problema riguardava soprattutto la condizione di giovani che, pur essendo cittadini francesi, avevano la sensazione di non godere delle stesse opportunità degli altri. Quella dei ragazzi delle banlieues era, in sostanza, una richiesta di riconoscimento che non trovava una forma politica. Il sociologo Laurent Mucchielli, che ha studiato approfonditamente le rivolte francesi del 2005, ha insistito sull’importanza di comprendere le condizioni di vita dei partecipanti, invece di ridurre tutto alla delinquenza o all’origine etnica.

Naturalmente le cause sociali non rendono legittime le violenze. E non tutti quelli che partecipano a una rivolta sono mossi da ragioni politiche. Lo conferma anche uno studio del ministero dell’Interno francese sulle rivolte del 2023, esplose dopo che un poliziotto uccise il diciassettenne Nahel Merzouk durante un controllo stradale. I ricercatori che hanno studiato il profilo sociale e le dichiarazioni rese alla polizia dai partecipanti si sono trovati di fronte al fatto che nella maggioranza dei casi non emergevano rivendicazioni ideologiche precise. I partecipanti parlavano piuttosto di influenza del gruppo, comportamenti imitativi e occasioni da sfruttare (i soliti saccheggi).

Una rivolta può dunque nascere da un disagio sociale reale senza che tutti coloro che vi partecipano ne abbiano piena consapevolezza politica. Anzi, la difficoltà di trasformare il malcontento in una proposta collettiva potrebbe essere una delle caratteristiche di questi movimenti. E qui tornerei alle Nike. In una società nella quale il consumo è diventato un elemento centrale dell’identità personale, non possedere determinati oggetti può essere vissuto come un’ulteriore forma di esclusione. Non si tratta soltanto di avere o non avere un paio di scarpe. Si tratta del valore simbolico che attribuiamo a quelle scarpe, alla possibilità di mostrarle, di essere riconosciuti dal gruppo.

Una società che propone a tutti gli stessi obiettivi di successo, ma distribuisce in modo diseguale i mezzi per raggiungerli, può produrre comportamenti devianti. I ragazzi che non rifiutano i simboli del benessere, anzi se ne vogliono appropriare. Ma non possono, perché sono esclusi dai processi produttivi (possono fare solo lavori “sporchi” come lo spaccio) e quindi, quando gli capita l’occasione, li rubano. Meglio se durante una rivolta collettiva che attenua il senso di colpa personale legato al furto inteso come atto individuale (agito dall’individuo e non da una folla). Ma torniamo a Youssef Siher. Perché è così importante trovare un organizzatore delle rivolte? L’individuazione di una persona responsabile di determinate condotte spiega davvero l’origine di un fenomeno collettivo? La storia dei movimenti sociali suggerisce di no.

Un singolo individuo può cercare di mettersi alla testa di una protesta, può contribuire a radicalizzarla, può persino organizzare episodi violenti. Ma questo non significa che abbia creato le condizioni che hanno spinto centinaia o migliaia di persone a scendere in strada. Mi domando se non ci sia, anche da parte delle istituzioni, una difficoltà a riconoscere che una rivolta possa nascere al di fuori delle strutture organizzative che conosciamo.

Cercare un regista significa ricondurre un fenomeno complesso a una vicenda molto più semplice. Se qualcuno ha organizzato tutto, basta trovare quel qualcuno, fermarlo e impedire che continui ad agire. Il problema è risolto. O almeno si può dire che lo sia. Ma se invece le rivolte nascono spontaneamente, perché esistono condizioni sociali che le rendono possibili, allora la situazione è molto più complicata. Non basta un arresto. Non basta chiudere una pagina Instagram. E non basta attribuire tutta la colpa a un gruppo di estremisti o addirittura solo a uno, come nel caso di Youssef.

Bisogna chiedersi perché ragazzi di paesi differenti, che non si conoscono, sembrino riconoscersi nelle stesse forme di ribellione. È una domanda alla quale non può rispondere soltanto la magistratura che individua “il colpevole”. Ma forse “il colpevole” fa comodo, proprio raccoglie su di sé tutte le colpe, la prima delle quali è il fatto che i partiti tradizionali (tutti) non hanno visto arrivare le proteste. Nessuno dei ragazzi ha bussato a una sezione di partito chiedendo di unire le forze per essere rappresentati. Sapevano che nessuno avrebbe loro risposto. Che ne sanno i partiti tradizionali delle condizioni di vita di questi ragazzi? Quanto conoscono i loro problemi, il modo in cui comunicano, la difficoltà di immaginare un futuro? E soprattutto: quanti di questi giovani pensano che votare un partito possa cambiare qualcosa nella loro vita?

La crisi della rappresentanza politica non riguarda soltanto la sinistra, riguarda anche la destra che governa e che rischia di considerare ogni forma di conflitto sociale come la dimostrazione del fatto di non essere riuscita a comporli. Le periferie che tanto piacevano alla Meloni durante la sua ultima campagna elettorale – “Noi rappresentiamo le periferie” – non vogliono neanche sentirla nominare. Anzi, se possono sfasciano tutto, a dimostrazione del fatto che le periferie non hanno una rappresentanza politica.

Ma soprattutto c’è un aspetto della vicenda Siher che mi sembra impossibile ignorare. Il presunto organizzatore della rivolta è un giovane italiano musulmano. L’Islam è tornata, dopo la stagione dell’ISIS, e questa volta l’attacco è al centro delle nostre città. Ma che rapporto ha l’Islam con la protesta del 17 ottobre? Che cosa c’entra l’Islam con i ragazzi che saccheggiano un negozio di scarpe? Con quelli che protestano contro il costo degli affitti? Con gli studenti francesi che denunciano le condizioni delle loro scuole? Con i minorenni arrestati a Barcellona? Fino a quando non vengono dimostrati collegamenti specifici, l’origine musulmana di Siher non ci dice praticamente nulla sulle motivazioni di una protesta che si è svolta in modi simili in paesi differenti.

Il rischio è che si finisca per attribuire una caratterizzazione religiosa a una vicenda che sembra avere radici sociali assai più ampie. E qui il problema diventa politico. La destra europea utilizza da anni i temi dell’immigrazione, della sicurezza e dell’integrazione nelle proprie campagne elettorali. È legittimo discutere di questi problemi, che esistono e richiedono risposte. Ma è altrettanto legittimo chiedersi se la vicenda Siher non possa essere utilizzata per alimentare la paura dell’Islam.

Che effetto politico potrebbe produrre una narrazione nella quale la rabbia di centinaia di giovani viene ricondotta a un giovane musulmano accusato addirittura di terrorismo? L’effetto potrebbe essere quello di spostare completamente il problema non più dalle condizioni sociali dei ragazzi o dalle loro motivazioni politiche, ma alla religione dell’indagato. È una narrazione che può favorire l’islamofobia, soprattutto quando l’identità religiosa viene presentata come un indizio di pericolosità senza che ne sia dimostrata la pertinenza. E, nell’avvicinarsi delle prossime scadenze elettorali, sarebbe ingenuo ignorare quanto la paura possa essere uno strumento efficace per fare campagna politica.

Non sappiamo ancora se le manifestazioni dell’ottobre 2026 siano un episodio destinato a esaurirsi oppure l’inizio di una nuova fase di conflitto sociale. Non sappiamo nemmeno quale sia stato esattamente il ruolo di Youssef Siher. Ma una cosa dovrebbe essere chiara: un ragazzo, anche qualora avesse tentato di organizzare o radicalizzare una protesta, non può da solo spiegare ciò che sta accadendo contemporaneamente in Italia, Francia e Spagna. Ipotesi ridicola a cui si spera abbocchino i lettori dei giornali nazionali e i telespettatori dei Tg nazionali (Orwell docet).

Possiamo continuare a cercare organizzatori, agitatori e cospiratori. Oppure possiamo provare a capire perché una parte dei giovani europei sembri non riconoscersi più né nelle istituzioni né nei partiti che dovrebbero rappresentarla. È una domanda assai meno rassicurante di quella su chi abbia aperto una pagina Instagram. E probabilmente è anche il motivo per cui si preferisce non porsela.

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